Posts made in ottobre, 2014

LET’S MOVIE 218 – propone BOYHOOD e commenta IL GIOVANE FAVOLOSO

LET’S MOVIE 218 – propone BOYHOOD e commenta IL GIOVANE FAVOLOSO

BOYHOOD
di Richard Linklater
USA 2014, ‘163
Martedì 28/Tuesday 28
20:00 / 8:00 pm
Astra / Dal Mastro

Maturandi Moviers,

È stato il Monaldo Monday a ospitare “Il giovane favoloso”: non sono riuscita ad attendere un giorno in più per proporlo. Non so cosa m’abbia preso con questo film. Ho fatto la testa così al mondo intero. L’aspettavo “impazientissimamente, mangiata dalla malinconia, zeppa di desiderii”, come avrebbe detto il nostro eroe 🙂
Impazientissimamente. Ritrovare i superlativi leopardiani ― superlativizzava pure gli avverbi, poi ditemi se non era grandissimamente fico quest’uomo ― mi ha riportato dritto dritto sul banco di quinta liceo, con lo studio matto e disperatissimo, con il tema di maturità su di lui, un confronto tra “Le rimembranze” e Montale ―le cose che non si riescono a fare quando hai 18 anni…
Come vedete sono già dentro il Lez Muvi di lunedì: devo confessarvi che è cominciato con “una orrenda e barbara malinconia”…Nessun Movier all’orizzonte! 🙁 Solo una sala presa d’assalto da studenti, liceali e universitari, com’ebbe a confermar lo Mastro. Il mio livello di depression ha superato quello del nostro poeta ― detentore, ricordiamolo, del titolo Mister Melancholia di tutti i tempi. Tanto fòco nell’animo mio, e nessuno in quello delli Movier nostri, ah quanta piaga mi s’aprì in mezzo al petto ―okay, ora la smetto di parlar vintage eh. Avevo già in testa l’incipit, “Figgggghi miei Fellows Moviers” avrei attaccato, con una sceneggiata napoletana. Invece no, niente tragos, solo poco logos ―del Board, of course, che arrivò, al solito, troppo tardi, e i ligissimi Fellows avevano già preso posto in sala. Con “ligissimi Fellows”, intendossi li favolosi Movier Magno Carlo e Movier Chocolate ―il Guest Stefano con lei. Solo la fine del film e l’uscita sala permisero la carrambata dell’abbraccio lezmuviano. 🙂
Avrei potuto farmi bastare la presenza della Honorary Member Mic, che aveva visto il film la sera prima a Vicenza ― considerato il fuso di 24 ore con Trentoville, eravamo praticamente in sync ― o quella del Fellow President, che lo vide presidenzialmente appena uscito.
Però quando vedinero, vedinero, lo dice anche Zucchero, e al momento della proiezione io vedevoproprionero, pieno mood leopardiano! 🙁 Quindi capirete, quando l’ho sentito recitare: “Io sono infelicissimo: tutti i giornali di questo mondo non mi convinceranno del contrario”, avrei innalzato un grido di giubilo ― non fosse stato platealmente paradossale… 🙂

Ora devo stare attenta con voi, Fellows. La mia tentazione sarebbe quella di starmene qui, mollemente adagiata in riva al rivo ―non c’è verso di cavarmi questo vintage di bocca, portate pazientissima― e disquisire su quanto straordinariamente lucido Leopardi fosse nelle sue lettere, quanto il Leopardi filosofo ci intrighi quasi più del Leopardi poeta, perché è lì, nel suo pensiero filosofico che la sua ribellione, la sua smania di libertà, trovano terreno fertile per prosperare. Ma devo scattare in piedi e schivare le lusinghe del rivo e delle inclinazioni letterarie e concentrarmi sul film, che qui siamo a Let’s Movie, mica a un corso monografico sul ruolo di Madame de Stael nel Romanticismo italiano (Madame de Stael??).

Come ho avuto modo di dire a chi me l’ha chiesto, il film è un buon film, per certi versi addirittura buonissimo.
Diciamo subito che girare su un personaggio del genere, richiede un coraggio e una dose d’incoscienza jackhassiana che vanno premiati in sé, a prescindere da tutto.
Ho pensato a una serie di aggettivi per descrivere il recitato di Elio Germano, ma nessuno gli renderebbe giustizia: si porta sulle spalle ―intendo fisicamente― il peso della “malinconia” e delle mille magagne fisiche del povero Giacomo. Germano raggiunge un livello d’immedesimazione tale da trasmettere la sofferenza del corpo e dell’anima, un calvario che deve essergli costato molto caro in termini corporei e psichici. Giacomo ingobbito, malfermo sui piedi, tutto il fardello della sua tristezza poggiato su un bastone, non si scordano.
Un altro grande merito del film è proprio quello di mettere in luce il pensiero leopardiano oltre alla “Silvia rimembri ancor…”, che appare soltanto per morire dopo due pose ―ettepareva. Lo scambio epistolare che Giacomo intrattiene con Pietro Giordano è forse la parte che ho apprezzato maggiormente, quella più ricca di spunti. Così come i pensieri tratti dallo Zibaldone ―che poi è l’equivalente del Movie Maelstrom :-).
“Il vero consiste nel dubbio. Chi dubita sa, e sa che si possa”, sono perle che ci descrivono un’epoca, oltreché un pensatore. Leopardi si ritrovò a vivere le premesse del Positivismo che si credeva di avere ogni risposta bell’e pronta per tutto e tutti, vista la fiducia nella scienza e nel Darwin-pensiero, e che avrebbe invaso con la sua filosofia di vita ieh-ieh-everything-is-possible la seconda metà dell”800. E poi ho scoperto che è stato proprio lui, Giacomo, ad anticipare il Califfo nazionale ― oltre che a cogliere lo spirito di Trentoville ― quando, riferendosi a Recanati, scrisse a Pietro: “Qui il divertimento è lo studio. Tutto il resto è noia”.

Tuttavia il film è un po’ troppo lungo, e in alcuni momenti ripete se stesso, come se Martone non avesse voluto ―potuto?― rinunciare a nulla, e avesse finito per ridondare. Ma lo capisco: immaginate cosa dev’essere stato per lui decidere cosa tenere e cosa lasciar fuori…. Alla fine ha tenuto un po’ tutto, con le conseguenze del caso. Per esempio ha deciso di scindere il film in due momenti bipartiti (bipartiti?): il primo, ambientato a Recanati che poi sfocia in Firenze, e quello ambientato a Napoli, che poi sfocia a Santa Annunziata, alle pendici del Vesuvio. Questa seconda parte perde molto mordente, è stanca. E si vede, si sente.
Nella prima parte siamo anche conquistati dal setting. Sapevo che le scene erano state girate nella casa natale di Giacomo. Sapevo che il letto in cui Germano-Leopardi dorme, è il letto in cui Leopardi-Leopardi ha dormito. Così come la biblioteca è LA biblioteca di casa Leopardi ―quella che Leopardi père, il Marrano, ehm, il Monaldo, teneva sotto chiave. Nella finzione tutto risulta molto vero, e questa contraddizione permette allo spettatore di ritrovare dei luoghi che aveva perlustrato con il naso piantato sull’antologia del liceo, e la sensazione è di familiarità, di deja-vu.

E poi ci sono alcuni momenti in cui “Il giovane favoloso” osa, diventa visionario, e per me davvero favoloso 🙂 Come per esempio la scena, bellissima, in cui Leopardi, i piedi sprofondati nel suo pessimismo più cosmico, si scaglia contro la Natura matrigna, entità assolutamente indifferente all’uomo. Martone modella una Madrenatura di argilla, che si sgretola e subito si ricompone, e che fissa il giovane Leopardi con sguardo vitreo, freddissimo ―l’ambientazione quasi lunare, da paesaggio metafisico tiesseliottiano mi ha ricordato la scena finale del “Faust” di Sokurov (vedete voi come sto messa…). Oppure la scena del litigio con il padre, in cui Giacomo si sdoppia: le sue lacrime da una parte, la sua rabbia dall’altra, una sorta di reazione scissa tra il come-reagirei e il come-ragisco. Anche alcune musiche in inglese attuali, a tratti sinistre, creano un effetto straniante che ho molto apprezzato.
Ecco, io avrei preferito che la sceneggiatura battesse maggiormente quella strada ―quella della visionarietà. Leopardi, se ci pensiamo, è egli stesso il primo dei visionari, e non solo in quanto poeta: uno dei primi (di sicuro in Italia) che aveva il coraggio di scagliarsi contro la pavidità, contro chi nascondeva la testa nel borgo natio e non ascoltava quello che succedeva fuori. “Odio questa vile prudenza”, ringhia contro il suo tempo. Il primo che rivendicava il diritto all’infelicità ―pensate che guerra avrebbe mosso agli Stati Uniti, il nostro prode Giacomo, con la loro bella Costituzione shiny happy people― e non perché il suo fisico lo costringeva a soffrire le pene dell’inferno, ma perché la sofferenza, come la concepiva lui, era qualcosa di radicato nell’animo umano, qualcosa di esistenziale, che filosofi come Schopenhauer avrebbero teorizzato di lì a breve. Splendida la scena nel caffé napoletano in cui si scaglia contro una coppia di tronfi borghesucci positivisti: “Il mio piccolo cervello non concepisce masse felici di individui infelici”…
Se Martone avesse osato un po’ di più, avrebbe assicurato un plusvalore cinematografico all’opera (profondamente letteraria), e si sarebbe risparmiato il didattismo, in cui il film di tanto in tanto scivola, inevitabilmente.
Chiudere il film sulla “Ginestra” per esempio, mi è parsa una scelta un po’ scontata. Non dico non si dovesse includere, ma forse restituire in maniera meno da fiction targata Rai 1…
Eppure ribadisco, l’opera è di grande merito, e riporta l’interesse su un autore che è talmente parte della nostra cultura che spesso lo diamo per scontato. Dopo le sale strapiene ―”pienone ogni spettacolo” gongola il Mastro ― spero che l’entusiasmo si traduca anche in Zibaldoni venduti 😉

E chiudo adagiandomi giusto  un secondino in riva al rivo, se permettete. 🙂 Leopardi fu grande anche perché in vita si credeva piccolo. Oggi siamo pieni di piccoli che si credono grandi, oppure di grandi che si credono più grandi di quello che sono. Quale gioia, per me trovare il suo low-profile, sentirlo sussurrare, di se stesso, “Il mio fisico non riesce nemmeno a sviluppare una malattia forte che lo ammazzi”… Ti vien voglia di alzarti e abbracciarlo…. O di conoscerlo meglio, no? 😉

E questa settimana filiamo di corsa da

BOYHOOD
di Richard Linklater

Vincitore dell’Orso d’Argento per la Regia, il film è davvero unico nel suo genere: la lavorazione è durata 12 anni, dal 2002 al 2013, per raccontare la crescita del ragazzino protagonista. I suoi163 minuti, pertanto, valgono tutti e 163.
Anche qui, impazientissimamente… 🙂

Questa settimana il Movie Maelstrom è occupato dal WG Mat, che non sentite nominare da qualche tempo. Da qualche tempo il WG combatte contro un malefico malleolo travestito di gesso e grucce che ha bloccato la di lui mobilità con un incantesimo molto poco simpatico… I nostri laboratori stanno studiando un antidoto per liberarlo dal sortilegio, ma ci vorranno circa 3 settimane perché sia ultimato. Siamo certi, tuttavia, che funzionerà 🙂
Nel frattempo il WG naviga i flutti del www, ragiona sulle serie tv e contribuisce ad ampliare la nostra conoscenza in materia. Riesce inoltre a claudicare al cine e a guardarsi film come “The Judge”. Non ignoratelo come invece farete con il riassunto, eh, mi raccomando!

E accettate i miei ringraziamenti e i miei saluti, stasera, antologicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

E ora la parola al WG Mat, direttamente dalla sede distaccata di Verona…

“Vorrei segnalare nel LM di questa settimana una serie TV, che per qualità di produzione contenuti è assolutamente al livello del grande cinema.
Ho finito da poco di vedere True Detective, una serie TV americana prodotta da Matthew McConaughey e scritta da Nick Pizzolatto, una sorte di erede spirituale di Twin Peaks tornato in voga dopo la news di Lynch che metterà mano al seguito!.
True Detective (di cui è stata prodotta solo la prima stagione di 8 episodi al momento) è per 2/3 un flashback su un passato di 17 anni prima: due detective vengono interrogati separatamente da altri detective per ricostruire le indagini su un delitto rituale nella profonda Louisiana.
Ciò che rende straordinario il racconto (la serie e il meta racconto dei protagonisti) non è tanto il delitto o le indagini in se.  è un racconto sull’orrore dell’uomo e per l’uomo, un male che decisamente non è banale, ma è costruito e codificato in noi, nel nostro processo evolutivo, razionale ma soprattutto quasi paradossalmente anche molto irrazionale – ed è la cosa che fa più terrore perché lo vediamo li, dipanarsi davanti ai protagonisti e in loro.
Tutto raccontato dal detective Cohle (Mc Conaghuey) che, come Virgilio, accompagna passo dopo passo i detective che lo interrogano (e noi), in un viaggio nell’inferno dell’inconscio e nel male.
Cito una parte di recensione che ho letto e c’azzecca: “trascina se stesso e i suoi interlocutori in un tunnel di disperazione in cui l’uomo viene schiacciato a terra e considerato per quello che è: un elemento evolutivo, un “pupazzo di carne”, la cui coscienza è un “errore”, la religione che si è dato, qualsiasi essa sia, poco più di un virus linguistico e l’universo nel quale ci muoviamo un banale elemento della conoscenza”

Per chi ne vuole un assaggio questo clip di 3 minuti rende bene https://www.youtube.com/watch?v=7akCehrJ2-w

“The Judge” è un feel-good movie, di quelli ricchi di valori che piacciono agli americani ma che in fin dei conti dici vabbeh ci fanno stare bene, della serie papà sei un stronzo* però non ti ho mai capito lo realizzo ora, figlio mi sei mancato, quanto siamo simili in realtà, ah ho scoperto le mie radici e così via”.

*Ho preferito non censurarlo perché così fa molto commento-verità 😉

BOYHOOD: Girato per brevi periodi tra il 2002 e il 2013, Boyhood è un’esperienza cinematografica innovativa che copre 12 anni di vita di una famiglia. Al centro della storia c’è Mason, che assieme alla sorella Samantha, vive un viaggio emozionale e trascendente attraverso gli anni, dall’infanzia all’età adulta.

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LET’S MOVIE 217 – propone IL GIOVANE FAVOLOSO e commenta CLASS ENEMY

LET’S MOVIE 217 – propone IL GIOVANE FAVOLOSO e commenta CLASS ENEMY

IL GIOVANE FAVOLOSO
di Mario Martone
Italia, 2014, ‘137
Lunedì 20/Monday 20
21:15 / 9:15 pm
Astra/Dal Mastro

 

Marketing Moviers,

Siccome un paio di Moviers mascalzonilatini martedì hanno sottolineato la mancanza di spiegazioni chiare fresche et dolci riguardo la Let’s Movie Card, impiego quest’incipit per purificare le acque. 🙂
Dunque voi vi presentate al Cinema Astra e io vedo, vi saluto, e dopo un po’ di chiacchiere urlate in simpatia come d’ordinanza, vi sgancio la Lez Muvi Card, che vi chiedo di conservare con cura tra la carta di credito e il bancomat ― priority to valuable first. 🙂
Con la LM Card avete diritto all’acquisto del biglietto scontato (Euri 6,50) o dell’abbonamento scontato, opzione, questa, che io incoraggio: 50 Euri per 10 ingressi ―la matematica la conoscete meglio voi di me, infatti avrei dovuto dire 50 Euri diviso 10 ingressi, ma Riemann perdonerà…. Insomma con questa seconda opzione il risparmio è maggiore e siete più incentivati a venire al cine. È un po’ come con la palestra: se fate l’abbonamento siete costretti ad andarci. Col cine è uguale, solo che il fun non c’entra niente con il fit ― è solo solissimamente FUN, meglio di così?!
Quindi esorto i Moviers junior (ossia quelli registratisi da poco e quelli che non si presentano al cine, che non diremo essere la stragrande maggioranza, ma che SONO la stragrande maggioranza) e i Moviers senior ancora sprovvisti di Card, di presentarsi al prossimo Let’s Movie, e dirmi “Board, sgancia la Lez Muvi Card, s’il te plait” (se siete franco-fobici va bene anche “please” :-)).
L’angolo promozionale si conclude qui, e io finalmente imbocco la retta che pregusto ogni volta che mi avvicino al pippone settimanale.

I due mascalzonilatini in questione erano il Fellow the (C)andy e il Fellow Onassis Jr che, insieme al ben più mite&mild Fellow Felix, aspettavano sulle panchine fuori dall’Astra l’inizio del film. A noi quattro ―apprezzate l’understatement nel rimuovere “fantastici”― si aggiunge, a luci già spente e titoli di testa già avviati la Fellow Vanilla ―giustamente in ritardo perché tarata ancora sul fuso polinesiano 😉

“Class Enemy” è uno di quei film dove la tua coscienza è in piedi tutto il tempo. Ogni volta che è lì lì per sedersi, track, salta fuori qualcosa che la fa scattare sull’attenti e vagare per la stanza in cerca di una nuova posizione da prendere.
Inutile (riba)dire quanto questa tipologia di film sia quella che preferisco. Lasciamo la sedentarietà alla vita quotidiana ―sempre che la si voglia sedentaria― ma al cine, please, dateci una dose massiccia di anfetamine in forma d’immagini.
Sarà capitato anche a voi, non di avere una musica in testa, ma un prof di quelli che fanno tremare i banchi e i polsi quando entrano in classe. Io ne ho avute un paio ―entrambe donne, entrambe megere― e solo ora, vent’anni dopo tutte le tremarelle tremate capisco il significato esercitato dalla loro presenza nella mia vita. All’epoca, quando il terrore era tale da farmi ammalare (God!), no, non capivo. E questo, è un po’ quello che succede alla quarta di un liceo sloveno (o slovacco, as you prefer) dei nostri giorni. A metà anno scolastico il lupo cattivo prof Zupas rimpiazza Cappuccetto Rosso, anzi Rottkapchen, anzi Hello Kitty, la prof di tedesco buonabuona bravabrava incintaincinta. I loro modi sono completamente diversi. La loro lingua è completamente diversa. Il prof parla solo in tedesco in classe e questa scelta ―oltre ad essere didatticamente condivisa da un certo Board 😉 ― ha un grosso significato metaforico in sé. Un docente ti parla in un’altra lingua, ti insegna un nuovo strumento per comprendere la realtà. Questo strumento ti richiede impegno e lavoro per essere capito  e padroneggiato, ma questo è il mestiere dello studente: andare a scuola e capire. Il prof Zupas mi correggere qui ―Fruner, du hast nicht richtig gesagt! Infatti. Il Prof Zupas dice “essere uno studente non è un diritto, è un privilegio”. Riflettiamo un pochino su questo… Quando hai 15 anni pensi che la scuola sia la più grande maledizione che il cielo poteva farti cadere in testa, con le interrogazioni e le megere che tuoneggiano dietro le cattedre e le schiene scoliotiche che ti ritrovi e i capelli sempre sbagliati e la sensazione di non essere mai quello che gli altri invece sono (mai più teenager mai più in my life). Quando però cresci, il senno di poi ti aiuta a comprendere quanto hai imparato su quei banchi ―insieme alle inutilità tipo il numero di avogadro, che ancora mina i miei sogni. Se magari si ricordasse ai teenager che andare a scuola PUO’ essere visto come un privilegio, nell’ottica poi di quello che li aspetta qua fuori, forse i teenager crescerebbero un po’ più preparati.
L’arrivo del temibile Zupas non è l’unico evento che scuote la classe. Un giorno Sabine, studentessa che risponde al fenotipo “adolescente emo (=ipersensibile, mi tiro le maniche sui polsi), introversa, taciturna, con doti artistiche (suona il piano)” si suicida ― questo fatto mi ricorda un altro bel film, “Monsieur Lazare”, in cui a suicidarsi, era l’amata prof.
L’evento spezza l’equilibrio precarissimo su cui la classe si stava dirigendo verso la fine dell’anno scolastico. Nell’ante ―ovvero la porzione di film pre-suicidio― abbiamo avuto modo prendere dimestichezza con il territorio accidentato delle personalità eterogenee di studenti e docenti. Nel post ―ovvero la porzione di film dopo il suicidio― dobbiamo rapportarci al caos che questi territori subiscono. I ragazzi hanno bisogno di trovare a tutti i costi un responsabile: non fatemi fare l’Andreolli della situazione, tutti sappiamo quanto una morte abbia bisogno, per essere elaborata, di una spiegazione quanto più logica possibile, quando essa manca, come nel suicidio, siamo portati a fabbricarcene una a tutti i costi. E chi meglio del temibile prof Zupas, che parla solo in tedesco, che non ha pietà, continua col programma imperterrito invece di piangere sulla morte di Sabine, che è insensibile anzi è un nazista, sì, è proprio un nazista? Chi meglio di lui come “nemico della classe”? E il film, in questa caccia alle streghe che si sviluppa, è in tutto e per tutto simile a un altro gioiellino che consiglio caldissimamente, “Il sospetto” di Thomas Vinterberg (non a caso premio miglior interpretazione maschile a Mads Mikkelsen al Festival di Cannes 2012). Intorno all’altro da sé ―più altro da sé di uno che si rifiuta di parlare la tua lingua e ti tratta da adulto cosa c’è?― viene montato tutto un sospetto che porta gli studenti a credere che Zupas abbia in qualche modo portato la ragazza al suicidio dopo un colloquio in cui lui è stato verosimilmente molto duro con lei, ma verosimilmente anche molto incoraggiante nell’assecondare il talento da musicista ―tra le poche parole distillate dal prof., eccole, scintillanti “Suonare il piano, lo fai bene. Devi continuare a farlo”. E’ molto intelligente, il regista: sposta quell’alone di responsabilità che gli studenti fanno gravare su Zupas, da personaggio a personaggio in modo da mostrarne gli effetti ai singoli personaggi, che sentono sulla propria pelle cosa significa essere lo Zupas di turno: i genitori, la migliore amica, il compagno di classe che la prendeva in giro. Tutti si ritrovano colpevoli: sgradevolmente mirabile la scena in cui Taddeus, lo sbruffoncello che prendeva in giro Sabine, sentendo per un attimo la lettera scarlatta cucita sul petto, corre in bagno e vomita.
In realtà la colpa è di tutti e di nessuno. E la lettera che la migliore amica della ragazza le scrive in forma di tema è un piccolo saggio sul suicidio che mi piacerebbe rileggere da qualche parte. Il nocciolo è: Sabine, sono arrabbiata con te perché uccidendoti hai pensato solo a te stessa, mentre noi dobbiamo vivere tutto questo dolore che ci hai lasciato. E pur odiandoti, la prima cosa che farei ora è abbracciarti…
La ribellione degli studenti architettata dal regista altri non è che un esempio in chiave scolastica del malcontento sociale in chiave globale, dove ogni scusa sembra buona per imbracciare le armi e scagliarsi contro il sistema, anche quando, per una volta, non c’entra. Qui il sistema è impersonato dal prof Zupas, e vediamo chiaramente ―perché abbiamo modo di vederlo lavorare e di sentirlo parlare― che Zupas non è il vero problema. Forse lui applica troppo alla lettera le regole, e la sua irreprensibilità appare troppo stonata in un mondo accordato all’eccessiva accondiscendenza di certi genitori o docenti, che più che comportarsi da genitori o docenti, si comportano da avvocati difensori dei ragazzi. Il fatto è che, alla lunga, la negazione di qualsiasi forma di autorità, non fa un servizio a questi ragazzi e alla vita che dovranno affrontare. Mentre Zupas, con il suo eis-zwei-Polizei vorrebe mostrare loro che nulla è black or white (a parte la hit di Michael Jackson) e alla fin fine, se gli avessero lasciato il tempo di concludere l’anno scolastico, avrebbero capito che tutto questo, i suoi metodi, la sua filosofia del werk-werk-werk, il suo approccio “das Leben geht weiter” nei riguardi del lutto, era solo ed unicamente per il loro bene. Invece il film si conclude su una nave che porta questi studenti lontano, verso una molle meta (la Grecia), dietro di loro, una scia di problemi che un viaggio verso una molle meta non cancellerà…
C’è una frase emblematica in questo film, pronunciata dalla Preside del liceo, riferendosi ai ragazzi. “Prima loro temevano noi, ora noi temiamo loro”.
La mia domanda è, come annullare la paura su entrambi i versanti? Di modo che non ci siano più sarefruner tremebonde davanti a due megere, né Professori Zupas troppo Zupas scacciati dalla scuola perché facevano il loro dovere e lo facevano in una maniera altra rispetto alle Hello Kitty e al docentame sotto scacco ai teenager oppressori? Ci pensate un po’ su anche voi, bitte??

Comunque la parte più fun del Lez Muvi è stata la mezz’ora di botte da orbi che ci siamo scambiati noi Moviers all’uscita del film :-), tanto che il circondario che circondaria l’Astra era pronto a chiamare la buoncostume, e il Mastro pronto con l’attenuante “No guardate, son Moviers, son dei matti, ma innocui, e pure un po’ meravigliosi…” 🙂 Il Fellow Onassis Jr non ha molto gradito “Class Enemy” ― diciamo che l’ha utilizzato come poggiatesta per un bel beauty sleep 😉 Ma il più agguerrito di tutti, persino del peso massimo The Board, è stato il peso piuma Andy the Candy che ne aveva per tutti, soprattutto i poveri Tom Ford e Ivano de Matteo rei di aver girato “A Single Man” e “I nostri ragazzi”… La prognosi dei due malcapitati è ancora riservata… 🙂
Io ADORO i miei Moviers sopra ogni cosa quando si fa questo tipo di baruffa! 😉

E ora, eccolo, FINALMENTE

IL GIOVANE FAVOLOSO
di Mario Martone

Ho già tessuto troppe aspettative ―le lodi sono qui pronte nel cestino― quindi non voglio/posso aggiungere altro. Siate clementi con la mia tendenza all’illusionismo, che non è l’arte magica, è il ricamare troppi arazzi sopra una parete di cartapesta…

Tipo “Pasolini“… Mi è capitato di vederlo all’interno della rassegna LGBT, lo scorso mercoledì. Non voglio dilungarmi (anche) su questo film, ma speravo in qualcosa di meglio. Molto compiaciuto e freddo dove avrebbe dovuto scaldare e gratuitamente bollente in scene esplicite assolutamente inutili, è un film che, secondo me, non sa bene dove voglia andare a parare, né scegliere il linguaggio per dirlo. E la scusa che Abel Ferrara è comunque Abel Ferrara e qualsiasi cosa giri è “un’opera d’arte” per la sua carica “visionaria”, a me non pare che questo, una scusa…

E ora, dopo aver demolito un mostro sacro del cinema con la sola imposizione di quattro righe, mi appresto giuliva a liberarvi dalla mia presenza che anche questa domenica, come ogni domenica dal cine-giurassico in avanti, si è frapposta tra voi e il mondo di cose che dovete fare…. Comunque sappiate che Dingen konnen warten ―sì, mi sono intrippata per il tedesco… 🙂
Riassunto, ahimé, in calce ―sogno un mondo libero dai riassunti― Movie Maelstrom assai sostanzioso prima della calce, ringraziamenti a pioggia e saluti, stasera, promozionalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Domenica scorsa, dal gran Mastro, abbiamo avuto il piacere di ospitare ― e presentare! 🙂 ― Gabriele del Grande, uno dei tre registi di “Io sto con la sposa”, il primo film italiano realizzato  grazie al contributo di 2617 sostenitori dal basso.
Io, che nella mia vita nine-to-five ho un pochino a che fare con l’innovazione, l’ho trovato un esempio felice del “fare innovazione”, fenomeno al quale molto spesso si preferisce il “parlare innovazione” ―ovvero il fuffare e il suo fumo― dai riscontri pratici difficilmente misurabili.
Il docu-film docu-filma un temerario atto di disobbedienza civile che mi fa ha fatto guardare Gabriele fra il meravigliato e l’orgoglioso. Tasnim dovrebbe essere una sposa siriana che parte da Milano insieme al suo corteo nuziale alla volta della Svezia. Però in realtà Tasnim non si è sposata e non è siriana, il suo non è un corte nuziale e il tutto è una messinscena organizzata da un gruppo di attivisti tra cui i tre registi del film, per consentire ad alcuni profughi siriani VERI di superare le frontiere dell’Europa “libera”, e permettere loro di raggiungere la Svezia, dove i profughi in asilo politico sono trattati da cristiani ―ooops ma lo posso dire?? 🙂
Il docu-film (difficile definirlo, è più di un documentario e non proprio un film, insomma, un bell’ibrido che staziona sul confine) racconta una storia di collaborazione trasfrontaliera: un gruppo di gente “del Mediterraneo” si mette insieme e riesce in un’impresa (illegale!) che ha dell’incredibile, ossia attraversare delle frontiere che in realtà, scopriamo, esistono solo sulla carta, e nelle cassettiere della burocrazia europea: nessun confine, nessun posto di blocco, durante il viaggio, hanno fermato il finto corteo ―per fortuna!― dimostrando che loro, i confini, non sono altro che linee immaginarie tracciate dalla geopolitica, ma che la solidarietà e lo spirito di cooperazione non conoscono nazionalità né leggi né dogane.
Bravi bravi bravi ai registi e alla loro coscienza, che li ha spinti a preferire l’eticamente giusto al legalmente ingiusto…

IL GIOVANE FAVOLOSO: Leopardi è un bambino prodigio che cresce sotto lo sguardo implacabile del padre, in una casa che è una biblioteca. La mente di Giacomo spazia, ma la casa è una prigione: legge di tutto, ma l’universo è fuori. In Europa il mondo cambia, scoppiano le rivoluzioni e Giacomo cerca disperatamente contatti con l’esterno. A 24 anni lascia finalmente Recanati. L’alta società Italiana gli apre le porte ma il nostro ribelle non si adatta.

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LET’S MOVIE 216 – propone CLASS ENEMY e commenta PARTY GIRL

LET’S MOVIE 216 – propone CLASS ENEMY e commenta PARTY GIRL

CLASS ENEMY
di Rock Bicek
Slovenia, 2014, 93’
Martedì 14/Tuesday 14
21:15/9:15 pm
Astra/dal Mastro

 

Modianò Moviers,

Non è per dire, ma quel Patrick lassù, tre giorni fa s’è visto recapitare a casa un pacco con dentro un Nobel per la Letteratura.
E voi sbottate, ma chi è? E io vi dico, eh sono rimasti tutti ‘nupoco perplessi dopo la proclamazione. Avesse vinto Murakami, o Joyce Carol Oates, dicevi, sì sì, cellò, ma cavolo Modiano, Modiano no, mi manca!
In realtà “Nel caffé della gioventù perduta” non è male, ma da lì al Nobel, insomma ce ne passa….
Un po’ come per Carducci che lo vinse nel 1906. Giosuè, ehm, cioè, Carducci?? Bravino, per carità, la nebbia e gli irti colli e tutto, ma da lì a un Nobel, insomma, ce ne passa…
Vada per la Deledda, Pirandello, Quasimodo (sì, pure lui), Montale, Fo…Ma Modianò??

Vabbè, c’è tutto da imparare da ‘sta Accademia Svedese.
Noi, Moviers, di svedese, c’avevamo solo le condizioni meteo martedì sera. Ci ritroviamo in una piovosa sera d’autunno da Stoccolma suburbana. La prima credo, quella in cui vedi che l’estate è stata rinviata a giugno 2015, e ti trovi davanti a quest’organismo bizzoso dai contorni umidi, gli occhi arancio, i capelli gialli, che si chiama ottobre. La maggior parte di noi deve ancora farsene una ragione. Dopo la non-estate, non siamo eticamente pronti ad affrontare il ciclo stagionale.
C’è della stanca nell’aria e nello sguardo un po’ di tutti ―sarebbe un martedì da poltroni, questo, altroché, ma Lez Muvi ci impone il cine, e io lo ringrazio per questo.
Abbiamo la Movier More, che si presenta nonostante la stanca, e pure con un paio di scarpe Michael Jackson da urlo, anzi da thriller, e pure salvando la Guest Marianna dal focolare domestico; il WG Mat, i cui sbadigli potrebbero essere impiegati per muovere qualche diavoleria eolica, vista l’energia di cui sono dotati; e si è unito a noi anche il Fellow Scaccomatto, al suo primo Lez Muvi, che tenerezza il fantolino (alto 1.97 m, spanna più spanna meno, questi sono i parametri dei nostri fantolini :-)).

Ah ma cosa non è il cine! Il Let’s Movie numero 215 ha provato quanto un’opinione su un’opera cinematografica possa sovvertire ed essere sovvertita a seconda di quello che se ne sa. È nostro uso e costume non informarci troppo sul film che proponiamo prima di vederlo, e questo non per motivi di lazyness, ma per non condizionarci l’esperienza in sala, che è il vero core-business di Let’s Movie (ho detto “core-business”? Possa io essere punita per questo). Però conoscere il background di “Party girl” ti permette di apprezzarlo ancora di più.

 La party-girl è Angelique, una sessantenne che per tutta la vita ha esercitato la professione della “party girl” ―il MIO Nobel per la Logica è giusto questione di ore… Una party girl non è una prostituta: è quella che una volta si definiva “entreineuse”, half stripper, half dancer, no bitch, per capirci. Però ha superato gli -anta (da ‘mo), ed è giunta l’ora di mettere la testa apposto, di pensare al futuro, che non è più una ragazzina e bisogna essere pratici e non può mica continuare con quella vita in eterno… Allora Angelique si dice, okay, mettiamo la testa apposto, sposiamo Michel, questo brav’uomo affidabile e buono e che stravede per me e cosa posso volere di più? Facciamo finta che lo amo, tanto l’amore s’impara, no, e io imparerò col tempo ad amarlo, visto che mi adora, no?
Le cose non stanno e non vanno così. L’amore non s’impara. L’amore semplicemente c’è o non c’è. Questa è una delle lezioni che Angelique impara alla fine del film.
Guardate, non succede granché durante “Party Girl”. Seguiamo Angelique nel trasferimento dal night-club a casa di Michel, e ciò che esso comporta. Le unghie prima impeccabili, ora sbeccate ―le pulizie, vous savez. I ritmi a due che non coincidono ―lei vuole uscire-far-cose-vedere gente, mentre lui è stanco, è tardi, torniamo a casa andiamo a letto… Ecco, soprattutto letto, dove i due non si troveranno mai.
Alla fine la resa dei conti si gioca proprio lì, sul ring in camera da letto… È il corpo di Angelique, a rifiutare Michel. La testa sa che quella sarebbe la decisione più saggia, più auto conservativa: una vita tranquilla, sistemata. Ma la natura di Angelique, eterna ragazzina in un corpo da lady, non va da quella parte. La natura (= la carne) di Angelique tende altrove, e così si chiude il film, su una strada, lei sui suoi tacchi che la portano via da quel talamo in cui lei NON è lei. Questa scelta ― la meno autoconservativa e forse, in prospettiva, la più distruttiva, ma senza ombra di dubbio, la più autentica― è Angelique. Ha dovuto rinchiudersi in una gabbia d’oro con le sue stesse mani, pronunciando il fatidico sì (povero Michel!), per evadarla…

A tratti è un po’ trascinato, il film, convengo. Ma ci mostra tutto il percorso di autoconvincimento intrapreso dalla donna ―devo farmi andare bene questo perché mi si dice che questo è bene per me, lo dicono tutti― e il fallimento a cui porta: trovarsi incastrata in un matrimonio che non vuole. Mostra anche il fallimento di un modo standardizzato di concepire la vita a 60 anni, una sorta di piano-pensione. La vita, suggerisce il film con delicata fermezza, NON è questo. I conti su chi sei, alla fine, tornano sempre. Se non sei un animale da salotto, da tranquillo weekend di villeggiatura, pic-nic fuoriporta e cena alle 7 pm from Monday through Friday, non c’è verso, devi accettarlo.
Sì, “Party girl” è un film sull’accettazione di se stessi, e sui limiti di se stessi. È terribilmente umano, nella plurimia di sentimenti contrastanti che Angelique suscita in noi ―altro punto a favore. Il suo comportamento tra lo svampito, l’ingenuo, il seduttivo e il ridicolo, ci fanno provare compassione, ma anche frustrazione. C’è una parte di noi che vorrebbe prenderla per le spalle e scuoterla, strillarle “Halloooo, hai 60 anni, wake up! Esci fuori dalla night dei night-club e fatti una vita alla luce del giorno!”. Ma c’è una parte di noi (almeno, di me), che vorrebbe proprio abbracciarla: Angelique è un personaggio modernamente tragico e tragicamente moderno, che concentra in sé un nuovo tipo di femminilità, o umanità, complessa e sfuggente, bambina e adultissima. Una stripper NON è solo una stripper. Una stripper è una madre amata dai suoi quattro figli, quasi quattro genitori nell’atteggiamento protettivo e caring nei suoi confronti.

Questo film piccolo piccolo che ha raggiunto risultati festivalieri grandi grandi, ci racconta un personaggio mai raccontato dalla cinematografia  ―fatemi sostituire il “mai” con “raramente” per buona pace del WG Mat, a cui il film non è piaciuto. 🙁 Di solito questo tipo di figura femminile è accompagnato da famiglie disastrate, figli che le ripudiano, amanti che le maltrattano. Niente di più lontano da “Party girl”. Finalmente niente luoghi comuni, niente sentimentalismi, e tanta tanta naturalezza. E’ assolutamente naturale che i quattro figli abbiano una madre “così”. E qui potreste dirmi, eh sì va be’, è pur sempre un film… E invece noooouuuu…

Il Movier Scaccomatto, dopo la proiezione, ha acceduto (acceduto o accesso??) a delle misteriose “fonti informative privilegiate”, scoprendo che il film è un’opera prima di un gruppo di studenti di una scuola di regia, e che alcuni degli attori sono i famigliari della protagonista! Angelique stessa interpreta se stessa, Angelique Litzenburger. E io aggiungo, grazie a delle fonti informative poco privilegiate, che “il resto del cast è costituito da non-attori ingaggiati tra gli abitanti del luogo”. 🙂
Per Giove! (Per Giove??) Questo aumenta ancora di più il valore linguistico del film, un’opera assolutamente originale che si colloca tra il documentario, il cine-verità, la fiction e la riscrittura della realtà. Capite ora perché vi dicevo che la percezione di un film può variare molto al variare delle info che si hanno relative a quel film? Anche il WG Mat, dopo questa sensazionale scoperta avviata dallo Scaccomatto, ha concesso un “be’ questo cambia un po’ le cose”… 😉

Sapete, mi piace pensare che la società franco-tedesca vera (non di fiction cinematografica) veda una madre come Angelique come una madre da amare, nonostante si discosti dal modello classico dell’Eterno Materno. Dico società franco-tedesca perché il film è ambientato sul confine fra Germania e Francia. Mi piacerebbe dire “europea”, ma purtroppo l’Italia ―forse anche la Spagna, sicuramente la Grecia― mi sembra ancora così distante da quel tipo di easiness di rapporti. Qui le party-girl sono ancora pecorelle smarrite/anime perdute che la Chiesa cerca di redimere, lo Stato di recuperare. Il film è interessante anche sotto questo aspetto sociologico: quali paesi avrebbero la maturità di ammettere (non “tollerare”, ammettere) nel loro sistema stato un tipo di famiglia così “alternativa”? E quando smetteremo di vedere questo tipo di famiglia come “alternativa” e cominceremo a intenderla come naturale (non uso “normale” intenzionalmente).

Allora penso che se un film mi fa crescere tutte queste domande in testa, e non semplicemente perché la tematica in sé sia attuale o di mio interesse, ma per il modo narrativo tra realtà e finzione che le fa spuntare, credo proprio di poter sopportare dei tempi morti o dei momenti in cui l’azione rallenta. Del resto la vita vissuta è così, è fatta di pause, di momenti in cui non accade nulla, o poco. Ma questo non significa che non stia accadendo nulla, o poco…
Bravi a questi giovanissimi registi, speriamo di sentirli ancora 😉

E questa settimana torniamo a scuola,

CLASS ENEMY
di Rock Bicek

La scuola è un luogo che si presta molto alla rappresentazione e all’analisi delle nuove generazioni ― di quanto la filmografia contemporanea si occupi di adolescenza, abbiamo già detto. Film come “La classe, entre les mures”, “L’onda”, “Monsieur Lazare”, “La mia classe”, “Detachment – Il distacco” sono solo alcuni esempi di “school films” degli ultimi anni. Questa specie di docu-something (oggi definire il genere di un film è operazione sempre più complessa, e menomale…Vive le melange!) fu presentato con successo alla Settimana della Critica della Mostra di Venezia 2013 dove vinse il Premio Fedora (di cui ignoro specifiche), e sta facendo il giro del mondo.
Per capire il mondo attuale dobbiamo guardare quante più rappresentazioni di esso possibili, pertanto, noi martedì si va a vederne una 🙂

Nel Lez Muvi della settimana scorsa ero ancora talmente faded and wasted, da scordarmi di ringraziare un neo-Movier, Mario, che opera nel mondo Trentorise e per questo, e per l’amore verso il cine di qualità, è stato cine-battezzato Fellow Easy Riser 🙂 Il Fellow è uno di quei miracolosi 11 nuovi iscritti a Let’s Movie dopo aver visto il Board al TG3 ― dovrei dire, MALGRADO il Board al TG3! 🙂 Spero tanto di rivederlo, e di conoscere anche il resto del dream team 😉

E ora faccio continuare la bonaria baguarre tra giganti nel Movie Maelstrom, e non vorrete mica perdervela?! Quasi quasi metterei su un giro di scommesse clandestine, anzi clandecine… 🙂

Okay, ora tana liberi tutti. Il riassunto, perdetevelo per strada, che è meglio. I saluti invece raccoglieteli. Sono nobElmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ed ecco l’opione cut&pasted del WG Mat su “Lucy”, il film che la settimana scorsa era stato recensito positivamente dal Fellow Scaccomatto

“Ho visto lucy e mi permetto di dissentire con il commento: non me la sentirei per niente di dire che c’entra con matrix, a meno che non si dica che tutto quello che è fantascienza è matrix. insomma il primo matrix aveva segnato un genere (gli altri matrix hanno fatto bleah) questo lucy.. insomma lascia un po’ il tempo che trova anche se si guarda volentieri.
concordo però su morgan freeman che fa se stesso in tutti i film (batman incluso, mandela anche)”

Ora attendo che facciate la vostra puntata :-), oppure che andiate a vedere “Lucy” e mi facciate sapere cosa ne pensate… 😉

CLASS ENEMY: Slovenia, oggi. Un liceo come tanti. Una classe come tante. Una quotidianità come tante. Ma è davvero tutto così ordinario, così regolare? È davvero tutto così tranquillo, sotto la patina di normalità? Basta l’arrivo del nuovo professore, il durissimo Robert (uno straordinario Igor Samobor, superstar del cinema sloveno!), per innescare un violento corto circuito: didattico, prima, e umano, poco dopo, quando la tragica morte di una studentessa devasta gravemente gli equilibri…..

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LET’S MOVIE 215 propone PARTY GIRL e commenta I 400 COLPI

LET’S MOVIE 215 propone PARTY GIRL e commenta I 400 COLPI

PARTY GIRL
di Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Théis
Francia, 2014, ‘95
Martedì 7/Tuesday 7
Ore 21:00 / 9:00 pm
Astra/dal Mastro

 

Faded Fellows,

Avete presente il pezzo di ZHU (no, non la nostra Zu, ZHU con l’H in mezzo)? Quella traccia dance indie-house un po’ alternative che fa impazzire i Board al di là e al di qua dell’oceano? 🙂 Come dite? Non lo avete presente perché voi ascoltate solo Brahms e Baustelle (due B che fa molto fico ascoltare)? No problem, risolviamo subito… https://www.youtube.com/watch?v=orSMrR2Dl9c
Come potete sentire, non siamo esattamente a livello Battiato quanto a testo (!), ma non lasciatevi ingannare dalle apparenze…ricordate il detto, you cannot tell the book by its cover.
Ben lungi dall’essere un semplice pezzo hunz-hunz, “Faded” è come un’ossessione che ti s’infila nell’inconscio e non lo molla più. E non digredisco troppo, promesso, ma io trovo molto affascinante il fatto che ZHU sia tutto un mistero: nessuno sa, a oggi, chi si nasconda dietro quelle tre letterine e dietro la sua hit ―disco di Platino in Australia nonché prima posizione nella classifica generale di iTunes. Un po’ come Banksy. O i Gorillaz prima che Demon Albarn confessasse, “Gorillaz, c’est moi”.
Quindi forse a Battiato piacerebbero i quattro versi ripetuti all’infinito “Baby I am wasted / Baby I am faded”.
Questa traccia rappresenta in muisica i giorni immediatamente successivi al mio back-home e il mio stato psicofisico al Lez Muvi di martedì. Se poi a faded (=svanito/sfiorito/deperito) e wasted (=distrutto/rotto/sfatto) aggiungete “jet-lagged” (gètleggato/stonato/devastato) avete la cartella clinica di un Board post-20 ore di viaggio, 8 d’ufficio e altrettante di quesiti “where the hell am I?” che si reca al cine.
Non è che noi si faccia la tragedia greca, intendiamoci. Due settimane ad ascoltare i discorsi celesti dell’oceano valgono ben un po’ di scombussolamento. Tuttavia questo ha inciso pesantemente sulla mia lucidità durante “I 400 colpi”.
Fortuna ha voluto che con me ci fossero il WG Mat, che diceva qualcosa, in lontananza, sul film e il Bildungsroman…e qualcosa tipo “punto di riferimento per tutti quelli che fanno cinema…” e qualcosa di estremamente cinefilo che è andato perduto nelle nebbie della mia mente; e il Fellow Andy, per l’occasione senza The Candy e con molto The Kezich, giacché a fine film, c’ha zittito con un zarathustriano “poetico nella sua essenzialità”. Also Sprach der Movier. 😉
Fuso orario o meno, “I 400 colpi” mi ha steso ―e l’umorismo è involontario. Con tutta la sfilza di sensi di colpa che questo comporta, perché il film di Truffaut è IL film di Truffaut, considerato il punto di riferimento per tutti quelli che fanno cinema e poetico nella sua essenzialità…  🙂 E quindi se a me non ha detto granché, fuso orario o non fuso orario (questo è il problema), be’, c’è qualcosa che non va in ME. Questo è un po’ il problema con i classici; se ricordate, avevamo già avuto modo di discuterne dopo la visione di “The Rocky Horror Picture Show”, che ad Halloween 2013 aveva fatto ridere una platea di rockyhorrorpicture fans, tranne me e il WG Mat. 🙁
Un classico detta un modello, e se tu, per qualche ragione, non riesci a condividerne le linee, allora sei tagliato fuori dalla comunità che intorno a quel classico/modello si raccoglie e assente (assente??). Insomma, quando il classico non ti parla, ti senti un po’ un esiliato.
“I 400 colpi” è la storia ―ma a tratti sembra quasi un documentario― di Antoine, un tredicenne un po’ scapestrato che si barcamena tra una scuola che gli impartisce un’istruzione inadeguata e una famiglia che non lo capisce. Il titolo è una traduzione poco fantasiosa di “faire les 400 coups” il cui equivalente italiano è “fare il diavolo a quattro” (come i tre minuti d’introduzione al film ci hanno spiegato), e si riferisce proprio al belcaratterino del ragazzo, che scappa di casa due volte, ruba, mente, fa l’asino a sQuola e alla fine viene pure rinchiuso in un riformatorio. Da questa descrizione Antoine potrebbe apparire come il classico monello che si ribella alla società e alla famiglia e che, appunto, fa il diavolo a quattro. In realtà il maestro Truffaut ha una finalità diversa dalla semplice rappresentazione del ragazzino problematico che non rispetta le regole e cerca di fare le cose “his way”, come canterebbe Sinatra ―scappato da Martha’s Vineyard. Antoine è un giovane che cerca disperatamente un contatto caldo nella siberia umana che trova a scuola e a casa. Ma questa sua ricerca si scontra con un maestro dalle maniere troppo forti e con dei genitori che lo trattano come una scocciatura.
Schiacciato fra le mura sorde di queste due galere, Antoine non può far altro che evadere, e cercare fuori quello che “dentro” non trova. Il latte che ruba per strada, le balle che racconta, le bravate che combina, quindi, non sono marachelle: sono un call-for-love, un grido di affetto lanciato a un mondo totalmente insensibile nei confronti di un animo che invece, malgrado le apparenze, risulta sensibilissimo. Per fare un esempio, se i genitori gli avessero chiesto perchemmai avesse acceso una candela dentro un altarino nel salotto, rischiando d’incendiare tutta casa, se fossero andati oltre, e avessero notato le sue letture, avrebbero scoperto che lui, Antoine-le-gamin, è un avido lettore dell’opera di Balzac, e si sarebbero accorti che il quadretto dentro l’altarino altri non era che un ritratto del molto Honoré de, e il cero acceso, un gesto del ragazzo per riverire cotanto autore e la sua Comedie Humaine.
Del resto non ci si aspetta molto da questa coppia di genitori: la madre, civetta isterica, non si preoccupa del figlio, ma che il figlio si comporti comme il faut ― lei, che si fa beccare insieme all’amante e fa la gnorri; il padre, che scopriamo non essere il padre naturale, ma un compagno postumo della madre, non riesce a instaurare un vero rapporto con Antoine, ma rimane sostanzialmente un estraneo, lontano anni luce dal ragazzo e dai suoi bisogni. Il film è coraggioso nell’immagine della famiglia che racconta. Pensate un po’ portare sul grande schermo ―che ha effetto lente e cassa, amplifica e diffonde― una coppia così: lei coquette ragazza-madre e lui mezzo dupe (=tonto) che litigano come cane e gatto e parlano del figlio come di un pacco postale. Siamo nel 1959. Queste strutturazioni famigliari alternative alla famiglia classica ―madre e padri morigerati dove la madre è femmena con l’occhio atterra (e muta deve stare) mentre l’uomo è il mashculo che porta a casa ‘o pane e spadroneggia dentro le mura domestiche, non si vedevano. Forse, non si concepivano nemmeno. Truffaut prende la sua cinepresa e sbircia dentro gli appartamenti mai esplorati dall’occhio del cinema dell’epoca.
Quindi sì, malgrado il mio stato psicofisico, ho colto tutto questo. Il lavoro, l’intento, la figura di Antoine e la tristezza da incompreso che si porta cucita addosso, rendendolo un fratello minore del giovane Holden, che, a veder bene, fu pubblicato solo 8 anni prima dell’uscita del film ― sarebbe interessante approfondire i tratti comuni di Holden e Antoine… se qualcuno volesse scriverci la tesi, venga a ricevimento e ne parliamo :-).
Ho colto anche il bellissimo rapporto che Antoine stringe con René, molto più che un amico, quasi un surrogato della famiglia che non ha: René lo accoglie in casa sua, lo nutre, lo accudisce. La parte che credo di avere apprezzato di più del film è proprio questa, la relazione tra i due ragazzi, la loro spensieratezza quando scorrazzano per le vie parigine, facendo dispetti, rubacchiando (macchine da scrivere e sigarette), ricordandomi le Giovani Canaglie, o le classiche buddy-stories, le storie che vedono una coppia di amici combinarne di tutti i colori e riuscire a cavarsela sempre. Huckleberry Finn e Tom Sawyer.
E certo, come no, ci sono istanti di estrema grazia visiva: Antoine al luna park, dentro un rotolone girevole (che dalla regia mi suggeriscono si chiami “rotore”): il ritratto vivente dell'”I am having so much fun and I am doing it so great”. Oppure il finale, in cui Antoine, dopo essere scappato dal riformatorio, corre incontro al mare, e poi dal mare torna indietro, e guarda dritto nella camera da presa, guarda noi, e noi ci portiamo a casa questi suoi occhi che non sono gli occhi dell’Antoine dell’inizio film, sono occhi più adulti. Quelli di chi ha capito che non si può andare oltre il mare, non si può fuggire oltre ―e per sempre― che si deve tornare indietro, alla realtà.
Questi aspetti li ho colti, sì, e rendono il film il capolavoro che è. Ma non sono stata toccata emotivamente. Sapete no, quella piccola zona morbida, tra la bocca dello stomaco e il cuore, che vibrola tutta (dal neologismo “vibrolare”) quando viene sfiorata da un’immagine, un verso, un viso… Ecco, questa volta, per me, no vibes. Nessuna vibrazione. L’apprezzamento è puramente critico, scolastico. Va bene anche questo, nessun problema. Ma per me un film riesce quando mi sconvolge la pancia e mi seduce il cervello. Brain&belly. Questa volta, per me è stato just brain, no belly.
Je suis très desolée. 🙁

Dato che c’è il Movie Maelstrom occupato, e non da me thanks God ma dal Fellow Scaccomatto e dalle sue opinioni dalla micidialità kasparoviana su “Jimi, All is by my side” e “Lucy” ―immaginate quanto high-in-the-sky sia il mio umore in questo momento alla prospettiva di avere il Movie Maelstrom occupato NON da me!― mi permetto di segnalarvi qui un film visto durante la settimana. “La trattativa” di Sabina Guzzanti.
Oddio, vi sento pensare sulla difensiva, la Guzzanti è una mina vagante, una patata bollente. E in effetti sì lo è, così come il film stesso, di difficile definizione: un ibrido che si serve del linguaggio a metà teatrale-brechtiano a metà giornalistico-cronachistico per mettere in piedi una ricostruzione dei fatti della cosiddetta trattativa fra stato e mafia dopo gli omicidi Falcone-Borsellino e gli attentati dei primi anni ‘90. La Guzzanti si serve di un teatro di posa, e di un gruppo di attori che inscenano i fatti, svelando segreti e sangue con cui questo paese ha scritto la sua storia negli ultimi vent’anni. È come ricevere un destro nello stomaco, e non v’illudete che “La trattativa” sia comico per via del trascorso satirico della Guzzanti televisiva ― se devo essere sincera, la parte che trovo più stonata del film è proprio la coppia di camei di lei che interpreta Berlusconi.
Non va perso, “La trattativa”, sia per il contenuto che vi presenta, sia per la forma molto originale con cui ve lo presenta. Noi che nei primi anni ‘90 eravamo dei tredicenni, abbiamo un bisogno anche didattico di vederlo, giacché di quello che successe fra politica e mafia al tempo ne sappiamo pochissimo ― l’omicidio che ci aveva toccato maggiormente all’epoca era stato quello dell’Uomo Ragno per mano degli 883, chennesapevamo noi della P2…
Se poi ci viene voglia di fuggire da ‘sto stato, possiamo pure chiamarla “effetto del brain drain”…

Questa settimana cerchiamo un po’ di leggerezza, sapendo di non trovarla, con

PARTY GIRL
di Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Théis

Vincitore del Prix d’ensemble nella categoria “Un certain regard” e della Caméra d’or al 67º Festival di Cannes, il film dev’essere un francese purosangue: i francesi purosangue sono quegli animali nati oltralpe che all’inizio ti portano leggeri leggeri pei campi in fiore della comicità, e poi ti galoppano un po’ su e giù per il cuore facendoti uscire dalla sala con un magone grosso così…si vous me comprenez… Ma siamo curiosi d’incontrarlo, ‘sto esemplare, quindi, furia, ehm forza, accorrete numerosi, come si diceva nell’Italia post-giolittiana (??).

Caso mai non lo sapeste, siamo in piena Settimana della Critica, dieci giorni in cui vengono proiettate alcune opere cinematografiche presentate alla 29ª Settimana Internazionale della Critica della Mostra del Cinema di Venezia. Consultate il programma qui http://www.crushsite.it/it/cinema/2014/le-giornate-della-mostra-7a-edizione.html
Domani (lunedì), mi sparerò “Dancing with Maria” all’Astra, ore 21:15, approfittando anche della presenza del regista Ivan Gergolet e dell’Anarcozumi 😉
Check the film out, http://www.sicvenezia.it/2649/edizione-2014/film-2014/dancing-with-maria/
If you wanna join us, you join us… 😉

Okay, sono arrivata in fondo, limitandomi a una dose di parole tollerabile dal cine-organismo del Movier medio, pur avendo farcito il polpettone con parecchie cine-prelibatezze. Me ne compiaccio 🙂
Ora però vi chiedo di dedicare 39 secondi (cronometrati) al Movie Maelstrom, e di saltare il riassunto (ma li leggiamo ancora, i riassunti??). E di accettare i miei ringraziamenti e i miei saluti, quest’oggi, sciupatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccovi la micidialità kasparoviana del Movier Scaccomatto di cui sopra 🙂

Jimi, All is by my side
“È moscetto. Girato dallo stesso regista di 12 anni schiavo cerca un’introspezione nel mondo di Hendrix che gli riesce solo in parte, scopiazza un po’ di tecniche di maniera e non potendo toccare per questioni di copyright il momento clou della sua carriera, diventa poco più di un documentario. In breve: per appassionati del genere”
Opinione peraltro condivisa dall’Anarcozumi che vide il film ed ebbe la stessa reazione del Fellow

Lucy
“Gran bel film, se vi piacciono le storie alla Matrix. E’ largamente debitore al Tagliaerbe, a Matrix, ai film d’azione orientali, forse anche a Tarantino, e naturalmente a Luc Besson 🙂 Effetti speciali impressionanti, ritmo serrato, un po’ deludente sul finale. Morgan Freeman ormai interpreta sé stesso da quando ha fatto Dio Padre in Bruce Almighty (=Una settimana da Dio)”.

 PARTY GIRL: Angelique ha sessant’anni e fa l’hostess in un cabaret al confine franco-tedesco. Col passare del tempo, i clienti diventano sempre più rari, tranne uno, Michel, che è innamorato di lei e, un giorno, le chiede di sposarlo.

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