Posts made in novembre, 2014

LET’S MOVIE 223 – propone TRASH e commenta GIOVENTU’ BRUCIATA

LET’S MOVIE 223 – propone TRASH e commenta GIOVENTU’ BRUCIATA

TRASH
di Stephen Daldry
USA, 2014, ‘114
Martedì 2/Tuesday 2
Ore 21:15 / 9:15 pm
Astra/Dal Mastro the Allmighty

Maglietta Fina Movier Fellows!

Finalmente ho spianato un luogo comune dentro cui sono cresciuta ―siamo cresciuti, credo. James Dean, beau et maudit, anarco nell’animo e capello sempre in ordine. L’archetipo dello scavezzacollo, del casinaro e dello sciupafemmene ―che se volete rivendervi in contesto internazionale si dice “womanizer”. Via, demolito tutto, dopo aver visto “Gioventù bruciata”. Via la Fruit-of-the-Loom con poco dentro, lo sguardo assassino finalizzato alla conquista ma immune all’ammmooore, la cresta attaccabrighe da bad guy del quartierino. Via tutto e spazio alla svolta copernicana: James Stark, il protagonista di “Gioventù bruciata”, è una pasta di ragazzo che si trova circondato da un branco intergenerazionale di mediocri, gli adulti, che danno triste prova della loro vigliaccheria/ipocrisia/meschina borghesia dall’inizio alla fine.
Insomma, siamo decisamente molto più Baglioni che Rage Against the Machine, volessimo trovare una controparte musicale al ruolo del protagonista.

Alla notizia che non avevo mai visto “Gioventù bruciata” ―e uno sfacelo di altri classici― l’Anarcozumi voleva contattare la Corte Suprema del Cinema e indire un processo per direttissima al Board. Fortunatamente eravamo già in sala con il film sullo schermo, quindi l’udienza è stata rimandata a data da destinarsi.
Ma l’Anarco non era l’unica presente al Lez Muvi “Classics” di lunedì. Il duo che mi accompagnò in Puglia l’estate scorsa si materializzò come per incanto anzi salento, facendomi una di quelle surprise da natale sotto l’albero: Angela, detta Animalangie per via della leggera componente animalesca che la contraddistingue in quel suo corpo da passero solitario :-), e Giulio detto Giusenzaccento, che è il rebel WITH a cause quando in ballo c’è Trentoville e la sua tendenza al provincialismo passando per i mercatini in 2 piazze 2 della città… A fine film, poi, scopro che altri due Fellow hanno sguazzato sirenetti nel buio della sala: il Movier McDuck, le cui skills da banker gli hanno permesso di portarsi a casa la locandina del film ―infinita ammirazione per lui e la parete che la ospiterà, e nessuno osi dividere ciò che Dean ha unito. 🙂 E il Fellow The-Shoe-Must-Go-On, che ebbi modo d’intravedere ad altri film a riprova che è un cine-patico di razza, non uno spettatorino di quelli da cinemino tanto per risolvere il chessifa del sabato sera. 🙂
Inoltre, mentre noi eravamo alle prese con la ribellione, la Fellow Giuly Jules, l’unica Movier che può vantare un esclusivo accompagnatore incorporato, giacché a breve ci renderà tutti cine-zii una seconda volta :-), stava recuperando “Il sale della terra” in Sala 3.
S’è saputo di un altro distaccamento triangolare Andy the Candy, Onassis Jr e Felix per recuperare “Interstellar”. Il portavoce del trio, Mr Onassis Jr, ha riferito un commento a caldo, la cui ironia ha tramortito il Board facendolo precipitare in un abisso di risate:”‘Interstellar’ ci è piaciuto come ‘Clown’ ma lo preferiamo a quest’ultimo perchè la colonna sonora è migliore”. Ormai mi pare evidente che i Moviers potrebbero fondare una loro Accademia di Arte Comica e farci una carriera.

Lasciatemi erigere qui un piccolo tempietto votivo in onore del Mastro, senza l’intervento del quale, la proiezione del film non avrebbe  potuto essere. Lunedì mattina il nostro Mastro l’Onnipotente si rende conto che al film mancano i sottotitoli. Sventura, ma senza paura. Monta in macchina, guida fino a Padova (Padova!), recupera uno scatolone di sottotitoli e torna a Trentoville, cosicché il Lez Muvi della serata abbia luogo ―manipolazione dei fatti, dai 4 ai 7 anni senza condizionale. Converrete, un Mastro in autostrada con uno scatolone pieno di sottotitoli sul sedile passeggero, lo merita eccome, un tempietto votivo, anche solo a livello immaginario 🙂

Dicevo di quanto un classico, a volte, lo si misconosca, confinandolo nel comparto “Classici”, e da estrarsi giusto all’evenienza. Il ribelle senza causa James Stark è ben altro e va ben oltre l’idea del ribelle con cui siamo cresciuti e di cui s’è accennato. Non trovo niente di maledetto nel suo personaggio. James ―Stark e Dean― è più che altro il reietto, l’outsider che non riesce, anzi non vuole, adattarsi agli usi ipocriti della società in cui si trova a vivere, siano essi gli stolidi atteggiamenti para-violenti dei suoi coetanei, o le pose opportunistiche e ridicole dei suoi genitori. Non è una testacalda, James, è uno fuori dal coro, e la lotta al conformismo che ingaggia non ha alcun tipo di progettualità politica. James è uno integro, con una profonda, innata coscienza etica, e la sua “ribellione” non è che lo sforzo di un puro di proteggere la sua trasparenza morale dal torbido imperante. Non c’è volontà di rivoluzione a tutti i costi.
Che poi il film sia diventato il manifesto di un mal-de-vivre generazionale e la lotta alle convenzioni e compagnia bella, interessa un altro tipo di discorso, ma se noi prendiamo il personaggio, vediamo che le sue azioni sono prive di qualsiasi intento sovversivo e nascono dalla voglia di seguire e far valere un senso di giustizia dell’animo, piuttosto che dei benpensanti, o dei cops.

James è considerato il protagonista del film ―anche perché James Dean è diventato James Dean― ma in realtà anche gli altri personaggi in scena presentano tratti molto interessanti. Soprattutto Plato, il ragazzino che vede in James il padre che non ha mai avuto, e l’innamorato che vagheggia. A questo proposito, e per chi non lo sapesse (tipo me, lunedì), “Gioventù bruciata” è uno dei primi film che tratta di omosessualità in termini tanto velati quanto incredibilmente espliciti.

Ma chi è questo James, e chi sono questi giovani bruciati? James è un teenager (che però dimostra già tipo 25 anni) appena arrivato a Los Angeles con la famiglia, la più classica delle famiglie del genere madre-acida, padre dimesso-sottomesso, nonna-matrona. Conosce per puro caso Judy, la cosiddetta squinzia della cumpa: lei è alle prese con un rapporto complesso con il padre, da cui vorrebbe lo stesso amore che riceveva da bambina, anche se ora è una donna che fa girare la testa a tutta la cumpa (dimostra pure lei tipo 25 anni) e il padre è un testadilegno con la sensibilità di un autoarticolato. La cumpa prende subito di mira James, il diverso, perpetrando così un modo di fare tipico della borghesia a cui superficialmente si ribellano, ovvero il dàlli-al-foreigner. Le prime scaramucce sfociano nell’ideona di tenere una “chickle run”, la corsa del coniglio, tra il capo-cumpa Buzz e James, ovvero correre a manetta con due macchine rubate fino all’orlo di un precipizio. Vince, e vive, chi si butta fuori dalla macchina prima che questa voli in mare. Buzz perde, e vola.
Sconvolto ma lucido, James intende andare alla polizia e confessare il suo coinvolgimento nell’incidente. Ma i genitori si oppongono, dicono sei pazzo, vuoi rovinarti la vita per una bravata, taci. L’omertà dei genitori fomenta il sentimento di delusione che il ragazzo cova nei loro confronti e lo spinge a fuggire con Judy e Plato in una villa abbandonata. Lì, e per pochi istanti, i tre personaggi vivono l’idillio famigliare-sentimentale a cui ambirebbero: Plato ha il padre che non ha mai avuto, Judy trova l’amore sulle labbra di James ―”they are so soft” gli sussurra, e tutte le donne in sala, Board incluso, si squagliano in una pozza di mammamia― e James concretizza il sogno bisessuale di avere per sé contemporaneamente Judy (amore carnale) e Plato (amore platonico, appunto).

Laddove la famiglia canonica prova la sua fallacia, ecco che i tre personaggi ne costruiscono una alternativa tutto loro che significativamente avrà vita breve, ma che assesta un bel destro nello stomaco alla middle-class americana del pubblico che vedeva il film e che leggeva un avvertimento mai espresso prima: “la ribellione” della gioventù è conseguenza diretta dell’inettitudine di NOI adulti/famigliari di riferimento, che alle richieste di fermezza e risposte precise dei nostri figli reagiamo insicuri, contradditori, piccini. Allora ce lo facciamo un bell’esamino di coscienza o no?!?
Il film si conclude in tragedia ―e non a caso è stato ribattezzato la grande tragedia greca americana…

A parte tutte le patate bollenti che “Gioventù bruciata” maneggia ―pensate cosa poteva essere alludere alla omo e bi-sessualità nell’America di Eisenhouer del ’55― il film ha il gran pregio di concentrare in scene nucleari (sì, proprio atomiche!) certi momenti speciali. L’apertura per esempio, non si scorda. James accoccolato per strada, brillo, accanto a una scimmietta di pelush a cui premurosamente rimbocca una coperta di cartastraccia e ride una risata triste e allucinata e poi si addormenta. I richiami allegorici sono sufficientemente trasparenti per essere compresi anche da chi non ha mai giocato ad “Allegoriamo”.
Oppure il quadretto della panchina, nella villa: Judy seduta, la testa di James poggiata in grembo, e Plato adorante ai suoi piedi: un triangolo, sacro in tutta la sua profanità. Oppure ancora la scena in cui James vuole andare a costituirsi alla polizia e si confronta/scontra con i genitori: la madre (metà virago metà Madonna) in cima alle scale, il padre (metà coniglio metà serva, con un grembiule addosso) accucciato in fondo alla scala, e James in mezzo a queste due forze che lo tirano entrambe dalla parte sbagliata. Più che un atto di ribellione, la sua fuga da casa rappresenta una scelta di sana sopravvivenza etica verso un modo malato e meschino di intendere la vita.

Magari in certi punti la recitazione può apparire eccessivamente calcata, qualche reazione un po’ troppo teatraleggiante, ma dobbiamo capire il contesto e anche il tipo di recitazione dell’epoca. E questo non toglie nulla all’uso innovativo di certe inquadrature oblique o riprese da punti di vista insoliti (dal basso e di lato). Nicholas Ray ribalta le prospettive ribaltando la macchina da presa, e facendola muovere in maniera del tutto anomala. Così come nella prima scena siamo a pochi centimetri di distanza dal viso di James, sdraiato sull’asfalto, alla fine siamo su su in cielo, e osserviamo giù giù un omino che entra in un edificio. Quell’omino di spalle è proprio lui, il regista, che scavalla il confine tra realtà e finzione ed entra a tutti gli effetti in uno dei film che hanno verosimilmente segnato la storia del cinema.

Prima di passare ad altro vorrei rispondere a una domanda che tanti uomini rivolgono al mondo femminile. Perché al mondo femminile Dio Dean piace tanto? Visto che abbiamo dimostrato che James non incarna il personaggio né del bello né della bestia, bensì dell’anti-eroe romantico moderno con tratti da loser e outcast, quale poteva essere un Holden Caulfield in letteratura, mi viene da dire che, questi personaggi custodiscono una tensione all’integrità, velata anche da un tocco d’idealismo che fa letteralmente andar via di testa le donne. E poi aggiungete pure quell’ innocenza da tratti sottili, quella struttura da soffico-ma-non-è-quello-il-punto, e il mondo femminile sentirà le ginocchia fare giacomogiacomo, anzi, jamesjames 🙂 🙂

E ora, con la consapevolezza appena acquisita di quanto Luke Perry non fosse che sbiadita fotocopia di cotanto originale (solo ora ne ho la vera consapevolezza), seguitemi in discarica per

TRASH
di Stephen Daldry

Ma come in discarica, ma che ci porti a vedere?!?
Be’, ritenetevi fortunati che vi si salva dalla depressione dei frères Dardenne e del loro “Due giorni, una notte”, 111 minuti di corte allo Xanax.
“Trash” ha vinto il Festival del Cinema di Roma di quest’anno e dacché nutriamo infinita stima per il regista (“Billy Eliot”, “Molto forte incredibilmente vicino” e naturalmente “The Hours” :-)), siete obbligati a unirvi a me nella visione. 🙂

Giacché mi sono dilungata assai su “Gioventù bruciata”, vi lascio al Movie Maelstrom con tante ideuzze sfiziose per il vostro menu cinematografico della settimana. Defilato, quel buonannulla del riassunto. E i miei saluti, che stasera sono tanto strettamente cinematografici. 😉

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)
Dunque cominciamo con mercoledì sera, ore 21:00, nell’ambito della rassegna LGBT, il Mastro propone “Pride“, opera da vedersi, o  mercoledì o nei giorni successivi, as you like it.

Da giovedì a sabato si svolgerà, presso lo Smelly Modena, la settima Edizione del Festival Cinemazero, http://www.crushsite.it/it/cinema/festival-cinemazero.html, il festival dedicato al cinema no-budget e autonomo e indipendente e non-mainstream e tutto quello che di anti- vi viene in mente. Il tema di quest’anno è “The Act of Seeing With One’s Own Eyes”
Quindi potete tirare fuori dall’armadio la dolcevita scura e la giacca con le toppe, assumere quell’aria tribolata e contrita, quello sguardo superiore “la felicité est la maladie de l’homme contemporain et je m’en fous pas mal” (mi raccomando, in francese, mi raccomando), e venire a vedere cosa ci (s)offre il programma di quest’anno. 🙂

Poi non mugugnate che non c’è niente da vedere eh… 😉

TRASH: Quando due ragazzi che smistano rifiuti nelle favelas di Rio trovano un portafoglio in mezzo ai detriti giornalieri della loro discarica locale, fanno presto ad immaginare che le loro vite cambieranno per sempre. Ma quando la polizia locale si fa avanti, offrendo loro una grande ricompensa in cambio del portafoglio, i ragazzi, Rafael (Rickson Tevez) e Gardo (Luis Eduardo), si rendono conto dell’importanza del loro ritrovamento. Con l’aiuto del loro amico Rato (Gabriel Weinstein), il trio inizia una straordinaria avventura cercando di tenersi stretto il portafoglio, eludere la polizia, e scoprire i segreti che nasconde.

 

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 223 – propone GIOVENTU’ BRUCIATA e commenta CLOWN

LET’S MOVIE 223 – propone GIOVENTU’ BRUCIATA e commenta CLOWN

GIOVENTU’ BRUCIATA
di Nicholas Ray
USA,1955, ‘111
In lingua originale sottotitolato 🙂
Lunedì 24/ Monday 24
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/ Dal Mastro
Prenotatevi/Book your seat: 0461-829002

 

Fear Fellows,

No però, cavolo. Uno (il Board) si prepara a guardare un film dell’horror in assetto da combattimento. La check-list sottomano, tutta orgogliosamente depennata:

– Iperventilazione: fatta
– Visione preparatoria del personaggio più angosciante dopo IT, il nano di “Twin Peaks”: fatta (giuro ― youtube, filmato di 44 scary seconds, check it out if you dare, https://www.youtube.com/watch?v=gCfvtuSRVPY)
– Training autogeno: nontroverainessunmovierallosmellyenonperquestorinunceraiavedereilfilm,
nontroverainessunmovierallosmellyenonperquestorinunceraiavedereilfilm,
nontroverainessunmovierallosmellyenonperquestorinunceraiavedereilfilm: fatta

Ero pronta a qualsiasi cosa, inclusi possibili risvolti con nani ballerini che parlano al rovescio (brrr) ―nulla di personale contro i nani eh, ma capirete, dopo “Twin Peaks”, hanno perso la ludica circense e si sono trasformati in creature dello spavento.
Il training autogeno aveva pure fatto il suo bravo effetto, e io arrivo allo Smelly con la certezza tolemaica che sarebbe stato “Me and the Clown”, io carica molto più del solito ―che è già abbastanza impressionante come wattaggio (wattaggio?).
E tutto si svolge diversamente da quanto previsto, nel bene e nel male.
Nel bene: allo Smelly m’attendono due power-rangers (parlando di wattaggio) di proporzioni cosmiche (ma NON interstellari): il Fellow Onassis Jr e il Fellow Candy [the] Andy, anche loro alquanto ringalluzziti dalla proposta horror e pronti alla battaglia. Poi s’è vociferato d’un felino fuggi-fuggi davanti a questo scary movie, ma di più non c’è consentito dire: vige il segreto istruttorio. 😉
Nel male: il film si rivela essere pari alla corazzata Kotionkin per Fantozzi. La paura più grande provata durante la visione e rimasta anche dopo la fine, è stata la minaccia che del film possa essere realizzato un sequel.

Un pater familias di quelli mulinobianco s’immola per la familias: si traveste da pagliaccio per rimpiazzare il Clown ingaggiato per la festa di compleanno del figlioletto, che ha disdetto all’ultimo minuto ―e statene certi, il pater familias non si rivolgerà mai più alla Clown&Co Party Services. Trova questo costume da clown in un baule tipo quelli dell’800 che li guardi e ti dicono “se mi apri son tutti cavoli tuoi”. Ovviamente lui lo apre, s’infila il costume, e son tutti cavoli suoi. Il costume è maledetto: chiunque lo indossi subisce piano piano una mutazione che lo porta a incarnare il demone del Clown, creatura satanica a cui i bambini piacciono moltissimo, specie se serviti come crudité. Il film segue il processo di clownizzazione-perversione a livello fisico, e la solita meccanica della moglie-eroina (ovviamente incinta) che cerca disperatamente di liberare il marito posseduto dal demone, e al contempo di salvare il figlioletto dalle sue grinfie da pagliaccio pazzo molto ma molto goloso di crudité ―lo sceneggiatore era anche tentato di farle disinnescare un campo di mine in Congo, ma ha preferito farla rimanere in territorio americano.
Si passa, soprattutto dalla seconda metà in poi, al “gore”. Adesso voi state pensando al vicepresident regista con la fissa per l’ambiente, invece no, mi riferisco al sostantivo inglese per indicare lo splatter, il “gore” (così potete alternare i sinonimi, ye eh eh). L’unico modo per liberarsi dal demone, è proporgli una dieta con numero 5 bambini da assumersi come crudité. Quattro se li procura un po’ di riffa e di raffa ―e noi vediamo gli amabili resti sparsi in giro― sul quinto ha qualche difficoltà.
Capirete, non siamo mica nati ieri, noi Lezmuviani. Non è che ci si spaventa per un braccino o una mini-tibia su un tappeto. Anche perché è tutto talmente non-pauroso, che quasi quasi ti vien voglia di invitare il demone a quelle feste di compleanno in cui gli indemoniati sono proprio i bambini, e un po’ di “ucci ucci sento odor di cristianucci” farebbe giusto bene.

Sapete, ci sono rimasta male dalla scarsezza del film. Sussiste il 99.2% delle possibilità che il Fellow The Andy Candy si tolga dalla mailing-list di Let’s Movie 🙂 e il 99.3% delle possibilità che il Fellow Onassis Jr, per controbilanciare l’eccesso di gore, non esca mai più dal romanticismo di “Trois Coeurs” (e solo la pronuncia da 3° Arrondissement potrà impedire che si disiscriva anche lui dalla mailing-list :-)).
E poi l’idea di partenza era intrigante ―è proprio da quella mi son fatta fregare. Immaginare una maledizione che affonda le radici in una vera leggenda nordica ― quella del Cloyne, un demone di montagna dal volto bianco che attira i bambini nella sua caverna per divorarli― è un elemento prelibatissimo. Pensate a cosa poteva essere questo spunto nelle mani di un regista più esperto dell’esordiente John Watts. E non mi spingo agli dei Lynch o Argento, basta anche solo un Cronenberg. Se lo scopo era quello di far paura, l’obbiettivo non è stato affatto centrato. Sapete perché? Perché si vede troppo. Quando vedi troppo, la paura fugge via ―se temi il buio, accendi la luce. La paura cresce nell’ombra, nell’angolo in cui non vedi bene e che potrebbe nascondere chissà quali insidie…
Anche lo splatter è nemico della paura. Vedere arti o sangue, in sé, non spaventa ― schifa. Disgusto e terrore sono due sentimenti diversi. Pertanto definire “Il Clown” un horror psicologico, è un doppio errore: il film non fa paura e non porta nulla sul piano cerebrale ―l’unico piano cerebrale, casomai, è la mensola su cui finisce la materia grigia di un cristianuccio (so grose, I know :-)).

Certo è parecchio assurdo, l’essere umano. Passiamo la vita a proteggerci da tutto, pericoli, problemi, preoccupazioni. Dai mostri, insomma, che popolano la nostra quotidianità, siano essi in forma di spigoli che combattiamo con i para, siano essi veicoli che muniamo di gomme da neve. Eppure ―parlo di me, almeno― non possiamo fare a meno di sentire un brivido di trepidazione davanti alla prospettiva di vedere un film come quello che la mia immaginazione aveva costruito per me. Un clown satanico che compare e scompare, che minaccia una famiglia tranquilla, ma senza uscire subito allo scoperto. Tutto molto vedo-non-vedo, come quella scena meravigliosamente orrorosa in cui IT s’intravede tra le lenzuola stese in giardino, mosse dal vento. Ora c’è, ora non c’è…ma c’è o non c’è? Paura eh…
Certo, anche “IT” non è immune alla deriva noooo-non-può-finire-così… Il finale, IT trasformato in un aracnide gigantesco con le zampe del Meccano, è assai deludente. Ma tutta la prima parte, in cui la caulrofobia del povero spettatore caulrofobo monta e monta, la prima parte è semplicemente indimenticabile.
Ho scelto questo film proprio perché a volte senti il bisogno di bagnarti in un fiume infestato di caimani… Sai che i caimani ci stanno, eppure non puoi fare a meno di volerti buttare. Sai che i clown ti fanno paura ―perfino Krusty dei Simpson!― eppure li cerchi. Peccato che la paura sia stata disattesa…Ma ci saranno altri horror, Fellows… Questa è una promessa.
Anzi, una minaccia…
Uah uah uah uah 🙂
E tuttosommato, non è stato malaccio ―non lo è stato affatto!― incontrare i miei due Fellows, e cercare di arginare l’indignazione del Fellow The Andy Candy 🙂 (non riuscendoci!) e capire che l’essere umano (o anche solo un Board, senza universalizzare troppo) è pavido (molto), ma dentro, ha un potenziale d’impavidità che lo porta a mettere in discussione la propria comfort-zone.
Non è forse questo che spinge oltre il limite?
La paura è un motore potente tanto quanto la passione…

E se volete provarla veramente, la paura, andate a vedere “Torneranno i prati”, il film di Ermanno Olmi ambientato durante la prima guerra mondiale. Un’opera asciutta, zero lacrime, agghiacciante ―in senso metaforico e fisico, la catastrofe umana vissuta dai soldati  in trincea cristallizzata in metri di neve e freddo siderale. Una tinta livida, spettrale, quasi cianotica colora, anzi, scolora la tela del film. Le bombe sganciate dagli aerei sembrano vere: le senti in petto. E avverti la paura di poterti trovare in un posto così. E anche la paura, l’altra, quella per cui i campi d’erba rispunteranno dopo la neve e nessuno ricorderà tutto quello che è stato… Il terrore dell’oblio… Sta a noi fare in modo che questo non accada… Go and watch this movie, Fellows!

E questa settimana, basta flop, finalmente si torna seri, si torna dal Mastro…e guardate con che po’ po’ di serietà

GIOVENTU’ BRUCIATA
di Nicholas Ray

Serve un classico per rimettersi in piedi dopo cadute interstellari e pagliacciate varie ―faccio ammenda, Let’s Movie sometimes sucks, lo riconosco, but most of the time rocks, dai 🙂
Quanto a “Gioventù bruciata” credo sia il primo caso in cui il titolo italiano suona meglio dell’originale, “Rebel Without a Cause”…Il film, come usa dire, ha consacrato James Dean a icona del ribelle impenitente ―mmm forse il titolo originale in effetti era meglio…
Quindi si va e lo si vede, no excuses. 🙂

Comunicazione di servizio: il WG Mat sta lavorando al Baby Blog, quindi non chiamate in preda al panico Cupertino o luoghi similari di concentrazione nerd per risolvere il problema… Lo troverete presto up&running online. 🙂

Nel Movie Maelstrom trovate un video-scompiscio segnalataci sia dall’Anarcozumi che dal Movier Scaccomatto ―e questo dimostra che i Moviers son fatti della stessa pasta. S’intitola “Italstellar” e no(la)n serve che aggiunga altro… 🙂

Il riassunto lo lancio lontano lontano, di modo che raggiunga gli abissi abissi e voi non lo leggiate, ma i ringraziamenti, quelli ve li appoggio sul comodino, così li avete sottomano durante la notte. 🙂 I saluti, stasera, sono paurosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dall’Anarcozumi e dal Fellow Scaccomattohttps://www.youtube.com/watch?v=vgMOvmNRMeA&feature=share

GIOVENTU’ BRUCIATA: Jim, Judy e Plato, tre studenti universitari, vengono fermati, con altri giovani, perché sospettati di aver bastonato un uomo, abbandonandolo poi svenuto sul ciglio della strada. Judy viene ricondotta a casa della madre. Plato, che non vive con i genitori, che sono divorziati, viene affidato alla sua governante di colore. Per Jim arrivano al Commissariato i genitori e la nonna, che inscenano un litigio familiare. L’indomani Judy rifiuta un passaggio in automobile offertole da Jim. Più tardi egli la vede in mezzo ad un gruppo di studenti capeggiati da Buzz, che si mostrano ostili con lui. Dopo aver assistito ad una conferenza, Buzz e i suoi amici aspettano Jim: Buzz lo schernisce e lo schiaffeggia. Alla fine i due stabiliscono di misurarsi in una gara detta “chickle run”: si tratta di correre in auto a grande velocità, verso il margine di uno spiazzo roccioso, oltre il quale il terreno scende a precipizio nel mare. Dei due concorrenti quello che, saltando dalla macchina, si troverà più vicino al precipizio, sarà il vincitore.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 221 – propone CLOWN e commenta INTERSTELLAR

LET’S MOVIE 221 – propone CLOWN e commenta INTERSTELLAR

CLOWN
di Eli Roth
USA, 2014, ’99
Lunedì 17/Monday 17
22:15 / 10:15 pm
Cinema Modena/Lo Smelly

Philae Fellows,

Mi ricordo non le montagneverdi, ma il corpo ricoperto di tatuaggi del protagonista di “Memento”, che per non scordarsi le cose, se le scriveva, tipo post-it, sulla pelle. Oppure i sogni a scatole cinesi di “Inception” che prendevano forma fisica nelle strabilianti architetture sottosopra del film. O ancora il parto trigemino del Cavalliere Oscuro, su cui riversammo tante parole, opere e omissioni. Avevo ben chiaro tutto ―e senza nemmeno bisogno di appuntarmelo epidermicamente come il protagonista di Memento. Avevo anche qualche piccolo sentore che raggiungere quella genialità non sarebbe stato facile per il povero Christo(pher) Nolan, e infatti con “Interstellar” s’è messo in croce da solo ― Chris-on-cross, è un nomino che ci playtex molto e che lo fa andare fuori dai gangheri. 🙂

Nonostante una pioggia cosmica, e nonostante un bazzicar di juventutem al Pornoroma che non ci saremo mai aspettati, noi Moviers non ci scoraggiamo e affrontiamo tutto ―altroché tempeste galattiche e dimensioni pentadimensionali, ts. Medaglia al valore quindi al Fellow D-Bridge, che smise di vacillare come un ponte tibetano (appunto), pontificò la presenza e la mise in pratica; l’Anarcozumi, che si teletrasportò in zona downtown dalla zona collinare, e solo grazie al teletrasporto riuscì a superare lo spazio-tempo e a presentarsi; direttamente da Roma capitale, la Fellow Chocko-Bar, che per via di un felice incastro spazio-fratto-tempo riuscì a infilare Lez Muvi nella sua terza dimensione personale; il Movier Magno Carlo, che purtroppo perdemmo nel buco nero della sala e che non rivedemmo nemmeno all’uscita ―mi auguro che non abbia raggiunto un qualche pianeta lontano né avviato una colonia a base di ovuli fecondati e fondato una nuova umanità, dato che a questo ha già pensato una protagonista del film, e a noi, i doppioni, non piacciono.

Riassumere “Interstellar” mantenendo una lunghezza dignitosa è come far stare quattro elefanti dentro una 500 con la differenza che gli elefanti puoi accomodarli due davanti e due di dietro, con “Interstallar” e i suoi pesimassimi narrativi, non ti basterebbe un autobus. Vediamo se ci riesco, buttandola un po’ sul bischero, visto che avete capito ormai dove questo pippone vada a parare ― nell’interspazio pentagalattico del warm-hole che c’è dietro la circonvallazione cosmica che hanno costruito da poco in piena biosfera. (Sì, è ora di finiamola, Board, eh).
Ma ci tengo a riassumere il film punto per punto in modo da dirottare i vostri 8 Euri su altri ben più meritevoli film, giacché la crisi è grossa e 8 Euri vanno spesi bene.
Inoltre l’Anarcozumi non vede l’ora di leggere questo Lez Muvi per capire, nel dettaglio, come sono andati gli eventi dl film 🙂 🙂

In un futuro non troppo futuro, in cui tutto par uguale al qui-e-ora americano, pick-up e scrambled eggs compresi, il mondo finisce preda a una crisi che ci fa riconsiderare quella attuale come una recessione da Pufflandia. La terra è spazzata da tempeste di sabbia, i raccolti non lo diventano mai; una situazione da piaghe d’Egitto in cui mancano solo le locuste, e se ci fossero, sarebbero estinte pure loro. Ma in piena desolazione, si erge in tutta la sua superomistica hollywoodiana presenza il protagonista, Matthew McCaunaghey in versione Cooper, un ingegnere ex-pilota della NASA, a metà strada fra Big Jim e il Messia, che abita in una fattoria con il suocero e i due figli ―la moglie ovviamente è morta. La smart dei due kids è la teenager Murph ―l’amore di papà, ovviamente. Murph è convinta che dietro la libreria della sua camera si celi un fantasma che comunica con lei attraverso il linguaggio Morse. E lui, Cooper, non solo non la fa internare, ma le dà retta. Alcuni segni sul pavimento risultano essere delle coordinate che li portano a una base NASA segreta… In men che non si dica, Cooper si vede catapultato in una missione nello spazio: la prima missione salva-umanità con il Piano B incorporato.

Piano A:  trasferiamo la popolazione terrestre su un nuovo pianeta abitabile in un’altra galassia passando attraverso un warmhole, una specie di traforo del Monte Bianco intergalattico con nebulose e proto-nane bianche e laqualunque spaziale al posto del Monte Bianco. Oppure facciamo scattare il piano B, la creazione di una colonia, sempre su un pianeta abitabile, con ovuli umani fecondati ―una specie di umanificio, dall’ovulo all’obolo, insomma. Lo scopo di Cooper è quello di trovare il pianeta e, a seconda di quello che capita strada facendo, attuare il piano A o B.

E ora mi avvalgo di un’interruzione ipertemporale, salto i dettagli del loro “viaggetto” interstellare e sbuco dritta dritta nel finale in cui scopriamo che il fantasma dietro la libreria di Murph altri non era che suo padre finito in un buco nero che l’aveva trasportato in uno spazio pentadimensionale (sì, pentadimensionale!), in cui poteva muoversi liberamente attraverso le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.
Si scopre quindi che il fantasma di Murph era Cooper stesso, dal futuro. Mandava i messaggi alla figlia per convincere il se stesso di 30 anni prima a non partire per la missione, e per farsi dare i dati della formula che avrebbe permesso il funzionamento del piano A. Ottenuti i dati, Murphy riesce a completare l’equazione utile per la riuscita del piano, e lo mette in pratica trasformando la terra in tante stazioni spaziali in orbita intorno ai vari pianeti del sistema solare ―e che ricordano molto il landscape architettonicamente sottosopra di “Inception”, sigh sigh. Una di queste, orbitante intorno a Saturno, accoglie anche Cooper, che viene salvato e che ritrova Murph, invecchiata, sul letto di morte.
Ma non è che ci dimentichiamo il piano B, eh. L’astronauta Amelia Brand, personaggio insipido come una cena all’ospedale, ha messo in pratica il piano B: raggiunto un pianeta lontano lontano, e ha fondato una colonia con gli ovuli fecondati.
E secondo voi cosa può fare Cooper ora, dopo aver dato il bacio d’addio alla figlia morente e con un sacco di tempo libero a sua disposizione? L’ending è talmente happy che Hello Kitty ha chiesto la consulenza dello sceneggiatore di “Interstellar” per terminare le puntate del suo cartone animato.

Ora io non entro in merito agli scivoloni astrofisici scivolati dal film. A questo ci hanno pensato fior fior di astrofisici cinefili pubblicando un florilegio di articoli sull’inattendibilità di certi passaggi e certe trovate. Di questo non faccio un dramma, il cine è pur sempre finzione, qualche incongruenza sul lato E=MC2 ci sta.
Io questiono sul film. Dialoghi imbarazzanti; con “imbarazzanti” intendo stucchevoli, stereotipati e prevedibili a tal punto da suscitare l’imbarazzo dello spettatore, che dentro di sé sussurra, “no dai, non può aver detto così, cavolo Christopharnolan, non puoi aver permesso al tuo personaggio di dire così!”. Una quantità di luoghi comuni talmente comuni da far provincia, il culmine del quale è raggiunto da una perla di saggezza della dottoressa Amelia Brand che pensa bene di risolvere i limiti della fisica, buttandola sull’amore “che trascende i limiti dello spazio e del tempo” ― l’amore che trascende i limiti dello spazio e del tempo, cioè…

“Interstellar” è un film che fa venire il mal di mare. E non per via degli effetti speciali, ma perché altalena tutto il tempo fra lezioni di astrofisica (per altro di discutibile comprovabilità, come s’è detto) a banalità tali da far sognare i più classici dei blockbuster alla “Guerrieri della galassia”: se non altro quelli non sono costellati da tutti questi tentativi di far sembrare il film profondo a ogni costo, facendolo risultare invece molto molto ridicolo ― in più la musica gronda grandiloquenza dall’inizio alla fine, quindi per forza i silenzi sono molto apprezzati: tutto purché lo strazio smetta…

Non spendo nemmeno troppe parole sulla quantità di opere esistenti a cui il film si rifà/saccheggia/”omaggia”. Trovate tutto online ―WIRED ha pubblicato un articolo con i 10 film ripresi in “Interstellar”, il più grande saccheggiato dei quali è “2001 Odissea nello spazio”. Nei giorni passati mi sono spinta a dire che “Interstellar” è un “2001 Odissea nello Spazio” tirato giù dall’Olimpo della filmografia e dato in pasto agli (ameri)cani. E credo che questa definizione esplichi al meglio l’operazione “Kubrik-for-dummies” che Nolan ha attuato sul capolavoro del compianto regista. E va be’, ci sta, potreste sospirare voi, avvocati del diavolo. Sì, la semplificazione ci può stare, annuisco io, ma da uno Spielberg, o toh, da un Zemeckis… Ma da Christopher-Memento-Nolan, no!

Il film tira in ballo argomenti scottanti e su cui riflettere val bene una messa ―scusate, ci dev’essere un Enrico IV ventenne dietro la mia libreria… 🙂
Ma non confondiamo le tematiche con il modo che trova il film di evocarle. Certi argomenti sono universali ―l’uomo che si spinge oltre il limite, il pericolo di una fine che incombe sopra di noi e ci obbliga a cercare soluzioni alternative, le potenzialità delle dimensioni oltre la terza e la quarta, lo spazio come luogo dell’ignoto, del possibile infinito. Nell’oggetto artistico ―tipo un film― la forma che contiene un contenuto fa tutta la differenza: altrimenti noi ci si procurava un buon documentario sullo spazio e stop. Nolan sceglie di fare un film di finzione, ci porge una scatola dentro cui ha infilato questi universali, ma la scatola fa parte integrante del pacchetto (scusate il calembour); è proprio la forma che lo distingue. Se però la scatola è di carta velina e non regge, non regge, c’è poco da fare.
Ci sarebbe molto molto molto altro da dire ma finirei davvero per accanirmi contro il povero Christo(pher) Nolan, e non voglio.
Uno scivolone ci sta.
Uno.
E comunque, nella prospettiva hippish del trova-il-lato-positivo-anche-in-Interstellar, ne ho trovati due che sono lieta di elencarvi di seguito:

1. Qualche tempo fa m’è capitato di vedere “Gravity”― in aereo, location perfetta direi…― il film spaziale di Guaron che sbancò gli Oscar 2 anni fa. Il film non mi era piaciuto affatto e avevo faticato ad arrivare alla fine. “Interstellar” è servito a farmi capire che “Gravity” non era il peggio che potesse capitarmi. C’era del peggio interstellare là fuori ad attendermi, e io potrò mettere in guardia quanti di voi non l’hanno visto, e sentirmi un po’ space-cowboy per questo 🙂

2. L’ambientazione del film mi ha predisposto ad accogliere la notizia della sonda Rosetta e dell’accometaggio, fenomeno e termine di cui ignoravamo l’esistenza fino a 72 ore fa ― e vedrete che questo evento ha colpito anche il WG Mat, che nel Movie Maelstrom ce ne parla. Cosa si dice in questi casi? Un piccolo landing per un lander, un grande passo per l’umanità che esprime desideri? Bah 🙂

Ed ora mi piego alla programmazione un po’ capricciosa della settimana e approfitto per esorcizzare con voi la paura dei

CLOWN
di Eli Roth

“Lo vuoi un palloncino colorato?”. Cosa vi dice questa semplice domanda?
E se aggiungo lenzuola fresche di bucato stese in giardino, una barchetta di carta che scivola giù per un canale di scolo?

Two letters.

IT…
Per me quel clown funge da spartiacque. Così come c’è un prima Twin Peaks e un dopo Twin Peaks, nel mio percorso con la cine-paura, c’è un prima IT e un dopo IT ―in cui nulla fu mai più come prima.
Mi si dice che “Clown” ne faccia un saaaacco, di paura. Allora ho pensato, cià, vediamo un po’ se tra i Movier ce n’è qualcuno affetto da coulrofobia e che vuole tentare 99 minuti di terapia d’urto per liberarsene ―ah sì, il terrore dei clown esiste, è stato formalizzato in quel termine impronunciabile lì, coulrofobia, e, leggo, colpisce una poveranima su sette…
Credo sia il primo horror che proponiamo. C’è una prima volta per tutto, no? 🙂
L’importante ―e ne va della mia salute― è che non mi si lasci da sola. Quindi, please, non mi lasciate da sola!
Eh sì, c’è della sana, mefistofelica costrizione psicologica in questo. 😉

Ed ora, visto che Let’s Movie è per la bagarre dialettica e la libertà d’espressione (e non ridete!), vi propongo un Movie Maelstrom in cui il nostro stampellante WG Mat dice la sua su “Interstellar”. E vedrete voi stessi come si possa dissentire su un film! E che meraviglia, POTER dissentire così! 🙂

Quanto al riassunto, fate conto sia un luogo molto misery tipo la casa di Annie Wilkes alias Katie Bates: nessuno, nessuno, vuole metter piede in quella casa. E poi vi presento dei saluti, stasera, co(s)meticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Io e il WG poi si fa i conti di persona 🙂 ma intanto lo ringrazio perché quel panzerfruner d’un Board va controbilanciato 😉

“Io sono tra quelli a cui Interstellar è piaciuto, e molto (certo con svariate critiche!). E lo scrivo soprattutto perché dopo aver visto questo servizio del TG4 su Rosetta, uno dei successi più grandi dell’umanità, ho sentito l’urgenza di dire qualcosa sul film. Guardate:

http://www.dailymotion.com/video/x29zzbh_scienza-questa-sconosciuta-il-tg4-e-rosetta_fun#from=embediframe

Si, sono d’accordo, mannaggia Nolan questa volta ci sono tanti punti che fanno acqua! un lieto fine che non aggiunge nulla anzi toglie, un protagonista un po’ troppo GI Joe, un Matt Damon che diventa un po’ troppo macchietta e qualche dialogo improbabile.
Ma ciò che il film mi ha lasciato uscendo dal cinema è stupore, è il senso di meraviglia davanti all’ignoto e la voglia che ho provato a sapere di più, a vedere cosa c’è oltre.
L’uomo pioniere, e suo il ingegno che gli ha permesso di creare per andare sempre oltre. Concluso solo con le parole di Cooper, sulle quali consiglio di farci un pensierino, soprattutto dopo aver visto il servizio del TG4:

“Abbiamo sempre definito noi stessi con la capacità di superare l’impossibile. E contiamo questi momenti. Questi momenti, quando abbiamo il coraggio di puntare più in alto, per rompere le barriere, per raggiungere le stelle, per rendere l’ignoto conosciuto. Contiamo questi momenti come i nostri momenti più fieri. Ma abbiamo perso tutto questo. O forse abbiamo solo dimenticato che siamo ancora pionieri.”

CLOWN:  Il clown ha dato forfait e la festa per compleanno di Jack rischia di essere un disastro. Per fortuna suo padre Kent trova un vecchio costume da clown e salva la situazione. Finita la festa, però, l’uomo non riesce più a togliere trucco e costume, che lentamente sembrano fondersi con la sua stessa pelle. Kent, alla ricerca di un modo per liberarsi del costume maledetto, viene a conoscenza di una terribile leggenda ormai dimenticata e scopre che si sta trasformando in un antico demone affamato di sangue.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 220 – propone INTERSTELLAR e commenta IL SALE DELLA TERRA

LET’S MOVIE 220 – propone INTERSTELLAR e commenta IL SALE DELLA TERRA

INTERSTELLAR
di Christopher Nolan
USA, 2014, ‘169
Lunedì 10 / Monday 10
20:40 / 8:40 pm   
Cinema Nuovo Roma/Il Pornoroma

 

Flash(ati) Fellows,

Mi rapisce, Wenders, sin dai primi istanti, no, sin dalle primissime parole: una citazione filologica che apre “Il sale della terra”, e che non avevo mai preso in considerazione. Poi mi direte voialtri, se l’avete mai presa in considerazione…
“Fotografare deriva da “fotos”, “luce”, e “grafein”, “scrivere”. Scrivere con la luce”.
C’è modo migliore di definire quest’arte se non “scrivere con la luce”? A volte non serve fare tanta strada con il linguaggio: basta sbirciare in petto alla parola per trovare il cuore del suo significato ― buongiorno Board, si chiama “etimologia”…
Scrivere con la luce.
O forse dovrei dire che è stato Salgado, a rapirmi. Perché lo confesso a tutti voi Moviers: mi sono perdutamente innamorata di Sebastiao Ribeiro Salgado Junior –lo capite anche da questo mio inzio in medias res, credo. E non è questione di ferormoni. Credo che chiunque possa innamorarsi della sua storia, del suo coraggio, della sua ricerca ―il fatto che sia pure dotato di fascino fisico è irrilevante ai fini del falling-in-love. È una di quelle figure umane che hanno qualcosa di extra-umano dentro di loro, e che si percepisce subito. Provate a guardare dentro gli occhi di questo fotografo, il modo che ha di muoversi, di dire, mo’ parto e sto in Papua Nuova Guinea per 8 anni, e poi lui lo fa, prende e parte.
Dire che qualcuno ha un’aura, è un’espressione new-age abusata che fa un sacco “age-of-acquarious”. Quindi preferisco dire che Salgado è uno di quegli esseri umani con il corpo al centro e l’anima intorno, che distingui immediatamente.

E prima di inoltrarmi nella storia in cui Wenders ci accompagna, devo fare ammenda. Avevi ragione, Mastro, sono stata cauta nel modo in cui ho proposto “Il sale della terra”, mi sono lasciata intimidire dal fatto che fosse un documentario, che i Fellows avrebbero preferito alternative tipo “Guardiani della galassia” ― passare 100 minuti in classe, macché siamo matti??
La questione con i documentari è un po’ questa, la sensazione di stare a scuola, a farsi caricare di informazioni e vedersi mutilata la parte del “piacere” che si gusta attraverso l’esperienza cinematografica. In verità negli ultimi anni il genere ha esplorato linguaggi nuovi e raggiunto livelli di cura narrativa ed estetica altissimi ―ma chiedete all’Anarcozumi, massima esperta in materia. 🙂
Per l’ennesima volta, Wenders dimostra quanto la sua idea di documentario si discosti completamente da qualsiasi finalità scolastica. L’idea è quella di illuminare tratti della vita di un essere speciale ― Salgado, Pina Bausch, Compay Segundo ― e di accompagnarti per alcune strade che questi personaggi hanno percorso. Del resto se i fotografi “scrivono con la luce”, gli uomini di cinema scrivono con il movimento.

Ho dovuto ricredermi quanto a partecipazione lezmuviana. Al grido “Il sale della terra” hanno risposto due Fellows che si stanno rivelando molto top, e anche pop, e pure un po’ vip, vista la cadenza con cui frequentano Lez Muvi. Il Fellow Felix mi arriva dritto dritto in giacca e cravatta dal lavoro ― prendete nota. Il Movier Magno Carlo non poteva proprio mancare, da appassionato di fotografia qual è. E devo dire che il film di Wenders, per chi ha la passione-ossessione di guardare il mondo attraverso un obbiettivo, è un regalo piovuto giù dal cinefoto-cielo. E dato che SO che in mezzo a voi si nascondono molti appassionati di/ossessionati da questa forma d’arte, spero di convincerli a non lasciarsi sfuggire “Il sale della terra”, che è, a tutti gli effetti, una personale in movimento su Salgado. Oltre che il luogo in cui il Board cadde innamorato di lui 🙂

Immaginatevi un laureato in economia che si appresta ad affrontare il suo destino di lavoro nella finanza dalla sua comoda fazenda brasiliana. Al suo fianco una fidanzata fantastica che in poco tempo diventa una moglie fantastica. Tutto come dev’essere, no?
No.
C’è una meravigliosa anomalia nel sistema standard del soggetto Salgado Sebastiao: questo tizio decide che l’amore per la fotografia non può sottostare alle leggi della finanza. E intende mollare tutto, numeri, grafici e fazende e seguire la chiamata. La moglie fantastica capisce al volo che non si tratta di un abbaglio ―è fantastica proprio per questo― e si butta con lui in quest’avventura. I due si trasferiscono a Parigi e cominciano da zero. Sebastiao sostituisce la cravatta con la Canon ― uno scambio che ci ha fatto guadagnare un artista ― e comincia a viaggiare, e a fotografare.
Ma cosa distingue Salgado da qualsiasi altro fotoreporter? Cosa fa di Salgado, Salgado? Queste sono le domande che ci facciamo, e a cui troviamo una risposta guardando i suoi scatti, che ci scorrono davanti agli occhi, dicevo come se fossimo in un museo magico in cui, per una volta, noi stiamo fermi e le opere si muovono, e non il contrario. Ti rendi immediatamente conto di essere davanti a delle opere che, oltre a raccontarti parte della storia del ‘900 ― Salgado è stato in più di 100 paesi, documentando genocidi, catastrofi, comunità di local dalla citata Papua Nuova Guinea, al Kuwait alla Siberia e naturalmente l’Africa e l’Amazzonia― ti porge opere che sono un momento nello spazio e nel tempo dotate di carica etica ed estetica. I vostri compagni greci antichi si sbracciano in fondo alla classe, urlando “la so, la so!”. Kalòs kai agathòs, l’unione di bellezza e valore morale. Nella miseria, nell’orrore, Salgado coglie un momento assoluto e puro di verità, e tale verità, per quanto terrificante e disumana, per quanto dolorosa e anche aberrante, proprio perché vera, e proprio perché dotata di un grande senso etico, è bella. Ed ecco che anche il nostro John Keats attacca a sbracciarsi con la risposta pronta, “Beauty is Truth, Truth Beauty”…
E non a caso Salgado viene definito un “fotografo sociale”: uno che gira IL mondo per cogliere e girare AL mondo le situazioni che necessitano di essere viste: guerre, indigenza, dolore. Ma anche spettacoli naturali, animali bellissimi, sorrisi e corpi.
Il risultato è estremamente potente. Ammutoliamo davanti a occhi sparuti, disastri ambientali, davanti a elefanti dotati d’una grazia coreutica, davanti alla zampa di un lucertolone le cui squame ricordano l’arto di un soldato mediavale coperto dalle maglie di una corazza. Davanti a corpi magri, visi sofferenti. In tutto questo non siamo mossi al pianto, non si richiede e non si punta a una compartecipazione sentimentaleggiante ― grande Wenders che non si lascia prendere la mano da facili drammatizzazioni. Rimaniamo zitti, rincorriamo le parole che vorrebbero esprimere tutto il miscuglio di sensazioni che queste immagini complesse ci suscitano dentro. E siamo preda a un incanto che definirei ―se non cambiate canale― quasi primigenio, quello che i primitivi provavano davanti agli spettacoli sublimi della natura, benigna e matrigna che fosse, prato in fiore o tempesta. Natura a parte, è solo davanti all’arte che rimaniamo così, perché l’arte è la voce dell’indicibile e davanti all’indicibile che viene detto, non puoi che incantarti.
Questo miscuglio di sensazioni contrastanti che ci invade, guardando le immagini di Salgado, origina anche da un antinomia che si cela dietro ai suoi soggetti. Una donna intensa e profonda, eppure cieca. La miniera di Sahel, pressa d’assalto da un orda di disperati in cerca d’oro―vero e metaforico. Le costole che affiorano da un torace nero, gli occhioni grandi e pieni di speranza di uno scricciolo di bambina, la luce e l’ombra sulla faccia di un guerriero africano, la pinna di una balena che volteggia un istante sull’acqua. Tutto ci passa davanti, ma a una giusta velocità. Senza fretta. Wenders è un maestro del tempo, sa che un’opera ha bisogno di un tempo fisiologico per entrarti nel profondo e rimanerti dentro.
Ed è riuscito anche il gioco fra i due, una specie di amichevole giocata tra il regista e il fotografo, entrambi a osservarsi e a cogliersi attraverso un obbiettivo che parla due lingue sorelle, anzi l’una ―la fotografia ―progenitrice dell’altra ―il cinema.
Molto spesso i fotografi affermano di cercare se stessi in ogni scatto che scattano. Ecco, io penso che la fotografia di Salgado sia l’opposto. Salgado si toglie di mezzo, mette in primo piano la complessità del mondo, dell’animo umano, e dell’umano esistere. Non c’è un progetto egocentrico nella sua ricerca. Naturalmente noi riconosciamo la sua mano, il suo stile, ma il riconoscimento non è il suo obbiettivo. La sua fotografia è centrifuga: parte da un centro ― lui― per raggiungere l’altro ― noi. È il braccio della sua coscienza sociale.
“È la persona che ti offre la foto. Non sei tu che fai la foto”, ci rivela Sebastiao. È una prospettiva che ribalta l’assunto del (d)io fotografo che immortala (=dona immortalità, vita eterna) l’oggetto della foto: l’oggetto si fa soggetto e porge se stesso e si determina. Al fotografo il ruolo di accettarlo ― mi piace questa generosità che vede Salgado negli altri, che si offrono a lui, e che lui, a sua volta, riceve ed offre noi… In questo universo dominato dalla distonia, s’instaura una sintonia fra noi e il soggetto attraverso il filtro del fotografo: forse è anche questo che rende immediata e grande la sua arte. L’estetica si fa tutt’uno con l’etica ― e qui anche un certo Benedetto Croce avrebbe da commentare. 🙂
Chi vede “Il sale della terra” si accorgerà anche della natura quasi sacra che ha la missione di Salgado ―ne parlavamo con i miei due Fellows. Salgado ha affrontato una quantità di viaggi durissimi, lunghissimi: è stato lontano da casa per 8-10 anni di fila ―8-10 anni via da casa, con a casa una moglie e un bambino in crescita, capite, again, perché lei sia fantastica… Ha accettato di sacrificare parte della sua vita personale per fare quello che si sentiva di fare. E il film, che è girato da Wenders in collaborazione con Juliano Ribeiro Salgado, che è il figlio di Sebastiao, è anche la realizzazione di un progetto a quattro mani tra padre e figlio.

Guardare l’uomo che distrugge se stesso e la natura non può lasciare indifferenti ― prendo a prestito un’espressione del grande Franz Fanon e dico che tutti noi, tutti, siamo “i dannati della terra”. Ma indifferenti non possono lasciare nemmeno la bellezza, o la speranza, la potenzialità della natura e dell’individuo…
E così, usciti dal cine, ci portiamo a casa il mistero della sciagurata, splendida umanità che siamo…
Non lo perdete, Moviers, do it for your Board 🙂

Qual è il miglior modo per sconfiggere i “Guardiani della galassia” e rispolverare un genere che abbiamo un po’ trascurato negli ultimi tempi? Be’, per esempio costringervi a vedere

INTERSTELLAR
di Christopher Nolan

NOlan che non lo perdiamo! 🙂
Dopo Memento, la trilogia del Cavalliere Oscuro ed Inception, ecco l’ultima fatica cosmica di Christopher, che aspettavamo dal 2012. Non mi pare proprio il caso di fare i difficili sui 169 minuti… Dopo “Boyhood”, “Il giovane favoloso” e “Winter Sleep” (visione privata del masochista Board), 169 minuti sono l’abitudine ormai.

Ma questa settimana non è solo la settimana della rassegna “Tutti nello stesso piatto. Festival Internazionale di Cinema, Cibo e Bio-diversità”, 5-29 novembre ― con programmazione piatto-ricco-mi-ci-ficco, http://www.tuttinellostessopiatto.it.

E non c’è solo “Umberto D” restaurato, di Vittorio De Sica, allo Smelly Modena, martedì alle ore 21:15, all’interno della rassegna “Le Giornate della Mostra. Orizzonti e Venezia Classici” ― con ingresso a 3 Euri.

Questa settimana c’è anche l’uscita nelle sale di “La foresta di ghiaccio”, un noir di Cluadio Noce con Emir Kusturica girato interamente in Trentino grazie al supporto dell’Anarcozumi, ovvero la Trentino Film Commission. (Ovvero l’Anarcozumi.) 🙂
Il film verrà lanciato giovedì 13 allo Smelly Modena, alla presenza del regista Claudio Noce ed altri interpreti ― per l’orario definitivo telefonate al Modena.
Trovate alcune preziose info giù nel Movie Maelstrom 😉

…E poi non dite che Let’s Movie non viene incontro a tutte le esigenze alimentari dei suoi Movier, tutti con dei palati talmente diversi che, per accontentarli, tocca cucinare dalla sera alla mattina eh. 🙂

Dunque stasera, nel Movie Maelstrom, oltre alle info gentilmente prodotte (prodotte?) dall’Anarcozumi, troviamo il commento della Movier More su “Torneranno i prati”, l’ultimo parto di Ermanno Olmi. Il Mastro s’è organizzato in modo da far precedere alla proiezione un evento live-incontro con il regista, trasmesso in diretta via satellite dall’Anteo SpazioCinema di Milano. Ringrazio la Movier More per essere stata l’inviata sul campo in luogo di un Board che tende a disertare gli Olmi degli ultimi anni… 🙂

E per oggi, apples of my eye, è tutto. Un giorno o l’altro smetterò di disincentivarvi a leggere il riassunto, e non lo includerò più. Ma credo non siate ancora pronti a fronteggiare un cambiamento così radicale, quindi riassunto da non leggere sotto il Maelstrom, e Maelstrom sopra.
E tanti tanti ringraziamenti, stasera, canon-icamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dall’Anarcozumi, prendo e giro a voi, Fellows, un po’ di news relative al film che ha pure partecipato all’ultimo Festival del Cinema di Roma, dove è stato accolto da un lungo applauso 🙂

“Oltre al talento Emir Kusturica, tra gli altri interpreti del film, Ksenia Rappoport, Adriano Giannini, Domenico Diele e il roveretano Giovanni Vettorazzo.
Distribuito da Fandango, “La foresta di ghiaccio” è stata interamente girato in Trentino nella Valle del Chiese, nella Centrale di Cimego, nei boschi di Roncone e in Valle di Daone, tra gli imponenti sbarramenti delle dighe di Bissina e Boazzo e nel piccolo agglomerato di baite in località Limes, che è diventato il paese dove si sviluppa la storia.
Il film racconta un incredibile mistero che si sviluppa dietro l’apparente serenità di un piccolo paese alpino. Con una tempesta che incombe minacciosa sullo sfondo, Pietro, un giovane tecnico specializzato, arriva nella valle per riparare un guasto alla centrale elettrica in alta quota, e si trova improvvisamente di fronte ad una strana sparizione. Si consuma quindi lo scontro fra il giovane Pietro e due fratelli, Lorenzo e Secondo, che vivono e lavorano nella zona. Quando il ragazzo comprende l’origine dei segreti nascosti nel cuore della valle, le tensioni esplodono e comincia un gioco di specchi deformanti in cui nessuno è immune dal sospetto, neppure Lana, la zoologa esperta di orsi…

Dalla Movier More, basitissima… 🙂 🙂

“Sono rimasta basita 😉 dalla Tua ingiustificata assenza ieri sera alla prima de “Torneranno i prati”. Ma non è tornato Olmi unfortunately, dacché si collega con un videomessaggio dall’ospedale dove si trova ricoverato in questi giorni: sono 83 e mi inchino a lui, mostro sacro, che non si allontanava mai e poi mai dal set – nemmeno per il “rancio”, eppoi con quelle condizioni atmosferiche????!?
Tornando a noi: è un film che ti entra nella pelle, perché gli uomini protagonisti non sono in guerra, ma “dentro la guerra”: dall’intrepida attesa della posta da parte dei soldati (unico momento in cui questi vengono chiamati per nome e cognome), alle bombe, al gelo, alla neve (“siamo sepolti sotto la neve” – così esordisce il film e qui viene già la pelle d’oca) alla disperazione, alla rassegnazione, ancora alla disperazione.”

 INTERSTELLAR: In un futuro imprecisato, un drastico cambiamento climatico ha colpito duramente l’agricoltura. Un gruppo di scienziati, sfruttando un “whormhole” per superare le limitazioni fisiche del viaggio spaziale e coprire le immense distanze del viaggio interstellare, cercano di esplorare nuove dimensioni.
Il granturco è l’unica coltivazione ancora in grado di crescere e loro sono intenzionati a trovare nuovi luoghi adatti a coltivarlo per il bene dell’umanità.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 219 – propone IL SALE DELLA TERRA e commenta BOYHOOD

LET’S MOVIE 219 – propone IL SALE DELLA TERRA e commenta BOYHOOD

IL SALE DELLA TERRA
di Wim Wenders
Brasile 2014, ‘100
Lunedì 3 / Monday 3
Ore 21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

Michelangelo Moviers,

Una volta di rientro dal Lez Muvi di martedì, mi sono presa la briga di surfare un po’ le acque statunitensi in zona “Boyhood”. Il film ha vinto l’orso d’argento a Berlino, occhèi, ma è approdato sulle spiagge europee con la sobrietà che caratterizza le grandi operazioni made-in-USA ― per esempio, uno dice Normandia e l’altro pensa immediatamente a uno sbarco, mica alle bellezze normanne. Gli americani sono dei Merisi nell’arte del “Prendo un film buono ma decisamente non un ‘Quarto potere’ e te lo esporto come fosse il nuovo ‘Quarto potere'”. A noi europei, italiani nello specifico, che di Buonarroti vantiamo “the original”, quelle operazioni, per qualche motivo non ben definito, non riescono granché, e non ci riuscirebbero nemmeno se ci iscrivessimo tutti a qualche MBA a Yale o a Stanford o quei posti ivy-league con cui amiamo riempirci bocca e immaginario.
Ora, noi possiamo mettere sul piatto della bilancia la Sistina e la macchina promozionale dietro a “Boyhood”, e vedere quale piatto pesa di più: tutti noi europei, italiani nello specifico, sapremmo chi esulterebbe ― Sistina tutta-la-vita, caso mai non si fosse capito. Ma sta di fatto che tra i grandi problemi del nostro paese, secondo la mia maldestra opinione da sociologa della domenica sera, ci sono gli allori su cui adagiamo le nostre italiche terga: continuiamo a banchettare sui fasti del passato pur non valorizzandoli come dovrebbero. Siamo dei Luculli senza speranza, bulimici di bellezza malati di spleen e carenti di spirito go-getting.
Sì, non c’è come una sana digressione a mettermi di buon umore 🙂
Dicevo, ho dato uno sguardo ai paroloni con cui “Boyhood” è stato osannato, sentite qua:

“Linklater ha realizzato quello che potrebbe essere il film più geniale del secolo. Voto: A +” (Detroit  News);
“L’esperimento più accattivante, e forse il film più avvincente nella storia del genere. Voto: 4/4” (Seattle Times);
“”Boyhood” è una trovata, un poema epico, un home video, e una benedizione. Voto: 4/4″ (Boston Globe);
“”Boyhood” non è solo un grande film, è una pietra miliare nel cinema. Voto: 5/5″(Arizona Republic);
“un film che osa onorare piccoli momenti e la vita, “Boyhood” non è solo un capolavoro. E’ un miracolo. Voto: 4/4″ (Washington Post);
“Boyhood” ricorda il lavoro di quei registi europei che Linklater ammira tanto: Fassbinder, Bergman, Bresson” (Variety).

Ora, non mi stupisco se l’Arizona Republic azzarda il termine “pietra miliare” ― siamo pur sempre in Arizona, deserto, saloon e pentotal ai galeotti. Ma il Washington Post che scomoda la teologia e Variety che chiama in causa i giganti della cinematografia cosmica, Jesus, mi lasciano un bel po’ perplessa…
Questo mio pippone sarà tutto vòlto alla manomissione della macchina promozionale USA e al raffreddamento dell’euforia yankee, basandomi anche sulla reazione dei Moviers che erano con me, e che con me hanno barrato la casella “Sìbellomamicatuttostogranché” sull’indagine-qualità post-proiezione. Di seguito i Moviers coinvolti nel campione qualità: l’Anarcozumi ―che aggiunse e barrò anche la sottocasella “Sìvabbèeallora??”; la Movier Junior, che finalmente si unì a noi dopo un periodo di assenze su cui il Board sta a oggi indagando 🙂 :-); il Fellow Rocco, che vi nominai in un Movie Maelstrom e che rinominerò BaRocco, perché sono silly, ma con arte :-); il Movier Magno Carlo, che dopo “Il giovane favoloso” (137 minuti) e “Boyhood” (163 minuti) ha accumulato una quantità di minuti che, fossero miles&more, farebbe il giro del mondo gratis. 🙂
“Boyhood” copre 12 anni di vita di una famiglia texana più o meno dal 2002 al 2012. C’è il ragazzino Mason, che è il soggetto preferito dall’obbiettivo del regista Linklater, la sorella maggiore Samantha ―che vedimò scopro essere la figlia del regista― la madre Olivia e il padre Mason Senior.
I due genitori sono divorziati e questo fa della loro famiglia, la classica famiglia in perenne evoluzione/variazione dei nostri tempi: Olivia, impegnata a prendere il diploma e a mantenere i figli fra difficoltà finanziarie e matrimoni sbagliati; lui, Mason, un musicista dallo spirito libero, sostenitore di Obama, che finisce per mettere la testa a posto, e si risposa con una appartenente a una famiglia della tipologia “Texan – bianca che più bianca non si può”…Bibbia, fucili, salopette e flanella a quadri. You get the picture…
Malgrado il divorzio e le distanze però, Mason fa di tutto per vedere i figli e per non far mancare loro il suo affetto, e così fa Olivia. E’ una classica famiglia imperfetta, e bella da guardarsi proprio per via della sua imperfezione…gli scazzi tra ex moglie ed ex marito, eppure la loro capacità di tenere insieme un nucleo, che va cambiando nel corso degli anni, nel bene e nel male. La madre, per esempio, colleziona due matrimoni con due uomini fotocopia: brillanti lì per lì e alcolizzati dalla mano facile dopo un po’… è perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, però riesce sempre a schivarla all’ultimo. Ecco magari avrei sopportato il cliché del marito ubriacone violento una volta, ma due… Però purtroppo non è solo un cliché, e alcune donne (alcune? pensavo tutte) sono recidive… ma lo trovo comunque un po’ ripetitivo nei 163 minuti del film.

Come dicevo, il vero protagonista è il ragazzino, Mason Jr ―che deve avere dei geni Johansonn perché è sputato identico a Scarlett, vedere per credere. Lo seguiamo sui banchetti delle elementari, alle prese con i primi bulli delle medie, al liceo fra brufoli, erba e i primi cenni di una passione, la fotografia, che potrebbe rivelarsi la sua strada. E finiamo per accompagnarlo fino alle porte del college, la vita di giovane uomo spalancata davanti.
Embé, che c’è di strano nel girare un film nell’arco di 12 anni?, potreste chiedermi voi a questo punto, memori di Superfantozzi, che in 100 minuti ripercorreva tutta la storia umana, dalle caverne allo spazio. 🙂
Eh, di strano c’è che Linklater ha richiamato ogni estate gli attori del cast a lavorare per una decina di giorni sul film, dal 2002 al 2012, in modo che invecchiassero realmente lungo lo scorrere della storia. Il regista era interessato a catturare proprio il work-in-progress della vita e a restituirlo nella finzione.
Ok, io applaudo l’esperimento, molto originale, my compliments. Però ho dei dubbi in merito alle sue finalità. A cosa si mirava? Al cine-verità? Ad aumentare la veridicità grazie ai corpi che crescono e che invecchiano? Le mie/nostre domande a fine film sono state: ne avevamo bisogno? Ci serviva vedere gli effetti dello scorrere del tempo sul fisico dei personaggi? La risposta, mie e nostra è no. Il cine è finzione, sigliamo un patto quando entriamo in sala: io sono disposto a credere alla realtà che mi proponi, regista, e se decidi di raccontarmi la vita di un ragazzo, dall’infanzia alla maggior età e decidi di impiegare tre attori per farlo, un bambino, un adolescente e uno giovane adulto, va bene, fair enough, noi ti crediamo, non ci facciamo problemi. Se poi la finalità era catturare lo scorrere del tempo e dimostrarci che il tempo è un flusso inarrestabile in perpetuo divenire, be’, occhèi, ma anche in “Boyhood” non siamo nella realtà e nemmeno nel “tempo reale”, che, fosse tale, avrebbe richiesto un film di 6311385,192 minuti (=12 anni). Siamo nella finzione, e la realtà a cui si ambisce catturando alcuni momenti nelle estati fra il 2002 e il 2012 non deve essere confusa con la storia inventata. Sono due piani diversi, ed io, in effetti, mi sono ritrovata a saltellare tutto il film fra due binari: quello della fiction e quello della vita dei corpi degli attori. Non c’era e non c’è niente di male, non è una critica, è una semplice constatazione.
La domanda quindi è più metacinematografica che cinematografica: a cosa mi serve vedere l’invecchiamento di un manipolo di attori sullo schermo? Aumenta il mio interesse/convolgimento nel film perché aumenta l’effetto “reale”? Mi serve questo?
“Boyhood” è certamente interessante per questi interrogativi che solleva, ma non tanto per la storia in sé ― che è il classico racconto di formazione di personaggio e famiglia. Il film ci parla anche di un decennio che abbiamo appena vissuto e i cui protagonisti ― da Britney Spears canticchiata da Samantha a inizo film, all’ultimo Harry Potter, a Lady Gaga intravista nello schermo di un iPhone ― ci sono vicini, noti: sono entrati nella storia (sì, Moviers, Britney Spears è entrata nella storia, facciamocene una ragione…). And again, il fulcro del film mi sembra più sociologico, o storico, che cinematografico. Gli spettatori del 2034 che guarderanno questo film potranno trovare un tipico esempio di com’erano tante famiglie e tante vite all’inizio del terzo millennio. Per noi spettatori del 2014, è un tipico esempio di come sono (de)strutturate tante famiglie e tante vite di oggi, come sono gli adolescenti, e i genitori e le donne e gli uomini dei nostri giorni. Con le dovute differenze tra Italia e America del caso… I marshmellow abbrustoliti intorno al fuoco, i pomeriggi in cui il nonno ti insegna a maneggiare il fucile, così come il diciassettenne che piglia armi e bagagli e si trasferisce al college per non far più ritorno nella casa natale, non sono esperienze che appartengono a noi italiani ―soprattutto l’ultima che ho detto…
Quindi sì, è un film godibile, piacevole, 163 minuti scorrono via senza sentirli, cogliamo i riferimenti politici, conosciamo le canzoni della colonna sonora, e ridacchiamo sciocchini davanti ai tagli di capelli di Mason, ai kg persi e presi degli attori. Però al St. Louis Dispatch che del film scrive: “La cosa più vicina ad una vita vissuta che il cinema di finzione abbia mai realizzato. Voto: 4/4”, lasciatemi consigliare quel cine-fenomeno che capitò dopo la guerra in Italia e che si chiama Neorealismo… 😉

Questa settimana faccio la kamikaze più di quanto io non sia già, e azzardo

IL SALE DELLA TERRA
di Wim Wenders

Avete mai visto “Buena Vista Social Club”? “Pina”? Wim Wenders secondo me è un grande documentarista e “Il sale della terra” è questo, un cine-racconto della fotografia di uno dei fotografi più importanti che abbiamo al mondo: Sebastião Salgado. Le sue foto in bianco e nero hanno immortalato sofferenze, guerre, brutture, ma anche e soprattutto la straordinaria bellezza che riempie questa nostra terra. Io non lo conosco molto, e proprio per questo propongo “Il sale della terra”, sentendo già nelle orecchie sia il single del Liga sia il vostro “nuooooo, il docu-pacco, nuooooo” 🙂 Inoltre, il film è stato presentato all’ultimo Festival di Cannes nella rassegna Un Certain Regard, e ha ottenuto il premio speciale della giuria ―ed ecco il vostro terzo “nuooooooo”… 🙂

E prima di volare via, una comunicazione di servizio. Per ovviare agli scherzi del Mastro, che ogni tanto, lo sapete, ci cambia gli orari last-minute e se la ride pure, e io vorrei andare su tutte le furie tipo Rossella O’hara e poi invece francamente me ne infischio e me la rido e finisce sempre a tarallucci e vino :-), facciamo che d’ora in poi io vi riporto l’orario a mia disposizione la domenica sera, ma poi voi, please, controllate sempre la pagina facebook dell’Astra, https://it-it.facebook.com/CinemaAstraTrento,  o il sito dello smelly Modena, http://www.cineworldtrento.it/, prima di venire al cine il giorno stabilito. Altrimenti mi tocca spammarvi di messaggi, e già vi spammo in lungo e in largo la domenica ―soprattutto lungo e soprattutto largo… Intesi? Deal? 🙂

Adesso spicco il volo. Voi mi raccomando sbirciate nel Movie Maelstrom: ci voleva un malleolo rotto al WG Mat per fargli contribuire attivamente a Let’s Movie dopo anni di suppliche… Ad averlo saputo, si provvedeva a spaccargli qualche arto prima! 🙂
E poi mi raccomando bruciate il riassunto e accettate i miei ringraziamenti e i miei saluti, stasera, rinascimentalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Questa settimana parlo della serie TV danese/svedese Bron.

Bron ha già avuto 2 remake (USA e UK) ma la peculiarità che lo rende “nordico” e originale è unica.
In Bron è onnipresente un’atmosfera di un silenzio ovattato che parte dalla luce tipica del nord e pervade le persone, i movimenti ovattati dei treni, delle auto, e le stesse relazioni tra persone.
Ci sono scene, inquadrature in cui non ci sono dialoghi ma la fotografia è decisamente simile a quella di un quadro fiammingo, una luce sui volti scavati dei protagonisti che racconta tutto così.
E il racconto in se, il poliziesco è più una scusa per parlare dei due protagonisti di Bron; non sono “belli” il poliziotto danese Martin Rohde è  un uomo di mezz’età che lentamente viene scavato dal suo vissuto intrecciato nella narrativa ma soprattutto la protagonista, Saga Noren una donna svedese con una cicatrice sul volto, accanita sostenitrice delle regole e con un limitato la comprensione delle normali interazioni umane che la sembrano alienare da tutto (la sindrome di asperger, anche se non viene mai nominata).
Per chi vuole un assaggio di quanto ho detto sopra consiglio questo minuto e mezzo degli opening credits: l’essenza di Bron!
http://www.dailymotion.com/video/x196wjy_bron-broen-season-2-opening-credits_shortfilms

Invece per Dracula untold:

Ad Halloween escono i mostri, e al cinema è uscito Dracula, ma quello “untold”. Solo che il film ci dice che lui da grande il mostro non lo voleva fare, anche perché da ragazzino aveva già fatto l’impalatore ma non gli era piaciuto. Ma cosa fare se arrivano 100.000 turchi nel tuo castello della transilvania e chiedono in tributo 1000 ragazzetti ma soprattutto suo figlio?
Mai, mai fare inca**are uno che si chiama Vlad l’impalatore.

IL SALE DELLA TERRA: Per 40 anni, il fotografo Sebastião Salgado ha attraversato i continenti sulle tracce di una umanità in piena mutazione. Ha testimoniato i grandi eventi della nostra storia recente: conflitti internazionali, carestie, migrazioni … Con questo documentario vuole presentare un territorio vergine con paesaggi mozzafiato, un omaggio alla bellezza del pianeta. La sua vita e il suo lavoro sono rivelati dai punti di vista del figlio Juliano, che lo ha accompagnato nei suoi ultimi viaggi e di Wim Wenders, fotografo lui stesso.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More