Posts made in agosto, 2014

LET’S MOVIE 212 – propone IL FUOCO DELLA VENDETTA e commenta CORPO DI DONNA

LET’S MOVIE 212 – propone IL FUOCO DELLA VENDETTA e commenta CORPO DI DONNA

IL FUOCO DELLA VENDETTA
di Scott Cooper
USA-UK, 2014, ‘116
Lunedì 1/Monday 1
22:00 / 10 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

Ma Moviers!

Dalla sporca dozzina al deserto dei tartari in una settimana?! Ma che è? Una dieta dimagrante in cui i kg persi si esprimono in “Moviers”, nuova unità di misura con le caratteristiche dell’inchiostro simpatico?!
Già una torna dalla Puglia tutta scombussolata, e lo scombussolamento dipende da tanti fattori, su tutti, lo shock visivo-uditivo-olfattivo a cui sei sottoposto una volta che rimetti piede a Trentoville. E guardate, per una volta lei, l’urbe versione micromachine, non c’entra. E’ proprio una questione d’intensità di certi luoghi, e di mancanza d’intensità di altri. Per metterla in termini fotoelettrici, una lampadina da 1000 watt contro la candela di Guglielmo da Baskerville, ecco. Il Salento ti strapazza ― e così credo valga anche per i paesi mediterranei in generale, per l’Africa poi vale a pacchi. Ti piglia e ti scuote da capo a piedi. Avete presente i fichi? Quelli che vi sembrano tanto dolci, tanto yummy yummy quando li mangiate qui. Ecco, prendete un fico di Arco, o di Vigolo Vattaro o di Baselga di Piné o di qualsiasi località trentina dal nome singolo o doppio, indifferentemente. Prendetelo e moltiplicatene al cubo il sapore. Ora prendete quest’operazione e applicatela a tutto ― colori, panorami, rumori, odori.
Insomma, una torna tutta elettrizzata, e deve affrontare questa nebbiolina da Manchester ad Halloween, questi poveri abitanti ingrigiti dall’estate mancata, che hanno quello sguardo un po’ sparuto, fin sgomento, quella faccetta da fermenti lattici tre volte al dì che ti fa terrore e tenerezza… Quell’espressione va-be’-nella-vita-ci-si-abitua-a-tutto-ci-abitueremo-anche-alla-nebbiolina-di-Manchester… Una torna e vorrebbe, se non una dozzina, almeno tre Moviers, per fare la piangimerenda e per condividere il film.
Per fortuna c’erano loro, i Fellows Magicians, Marco&Matteo. Ed è sempre bello incontrarli: ogni volta che li vedo ―ogni volta che raggiungo Rovereto in tempi ritiropatente ― mi aggiornano, confusi e felici, sull’affluenza di pubblico alle loro rassegne ― provatevi voi, vi sfido io, a mettere insieme 14-15 anime, in agosto, in uno scantinato, a vedere film potentemente d’essai… per me dovrebbe diventare una disciplina olimpica.
E anche a “Corpo d’amore” eravamo una quindicina ―30 se contiamo gli ombrelli (valgono anche gli ombrelli, no?). E anche “Corpo d’amore” è un film potentemente d’essai. Quello il cui riassunto occupa una manciata di righe, per la felicità di quelli che odiano i riassunti.
Immaginatevi un posto di villeggiatura al mare. Casa sulla spiaggia. Padre sessantenne e figlio adolescente che non riescono a comunicare neanche a botte. Un bel giorno i due, che si stanno smarrendo nel tentativo di trovare la causa ultima (o prima) della loro incapacità comunicativa ― tirandosi delle menate che il Rag. Fantozzi definirebbe “mostruose”― un bel giorno i due trovano una sventola biondo Svezia priva di sensi sul bagnasciuga ― e ditemi se questo non è il sogno del 98% della popolazione maschile mondiale. La ragazza parla una lingua straniera incomprensibile ai due ―e ditemi se anche questo non è il sogno del 98% della popolazione maschile mondiale― quindi la sua presenza è puramente carnale, un simulacro di senso davanti all’intelletto che i due, con i loro discorsoni introspettivi, i loro monologhi interiori, sfoggiano di continuo a livelli faccia-a-faccia tra Freud e Jung.
Manco a dirlo, padre e figlio s’innamorano entrambi della ragazza. Ma hanno fatto i conti senza il fusto. Ecco che entra in scena il ragazzo della biondina, un palombaro che con lei condivide la lingua e un feeling evidente. Padre e figlio, a cui non va molto giù l’idea di vedersi portar via la biondina da sotto il naso, decidono di re-agire. Da rivali quali erano, passano a complici: architettano un delitto la cui vittima lascio a voi il compito di indovinare (secondo voi ammazzano il tenero fiorellino svedese oppure il maschio alfa terzo incomodo??).
Ora, io l’ho raccontata usando il mio solito stile balengo (altrimenti detto ca**one). Ma il film è profondamente serio e intenso, strutturato in tre momenti che coincidono con il percorso incomprensione-evoluzione-involuzione di padre e figlio. Prima non si sopportano, poi trovano nella ragazza il canale comunicativo di cui abbisognavano (abbisognavano??), e infine scendono la china della distruzione etica pur di non mollare l’oggetto d’amore.
A me ha intrippato molto la figura di questa donna, un essere privo di parola ma dalla carica fisica molto potente, a metà strada fra un Venerdì dafoeiano e un Emile rousseuiano. Una donna che è un corpo, un corpo d’amore. E’ come se i due, prima di trovare lei, parlassero di nulla, come se la comunicazione non potesse sussistere perché vuota, priva di significato ―i dialoghi sono molto spesso ridondanti e autoreferenziali, costruiti intorno al vaniloquio e a domande lasciate irrisposte. Attraverso di lei, che funge da motivo e motore ―questo è l’amore, alla fine, motivo e motore primordiale― il loro dialogo trova sostanza, un soggetto in carne e ossa. E il loro dialogo acquisisce un fine, anche solo quello, banale, di decidere per lei, vestirla, darle da mangiare, accudirla. E lei diventa l’incarnazione della loro comunicazione. Non è un caso che la ragazza non parli la loro lingua: a loro, lei interessa come puro oggetto, e ridiventa soggetto solo quando sta con il palombaro e parla la sua lingua.
Mi piace molto la parabola discensionale che Carpi (Fabio, non Paolo, errata corrige) fa prendere al film. M’intriga che padre e figlio, da opposti ―il padre un entomologo che parla per tassonomie, il figlio un teenager insicuro ma saputo― e da rivali in amore, diventino complici, che si macchino le mani insieme. E’ come se compissero un rito, come se quell’estate, su quella spiaggia, i due avessero condiviso qualcosa ―qualcosa d’indicibile― per la prima volta. Una sorta d’iniziazione. C’è qualcosa di profondamente animalesco in questo film, pur essendo così lucido e composto, apollineo ―niente scene forti, né di sesso, né di violenza. C’è una carica profonda che attraversa sotterranea la trama del film, che lo anima e lo rende, per certi versi, dionisiaco. E’ come leggere “Lo straniero” di Camus. Tutto sotto la luce del sole, tutto apparentemente normale. Eppure, sotto tutto quel sole, dentro tutta quella normalità, il protagonista del romanzo commette, di punto in bianco, un omicidio ―leggete e paragonate 🙂
“Corpo di donna” è un film di silenzi, tempi lunghi, le atmosfere sono come sospese ―e questo anche grazie a una luce quasi nordica, fredda, affatto calda e mediterranea, come se Storaro, direttore della fotografia, avesse aderito all’agenda apollinea dell’involucro visivo del film.
C’è un sacco Bergman, secondo me, lì dentro. Quei momenti in cui magari non succede nulla, ma che sono presaghi. Se avete visto qualcosa del regista svedese sapete di che parlo…E anche qualcosa di tragedia greca… I personaggi sono tutti senza nome, come se la specificità identitaria non contasse. Come se i personaggi fossero dei tipi, più che dei personaggi. Quindi no, non è un film “leggero”, anche perché propone una serie di battute (meravigliose) tipo “Quand’è che la testa smetterà di pensare? Di immaginare? Tra il dolore e il nulla scelgo il dolore” oppure “Se una cosa non ha senso, che senso ha continuare a pensare?”… Roba pesante…
Siccome il Mago Matteo mi ha suggerito, con sguardo solenne, che mi devo contenere, 🙂 proverò l’ebbrezza dell’esperienza Tupperware, e per una volta mi conterrò,  chiudendo qui il pippone 🙂 (e dalla curva sud s’alzò un urlo di giubilo che contagiò tutti i Moviers). 🙂

Ma parliamo di cose serie… S’è aperta qualche giorno fa la 71esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Ovviamente l’Anarcozumi è in loco per controllare che tutto vada come deve andare. Io fremo dalla curiosità. “Il giovane favoloso” di Martone ―già solo il titolo merita il Leone d’Oro– sulla vita di Giacomino Leopardi, e poi “Birdman”, di Inarritu che ha aperto la Mostra e letteralmente rapito pubblico e critici. E poi “Pasolini” di quel folle di Abel Ferrara, e “The sound and the fury” su Faulkner di James Franco (non che me lo veda molto come regista, ma diamogli una chance), e “La vita oscena” di De Maria e “Hungry Hearts” di Costanzo (figlio, per carità), e anime nere” di Francesco Munzi….Come vedete abbiamo di che banchettare 🙂 …Speriamo che le pellicole arrivino presto in sala… Conto sul Mastro 🙂 anche se per questa settimana mi tocca cedere allo Smelly per questo filmetto di cui mi si dice gran bene circa l’interpretazione di un certo Christian Bale, che è sempre un gran piacere ritrovare…

IL FUOCO DELLA VENDETTA
di Scott Cooper

Scott Cooper, per capirci, è quello che ha girato “Crazy Heart” tre anni fa, con il quale Jeff Lebowski Bridges vinse l’Oscar. Magari “Il fuoco della vendetta” non sarà il capolavoro dell’anno, ma va bene chiudere la pausa estiva con un thriller ― con un thriller con un cast così: Christian Bale, Casey Affleck, Zoe Soldana e William Dafoe ― e mi pare il meglio che questa fine di agosto abbia da offrire. Come dicevo, aspettiamo CON ANSIA i film presentati a Venezia.

Anche questa domenica vi chiedo di far tappa nel Movie Maelstrom. A proposito, lasciatemi ricordare ai Moviers di recente acquisizione che quello sarebbe uno spazio tutto vostro. Io lo okkupo solo per non lasciarlo sfitto e alla mercé dei pancabbestia 🙂
Se volete segnalare un film ― ma anche una canzone, un libro ― se volete lamentarvi, se volete strillare o ballare sul mondo, potete farlo tranquillamente lì dentro. Lì dentro vale tutto. È un Maelstrom ― la versione 2.0 dello Zibaldone leopardiano. È fatto per il ricircolo benefico di suggerimenti ed esperienze. Basta che mi mandiate due righe ― o un papiro, as you wish ― a [email protected]. Io poi copio&incollo. Se lo preferite, mantengo l’anonimato. Insomma, fatevi sentire, ok? 🙂 Dai dai dai 🙂

E ora ho finito.
Non credo di essermi contenuta troppo, purtroppo ― sorry Matteo il Mago! 🙁 Ma si sapeva, no? La tecnologia Tupperware ha bisogno di tempo per attecchire nel mio universo all-you-can-speak…
Ora da bravi, schifate il riassunto, crogiolatevi nel Maelstrom, e beccatevi questi saluti, stasera, avversativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board
MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Qualche notte fa mi è capitato di vedere finalmente “Drive” di Nicolas Winding Refn, vincitore della Palma D’oro a Cannes nel 2011 (miglior regia): a Trentoville aveva fatto una tappa lampo, e mannaggia-allo-Smelly, l’avevo perso.
Il film, indiscutibilmente tra i best-of degli ultimi anni, accontenta tutti: i patiti di thriller e regolamenti di conti; i fan della velocità e dello stunting; i teneroni che s’inteneriranno davanti a una storia d’amore in boccio. “Drive” farà letteralmente uscire di testa le slave to the Ryan, Ryan Gosling, anche detto Ryan Oh-my-Gos(h)ling… Mai così bravo (e lo è sempre), mai così bello (e God, lo è sempre)…
In più non ricordavo che la mia canzone teen preferita in assoluto, che già vi mandai qualche tempo fa, fosse la colonna sonora del film! https://www.youtube.com/watch?v=boFhHOjljs0
Prendete questa canzone ― dal potente effetto lisergico ― e aggiungetevi del Ryan Gosling ― dal potente effetto taumaturgico.
Si può volere di più da un film??

IL FUOCO DELLA VENDETTA: Russell Baze non fa una vita facile. Di giorno, operaio senza nessuna prospettiva di futuro nell’acciaieria locale, di notte si prende cura del padre malato terminale. Suo fratello Rodney, reduce da una missione in Iraq, resta coinvolto nel giro di un’organizzazione criminale che organizza incontri di lotta clandestini e scompare misteriosamente. Di fronte all’incapacità della polizia di fornire delle risposte credibili, Russell, che non ha niente da perdere, decide di mettersi personalmente alla ricerca di Rodney, rischiando la sua vita pur di scoprire che fine abbia fatto il fratello.

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LET’S MOVIE 211 – propone CORPO D’AMORE e commenta ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO

LET’S MOVIE 211 – propone CORPO D’AMORE e commenta ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO

CORPO D’AMORE
di Paolo Carpi
Italia, 1973, 105’
Martedì 26/Tuesday 26
Ore 21:00/9:00 pm
Bar Loco’s
Via Valbusa Grande 7, Rovereto
Ingresso gratuito/Free Entry
Servizio car-pooling, [email protected] 😉

 

Machine Moviers!

Giovedì prima dell’August break, prima di capire che il Salento — o’ sole o’ mare o’ ientu Salento — è  terra di turchesi e ocra, un po’ come la Grecia cicladica, un po’ come la Sardegna gallurica; prima di capire che la taranta si deve ballare a piedi nudi, sopra le pietre calde di una piazza, e chissenefrega del bonton podistico e delle verruche; prima di immaginare e poi riscontrare nella realtà che certi spettacoli italiani in forma di borgo esistono solo in Italia e se smettessimo d’intonare “Sono un italiano Nero” a ogni buona occasione, lasciando a Toto Cutugno quel che di Toto Cutugno, evitando di fare sceneggiate napuletane ogni servizio pubblico mancante e ogni iter burocratico infinito, e semplicemente tacessimo davanti a una grotta celeste di Santa Maria di Leuca, o a una Piazza del Popolo color crema di Preccine (LE), se godessimo della bellezza quale portatrice di conoscenza e verità (Keats, ti adoro) e riconoscessimo la fortuna scandalosa con cui il fato ci ha fatto capitare qui, se tutto ciò avvenisse, forse vivremo meglio, e non meglio per i servizi e la burocrazia — su questo rien à faire, mes chers ― ma meglio per noi; prima di scrivervi questi vaneggiamenti alquanto nazionalpopolari che vi faranno pensare “il Board è andato in ferie in Puglia ma ha aderito al filosofar populista-popolano di Ostia-Freggggene-Rimini-Riccione; prima di tutto questo e prim’ancora dei vaneggiamenti, ho avuto la conferma che voi Moviers, quando vi mettete d’impegno, siete meglio della RAF o della Wehrmacht (diciamo RAF va’, che fa meno Adolf) quanto a organizzazione e spirito d’iniziativa. S’è assistito a un lavoro di coordinamento acquisto-biglietti senza eguali nella storia indoeuropea, grazie a, nell’ordine di reggimento: il Fellow Candy-Andy-The (sul fronte di sfondamento), il Fellow Felix (dall’ala nord-orientale), il WG Mat e i Movier Onassis Jr (dall’avamposto centrale) — il Palazzo, sappiatelo, non vende più di quattro biglietti a testa, razza di P2 che non è altro. Dal distaccamento settentrionale, scendono in valle la Movier Cristina Casaclima e il Movier Dateacesarequelchedì, mantenendo valorosamente la promessa di esserci per questo Lez Muvi. Con sé, portano rinforzi: le neo Moviers Paola (cine-battezzata The Pathologic, vista la grave forma di cinefilia di cui è  affetta e che la rende paziente ideale del nostro General Hospital specializzato in cine-vrosi) ed Elisa (cine-battezzata Lady Blue, per un motivo puramente venereo: emergeva dalle acque cobalto di quella sua maglia marina che non poteva non ricordarmi Botticelli :-)). Dall’Area Trentoville Centrale inoltre, la Lady Brown (accostata alla Lady Blue, facevano un pendant da Maison Ferragamo), la Fellow Vanilla e la Fellow Chocolate (con due Cioccolatini, i nipoti :-)), che, accostate, facevano un pendant da Maison Ferrero. 🙂 Fate un po’ i conti voi sul numero complessivo di moving marmaglia che eravamo — ve li faccio io: 12! Eravamo quella sporca dozzina di Moviers! 🙂 :-)Obbiettivo ultimo della missione: sconfiggere Palazzo Thun (la nuova P2, come s’è detto) e il fare massonico con cui vende biglietti ― che a noi NON va affatto giù ― e vedere per la seconda volta “Zoran, il mio nipote scemo”.

Dato che si tratta della seconda volta e che il pippone è già stato scritto, inutile che ne scrivi un altro VERO, Board?!, premete voi, giustamente intimidatori. Vero, concordo io, giustamente intimidita. Non posso che riconfermare l’entusiasmo per un film che è una commedia pur non essendolo affatto ― e su questo tutti noi lezmuviani si concordava.
Pertanto riprendo e di seguito ritocco (ritocco assai, in effetti) quanto scritto dopo la prima visione in ottobre, conscia che la percentuale di Moviers che avrà letto tutto il pippone TUTTO a ottobre è sotto la soglia del 3% (dato ISTAT).

Dietro a “Zoran” c’è la voglia di descrivere la provincia friulana ―che vi assicuro, è molto molto MOLTO vicina a quella trentina― unita alla voglia di osservare e dire “gli ultimi”, come li ha definiti lo stesso regista. Siamo ragionevolmente stufi di sentire storie di winners, nel cinema e alla televisione e in rete, che ci arrivano, per la maggiore, dagli USA, Land of Plenty. Abbiamo vissuto un ventennio che ha esasperato il modello del self-made (he)man, ignorando compleatamente il loser, come se il loser dovesse essere relegato nella zona buia del non-detto. Per questo personaggi come il Grande Lebowski o Fantozzi o le armate brancaleonine sono fari nella notte che ci piace tanto trovare in corso di navigazione…
Paolo, il protagonista di “Zoran” (e anche Zoran, che è suo nipote ―ma tutt’altro che scemo) è un personaggio ingombrante, e il fisico di Battiston, pur aiutando, c’entra davvero in minima parte con l’ingombro a cui mi riferisco. Paolo è ingombrante perché è egoista, sboccato, rozzo, tagliente nell’ironia con cui ferisce le sensibilità altrui ― è l’incarnazione di quella provincia piccola che tutti conosciamo e a tratti subiamo. Ma io non vedo solo quello in lui: Paolo porta con sé il germe di una generazione, la nostra, ovvero l’individualismo, che nel momento in cui incontra la provincia si fa misantropia, ego-centrismo. E sebbene il film sia molto spesso esilarante, Paolo incluso (“senti che bello quando fai silenzio”, dice al povero malcapitato nipote :-)), il regista è stato molto abile a far sbocciare in noi sentimenti ambivalenti nei suoi confronti. Ridiamo delle sue bravate da bullo di periferia, e ridiamo della sua ironia, ma al contempo vediamo i danni che provoca agli altri e a se stesso, sentiamo il male che infligge affondando cattiverie nella buona fede dei suoi interlocutori. Sono convinta che tutti, nel nostro immaginario e nel nostro vissuto, abbiamo un Paolo di riferimento. Averlo visto, averlo tirato fuori da lì, da immaginario e vissuto, e avercelo proposto come personaggio tipo ―si dice universalizzare un personaggio, Board, vatti a imparare i fondamentali― è un grande risultato per un’opera prima.

Ospitato dal Sommo Mastro illo tempore, il regista, Matteo Oleotto, aveva confessato di amare la provincia, di trovarla un contesto vitale in cui tutto viene vissuto molto intensamente. E di aver acquistato, negli anni di studio trascorsi a Roma, la lucidità necessaria per osservarla da distante. Obbiettivo raggiunto, direi. Il film cogliendo i tic della periferia, oscurando per una volta il centro (nessuna città viene citata, nemmeno en passant) e facendo molto ridere, porta anche lo spettatore a dedurre il negativo dal positivo ―la grettezza dall’attaccamento alle tradizioni (leggi anche, manie), l’alcolismo patologico dalle allegre bicchierate all’osteria. Questo sistema d’inferenza, di guardare la luce e trovarci dietro l’ombra, mi fa capire che in Oleotto c’è un regista che potrebbe arrivare a dire tanto in futuro. Lo capisco anche da piccoli dettagli. Come la prima scena: un ubriaco seduto all’osteria ― il bevitore dipinto da Teomondo Scrofalo** kind-of ― che farfuglia da solo un monologo nonsense, ed è comico-no-di-più, ma c’è anche un qualcosa di sacro e dissacrante nel buio che a un certo punto lo avvolge e viene trafitto da un raggio di luce che investe lui, illuminando la bottiglia di vino. Quel fascio luminoso traghetta la scena nella scena successiva, tramutandosi in un faro di macchina su una strada notturna. Ecco, questa finezza mi ricorda quelle di un altro giovane regista, Marco Righi, quello dei “Giorni della Vendemmia”, che aveva nobilitato la sua opera prima con tocchi di classe simili.

Una considerazione sul fatto che nelle realtà piccole tutto è esasperato, vissuto visceralmente. È vero. Tutto è come immobile, in provincia, tutto sempre uguale a se stesso ― certi paesi sembrano fermi al 1954, che potrebbe essere il 1976 o il 1913 ― e quando il nuovo (una persona, una vicenda, un fatto) lo penetra, la reazione della collettività risponde con veemenza, trasporto. “Zoran, il mio nipote scemo” ha reso bene l’ingresso dell’elemento nuovo nella routine osteria-lavoro-casa di Paolo. Zoran, il nipote scemo-che-scemo-non-è cambierà Paolo, ma non nella sua essenza ― Paolo rimarrà fondamentalmente il Paolo che è. Ma nella sua relazione con l’altro, sì, lo cambia. Da individualista non diverrà collaborazionista, ma possibilista, quello sì.

La Fellow Vanilla portava giustamente l’attenzione sul carattere profondamente tragico del personaggio. E ha ragione. Paolo è rimasto incastrato fra le gambe della provincia che l’ha partorito. Non è stato in grado di prendere e andarsene ― per quanto lo sognasse ― è rimasto tutta la vita lì, a pendolare fra il bianco e il rosso di un’osteria, più amareggiato, nel profondo, per non aver osato spiccare il volo che per la provincia in sé “dove non succede mai nulla”.
Alla fine, anzi, oltre la fine, Zoran (che sta al Friuli come Napoleon Dynamite all’Idaho, check “Napoleon Dynamite” out :-)) corre dietro a un coniglio per catturarlo: Paolo si era inventato una balla colossale per intenerire il responsabile dei servizi sociali e ottenere l’affidamento del nipote, un fuoriclasse delle freccette, e poterlo così sfruttare. Paolo che consiglia Zoran vai-di-qua-vai-di-là per acciuffare il rabbit, che lo prende bonariamente in giro, e Zoran che goffo corre di qua e di là, fanno venire in mente una famiglia. Unconventional e strampalata, ma famiglia. E questo ricorda allo spettatore che non servono due individui di sesso opposto e atti alla procreazione per fare una famiglia. Non siamo contenitori di geni ― sorry Mendel― siamo esseri sparsi in cerca di bacelli da condividere, casomai :-)… Zoran e Paolo, in qualche modo, si sono trovati.

E chiudo con “Zoran”, riportandovi un versetto tratto dalla bibbia di Paolo, che consiglio tutti i Moviers di citare in ogni parte della giornata, non solo quando vi dedicate a novene e vespri (?). “Se sei mona e credi in Dio, credi al Dio dei mona”.
Amen.
🙂

E ora Fellows, ringraziamo i Magicians, Matteo&Marco, per l’ennesimo salvataggio di Lez Muvi da questo mare di nulla cinematografico grazie alla rassegna che hanno organizzato sul “Tempo sospeso dell’estate”, di cui arriviamo a vedere la pellicola conclusiva.

CORPO D’AMORE
di Paolo Carpi

Dire che non conosco Paolo Carpi e il film ― nonostante sia del ’73… il film, non iO! ― non mi fa passare per un gran Board, I know. Ma forte del gran film che avevano proposto il mese scorso, “Tabu”, io mi fido del gusto dei nostri due maghi, e lo ammetto, non sono affatto un gran Board! Sono, invece, una fattucchiera free-lance: lancio quindi un incantesimo domenicale e costringo la vostra attenzione sul Movie Maelstrom di questa settimana, cui tengo in modo particolare 🙂

E oggi chiudo sul fatto che mi siete mancati, Fellows, in quest’estate non-estate. L’appuntamento con voi, tanti, pochi, diversi ogni volta, rilassati, stressati, sbuffanti, assonnati, indispettiti, affamati, è un pVivilegio a cui  non potVei più VinunciaVe, caVissimi… 😉
Ma basta sviolinate, vi si vizia qui! 🙂 Movie Maelstrom, riassunto, ringraziamenti e saluti, meccanicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

A me gli occhi…
Sono certa che avete sentito di Robin Williams. Non so voi, ma io, sono rimasta scombussolata tutto il giorno, il giorno in cui l’ho saputo. E non tanto per il suicidio — la depressione era cosa ben nota — quanto per la perdita in sé. Quelli nati come me alla fine degli anni ’70 sono cresciuti con i suoi film, con Mork e Mindy.  Ho incontrato Walt Whitman per la prima volta non a un corso universitario di letteratura nordamericana, ma dal Professor Keating che ti diceva “guarda le cose da un’altra prospettiva”. Credo di aver visto quattro o cinque volte “Mrs Doubtfire” intorno ai 15 anni — una favola, pensare a un padre che si traveste meglio di Tootsie per poter stare accanto ai figli. Ho spalancato la bocca davanti a “Jumanji”, sognando d’incappare in un gioco del genere, prima o poi. Il suo “Goooood morning, Vietnam!” rivive tutte le volte che penso a un augurio di buongiorno con tante ooooo d’entusiasmo nel good. Il personaggio di “One Hour Photo” mi mette i brividi ogni volta che lo penso e lo psicologo che aiuta Will Hunting nella sua ribelle genialità mi ha confermato che Robin avrebbe dovuto dedicarsi di più a film impegnati e ruoli drammatici.
La perdita, già… Come quella di uno che ti aiuta a crescere, che fa qualcosa per te, pur non conoscendoti.
Il cinema è anche questo. Una scuola a distanza, i sogni al posto dei compiti.
Nanonano.

CORPO D’AMORE: Padre e figlio in vacanza sul Tirreno. Trovano il corpo esanime di una bella ragazza misteriosa che si esprime in una lingua indecifrabile. Nella cura protettiva di questo “corpo d’amore” trovano finalmente un’intesa tanto da procurare la morte a un intruso che con lei sa comunicare…

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LET’S MOVIE 210 – propone ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO e commenta ANARCHIA, LA NOTTE DEL GIUDIZIO

LET’S MOVIE 210 – propone ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO e commenta ANARCHIA, LA NOTTE DEL GIUDIZIO

ZORAN – IL MIO NIPOTE SCEMO
di Matteo Oleotto

Italia, 2013, 103’
Giovedì 7/Thursday 7
Ore 21:30/9:30 pm
Apertura botteghino: ore 20.30 (mi raccomando)

Cortile Interno di Palazzo Thun
Via Belenzani Qualcosa
Ingresso/Entry Euro 5

Fregati Fellows!

Questa volta ci abbiamo rimesso le penne, noi poveri passeri lezmuviani… 🙁 Vittime della serata di beltempo (!), vittime della voglia di outdoor della gente, vittime di una proposta cinematografica comica dopo un inverno di Filomene e Alabama Monroe (ih ih ih). Vittime, soprattutto, dell’intransigenza di Palazzo Thun.
Già, perché dovete sapere, che una volta esauriti i biglietti, Herr Thun non permette l’ingresso agli sprovvisti di biglietto, nemmeno nel caso essi siano dei ganzissimi Moviers, tipo la Fellow Vanilla, il Fellow D-Bridge, e pure la Movier Cristina Casaclima e il Movier Dateacesarequelchedi, giunti a Trentoville apposta per vedere il film di Sybillia.
Ora, noi non si questiona sull’ingresso vietato. Ci sono delle norme di sicurezza da rispettare, ne siamo consapevoli: metti caso che scoppi un incendio nel bel mezzo del cortile del palazzo, oppure che atterri una navicella da Ork (con o senza Mork), oppure che esploda una ormai classica bomba H2O aprendo una voragine in Via Belenzani ― e non farebbe nemmeno più notizia (si accettano voragini solo al di sopra dei 12 metri, prego). Insomma potrebbero verificarsi tutta una serie di eventi da “The Day After Tomorrow”, e certo Palazzo Thun, nella persona di Herr Thun, deve mettere i suoi spettatori nella posizione di fuggire ― mettendo se stesso al riparo da grane legali.
Noi non si questiona quindi sulla sicurezza, peraltro non addotta come motivazione del “NO, voi non entrate”, ma sulla rigidità: la vera ragione per cui “NO, noi non entriamo” è legata al fatto che il programma che stampa i biglietti non prevede di emetterne altri oltre i 400 previsti. E se vuoi pagarmi, entrare e sederti per terra, o rimanere in piedi, o guardare il film nella posizione del loto o di Toro Seduto ― che poi qualcuno mi spiegherà la differenza ― no, Movier, non lo puoi fare.
Insieme agli altri Fellows, delusi dalla strada sbarrata, si brontolava… Se fossimo stati in un altro posto, se fossimo stati in una città più elastica, ci avrebbero fatto pagare ed entrare. Ma siamo a Trentoville, e a Trentoville si fa SOLO ciò che è previsto dalla legge ― l’esortazione a curarsi di presunto lesbismo se sei un’insegnate che ne è presuntamente affetta e che insegna in una catto-scuola altrimenti quella è la porta, non è previsto dalla legge, eppure si verifica lo stesso… Misteri della legalità trentina…
Come vedete, l’amaro in bocca non è svanito in questi tre giorni…
Ma abbiamo comunque trovato del dolce con cui consolarci. 😉 La mia combriccola di lezmuviani, approfittando della soirée estiva, ha vagabondato per le vie del centro. 🙂 Io, in quello stato di ce-n’est-pas-possible e dissenso che mi porta a tramare rivoluzioni di cui solo l’Anarcozumi capirebbe la portata, ho acconsentito al “Piano B”, proposto dal WG Mat: la visione di “Anarchia – la notte del giudizio” ― non che ci fosse molto altro da poter vedere eh.
Dato che la voglia di cine era tanta, siamo convertiti verso lo Smelly, incontrando, on the way, un bar clandestino che suonava della salsa clandestina, con della gente che ballava clandestinamente per strada e di cui non si sa più nulla, giacché suonare della salsa e soprattutto ballarla per strada, nuestra senora de Guadalupe, no es posible, non è previsto in alcun modo dalla legge di Trentoville, e quindi i musicisti e i ballerini sono stati fatti sparire dalla troupa d’elite dei vigili comunali. 🙂
Sapevo a cosa sarei andata incontro con “Anarchia”, quindi niente piagnistei. Ma sappiate che faccio mio il noto commento di Fantozzi Rag. Ugo in merito alla corazzata Kotionkin…
Ve la faccio breve…Los Angeles, 2022. I Nuovi Padri Fondatori hanno ripulito la società dalla spazzatura umana, ridotto la disoccupazione e tutti vivono felici, repressi e contenti. Per alleviare un po’ il “repressi”, il management governativo stabilisce di dedicare dodici ore all’anno alla pratica dello Sfogo: chi vuole può compiere crimini di qualsiasi natura come più lo aggrada ― omicidi, torture, rapine, violenze dalla A alla Zeta, delinquino siori delinquino. Insomma, vale tutto e tutto resterà impunito.
Ecco quindi i soliti cattivoni, quelli che devono sfogare una cifra, che se ne vanno in giro a massacrare il prossimo ― il caro vecchio Alex Drugo sarebbe fiero di loro. E poi c’è il gruppetto dei soliti buoni/innocenti, capeggiati dal supereore della situazione: un Max Payne dai modi burberi, ma sottosotto una pasta d’uomo che aiuta questi quattro poracci la cui unica sfiga è stata quella di trovarsi downtown Los Angeles dopo il coprifuoco ― e questo NON si deve fare MAI MAI nemmeno, anzi soprattutto, nella Los Angeles vera, fidatevi sulla parola…
Sparatorie, mitragliate, inseguimenti, ci-prendono ci-prendono fuggiamo-fuggiamo. E una ricerca spasmodica del colpo di scena da cui, ahinoi, non verremo mai colpiti.
Il WG Mat mi parla di film di genere e John Carpenter ― quello delle fughe da New York, Los Angeles e qualsiasi altra città nordamericana vi venga in mente. Io penso, peccato che questo regista abbia sprecato un’idea così gustosa e che coglie un aspetto  cruciale dell’americanità ― la compulsione al controllo e la conseguente necessità di esternare tutto il represso possibile. Gli americani hanno inventato la pentola a pressione non per cuocere le patate in 10 minuti, ma per avere in casa un’iconografia plastica ― in acciaio inox 🙂 ― del loro modus vivendi. Incamero incamero incamero ma poi a un certo punto devo sfogare, altrimenti scoppio…
Quindi sono i possibili risvolti sociologici che il film schiude a rendere il film di un qualche interesse ― siamo nella categoria “film il cui valore sta nell’idea in potenza più che nella sostanza”. Insomma, a interessarti, è il trip che cominci a farti in testa partendo dal film, ma NON è il film.
Gli Stati Uniti sono ancora il paese dei Padri Pellegrini ― “Padri Fondatori” sono chiamati nel film, i capi supremi dello Stato, e non è un caso ― il paese di puritanesimo, derive Amish e mormoniche varie. Territorio dell’ordine e della regola ― cavolo, come Trentoville! Ma sono anche un paese tremendamente aggressivo, a tratti persino animalesco ― pensate all’ab-uso delle armi, alla giustizia ancora regolata, in molti stati, dalla pena di morte. Una società control-freak, che soffoca attraverso un sistema di regolamentazione così spinto, deve necessariamente pensare a delle valvole di sfogo (Sfogo, appunto) per non implodere. Allora ci sono i circenses ―Super Bowl ed eventi similari, Las Vegas, Disneyland, il giorno del Ringraziamento, Halloween, Tijuana, Oprah Winfrey e il David Letterman Show…
Ma pensateci, cosa succederebbe se, per qualche ora, “tutto fosse concesso”? Come si comporterebbero gli americani, e, in generale, gli esseri umani?
Il film avrebbe potuto lasciar perdere i detagli strappalacrime dei singoli personaggi (un gruppetto di scontati, a tratti patetici) e concentrarsi sulla rappresentazione della società perfettamente epurata, funzionante, svizzera, che precede le 12 ore di bengodi criminoso. Il film avrebbe preso tutt’altra piega.
Ma purtroppo il regista, Joe De Monaco, ha preferito rifugiarsi nelle tramette dei buoni: il nostro Max Payne, lo scopriamo padre il cui figlioletto è stato ucciso da un ubriaco, che alla fine egli stesso grazia ― summa dell’originalità, come vedete ― ma non si cura di sbirciare dietro le maschere scheletrose dei cattivoni… E in fondo, pensandoci bene, la grazia giansenista è quello che gli americani invocano: il perdono indiscriminato del peccato che piove dal cielo come una manna benefica… il lavaggio a gettone delle coscienze.
Siamo certi che “Anarchia” non sarebbe piaciuto nemmeno all’Anarcozumi ― pur essendo politicamente vicina al film. 🙂 E non è piaciuto AFFATTO a un neo-Fellow, Alfiero, cine-battezzato Movier Scaccomatto ― per ovvie ragioni kasparoviane ― che ci aveva messo in guardia, ma che noi, sciagurate, non ascoltammo… 🙁

E il Lez Muvi di questa settimana è eccezionalmente un Lez Muvi Bis: riproponiamo un dejà-vu… Vogliamo sfidare Herr Thun, combattare il cine-deserto all around, ma soprattutto ri-ridere di e con…

ZORAN – IL MIO NIPOTE SCEMO
di Matteo Oleotto

Onde evitare il ripetersi di quanto sopra, e risparmiarci la bitterness di cui sopra, i Fellows che hanno intenzione di rivedere questo SPASSO di film, sono gentilmente pregati di recarsi al botteghino di Palazzo Thun dalle ore 20:30 alle ore 20:32 in modo da accaparrarsi un biglietto, evitare altri dissapori con Herr Thun, e mantenere così la pace nella ridente cittadina di Trentoville…

Ed eccomi in fondo al resoconto del Lez Muvi modificato in corso d’opera…Che è stato comunque fun, alla fine 🙂
Prima di salutarvi, avverto che ferragosto si abbatterà su di noi come una piaga biblica ― guardate che succede a vedere gli action movies, parlo come un’avventista! ― e riapriremo i battenti dopo l’August break. Reputatevi pure in libera uscita 🙂
E ora riassunto bis, Movie Maelstrom super concentrato, bunches of thanks e saluti, truffautldinamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Finalmente m’è capitato di vedere “Soul Kitchen”, di Faith Akin ― mi aspettava da anni.
Lo consiglio a chi ama i personaggi scombinati, bislacchi, un filo lebowskiani nel loro approccio incasinato alla vita… Zinos, il proprietario del ristorante Soul Kitchen di Amburgo, lo ami subito… Lui e la sua comicissima ernia del disco…E la musica da urlo che propone nel suo locale, e che diventa la colonna sonora del film… Non perdetelo… 😉

ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO: Dove il Friuli sfuma nella Slovenia, e la Slovenia nel Friuli, vive un certo Paolo Bressan. O meglio: più che vivere, trascorre le sue giornate in osteria. È un quarantenne alla deriva, cinico e misantropo, professionista del gomito alzato ma anche della menzogna compulsiva. Lavora di malavoglia in una mensa per anziani e insegue, senza successo, l’idea di riconquistare l’ex moglie Stefania. La situazione cambia radicalmente con l’entrata in scena di Zoran, un quindicenne occhialuto lasciatogli “in eredità” da una lontana parente slovena. Paolo scopre di essere zio e la cosa lo disgusta, anche perché il ragazzino, oltre a parlare un italiano buffamente forbito, presenta chiari sintomi di disagio psicologico. Solo quando il truce Bressan si accorge che Zoran possiede un talento nascosto, quasi magico, la situazione cambia di nuovo. Ma prima che ciò avvenga, il rapporto tra zio e nipote disegna una mappa bellica dove il cinismo si oppone alla dolcezza, il freddo calcolo alla buonafede, la truculenza all’eleganza. In un appassionante gioco delle parti che alterna i colori (ora sorridenti, ora grotteschi) della commedia a quelli, più tenui, della poesia e dell’intimismo.

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