LET’S MOVIE 220 – propone INTERSTELLAR e commenta IL SALE DELLA TERRA

LET’S MOVIE 220 – propone INTERSTELLAR e commenta IL SALE DELLA TERRA

INTERSTELLAR
di Christopher Nolan
USA, 2014, ‘169
Lunedì 10 / Monday 10
20:40 / 8:40 pm   
Cinema Nuovo Roma/Il Pornoroma

 

Flash(ati) Fellows,

Mi rapisce, Wenders, sin dai primi istanti, no, sin dalle primissime parole: una citazione filologica che apre “Il sale della terra”, e che non avevo mai preso in considerazione. Poi mi direte voialtri, se l’avete mai presa in considerazione…
“Fotografare deriva da “fotos”, “luce”, e “grafein”, “scrivere”. Scrivere con la luce”.
C’è modo migliore di definire quest’arte se non “scrivere con la luce”? A volte non serve fare tanta strada con il linguaggio: basta sbirciare in petto alla parola per trovare il cuore del suo significato ― buongiorno Board, si chiama “etimologia”…
Scrivere con la luce.
O forse dovrei dire che è stato Salgado, a rapirmi. Perché lo confesso a tutti voi Moviers: mi sono perdutamente innamorata di Sebastiao Ribeiro Salgado Junior –lo capite anche da questo mio inzio in medias res, credo. E non è questione di ferormoni. Credo che chiunque possa innamorarsi della sua storia, del suo coraggio, della sua ricerca ―il fatto che sia pure dotato di fascino fisico è irrilevante ai fini del falling-in-love. È una di quelle figure umane che hanno qualcosa di extra-umano dentro di loro, e che si percepisce subito. Provate a guardare dentro gli occhi di questo fotografo, il modo che ha di muoversi, di dire, mo’ parto e sto in Papua Nuova Guinea per 8 anni, e poi lui lo fa, prende e parte.
Dire che qualcuno ha un’aura, è un’espressione new-age abusata che fa un sacco “age-of-acquarious”. Quindi preferisco dire che Salgado è uno di quegli esseri umani con il corpo al centro e l’anima intorno, che distingui immediatamente.

E prima di inoltrarmi nella storia in cui Wenders ci accompagna, devo fare ammenda. Avevi ragione, Mastro, sono stata cauta nel modo in cui ho proposto “Il sale della terra”, mi sono lasciata intimidire dal fatto che fosse un documentario, che i Fellows avrebbero preferito alternative tipo “Guardiani della galassia” ― passare 100 minuti in classe, macché siamo matti??
La questione con i documentari è un po’ questa, la sensazione di stare a scuola, a farsi caricare di informazioni e vedersi mutilata la parte del “piacere” che si gusta attraverso l’esperienza cinematografica. In verità negli ultimi anni il genere ha esplorato linguaggi nuovi e raggiunto livelli di cura narrativa ed estetica altissimi ―ma chiedete all’Anarcozumi, massima esperta in materia. 🙂
Per l’ennesima volta, Wenders dimostra quanto la sua idea di documentario si discosti completamente da qualsiasi finalità scolastica. L’idea è quella di illuminare tratti della vita di un essere speciale ― Salgado, Pina Bausch, Compay Segundo ― e di accompagnarti per alcune strade che questi personaggi hanno percorso. Del resto se i fotografi “scrivono con la luce”, gli uomini di cinema scrivono con il movimento.

Ho dovuto ricredermi quanto a partecipazione lezmuviana. Al grido “Il sale della terra” hanno risposto due Fellows che si stanno rivelando molto top, e anche pop, e pure un po’ vip, vista la cadenza con cui frequentano Lez Muvi. Il Fellow Felix mi arriva dritto dritto in giacca e cravatta dal lavoro ― prendete nota. Il Movier Magno Carlo non poteva proprio mancare, da appassionato di fotografia qual è. E devo dire che il film di Wenders, per chi ha la passione-ossessione di guardare il mondo attraverso un obbiettivo, è un regalo piovuto giù dal cinefoto-cielo. E dato che SO che in mezzo a voi si nascondono molti appassionati di/ossessionati da questa forma d’arte, spero di convincerli a non lasciarsi sfuggire “Il sale della terra”, che è, a tutti gli effetti, una personale in movimento su Salgado. Oltre che il luogo in cui il Board cadde innamorato di lui 🙂

Immaginatevi un laureato in economia che si appresta ad affrontare il suo destino di lavoro nella finanza dalla sua comoda fazenda brasiliana. Al suo fianco una fidanzata fantastica che in poco tempo diventa una moglie fantastica. Tutto come dev’essere, no?
No.
C’è una meravigliosa anomalia nel sistema standard del soggetto Salgado Sebastiao: questo tizio decide che l’amore per la fotografia non può sottostare alle leggi della finanza. E intende mollare tutto, numeri, grafici e fazende e seguire la chiamata. La moglie fantastica capisce al volo che non si tratta di un abbaglio ―è fantastica proprio per questo― e si butta con lui in quest’avventura. I due si trasferiscono a Parigi e cominciano da zero. Sebastiao sostituisce la cravatta con la Canon ― uno scambio che ci ha fatto guadagnare un artista ― e comincia a viaggiare, e a fotografare.
Ma cosa distingue Salgado da qualsiasi altro fotoreporter? Cosa fa di Salgado, Salgado? Queste sono le domande che ci facciamo, e a cui troviamo una risposta guardando i suoi scatti, che ci scorrono davanti agli occhi, dicevo come se fossimo in un museo magico in cui, per una volta, noi stiamo fermi e le opere si muovono, e non il contrario. Ti rendi immediatamente conto di essere davanti a delle opere che, oltre a raccontarti parte della storia del ‘900 ― Salgado è stato in più di 100 paesi, documentando genocidi, catastrofi, comunità di local dalla citata Papua Nuova Guinea, al Kuwait alla Siberia e naturalmente l’Africa e l’Amazzonia― ti porge opere che sono un momento nello spazio e nel tempo dotate di carica etica ed estetica. I vostri compagni greci antichi si sbracciano in fondo alla classe, urlando “la so, la so!”. Kalòs kai agathòs, l’unione di bellezza e valore morale. Nella miseria, nell’orrore, Salgado coglie un momento assoluto e puro di verità, e tale verità, per quanto terrificante e disumana, per quanto dolorosa e anche aberrante, proprio perché vera, e proprio perché dotata di un grande senso etico, è bella. Ed ecco che anche il nostro John Keats attacca a sbracciarsi con la risposta pronta, “Beauty is Truth, Truth Beauty”…
E non a caso Salgado viene definito un “fotografo sociale”: uno che gira IL mondo per cogliere e girare AL mondo le situazioni che necessitano di essere viste: guerre, indigenza, dolore. Ma anche spettacoli naturali, animali bellissimi, sorrisi e corpi.
Il risultato è estremamente potente. Ammutoliamo davanti a occhi sparuti, disastri ambientali, davanti a elefanti dotati d’una grazia coreutica, davanti alla zampa di un lucertolone le cui squame ricordano l’arto di un soldato mediavale coperto dalle maglie di una corazza. Davanti a corpi magri, visi sofferenti. In tutto questo non siamo mossi al pianto, non si richiede e non si punta a una compartecipazione sentimentaleggiante ― grande Wenders che non si lascia prendere la mano da facili drammatizzazioni. Rimaniamo zitti, rincorriamo le parole che vorrebbero esprimere tutto il miscuglio di sensazioni che queste immagini complesse ci suscitano dentro. E siamo preda a un incanto che definirei ―se non cambiate canale― quasi primigenio, quello che i primitivi provavano davanti agli spettacoli sublimi della natura, benigna e matrigna che fosse, prato in fiore o tempesta. Natura a parte, è solo davanti all’arte che rimaniamo così, perché l’arte è la voce dell’indicibile e davanti all’indicibile che viene detto, non puoi che incantarti.
Questo miscuglio di sensazioni contrastanti che ci invade, guardando le immagini di Salgado, origina anche da un antinomia che si cela dietro ai suoi soggetti. Una donna intensa e profonda, eppure cieca. La miniera di Sahel, pressa d’assalto da un orda di disperati in cerca d’oro―vero e metaforico. Le costole che affiorano da un torace nero, gli occhioni grandi e pieni di speranza di uno scricciolo di bambina, la luce e l’ombra sulla faccia di un guerriero africano, la pinna di una balena che volteggia un istante sull’acqua. Tutto ci passa davanti, ma a una giusta velocità. Senza fretta. Wenders è un maestro del tempo, sa che un’opera ha bisogno di un tempo fisiologico per entrarti nel profondo e rimanerti dentro.
Ed è riuscito anche il gioco fra i due, una specie di amichevole giocata tra il regista e il fotografo, entrambi a osservarsi e a cogliersi attraverso un obbiettivo che parla due lingue sorelle, anzi l’una ―la fotografia ―progenitrice dell’altra ―il cinema.
Molto spesso i fotografi affermano di cercare se stessi in ogni scatto che scattano. Ecco, io penso che la fotografia di Salgado sia l’opposto. Salgado si toglie di mezzo, mette in primo piano la complessità del mondo, dell’animo umano, e dell’umano esistere. Non c’è un progetto egocentrico nella sua ricerca. Naturalmente noi riconosciamo la sua mano, il suo stile, ma il riconoscimento non è il suo obbiettivo. La sua fotografia è centrifuga: parte da un centro ― lui― per raggiungere l’altro ― noi. È il braccio della sua coscienza sociale.
“È la persona che ti offre la foto. Non sei tu che fai la foto”, ci rivela Sebastiao. È una prospettiva che ribalta l’assunto del (d)io fotografo che immortala (=dona immortalità, vita eterna) l’oggetto della foto: l’oggetto si fa soggetto e porge se stesso e si determina. Al fotografo il ruolo di accettarlo ― mi piace questa generosità che vede Salgado negli altri, che si offrono a lui, e che lui, a sua volta, riceve ed offre noi… In questo universo dominato dalla distonia, s’instaura una sintonia fra noi e il soggetto attraverso il filtro del fotografo: forse è anche questo che rende immediata e grande la sua arte. L’estetica si fa tutt’uno con l’etica ― e qui anche un certo Benedetto Croce avrebbe da commentare. 🙂
Chi vede “Il sale della terra” si accorgerà anche della natura quasi sacra che ha la missione di Salgado ―ne parlavamo con i miei due Fellows. Salgado ha affrontato una quantità di viaggi durissimi, lunghissimi: è stato lontano da casa per 8-10 anni di fila ―8-10 anni via da casa, con a casa una moglie e un bambino in crescita, capite, again, perché lei sia fantastica… Ha accettato di sacrificare parte della sua vita personale per fare quello che si sentiva di fare. E il film, che è girato da Wenders in collaborazione con Juliano Ribeiro Salgado, che è il figlio di Sebastiao, è anche la realizzazione di un progetto a quattro mani tra padre e figlio.

Guardare l’uomo che distrugge se stesso e la natura non può lasciare indifferenti ― prendo a prestito un’espressione del grande Franz Fanon e dico che tutti noi, tutti, siamo “i dannati della terra”. Ma indifferenti non possono lasciare nemmeno la bellezza, o la speranza, la potenzialità della natura e dell’individuo…
E così, usciti dal cine, ci portiamo a casa il mistero della sciagurata, splendida umanità che siamo…
Non lo perdete, Moviers, do it for your Board 🙂

Qual è il miglior modo per sconfiggere i “Guardiani della galassia” e rispolverare un genere che abbiamo un po’ trascurato negli ultimi tempi? Be’, per esempio costringervi a vedere

INTERSTELLAR
di Christopher Nolan

NOlan che non lo perdiamo! 🙂
Dopo Memento, la trilogia del Cavalliere Oscuro ed Inception, ecco l’ultima fatica cosmica di Christopher, che aspettavamo dal 2012. Non mi pare proprio il caso di fare i difficili sui 169 minuti… Dopo “Boyhood”, “Il giovane favoloso” e “Winter Sleep” (visione privata del masochista Board), 169 minuti sono l’abitudine ormai.

Ma questa settimana non è solo la settimana della rassegna “Tutti nello stesso piatto. Festival Internazionale di Cinema, Cibo e Bio-diversità”, 5-29 novembre ― con programmazione piatto-ricco-mi-ci-ficco, http://www.tuttinellostessopiatto.it.

E non c’è solo “Umberto D” restaurato, di Vittorio De Sica, allo Smelly Modena, martedì alle ore 21:15, all’interno della rassegna “Le Giornate della Mostra. Orizzonti e Venezia Classici” ― con ingresso a 3 Euri.

Questa settimana c’è anche l’uscita nelle sale di “La foresta di ghiaccio”, un noir di Cluadio Noce con Emir Kusturica girato interamente in Trentino grazie al supporto dell’Anarcozumi, ovvero la Trentino Film Commission. (Ovvero l’Anarcozumi.) 🙂
Il film verrà lanciato giovedì 13 allo Smelly Modena, alla presenza del regista Claudio Noce ed altri interpreti ― per l’orario definitivo telefonate al Modena.
Trovate alcune preziose info giù nel Movie Maelstrom 😉

…E poi non dite che Let’s Movie non viene incontro a tutte le esigenze alimentari dei suoi Movier, tutti con dei palati talmente diversi che, per accontentarli, tocca cucinare dalla sera alla mattina eh. 🙂

Dunque stasera, nel Movie Maelstrom, oltre alle info gentilmente prodotte (prodotte?) dall’Anarcozumi, troviamo il commento della Movier More su “Torneranno i prati”, l’ultimo parto di Ermanno Olmi. Il Mastro s’è organizzato in modo da far precedere alla proiezione un evento live-incontro con il regista, trasmesso in diretta via satellite dall’Anteo SpazioCinema di Milano. Ringrazio la Movier More per essere stata l’inviata sul campo in luogo di un Board che tende a disertare gli Olmi degli ultimi anni… 🙂

E per oggi, apples of my eye, è tutto. Un giorno o l’altro smetterò di disincentivarvi a leggere il riassunto, e non lo includerò più. Ma credo non siate ancora pronti a fronteggiare un cambiamento così radicale, quindi riassunto da non leggere sotto il Maelstrom, e Maelstrom sopra.
E tanti tanti ringraziamenti, stasera, canon-icamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dall’Anarcozumi, prendo e giro a voi, Fellows, un po’ di news relative al film che ha pure partecipato all’ultimo Festival del Cinema di Roma, dove è stato accolto da un lungo applauso 🙂

“Oltre al talento Emir Kusturica, tra gli altri interpreti del film, Ksenia Rappoport, Adriano Giannini, Domenico Diele e il roveretano Giovanni Vettorazzo.
Distribuito da Fandango, “La foresta di ghiaccio” è stata interamente girato in Trentino nella Valle del Chiese, nella Centrale di Cimego, nei boschi di Roncone e in Valle di Daone, tra gli imponenti sbarramenti delle dighe di Bissina e Boazzo e nel piccolo agglomerato di baite in località Limes, che è diventato il paese dove si sviluppa la storia.
Il film racconta un incredibile mistero che si sviluppa dietro l’apparente serenità di un piccolo paese alpino. Con una tempesta che incombe minacciosa sullo sfondo, Pietro, un giovane tecnico specializzato, arriva nella valle per riparare un guasto alla centrale elettrica in alta quota, e si trova improvvisamente di fronte ad una strana sparizione. Si consuma quindi lo scontro fra il giovane Pietro e due fratelli, Lorenzo e Secondo, che vivono e lavorano nella zona. Quando il ragazzo comprende l’origine dei segreti nascosti nel cuore della valle, le tensioni esplodono e comincia un gioco di specchi deformanti in cui nessuno è immune dal sospetto, neppure Lana, la zoologa esperta di orsi…

Dalla Movier More, basitissima… 🙂 🙂

“Sono rimasta basita 😉 dalla Tua ingiustificata assenza ieri sera alla prima de “Torneranno i prati”. Ma non è tornato Olmi unfortunately, dacché si collega con un videomessaggio dall’ospedale dove si trova ricoverato in questi giorni: sono 83 e mi inchino a lui, mostro sacro, che non si allontanava mai e poi mai dal set – nemmeno per il “rancio”, eppoi con quelle condizioni atmosferiche????!?
Tornando a noi: è un film che ti entra nella pelle, perché gli uomini protagonisti non sono in guerra, ma “dentro la guerra”: dall’intrepida attesa della posta da parte dei soldati (unico momento in cui questi vengono chiamati per nome e cognome), alle bombe, al gelo, alla neve (“siamo sepolti sotto la neve” – così esordisce il film e qui viene già la pelle d’oca) alla disperazione, alla rassegnazione, ancora alla disperazione.”

 INTERSTELLAR: In un futuro imprecisato, un drastico cambiamento climatico ha colpito duramente l’agricoltura. Un gruppo di scienziati, sfruttando un “whormhole” per superare le limitazioni fisiche del viaggio spaziale e coprire le immense distanze del viaggio interstellare, cercano di esplorare nuove dimensioni.
Il granturco è l’unica coltivazione ancora in grado di crescere e loro sono intenzionati a trovare nuovi luoghi adatti a coltivarlo per il bene dell’umanità.

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