LET’S MOVIE 215 propone PARTY GIRL e commenta I 400 COLPI

LET’S MOVIE 215 propone PARTY GIRL e commenta I 400 COLPI

PARTY GIRL
di Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Théis
Francia, 2014, ‘95
Martedì 7/Tuesday 7
Ore 21:00 / 9:00 pm
Astra/dal Mastro

 

Faded Fellows,

Avete presente il pezzo di ZHU (no, non la nostra Zu, ZHU con l’H in mezzo)? Quella traccia dance indie-house un po’ alternative che fa impazzire i Board al di là e al di qua dell’oceano? 🙂 Come dite? Non lo avete presente perché voi ascoltate solo Brahms e Baustelle (due B che fa molto fico ascoltare)? No problem, risolviamo subito… https://www.youtube.com/watch?v=orSMrR2Dl9c
Come potete sentire, non siamo esattamente a livello Battiato quanto a testo (!), ma non lasciatevi ingannare dalle apparenze…ricordate il detto, you cannot tell the book by its cover.
Ben lungi dall’essere un semplice pezzo hunz-hunz, “Faded” è come un’ossessione che ti s’infila nell’inconscio e non lo molla più. E non digredisco troppo, promesso, ma io trovo molto affascinante il fatto che ZHU sia tutto un mistero: nessuno sa, a oggi, chi si nasconda dietro quelle tre letterine e dietro la sua hit ―disco di Platino in Australia nonché prima posizione nella classifica generale di iTunes. Un po’ come Banksy. O i Gorillaz prima che Demon Albarn confessasse, “Gorillaz, c’est moi”.
Quindi forse a Battiato piacerebbero i quattro versi ripetuti all’infinito “Baby I am wasted / Baby I am faded”.
Questa traccia rappresenta in muisica i giorni immediatamente successivi al mio back-home e il mio stato psicofisico al Lez Muvi di martedì. Se poi a faded (=svanito/sfiorito/deperito) e wasted (=distrutto/rotto/sfatto) aggiungete “jet-lagged” (gètleggato/stonato/devastato) avete la cartella clinica di un Board post-20 ore di viaggio, 8 d’ufficio e altrettante di quesiti “where the hell am I?” che si reca al cine.
Non è che noi si faccia la tragedia greca, intendiamoci. Due settimane ad ascoltare i discorsi celesti dell’oceano valgono ben un po’ di scombussolamento. Tuttavia questo ha inciso pesantemente sulla mia lucidità durante “I 400 colpi”.
Fortuna ha voluto che con me ci fossero il WG Mat, che diceva qualcosa, in lontananza, sul film e il Bildungsroman…e qualcosa tipo “punto di riferimento per tutti quelli che fanno cinema…” e qualcosa di estremamente cinefilo che è andato perduto nelle nebbie della mia mente; e il Fellow Andy, per l’occasione senza The Candy e con molto The Kezich, giacché a fine film, c’ha zittito con un zarathustriano “poetico nella sua essenzialità”. Also Sprach der Movier. 😉
Fuso orario o meno, “I 400 colpi” mi ha steso ―e l’umorismo è involontario. Con tutta la sfilza di sensi di colpa che questo comporta, perché il film di Truffaut è IL film di Truffaut, considerato il punto di riferimento per tutti quelli che fanno cinema e poetico nella sua essenzialità…  🙂 E quindi se a me non ha detto granché, fuso orario o non fuso orario (questo è il problema), be’, c’è qualcosa che non va in ME. Questo è un po’ il problema con i classici; se ricordate, avevamo già avuto modo di discuterne dopo la visione di “The Rocky Horror Picture Show”, che ad Halloween 2013 aveva fatto ridere una platea di rockyhorrorpicture fans, tranne me e il WG Mat. 🙁
Un classico detta un modello, e se tu, per qualche ragione, non riesci a condividerne le linee, allora sei tagliato fuori dalla comunità che intorno a quel classico/modello si raccoglie e assente (assente??). Insomma, quando il classico non ti parla, ti senti un po’ un esiliato.
“I 400 colpi” è la storia ―ma a tratti sembra quasi un documentario― di Antoine, un tredicenne un po’ scapestrato che si barcamena tra una scuola che gli impartisce un’istruzione inadeguata e una famiglia che non lo capisce. Il titolo è una traduzione poco fantasiosa di “faire les 400 coups” il cui equivalente italiano è “fare il diavolo a quattro” (come i tre minuti d’introduzione al film ci hanno spiegato), e si riferisce proprio al belcaratterino del ragazzo, che scappa di casa due volte, ruba, mente, fa l’asino a sQuola e alla fine viene pure rinchiuso in un riformatorio. Da questa descrizione Antoine potrebbe apparire come il classico monello che si ribella alla società e alla famiglia e che, appunto, fa il diavolo a quattro. In realtà il maestro Truffaut ha una finalità diversa dalla semplice rappresentazione del ragazzino problematico che non rispetta le regole e cerca di fare le cose “his way”, come canterebbe Sinatra ―scappato da Martha’s Vineyard. Antoine è un giovane che cerca disperatamente un contatto caldo nella siberia umana che trova a scuola e a casa. Ma questa sua ricerca si scontra con un maestro dalle maniere troppo forti e con dei genitori che lo trattano come una scocciatura.
Schiacciato fra le mura sorde di queste due galere, Antoine non può far altro che evadere, e cercare fuori quello che “dentro” non trova. Il latte che ruba per strada, le balle che racconta, le bravate che combina, quindi, non sono marachelle: sono un call-for-love, un grido di affetto lanciato a un mondo totalmente insensibile nei confronti di un animo che invece, malgrado le apparenze, risulta sensibilissimo. Per fare un esempio, se i genitori gli avessero chiesto perchemmai avesse acceso una candela dentro un altarino nel salotto, rischiando d’incendiare tutta casa, se fossero andati oltre, e avessero notato le sue letture, avrebbero scoperto che lui, Antoine-le-gamin, è un avido lettore dell’opera di Balzac, e si sarebbero accorti che il quadretto dentro l’altarino altri non era che un ritratto del molto Honoré de, e il cero acceso, un gesto del ragazzo per riverire cotanto autore e la sua Comedie Humaine.
Del resto non ci si aspetta molto da questa coppia di genitori: la madre, civetta isterica, non si preoccupa del figlio, ma che il figlio si comporti comme il faut ― lei, che si fa beccare insieme all’amante e fa la gnorri; il padre, che scopriamo non essere il padre naturale, ma un compagno postumo della madre, non riesce a instaurare un vero rapporto con Antoine, ma rimane sostanzialmente un estraneo, lontano anni luce dal ragazzo e dai suoi bisogni. Il film è coraggioso nell’immagine della famiglia che racconta. Pensate un po’ portare sul grande schermo ―che ha effetto lente e cassa, amplifica e diffonde― una coppia così: lei coquette ragazza-madre e lui mezzo dupe (=tonto) che litigano come cane e gatto e parlano del figlio come di un pacco postale. Siamo nel 1959. Queste strutturazioni famigliari alternative alla famiglia classica ―madre e padri morigerati dove la madre è femmena con l’occhio atterra (e muta deve stare) mentre l’uomo è il mashculo che porta a casa ‘o pane e spadroneggia dentro le mura domestiche, non si vedevano. Forse, non si concepivano nemmeno. Truffaut prende la sua cinepresa e sbircia dentro gli appartamenti mai esplorati dall’occhio del cinema dell’epoca.
Quindi sì, malgrado il mio stato psicofisico, ho colto tutto questo. Il lavoro, l’intento, la figura di Antoine e la tristezza da incompreso che si porta cucita addosso, rendendolo un fratello minore del giovane Holden, che, a veder bene, fu pubblicato solo 8 anni prima dell’uscita del film ― sarebbe interessante approfondire i tratti comuni di Holden e Antoine… se qualcuno volesse scriverci la tesi, venga a ricevimento e ne parliamo :-).
Ho colto anche il bellissimo rapporto che Antoine stringe con René, molto più che un amico, quasi un surrogato della famiglia che non ha: René lo accoglie in casa sua, lo nutre, lo accudisce. La parte che credo di avere apprezzato di più del film è proprio questa, la relazione tra i due ragazzi, la loro spensieratezza quando scorrazzano per le vie parigine, facendo dispetti, rubacchiando (macchine da scrivere e sigarette), ricordandomi le Giovani Canaglie, o le classiche buddy-stories, le storie che vedono una coppia di amici combinarne di tutti i colori e riuscire a cavarsela sempre. Huckleberry Finn e Tom Sawyer.
E certo, come no, ci sono istanti di estrema grazia visiva: Antoine al luna park, dentro un rotolone girevole (che dalla regia mi suggeriscono si chiami “rotore”): il ritratto vivente dell'”I am having so much fun and I am doing it so great”. Oppure il finale, in cui Antoine, dopo essere scappato dal riformatorio, corre incontro al mare, e poi dal mare torna indietro, e guarda dritto nella camera da presa, guarda noi, e noi ci portiamo a casa questi suoi occhi che non sono gli occhi dell’Antoine dell’inizio film, sono occhi più adulti. Quelli di chi ha capito che non si può andare oltre il mare, non si può fuggire oltre ―e per sempre― che si deve tornare indietro, alla realtà.
Questi aspetti li ho colti, sì, e rendono il film il capolavoro che è. Ma non sono stata toccata emotivamente. Sapete no, quella piccola zona morbida, tra la bocca dello stomaco e il cuore, che vibrola tutta (dal neologismo “vibrolare”) quando viene sfiorata da un’immagine, un verso, un viso… Ecco, questa volta, per me, no vibes. Nessuna vibrazione. L’apprezzamento è puramente critico, scolastico. Va bene anche questo, nessun problema. Ma per me un film riesce quando mi sconvolge la pancia e mi seduce il cervello. Brain&belly. Questa volta, per me è stato just brain, no belly.
Je suis très desolée. 🙁

Dato che c’è il Movie Maelstrom occupato, e non da me thanks God ma dal Fellow Scaccomatto e dalle sue opinioni dalla micidialità kasparoviana su “Jimi, All is by my side” e “Lucy” ―immaginate quanto high-in-the-sky sia il mio umore in questo momento alla prospettiva di avere il Movie Maelstrom occupato NON da me!― mi permetto di segnalarvi qui un film visto durante la settimana. “La trattativa” di Sabina Guzzanti.
Oddio, vi sento pensare sulla difensiva, la Guzzanti è una mina vagante, una patata bollente. E in effetti sì lo è, così come il film stesso, di difficile definizione: un ibrido che si serve del linguaggio a metà teatrale-brechtiano a metà giornalistico-cronachistico per mettere in piedi una ricostruzione dei fatti della cosiddetta trattativa fra stato e mafia dopo gli omicidi Falcone-Borsellino e gli attentati dei primi anni ‘90. La Guzzanti si serve di un teatro di posa, e di un gruppo di attori che inscenano i fatti, svelando segreti e sangue con cui questo paese ha scritto la sua storia negli ultimi vent’anni. È come ricevere un destro nello stomaco, e non v’illudete che “La trattativa” sia comico per via del trascorso satirico della Guzzanti televisiva ― se devo essere sincera, la parte che trovo più stonata del film è proprio la coppia di camei di lei che interpreta Berlusconi.
Non va perso, “La trattativa”, sia per il contenuto che vi presenta, sia per la forma molto originale con cui ve lo presenta. Noi che nei primi anni ‘90 eravamo dei tredicenni, abbiamo un bisogno anche didattico di vederlo, giacché di quello che successe fra politica e mafia al tempo ne sappiamo pochissimo ― l’omicidio che ci aveva toccato maggiormente all’epoca era stato quello dell’Uomo Ragno per mano degli 883, chennesapevamo noi della P2…
Se poi ci viene voglia di fuggire da ‘sto stato, possiamo pure chiamarla “effetto del brain drain”…

Questa settimana cerchiamo un po’ di leggerezza, sapendo di non trovarla, con

PARTY GIRL
di Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Théis

Vincitore del Prix d’ensemble nella categoria “Un certain regard” e della Caméra d’or al 67º Festival di Cannes, il film dev’essere un francese purosangue: i francesi purosangue sono quegli animali nati oltralpe che all’inizio ti portano leggeri leggeri pei campi in fiore della comicità, e poi ti galoppano un po’ su e giù per il cuore facendoti uscire dalla sala con un magone grosso così…si vous me comprenez… Ma siamo curiosi d’incontrarlo, ‘sto esemplare, quindi, furia, ehm forza, accorrete numerosi, come si diceva nell’Italia post-giolittiana (??).

Caso mai non lo sapeste, siamo in piena Settimana della Critica, dieci giorni in cui vengono proiettate alcune opere cinematografiche presentate alla 29ª Settimana Internazionale della Critica della Mostra del Cinema di Venezia. Consultate il programma qui http://www.crushsite.it/it/cinema/2014/le-giornate-della-mostra-7a-edizione.html
Domani (lunedì), mi sparerò “Dancing with Maria” all’Astra, ore 21:15, approfittando anche della presenza del regista Ivan Gergolet e dell’Anarcozumi 😉
Check the film out, http://www.sicvenezia.it/2649/edizione-2014/film-2014/dancing-with-maria/
If you wanna join us, you join us… 😉

Okay, sono arrivata in fondo, limitandomi a una dose di parole tollerabile dal cine-organismo del Movier medio, pur avendo farcito il polpettone con parecchie cine-prelibatezze. Me ne compiaccio 🙂
Ora però vi chiedo di dedicare 39 secondi (cronometrati) al Movie Maelstrom, e di saltare il riassunto (ma li leggiamo ancora, i riassunti??). E di accettare i miei ringraziamenti e i miei saluti, quest’oggi, sciupatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccovi la micidialità kasparoviana del Movier Scaccomatto di cui sopra 🙂

Jimi, All is by my side
“È moscetto. Girato dallo stesso regista di 12 anni schiavo cerca un’introspezione nel mondo di Hendrix che gli riesce solo in parte, scopiazza un po’ di tecniche di maniera e non potendo toccare per questioni di copyright il momento clou della sua carriera, diventa poco più di un documentario. In breve: per appassionati del genere”
Opinione peraltro condivisa dall’Anarcozumi che vide il film ed ebbe la stessa reazione del Fellow

Lucy
“Gran bel film, se vi piacciono le storie alla Matrix. E’ largamente debitore al Tagliaerbe, a Matrix, ai film d’azione orientali, forse anche a Tarantino, e naturalmente a Luc Besson 🙂 Effetti speciali impressionanti, ritmo serrato, un po’ deludente sul finale. Morgan Freeman ormai interpreta sé stesso da quando ha fatto Dio Padre in Bruce Almighty (=Una settimana da Dio)”.

 PARTY GIRL: Angelique ha sessant’anni e fa l’hostess in un cabaret al confine franco-tedesco. Col passare del tempo, i clienti diventano sempre più rari, tranne uno, Michel, che è innamorato di lei e, un giorno, le chiede di sposarlo.

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