LET’S MOVIE 218 – propone BOYHOOD e commenta IL GIOVANE FAVOLOSO

LET’S MOVIE 218 – propone BOYHOOD e commenta IL GIOVANE FAVOLOSO

BOYHOOD
di Richard Linklater
USA 2014, ‘163
Martedì 28/Tuesday 28
20:00 / 8:00 pm
Astra / Dal Mastro

Maturandi Moviers,

È stato il Monaldo Monday a ospitare “Il giovane favoloso”: non sono riuscita ad attendere un giorno in più per proporlo. Non so cosa m’abbia preso con questo film. Ho fatto la testa così al mondo intero. L’aspettavo “impazientissimamente, mangiata dalla malinconia, zeppa di desiderii”, come avrebbe detto il nostro eroe 🙂
Impazientissimamente. Ritrovare i superlativi leopardiani ― superlativizzava pure gli avverbi, poi ditemi se non era grandissimamente fico quest’uomo ― mi ha riportato dritto dritto sul banco di quinta liceo, con lo studio matto e disperatissimo, con il tema di maturità su di lui, un confronto tra “Le rimembranze” e Montale ―le cose che non si riescono a fare quando hai 18 anni…
Come vedete sono già dentro il Lez Muvi di lunedì: devo confessarvi che è cominciato con “una orrenda e barbara malinconia”…Nessun Movier all’orizzonte! 🙁 Solo una sala presa d’assalto da studenti, liceali e universitari, com’ebbe a confermar lo Mastro. Il mio livello di depression ha superato quello del nostro poeta ― detentore, ricordiamolo, del titolo Mister Melancholia di tutti i tempi. Tanto fòco nell’animo mio, e nessuno in quello delli Movier nostri, ah quanta piaga mi s’aprì in mezzo al petto ―okay, ora la smetto di parlar vintage eh. Avevo già in testa l’incipit, “Figgggghi miei Fellows Moviers” avrei attaccato, con una sceneggiata napoletana. Invece no, niente tragos, solo poco logos ―del Board, of course, che arrivò, al solito, troppo tardi, e i ligissimi Fellows avevano già preso posto in sala. Con “ligissimi Fellows”, intendossi li favolosi Movier Magno Carlo e Movier Chocolate ―il Guest Stefano con lei. Solo la fine del film e l’uscita sala permisero la carrambata dell’abbraccio lezmuviano. 🙂
Avrei potuto farmi bastare la presenza della Honorary Member Mic, che aveva visto il film la sera prima a Vicenza ― considerato il fuso di 24 ore con Trentoville, eravamo praticamente in sync ― o quella del Fellow President, che lo vide presidenzialmente appena uscito.
Però quando vedinero, vedinero, lo dice anche Zucchero, e al momento della proiezione io vedevoproprionero, pieno mood leopardiano! 🙁 Quindi capirete, quando l’ho sentito recitare: “Io sono infelicissimo: tutti i giornali di questo mondo non mi convinceranno del contrario”, avrei innalzato un grido di giubilo ― non fosse stato platealmente paradossale… 🙂

Ora devo stare attenta con voi, Fellows. La mia tentazione sarebbe quella di starmene qui, mollemente adagiata in riva al rivo ―non c’è verso di cavarmi questo vintage di bocca, portate pazientissima― e disquisire su quanto straordinariamente lucido Leopardi fosse nelle sue lettere, quanto il Leopardi filosofo ci intrighi quasi più del Leopardi poeta, perché è lì, nel suo pensiero filosofico che la sua ribellione, la sua smania di libertà, trovano terreno fertile per prosperare. Ma devo scattare in piedi e schivare le lusinghe del rivo e delle inclinazioni letterarie e concentrarmi sul film, che qui siamo a Let’s Movie, mica a un corso monografico sul ruolo di Madame de Stael nel Romanticismo italiano (Madame de Stael??).

Come ho avuto modo di dire a chi me l’ha chiesto, il film è un buon film, per certi versi addirittura buonissimo.
Diciamo subito che girare su un personaggio del genere, richiede un coraggio e una dose d’incoscienza jackhassiana che vanno premiati in sé, a prescindere da tutto.
Ho pensato a una serie di aggettivi per descrivere il recitato di Elio Germano, ma nessuno gli renderebbe giustizia: si porta sulle spalle ―intendo fisicamente― il peso della “malinconia” e delle mille magagne fisiche del povero Giacomo. Germano raggiunge un livello d’immedesimazione tale da trasmettere la sofferenza del corpo e dell’anima, un calvario che deve essergli costato molto caro in termini corporei e psichici. Giacomo ingobbito, malfermo sui piedi, tutto il fardello della sua tristezza poggiato su un bastone, non si scordano.
Un altro grande merito del film è proprio quello di mettere in luce il pensiero leopardiano oltre alla “Silvia rimembri ancor…”, che appare soltanto per morire dopo due pose ―ettepareva. Lo scambio epistolare che Giacomo intrattiene con Pietro Giordano è forse la parte che ho apprezzato maggiormente, quella più ricca di spunti. Così come i pensieri tratti dallo Zibaldone ―che poi è l’equivalente del Movie Maelstrom :-).
“Il vero consiste nel dubbio. Chi dubita sa, e sa che si possa”, sono perle che ci descrivono un’epoca, oltreché un pensatore. Leopardi si ritrovò a vivere le premesse del Positivismo che si credeva di avere ogni risposta bell’e pronta per tutto e tutti, vista la fiducia nella scienza e nel Darwin-pensiero, e che avrebbe invaso con la sua filosofia di vita ieh-ieh-everything-is-possible la seconda metà dell”800. E poi ho scoperto che è stato proprio lui, Giacomo, ad anticipare il Califfo nazionale ― oltre che a cogliere lo spirito di Trentoville ― quando, riferendosi a Recanati, scrisse a Pietro: “Qui il divertimento è lo studio. Tutto il resto è noia”.

Tuttavia il film è un po’ troppo lungo, e in alcuni momenti ripete se stesso, come se Martone non avesse voluto ―potuto?― rinunciare a nulla, e avesse finito per ridondare. Ma lo capisco: immaginate cosa dev’essere stato per lui decidere cosa tenere e cosa lasciar fuori…. Alla fine ha tenuto un po’ tutto, con le conseguenze del caso. Per esempio ha deciso di scindere il film in due momenti bipartiti (bipartiti?): il primo, ambientato a Recanati che poi sfocia in Firenze, e quello ambientato a Napoli, che poi sfocia a Santa Annunziata, alle pendici del Vesuvio. Questa seconda parte perde molto mordente, è stanca. E si vede, si sente.
Nella prima parte siamo anche conquistati dal setting. Sapevo che le scene erano state girate nella casa natale di Giacomo. Sapevo che il letto in cui Germano-Leopardi dorme, è il letto in cui Leopardi-Leopardi ha dormito. Così come la biblioteca è LA biblioteca di casa Leopardi ―quella che Leopardi père, il Marrano, ehm, il Monaldo, teneva sotto chiave. Nella finzione tutto risulta molto vero, e questa contraddizione permette allo spettatore di ritrovare dei luoghi che aveva perlustrato con il naso piantato sull’antologia del liceo, e la sensazione è di familiarità, di deja-vu.

E poi ci sono alcuni momenti in cui “Il giovane favoloso” osa, diventa visionario, e per me davvero favoloso 🙂 Come per esempio la scena, bellissima, in cui Leopardi, i piedi sprofondati nel suo pessimismo più cosmico, si scaglia contro la Natura matrigna, entità assolutamente indifferente all’uomo. Martone modella una Madrenatura di argilla, che si sgretola e subito si ricompone, e che fissa il giovane Leopardi con sguardo vitreo, freddissimo ―l’ambientazione quasi lunare, da paesaggio metafisico tiesseliottiano mi ha ricordato la scena finale del “Faust” di Sokurov (vedete voi come sto messa…). Oppure la scena del litigio con il padre, in cui Giacomo si sdoppia: le sue lacrime da una parte, la sua rabbia dall’altra, una sorta di reazione scissa tra il come-reagirei e il come-ragisco. Anche alcune musiche in inglese attuali, a tratti sinistre, creano un effetto straniante che ho molto apprezzato.
Ecco, io avrei preferito che la sceneggiatura battesse maggiormente quella strada ―quella della visionarietà. Leopardi, se ci pensiamo, è egli stesso il primo dei visionari, e non solo in quanto poeta: uno dei primi (di sicuro in Italia) che aveva il coraggio di scagliarsi contro la pavidità, contro chi nascondeva la testa nel borgo natio e non ascoltava quello che succedeva fuori. “Odio questa vile prudenza”, ringhia contro il suo tempo. Il primo che rivendicava il diritto all’infelicità ―pensate che guerra avrebbe mosso agli Stati Uniti, il nostro prode Giacomo, con la loro bella Costituzione shiny happy people― e non perché il suo fisico lo costringeva a soffrire le pene dell’inferno, ma perché la sofferenza, come la concepiva lui, era qualcosa di radicato nell’animo umano, qualcosa di esistenziale, che filosofi come Schopenhauer avrebbero teorizzato di lì a breve. Splendida la scena nel caffé napoletano in cui si scaglia contro una coppia di tronfi borghesucci positivisti: “Il mio piccolo cervello non concepisce masse felici di individui infelici”…
Se Martone avesse osato un po’ di più, avrebbe assicurato un plusvalore cinematografico all’opera (profondamente letteraria), e si sarebbe risparmiato il didattismo, in cui il film di tanto in tanto scivola, inevitabilmente.
Chiudere il film sulla “Ginestra” per esempio, mi è parsa una scelta un po’ scontata. Non dico non si dovesse includere, ma forse restituire in maniera meno da fiction targata Rai 1…
Eppure ribadisco, l’opera è di grande merito, e riporta l’interesse su un autore che è talmente parte della nostra cultura che spesso lo diamo per scontato. Dopo le sale strapiene ―”pienone ogni spettacolo” gongola il Mastro ― spero che l’entusiasmo si traduca anche in Zibaldoni venduti 😉

E chiudo adagiandomi giusto  un secondino in riva al rivo, se permettete. 🙂 Leopardi fu grande anche perché in vita si credeva piccolo. Oggi siamo pieni di piccoli che si credono grandi, oppure di grandi che si credono più grandi di quello che sono. Quale gioia, per me trovare il suo low-profile, sentirlo sussurrare, di se stesso, “Il mio fisico non riesce nemmeno a sviluppare una malattia forte che lo ammazzi”… Ti vien voglia di alzarti e abbracciarlo…. O di conoscerlo meglio, no? 😉

E questa settimana filiamo di corsa da

BOYHOOD
di Richard Linklater

Vincitore dell’Orso d’Argento per la Regia, il film è davvero unico nel suo genere: la lavorazione è durata 12 anni, dal 2002 al 2013, per raccontare la crescita del ragazzino protagonista. I suoi163 minuti, pertanto, valgono tutti e 163.
Anche qui, impazientissimamente… 🙂

Questa settimana il Movie Maelstrom è occupato dal WG Mat, che non sentite nominare da qualche tempo. Da qualche tempo il WG combatte contro un malefico malleolo travestito di gesso e grucce che ha bloccato la di lui mobilità con un incantesimo molto poco simpatico… I nostri laboratori stanno studiando un antidoto per liberarlo dal sortilegio, ma ci vorranno circa 3 settimane perché sia ultimato. Siamo certi, tuttavia, che funzionerà 🙂
Nel frattempo il WG naviga i flutti del www, ragiona sulle serie tv e contribuisce ad ampliare la nostra conoscenza in materia. Riesce inoltre a claudicare al cine e a guardarsi film come “The Judge”. Non ignoratelo come invece farete con il riassunto, eh, mi raccomando!

E accettate i miei ringraziamenti e i miei saluti, stasera, antologicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

E ora la parola al WG Mat, direttamente dalla sede distaccata di Verona…

“Vorrei segnalare nel LM di questa settimana una serie TV, che per qualità di produzione contenuti è assolutamente al livello del grande cinema.
Ho finito da poco di vedere True Detective, una serie TV americana prodotta da Matthew McConaughey e scritta da Nick Pizzolatto, una sorte di erede spirituale di Twin Peaks tornato in voga dopo la news di Lynch che metterà mano al seguito!.
True Detective (di cui è stata prodotta solo la prima stagione di 8 episodi al momento) è per 2/3 un flashback su un passato di 17 anni prima: due detective vengono interrogati separatamente da altri detective per ricostruire le indagini su un delitto rituale nella profonda Louisiana.
Ciò che rende straordinario il racconto (la serie e il meta racconto dei protagonisti) non è tanto il delitto o le indagini in se.  è un racconto sull’orrore dell’uomo e per l’uomo, un male che decisamente non è banale, ma è costruito e codificato in noi, nel nostro processo evolutivo, razionale ma soprattutto quasi paradossalmente anche molto irrazionale – ed è la cosa che fa più terrore perché lo vediamo li, dipanarsi davanti ai protagonisti e in loro.
Tutto raccontato dal detective Cohle (Mc Conaghuey) che, come Virgilio, accompagna passo dopo passo i detective che lo interrogano (e noi), in un viaggio nell’inferno dell’inconscio e nel male.
Cito una parte di recensione che ho letto e c’azzecca: “trascina se stesso e i suoi interlocutori in un tunnel di disperazione in cui l’uomo viene schiacciato a terra e considerato per quello che è: un elemento evolutivo, un “pupazzo di carne”, la cui coscienza è un “errore”, la religione che si è dato, qualsiasi essa sia, poco più di un virus linguistico e l’universo nel quale ci muoviamo un banale elemento della conoscenza”

Per chi ne vuole un assaggio questo clip di 3 minuti rende bene https://www.youtube.com/watch?v=7akCehrJ2-w

“The Judge” è un feel-good movie, di quelli ricchi di valori che piacciono agli americani ma che in fin dei conti dici vabbeh ci fanno stare bene, della serie papà sei un stronzo* però non ti ho mai capito lo realizzo ora, figlio mi sei mancato, quanto siamo simili in realtà, ah ho scoperto le mie radici e così via”.

*Ho preferito non censurarlo perché così fa molto commento-verità 😉

BOYHOOD: Girato per brevi periodi tra il 2002 e il 2013, Boyhood è un’esperienza cinematografica innovativa che copre 12 anni di vita di una famiglia. Al centro della storia c’è Mason, che assieme alla sorella Samantha, vive un viaggio emozionale e trascendente attraverso gli anni, dall’infanzia all’età adulta.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply