LET’S MOVIE 216 – propone CLASS ENEMY e commenta PARTY GIRL

LET’S MOVIE 216 – propone CLASS ENEMY e commenta PARTY GIRL

CLASS ENEMY
di Rock Bicek
Slovenia, 2014, 93’
Martedì 14/Tuesday 14
21:15/9:15 pm
Astra/dal Mastro

 

Modianò Moviers,

Non è per dire, ma quel Patrick lassù, tre giorni fa s’è visto recapitare a casa un pacco con dentro un Nobel per la Letteratura.
E voi sbottate, ma chi è? E io vi dico, eh sono rimasti tutti ‘nupoco perplessi dopo la proclamazione. Avesse vinto Murakami, o Joyce Carol Oates, dicevi, sì sì, cellò, ma cavolo Modiano, Modiano no, mi manca!
In realtà “Nel caffé della gioventù perduta” non è male, ma da lì al Nobel, insomma ce ne passa….
Un po’ come per Carducci che lo vinse nel 1906. Giosuè, ehm, cioè, Carducci?? Bravino, per carità, la nebbia e gli irti colli e tutto, ma da lì a un Nobel, insomma, ce ne passa…
Vada per la Deledda, Pirandello, Quasimodo (sì, pure lui), Montale, Fo…Ma Modianò??

Vabbè, c’è tutto da imparare da ‘sta Accademia Svedese.
Noi, Moviers, di svedese, c’avevamo solo le condizioni meteo martedì sera. Ci ritroviamo in una piovosa sera d’autunno da Stoccolma suburbana. La prima credo, quella in cui vedi che l’estate è stata rinviata a giugno 2015, e ti trovi davanti a quest’organismo bizzoso dai contorni umidi, gli occhi arancio, i capelli gialli, che si chiama ottobre. La maggior parte di noi deve ancora farsene una ragione. Dopo la non-estate, non siamo eticamente pronti ad affrontare il ciclo stagionale.
C’è della stanca nell’aria e nello sguardo un po’ di tutti ―sarebbe un martedì da poltroni, questo, altroché, ma Lez Muvi ci impone il cine, e io lo ringrazio per questo.
Abbiamo la Movier More, che si presenta nonostante la stanca, e pure con un paio di scarpe Michael Jackson da urlo, anzi da thriller, e pure salvando la Guest Marianna dal focolare domestico; il WG Mat, i cui sbadigli potrebbero essere impiegati per muovere qualche diavoleria eolica, vista l’energia di cui sono dotati; e si è unito a noi anche il Fellow Scaccomatto, al suo primo Lez Muvi, che tenerezza il fantolino (alto 1.97 m, spanna più spanna meno, questi sono i parametri dei nostri fantolini :-)).

Ah ma cosa non è il cine! Il Let’s Movie numero 215 ha provato quanto un’opinione su un’opera cinematografica possa sovvertire ed essere sovvertita a seconda di quello che se ne sa. È nostro uso e costume non informarci troppo sul film che proponiamo prima di vederlo, e questo non per motivi di lazyness, ma per non condizionarci l’esperienza in sala, che è il vero core-business di Let’s Movie (ho detto “core-business”? Possa io essere punita per questo). Però conoscere il background di “Party girl” ti permette di apprezzarlo ancora di più.

 La party-girl è Angelique, una sessantenne che per tutta la vita ha esercitato la professione della “party girl” ―il MIO Nobel per la Logica è giusto questione di ore… Una party girl non è una prostituta: è quella che una volta si definiva “entreineuse”, half stripper, half dancer, no bitch, per capirci. Però ha superato gli -anta (da ‘mo), ed è giunta l’ora di mettere la testa apposto, di pensare al futuro, che non è più una ragazzina e bisogna essere pratici e non può mica continuare con quella vita in eterno… Allora Angelique si dice, okay, mettiamo la testa apposto, sposiamo Michel, questo brav’uomo affidabile e buono e che stravede per me e cosa posso volere di più? Facciamo finta che lo amo, tanto l’amore s’impara, no, e io imparerò col tempo ad amarlo, visto che mi adora, no?
Le cose non stanno e non vanno così. L’amore non s’impara. L’amore semplicemente c’è o non c’è. Questa è una delle lezioni che Angelique impara alla fine del film.
Guardate, non succede granché durante “Party Girl”. Seguiamo Angelique nel trasferimento dal night-club a casa di Michel, e ciò che esso comporta. Le unghie prima impeccabili, ora sbeccate ―le pulizie, vous savez. I ritmi a due che non coincidono ―lei vuole uscire-far-cose-vedere gente, mentre lui è stanco, è tardi, torniamo a casa andiamo a letto… Ecco, soprattutto letto, dove i due non si troveranno mai.
Alla fine la resa dei conti si gioca proprio lì, sul ring in camera da letto… È il corpo di Angelique, a rifiutare Michel. La testa sa che quella sarebbe la decisione più saggia, più auto conservativa: una vita tranquilla, sistemata. Ma la natura di Angelique, eterna ragazzina in un corpo da lady, non va da quella parte. La natura (= la carne) di Angelique tende altrove, e così si chiude il film, su una strada, lei sui suoi tacchi che la portano via da quel talamo in cui lei NON è lei. Questa scelta ― la meno autoconservativa e forse, in prospettiva, la più distruttiva, ma senza ombra di dubbio, la più autentica― è Angelique. Ha dovuto rinchiudersi in una gabbia d’oro con le sue stesse mani, pronunciando il fatidico sì (povero Michel!), per evadarla…

A tratti è un po’ trascinato, il film, convengo. Ma ci mostra tutto il percorso di autoconvincimento intrapreso dalla donna ―devo farmi andare bene questo perché mi si dice che questo è bene per me, lo dicono tutti― e il fallimento a cui porta: trovarsi incastrata in un matrimonio che non vuole. Mostra anche il fallimento di un modo standardizzato di concepire la vita a 60 anni, una sorta di piano-pensione. La vita, suggerisce il film con delicata fermezza, NON è questo. I conti su chi sei, alla fine, tornano sempre. Se non sei un animale da salotto, da tranquillo weekend di villeggiatura, pic-nic fuoriporta e cena alle 7 pm from Monday through Friday, non c’è verso, devi accettarlo.
Sì, “Party girl” è un film sull’accettazione di se stessi, e sui limiti di se stessi. È terribilmente umano, nella plurimia di sentimenti contrastanti che Angelique suscita in noi ―altro punto a favore. Il suo comportamento tra lo svampito, l’ingenuo, il seduttivo e il ridicolo, ci fanno provare compassione, ma anche frustrazione. C’è una parte di noi che vorrebbe prenderla per le spalle e scuoterla, strillarle “Halloooo, hai 60 anni, wake up! Esci fuori dalla night dei night-club e fatti una vita alla luce del giorno!”. Ma c’è una parte di noi (almeno, di me), che vorrebbe proprio abbracciarla: Angelique è un personaggio modernamente tragico e tragicamente moderno, che concentra in sé un nuovo tipo di femminilità, o umanità, complessa e sfuggente, bambina e adultissima. Una stripper NON è solo una stripper. Una stripper è una madre amata dai suoi quattro figli, quasi quattro genitori nell’atteggiamento protettivo e caring nei suoi confronti.

Questo film piccolo piccolo che ha raggiunto risultati festivalieri grandi grandi, ci racconta un personaggio mai raccontato dalla cinematografia  ―fatemi sostituire il “mai” con “raramente” per buona pace del WG Mat, a cui il film non è piaciuto. 🙁 Di solito questo tipo di figura femminile è accompagnato da famiglie disastrate, figli che le ripudiano, amanti che le maltrattano. Niente di più lontano da “Party girl”. Finalmente niente luoghi comuni, niente sentimentalismi, e tanta tanta naturalezza. E’ assolutamente naturale che i quattro figli abbiano una madre “così”. E qui potreste dirmi, eh sì va be’, è pur sempre un film… E invece noooouuuu…

Il Movier Scaccomatto, dopo la proiezione, ha acceduto (acceduto o accesso??) a delle misteriose “fonti informative privilegiate”, scoprendo che il film è un’opera prima di un gruppo di studenti di una scuola di regia, e che alcuni degli attori sono i famigliari della protagonista! Angelique stessa interpreta se stessa, Angelique Litzenburger. E io aggiungo, grazie a delle fonti informative poco privilegiate, che “il resto del cast è costituito da non-attori ingaggiati tra gli abitanti del luogo”. 🙂
Per Giove! (Per Giove??) Questo aumenta ancora di più il valore linguistico del film, un’opera assolutamente originale che si colloca tra il documentario, il cine-verità, la fiction e la riscrittura della realtà. Capite ora perché vi dicevo che la percezione di un film può variare molto al variare delle info che si hanno relative a quel film? Anche il WG Mat, dopo questa sensazionale scoperta avviata dallo Scaccomatto, ha concesso un “be’ questo cambia un po’ le cose”… 😉

Sapete, mi piace pensare che la società franco-tedesca vera (non di fiction cinematografica) veda una madre come Angelique come una madre da amare, nonostante si discosti dal modello classico dell’Eterno Materno. Dico società franco-tedesca perché il film è ambientato sul confine fra Germania e Francia. Mi piacerebbe dire “europea”, ma purtroppo l’Italia ―forse anche la Spagna, sicuramente la Grecia― mi sembra ancora così distante da quel tipo di easiness di rapporti. Qui le party-girl sono ancora pecorelle smarrite/anime perdute che la Chiesa cerca di redimere, lo Stato di recuperare. Il film è interessante anche sotto questo aspetto sociologico: quali paesi avrebbero la maturità di ammettere (non “tollerare”, ammettere) nel loro sistema stato un tipo di famiglia così “alternativa”? E quando smetteremo di vedere questo tipo di famiglia come “alternativa” e cominceremo a intenderla come naturale (non uso “normale” intenzionalmente).

Allora penso che se un film mi fa crescere tutte queste domande in testa, e non semplicemente perché la tematica in sé sia attuale o di mio interesse, ma per il modo narrativo tra realtà e finzione che le fa spuntare, credo proprio di poter sopportare dei tempi morti o dei momenti in cui l’azione rallenta. Del resto la vita vissuta è così, è fatta di pause, di momenti in cui non accade nulla, o poco. Ma questo non significa che non stia accadendo nulla, o poco…
Bravi a questi giovanissimi registi, speriamo di sentirli ancora 😉

E questa settimana torniamo a scuola,

CLASS ENEMY
di Rock Bicek

La scuola è un luogo che si presta molto alla rappresentazione e all’analisi delle nuove generazioni ― di quanto la filmografia contemporanea si occupi di adolescenza, abbiamo già detto. Film come “La classe, entre les mures”, “L’onda”, “Monsieur Lazare”, “La mia classe”, “Detachment – Il distacco” sono solo alcuni esempi di “school films” degli ultimi anni. Questa specie di docu-something (oggi definire il genere di un film è operazione sempre più complessa, e menomale…Vive le melange!) fu presentato con successo alla Settimana della Critica della Mostra di Venezia 2013 dove vinse il Premio Fedora (di cui ignoro specifiche), e sta facendo il giro del mondo.
Per capire il mondo attuale dobbiamo guardare quante più rappresentazioni di esso possibili, pertanto, noi martedì si va a vederne una 🙂

Nel Lez Muvi della settimana scorsa ero ancora talmente faded and wasted, da scordarmi di ringraziare un neo-Movier, Mario, che opera nel mondo Trentorise e per questo, e per l’amore verso il cine di qualità, è stato cine-battezzato Fellow Easy Riser 🙂 Il Fellow è uno di quei miracolosi 11 nuovi iscritti a Let’s Movie dopo aver visto il Board al TG3 ― dovrei dire, MALGRADO il Board al TG3! 🙂 Spero tanto di rivederlo, e di conoscere anche il resto del dream team 😉

E ora faccio continuare la bonaria baguarre tra giganti nel Movie Maelstrom, e non vorrete mica perdervela?! Quasi quasi metterei su un giro di scommesse clandestine, anzi clandecine… 🙂

Okay, ora tana liberi tutti. Il riassunto, perdetevelo per strada, che è meglio. I saluti invece raccoglieteli. Sono nobElmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ed ecco l’opione cut&pasted del WG Mat su “Lucy”, il film che la settimana scorsa era stato recensito positivamente dal Fellow Scaccomatto

“Ho visto lucy e mi permetto di dissentire con il commento: non me la sentirei per niente di dire che c’entra con matrix, a meno che non si dica che tutto quello che è fantascienza è matrix. insomma il primo matrix aveva segnato un genere (gli altri matrix hanno fatto bleah) questo lucy.. insomma lascia un po’ il tempo che trova anche se si guarda volentieri.
concordo però su morgan freeman che fa se stesso in tutti i film (batman incluso, mandela anche)”

Ora attendo che facciate la vostra puntata :-), oppure che andiate a vedere “Lucy” e mi facciate sapere cosa ne pensate… 😉

CLASS ENEMY: Slovenia, oggi. Un liceo come tanti. Una classe come tante. Una quotidianità come tante. Ma è davvero tutto così ordinario, così regolare? È davvero tutto così tranquillo, sotto la patina di normalità? Basta l’arrivo del nuovo professore, il durissimo Robert (uno straordinario Igor Samobor, superstar del cinema sloveno!), per innescare un violento corto circuito: didattico, prima, e umano, poco dopo, quando la tragica morte di una studentessa devasta gravemente gli equilibri…..

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