Posts made in dicembre, 2014

LET’S MOVIE SPECIAL – FILM-FUN-PHILARMONIC

LET’S MOVIE SPECIAL – FILM-FUN-PHILARMONIC

BIG HERO 6: ore 16:00, Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria
CHIT-CHATTING al CAFFE’ ITALIANA: ore 17:38 in poi, Viale San Francesco D’Assisi 8
A CHRISTMAS CAROL featured by Piccola Orchestra Lumière: ore 20:45, Filarmonica, Via Verdi

 

Fiamminghi Fellows,

Siccome io e Lez Muvi compiamo entrambi gli anni a dicembre, lui verso la metà del mese, io il numero perfetto, il 22, 🙂 e siccome c’è una gran voglia di vedervi, di ridere (molto), di concludere l’anno e prepararsi bene al 2015, che fa soggezione anche solo a scriverlo con quel quindicennio tondo lì, ho pensato a un’occasione per incontrarsi che: avesse del cine dentro, ma non il classico cine lezmuviano; che avesse pure un po’ di musica, e letteratura dentro; che non fosse feriale, bensì festiva, così da sbalordirvi un po’; che fosse il più incastrabile possibile nelle agende di tutti; e m’è uscito fuori il FILM-FUN-PHILARMONIC, un plan scandito in tre momenti effe-di-Fru, che vi illustro di seguito.

Domenica 21 dicembre

FILM: Alle ore 4:00 pm, visione di BIG HERO 6, film di animazione ad alto tasso cuteness & entertainment, presso il Cinema Viktor Viktoria.
FUN: Finito il film, dalle 5:42 pm circa in poi, facciamo circa 153 passi e raggiungiamo il Caffé Italiana, davanti allo Smelly Modena –Via S. Francesco D’Assisi 8. Lì possiamo festeggiare a base di quello che volete –dolce, salato, alcolico, glicemico, polemico, whatever you wish. 🙂
PHILARMONIC: Alle ore 8:45 pm, dopo il cine e il chatting, trasferimento alla Filarmonica in Via Verdi per il momento letterario-musicale gratuito con “A Christmas Carol, un racconto per voce, orchestra e spiriti” interpretato dalla Piccola Orchestra Lumière. 🙂

A me piacerebbe avervi tutti per tutti e tre i momenti effe, ma so che sarete presi in questi giorni pre-natalizi, quindi se non riuscite per le due effe del Film e della Philarmonic, basta anche solo che sposiate brevemente il FUN e passiate al Caffé per un
auguriboardlannoprossimocercadirisparmiarcicertemiseriecinematografichedai 🙂

In questo modo potrò abbassare la saracinesca anche quest’anno e partire tranquilla.
Eh già perché, per tener fede alla tradizione “Un Natale, Una Capitale”, la scelta del 2014 è caduta su Amsterdam. 🙂 Guardate, ho dovuto fare uno sforzo bellico, io anglofila, io amante del caldo, per convincermi ad affrontare una capitale olandese con tipo 4 ore di luce al giorno e della pioggia e della lingua ruvidissima… –non regge, vero? No, non regge, Board… 🙂

Pertanto la programmazione lezmuviana riprenderà regolarmente a gennaio. E vi voglio tonici, e bionici! 😉
E vi aspetto domenica!
E basta! 🙂

Let’s Movie
The Board

BIG HERO 6: Big Hero 6 è una commedia d’avventura ricca d’azione sull’enfant prodige esperto di robot Hiro Hamada, che impara a gestire le sue geniali capacità grazie a suo fratello, il brillante Tadashi e ai suoi amici: l’adrenalica Go Go Tamago, il maniaco dell’ordine Wasabi No-Ginger, la maga della chimica Honey Lemon e l’entusiasta Fred. Quando una serie di circostanze disastrose catapultano i protagonisti al centro di un pericoloso complotto che si consuma sulle strade di San Fransokyo, Hiro si rivolge al suo amico più caro, un robot di nome Baymax, e trasforma il suo gruppo di amici in una squadra altamente tecnologica, per riuscire a rivolvere il mistero.

A Christmas Carolun racconto per voce, orchestra e spiriti: Un classico di Charles Dickens, una fiaba in musica per bambini, un radiodramma per adulti.
Un concerto con il cappello a cilindro, e l’orologio che corre all’indietro, tra i natali passati e i natali futuri, a raccontare tutte le età, a dire qualcosa ad ognuna. www.ilvagabondoproduzioni.it/

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LET’S MOVIE 225 – propone IL GRANDE LEBOWKSI e commenta MOMMY

LET’S MOVIE 225 – propone IL GRANDE LEBOWKSI e commenta MOMMY

IL GRANDE LEBOWSKI
di Joel ed Ethan Coen
USA, 1998, ‘117
Lunedì 15/Monday 15
Ore 21:30/9:30 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

Fineanno Fellows,

A dicembre si tirano sempre un po’ le somme di quello che è stato durante gli 11 mesi passati. Noi di Lez Muvi saremmo contro le righe rosse dei bilanci, contro il verde dei fogli Excel. Noi non bazzichiamo le modalità dei budget: quello lo lasciamo là fuori, in quel mondo dove valgono i numeri e tutto a volte è così platealmente (dis)storto, tutto così iniquo, grezzo e sciatto da fornirci l’alibi per coltivare quest’altro mondo. Questo.
Nel miglior Lez Muvi e nel peggior Lez Muvi dell’anno i numeri, alla fin fine, non contano. Certo ci siamo esaltati tutti ―MI sono esaltata tutta― quando vi ho visti in 12 o 8 a qualche programmazione. Ma l’esaltazione era pari anche quando vedevo all’orizzonte un solo Movierino, uno soltanto, -ino -ino. 🙂
Questi discorsi da cena aziendale non perché io sia tipa da cene aziendali ―e s’era capito― ma perché guardacaso, la fine dell’anno coincide con il quinto compleanno di Let’s Movie, e questo mi porta ad assumere un linguaggio un po’ rendicontativo. 🙂
Fellows, esistiamo da un lustro. Non so se questa evidenza sia più da neuro o da circonvenzione di capaci, di sicuro qualche significato ce l’ha.
Let’s Movie è un colibrì. Il colibrì è uno schizzo di essere vivente, un puntolino in movimento tra una nuvola e l’altra, eppure le sue ali sono fra le più potenti del mondo pennuto. Let’s Movie è un po’ così. Potrà anche essere fragile dal punto di vista business ―NON ha un punto di vista business― ma ha ali forti da sognatore palestrato, e questo lo rende inabattibile. Moviers, siamo inabattibili. 🙂

Scorrevo i post passati e ho scoperto che ne abbiamo visti, di film… Tosti, pacchi, grandi, piccolissimi, incomprensibili, inutili, non c’è mancato nulla. Tra quelli che ci hanno fatto sgranare tanto d’occhi per ragioni varie ed eventuali: Ida, The Wolf of Wall Street, 12 anni schiavo, Nymphomaniac, Medeas, S’alza il vento, La febbre dell’oro, Synecdoche New York (per la felicità del D-Bridge :-)), Her, Smetto quando voglio, Il sale della terra, Il giovane favoloso, Class Enemy. Abbiamo visto anche della gran bella spazzatura, e ci scusiamo del disagio arrecato, ma del resto, se non provi un po’ di orrori come distingui i tesori? (Obiezione respinta, Board). Tra questi, Clown (non mi verrà mai perdonato!), Monuments Men (ma ve lo ricordate, Monuments Men?? La morte di George-No-Martini-No-Party-Clooney in diretta) e La mia classe ―mammamia. Ricordate tuttavia che vi siete salvati dal Kotionkin turco di 169 minuti, “Il regno d’inverno” e dalla depressione dardenniana “Due giorni, una notte”.
Per la serie, piccoli cine-esperimenti crescono, all’attivo abbiamo un’intervista zoppicant-imbarazzante, a tratti esilarante su RAI 3. 🙂

E sono lieta di anticiparvi “LET’S MOVIE ALLA DANTE“, una micro-rassegna di tre film tra la carta e lo schermo, ovvero sbocciati dal “far letteratura”, che il vostro tremeBoard (=tremendo e tremebondo) presenterà presso la Dante Alighieri. Per chi non lo sapesse (tipo me poco tempo fa), la Dante Alighieri è un’associazione culturale fondata da Carducci (sì, lui, Giosuè) con sedi sparse in tutta Italia ― ed ebbene sì, una pure a Trentoville, in Via Dordi 8, http://ladante.it. 🙂
Il primo film, “The Hours” :-), verrà proiettato il 20 gennaio alle 4 pm ―orario mooolto unfriendly, ma facciamo uno sforzo.
Vedere una forma di partnership tra Let’s Movie e Dante Alighieri ha dell’incredibile, se non del sacrilego. Ma questo è bene, molto bene. E questo ci fa capire quanto il mondo possa essere incredibile, e sì, sacrilego anche, e anche questo è bene, molto bene.
Details will follow 🙂

Nella lista dei film che ci hanno fatto sgranare gli occhi durante l’anno non ho aggiunto “Mommy” perché “Mommy” merita spazio e lustro, e ben più che quinquennale. E la cosa sorprendente è che gli occhi, li ha fatti sgranare a tutti i Moviers, ed erano una moltitudine, lunedì! Nonostante la vacanza, la città presa d’assalto dal turista milanese medio in crisi d’astinenza “datemi del brulé, datemi delle gigiate natalizie”, nonostante la programmazione cinematografica che offre film ben più relaxed, eccola, l’onda lezmuviana riversarsi sul lido del Mastro ―detto anche Mastrolido, da non confondersi con il gel liquido. Con tutta la forza cinemarina di cui sono dotati: il Fellow D-Bridge, la Fellow Vanilla, la Fellow Chocolate, il Movier Matteo the Magician, il Fellow Felix, il Movier Onassis Jr, e pure la Honorary Member Mic, da Vicenza 🙂
Tutti, chi più chi meno (io molto troppo più) rimaniamo a bocca aperta davanti a “Mommy” e per una serie di motivi che ora vado ad elencare, un po’ in stile collettobianco, di seguito:

1. La storia di “Mommy” è una storia anche abbastanza riducibile ai minimi termini, se volete: una madre coraggio, Diane, alle prese con un figlio adolescente, Steve, affetto da sindrome da deficit di attenzione, il che vuol dire: iperattivo, iperviolento, ipersboccato, ipersensibile, tutto quello che vi passa per la testa declinato in versione iper. La madre è vedova, il figlio orfano di padre. La madre tira fuori il figlio dall’ennesimo istituto e se lo porta a casa. La madre sa il destino che l’aspetta: il figlio è una mina vagante, una bomba a orologeria sempre sul punto di scoppiare. Ma ecco che a questa coppia famigliare che litiga dalla mattina alla sera, e fa pace dalla sera alla mattina, s’inserisce un terzo, una terza, Kyla, una vicina di casa con una famiglia apparentemente Mulino Bianco. Figlioletta e maritino, ambiente domestico sempre lindo più del Mastro (no, non il nostro). Ma c’è sempre un ma. In una manciata di fotogrammi o battute ―nemmeno scene intere, giusto frammenti― il regista Dolan, Dio Dolan, ci fa capire che un lutto s’è portato via il figlio maggiore e che la capacità dialogica del maritino si ferma al che-prepari-per-cena-cara. La prigionia che Kyla sente in questa gabbia dorata famigliare e probabilmente per la perdita del figlio, è stata trasportata a livello fisico in una forma di balbettio che, per quanto migliori durante il film, non l’abbandonerà mai ―Kyla non abbandonerà né cambierà mai la sua famiglia.
Tuttavia, nonostante la riducibilità ai minimi termini, la storia diventa unica per come è raccontata. “Mommy” è un esempio di come la forma agisca sull’emozione, di come un gesto, un’azione, se guardati in un certo modo dalla macchina da presa e montati in un certo modo dalla mano del regista, cambino il valore di un narrato. E sui 140 minuti del film, l’emozione sgorga in un flusso costante, caratterizzato da picchi in cui è portata al massimo, ma mai da interruzioni. Non smettiamo mai di sentire, in tutto il film? Ma Board, chettintendi con “sentire”? Intendo seguire, ipnotizzati e teneri, tutte le baruffe tra Diane e Steve, parteggiare ora per l’uno ora per l’altra, giustificare la madre che cerca in ogni modo di sopravvivere a un figlio malato e capire il figlio che è malato, ma anche sveglissimo, furbo che più furbo non si può. Questo è stato possibile perché Dolan, nonostante i suoi 25 anni, è in grado di costruire due persone. Diane e Steve vanno oltre l’esser personaggi. Entrambi suscitano in noi tanta compassione quanta frustrazione. In certi momenti vorresti prenderli a schiaffi: l’irriverenza di Steve sfiora la brutalità in certi punti, e la superficialità di Diane in certi comportamenti ti farebbe venir voglia di chiamare il Telefono Azzurro; come pretendi che un figlio non fumi se gli fumi in faccia? Che smetta di dire parolacce se gli dici “ca**o Steve smetti di dire ‘ste c**o di parolacce”… Ma ti senti tremolare l’anima davanti a certi istanti di amore carnale (letteralmente) e di tenerezza tra madre e figlio. E quando Steve sembra volare di felicità dietro un carrello della spesa spinto a tutto gas sulla statale, o quando fende il cuore della periferia sulla sua long-board (che non sono io, né uno skate, ma una tavola più lunga), tu spettatore, gli sei attacco alle calcagna, voli e fendi e sei felice con lui. Siamo quindi parte integrante del film, patiamo e gioiamo con i protagonisti, in maniera del tutto naturale e coinvolta. Ed è per questo che alla fine, vorresti uscire e incontrarle per strada, queste due persone, pazze scatenate succubi di un amore sformato ― i.e. fuori da ogni forma― che li déstina al destino cui Steve va incontro, correndo, libero e condannato, un’uscita di vetro che lo attende in fondo a un corridoio…

2. Lo sperimentalismo di Dolan il Dio, non si limita a delle semplici scelte stilistiche sparpagliate quà e là, le classiche trovate sensazionali gettate una tantum nel corso del film. C’è una progettualità visiva dietro alla costruzione delle scene. Quella più evidente riguarda il formato. Dolan decide per l’1:1, che vuol dire una scena quadrata anziché rettangolare. Due bande nere costringono i personaggi dentro la loro esistenza tribolata, come se fossero incastrati lì. La genialità di Dolan dove sta? Sta nell’allargare il formato quando i personaggi vivono un momento felice, o quando credono nella speranza, o quando immaginano la vita che potrebbe essere ―ma che alla fine non sarà mai. Ecco allora che assistiamo a una distensione grafica ed emotiva, l’inquadratura sgranchisce le gambe e rioccupa i suoi 4:3 canonici, i personaggi credono, sperano, ridono. Questa fisarmonica grafica che rispecchia quella emozionale dei personaggi, pardon, delle persone del film, è solo l’esempio più lampante all’interno del piano stilistico di Dolan. Ci sono certe carrellate, o primi piano, certi stacchi di montaggio o contrasti di sfumato-nitido che più che essere raccontati dovrebbero essere visti. Per non parlare poi di certa potenza cinetica che il regista riesce a cavar fuori da un parcheggio vuoto, Steve nel mezzo a far vorticare un carrello della spesa mentre la macchina da presa gli gira intorno nel senso opposto… Si rimane letteralmente speechless…

3. La colonna sonora. Ora, quando si dice che di un film ti piacciono colonna sonora e fotografia, si corre sempre il rischio di passare per quelli cui piace vincere facile ―colonna sonora e fotografia, quando ben realizzate, sono evidenze inattaccabili. In questo caso, la colonna sonora ha fatto impazzire un po’ tutti, sia perché comprende canzoni degli anni ’90 con cui siamo cresciuti e che sentiamo “vicine”. Sia perché non c’è solo un uso esterno della musica, ma anche incorporato nel narrato: Steve decide di cantare “Vivo per lei” di Bocelli, e Steve mette un pezzo di Celine Dion che finisce per ballare con la madre e Kyla. Quindi la musica piove dall’alto sul film, e sgorga fuori dal fondo del film. 🙂
E poi c’è Steve accompagnato sullo skate da un pezzo che ha fatto la storia della musica come “Wonderwall”, o la scena in cui lo vedi sempre a bordo dello skate, mentre rèppa tutta la sua rabbia ―probabilmente sta sbrodolando insieme a qualche rapper incazzoso― ma senti in sottofondo una ballata malinconica e struggente come “Colour blind” dei Counting Crows. Ma sono certe parole di “Born to die” di Lana De Rey, su cui il film si chiude, che diventano la tua colonna sonora, quella che ti accompagna a casa dopo il film. “Sometimes love’s not enough when the road gets tough”…Alla luce di come finisce il film, queste parole suonano oltremodo vere e dolenti.
Comunque nel Movie Maelstrom trovate anche una hit che dà energia al film e che vi ricorderà l’estate di qualche annetto fa (1997!)…

4. I tre attori, soprattutto Steve e Diane, funzionano a meraviglia. L’attore che interpreta Steve è bravissimo nell’andare su e giù per la scala della bipolarità comportamentale del proprio ruolo. E al contempo ha la faccia e il biondume da cherubino: una specie di Maculay Culkin versione psycho 2.0. L’attrice che interpreta Diane è perfetta: trash e sexy, fortissima e furba, sboccata e tenerissima. A parte la quantità di parolacce che sbraita, pari a quelle di Steve, i due condividono un amore reciproco totalizzante, ossessivo, al limite dell’incesto, al limite della morte. Eros e Thanathos, Elettra e Medea. Tanta roba.

5. Dio Dolan, come già detto e ridetto, ha 25 anni. Èun genio del far cinema, lo vedi, bastano poche scene e hai già capito tutto. Non abbiamo avuto il piacere di vedere qui in Italia i suoi primi quattro film ― sì, quattro. Speriamo che “Mommy” convinca her Majesty la Distribuzione a procurare anche i suoi successi pregressi. Ma sapete cosa mi piace in modo particolare di questo enfant prodige? Che ama l’azzardo. Siamo abituati ai registi fatti con lo stampino, prodotti anche buoni, ma in fondo, polli da batteria. Dolan è un esemplare ruspante. Ci vuole fegato per gettarsi dentro il casino di rapporto fra un ragazzo “speciale” e la madre, riemergere con tutta la zavorra intorno, e renderla aerea, visibile e pure godibile per il pubblico, come ha fatto lui con “Mommy”. Credete sia facile scrivere il dolore con un inchiostro leggibile? È un cavolo di casino, let me tell you! Quindi, long live Xavier, le roi du Quebec! 🙂

L’ondata benigna di Moviers si è riversata fuori dal cine con quella sensazione di levità che ti viene quando hai visto qualcosa di potente. Magari fa male, magari è spiacevole, ma la levità data dal godimento della qualità, non la confondi e non ha pari. Almeno per me.
E quale miglior modo, Fellows, di festeggiare il successo di “Mommy” e il lustro lezmuviano de

IL GRANDE LEBOWSKI
di Joel ed Ethan Coen

Per una volta, lo Smelly fa qualcosa di buono e ci propone, in un’unica data, il capolavoro dei Coen su cui non devo spendere nessun tipo di parola. Devo solo pronunciare l’esortazione Let’s be Dudes, let’s lebowski!

Siccome è successo, in maniera del tutto eccezionale, che il commento sopra abbia assunto delle dimensioni pippone, è meglio che vi accompagni al Movie Maelstrom e al riassunto, giacché mi sembra di avvertire del malumore serpeggiare fra voi… 🙂
Stasera i ringraziamenti a voi, Moviers, assumono un tono più solenne. Ogni maledetta domenica voi sopportate il peso di un Board, da cinque anni. Questo vi darà sicuramente diritto a qualche tipo di agevolazione nella vostra prossima vita. Di che tipo do agevolazione si tratti, devo ancora scoprirlo, ma non appena lo scopro, sarà mia cura informarvi. 🙂 Sillyness a parte, GRAZIE Fellows. Let’s Movie saves my life any passing week 🙂

E ora dei saluti, stasera, consuntivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, ecco gli Eiffel 65, una band-una-hit-ma-che-hit, https://www.youtube.com/watch?v=b7aNJuwQmMQ
ed anche i Counting Crows, https://www.youtube.com/watch?v=y0s7ycdUcHk...
Brividi diversi, ma pur sempre brividi…

Se invece cercate un film d’animazione per questi giorni, scegliete i Pinguini della Dreamworks. Quando la cuteness incontra la comicità e un’ironia da schiantarvi contro la poltrona davanti alla vostra a furia di risate. 🙂 🙂

IL GRANDE LEBOWSKI: Straordinario film cult surreale, dove al protagonista Jeffrey “Dude” Lebowski tutto appare grottesco, dove la realtà diventa un rimescolamento visionario, dove tutto gli scivola più o meno addosso e niente sembra toccarlo in modo particolarmente serio.

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LET’S MOVIE 224 – propone MOMMY e commenta TRASH

LET’S MOVIE 224 – propone MOMMY e commenta TRASH

MOMMY
di Xavier Dolan
Canada, 2014, ‘140
Lunedì 8/Monday 8
21:00 / 9 pm
Astra/dal Mastro

 

Mondo di Mezzo Moviers,

Non è che uno in un film debba per forza andare a cercare Foucault. Basta pure Perrault ―e lo vedete anche voi, le rime sono dalla mia. 🙂
L’aria era pregna di sventura nei giorni precedenti il Lez Muvi di martedì. Ci fate caso, voi, all’aria? Intendo, i segnali che vi giungono non richiesti, ma puntuali. Una testa che scuote sentendo nominare il film. Una parola di troppo letta sul retro di un giornale mentre aspetti il turno in un ufficio. Un Mastro non convinto, altri con lui. Mettete insieme tutto e il Lez Muvi finisce illuminato dal rosso intermittente “Warning warning: alto rischio d’insuccesso”.

Come se non bastasse, io e il Fellow D-Bridge abbiamo cominciato con un lapsus, e non so se freudiano, ma fruneriano di sicuro, giacché capitò anche in passato e se una cosa ti capita una volta è puro caso non si preoccupi, se ti capita due volte è un’anomalia congenita inoperabile non c’è nulla da fare. 🙂
Entriamo per sbaglio nella sala in cui danno “Storie pazzesche” e chitti troviamo?! La Movier More! Ben lungi dallo strillare “Tradimento! Tradimento!” perché al cine, così come in bici, vale-tutto-purché-si-vada, cerco di non strillare troppo e mi riprometto di incontrare la Movier all’uscita. Una volta trovata la sala giusta ecco arrivare anche il resto dell’amata marmaglia lezmuviana: il Movier Magno Carlo, il Fellow Felix, il Movier Onassis Jr e il Fellow Andy Candy [The]. Naturalmente se il film fosse stato trash, aggiungendo il fatto al nome, la marmaglia, per quanto amata, avrebbe comprato una consonante diventando “aRmata”, e sarebbe stata prontissima a far gazzarra: alte sono le creste in capo ai Moviers e la gazzarra è sempre massima, si sa.

Se sottobraccio vi scarrozzate “La nausea” e le favole non vi piacciono più e avete fatto di Pinocchio una pira, votato per l’abolizione di “Miracolo sulla 46esima strada” o “Le simpatiche canaglie” dai palinsesti televisivi, forse non è il caso che andiate a vedere “Trash”. “Trash” è di tutto questo un po’. Su tutto, una favola. Certo, quando una favola fiorisce in una favelas, oltre a un eccesso di effe nel dirlo, dobbiamo confrontarci con un’ambientazione diversa rispetto alle foreste incantate e ai castelli principeschi che popolano l’universo chessò waltdisneyano.
Non c’è  proprio nulla di magico nelle baraccopoli di Rio de Janeiro in cui i tre ragazzini protagonisti vivono. Le montagne su cui scorrazzano e in cui frugano dalla sera alla mattina sono fatte di rifiuti, i rivi che attraversano a nuoto costeggiando le baracche hanno perso da ‘mo il cristallo dei fiumi immaginati dai bruder Grimm. La favela NON è una favola. Ma questo non significa che da una favela non possa fiorire una favola. E il film è scritto proprio rispettando i classici stilemi della fiaba classica, che si sa, affonda le sue radici nei “Goonies”. 🙂

Un trio di ragazzini Rafael, Guardo e Rato, sgamati ma innocenti, poveri fuori ma ricchi dentro, si confrontano con un elemento che sconvolge la loro routine: nella spazzatura trovano il portafoglio di un tizio ― che noi spettatori sappiamo morto ammazzato in circostanze losche. I tre si trovano coinvolti in una specie di intrigo tra polizia e politica corrotta, e decidono di, duepunti, risolvere il mistero del portafoglio ritrovato, recuperare numero tre sacchi di denaro, fare giustizia a modo loro e ripulire il danaro sporco redistribuendolo ai poveracci delle favelas ―a riprova che il business model di Robin Hood funziona anche a distanza di secoli. Quello che conta non è tanto l’intrigo in sé, il marcio portato alla luce, che non ha nulla di eccezionale, anzi è la regola, se guardiamo agli ultimi giorni di mafia romana. Quello che conta, almeno per me, è la gran mano del regista, che da bravo Jules Verne della macchina da presa, non ci fa mai mollare la storia. Stiamo incollati alle infradito di questi ragazzini dall’inizio alla fine, non li molliamo mai. E non perché ci piacciano le infradito, ma perché, duepunti, il ritmo è sostenuto, il montaggio avvincente e mai scontato ― che deriva verosimilmente dal montaggio binario (nel senso che procede su binari diversi, non nel senso 0 1 10 11 100…) in cui i ragazzini sono sia i protagonisti della storia sia i protagonisti del video che racconta quella storia (riguardo la maestria di Daldry con la macchina da presa, prendete “The Hours” e vedete un po’ come ha costruito il discorso narrativo); una colonna sonora azzeccatissima, coinvolgentissima, -issima; l’immediatezza con cui leggiamo la catena allegorica fiabesca che ci scorre fra le mani (immondizia = corruzione fisica e morale con cui i ragazzi sono a contatto = purezza di cuore dei ragazzi che mantengono fino alla fine, nonostante tutto).

Eppure, anche se il film può apparire buonista e furbo e piacione, e può rinviare, come suggeriva magistra(tura)lmente il Fellow Felix, agli scandali sorti durante e dopo i recenti Mondiali di calcio in Brasile, io credo che il film vada letto come una fiaba a lieto fine, in cui i cattivi sono cattivi, i buoni sono buoni ma un po’ lazzeroni ―vedi i tre monelli, ma vedi anche la figura del prete, che si scola il vino dal calice della Comunione o che è disposto a chiudere un occhio su certe realtà all’interno della favela. Prima ho scomodato Jules Verne, ma potrei benissimo scomodare anche Charles Dickens o Henry Fielding o Mark Twain. Come non scorgere nei tre ragazzini David Copperfield, Oliver Twist, Tom Jones (non il cantante), Huck Finn e Tom Sawyer? E questo giusto per citarvi dei classici della letteratura. Non passo ai cartoni animati altrimenti l’elenco dei puri-di-cuore sarebbe davvero troppo lungo.

E il finale, che ha fatto sorgere delle perplessità e scrollare il capo a molti cinefili o cinici (o cinici cinefili se volete in regalo un simpatico scioglilingua), è la chiusura dell’allegoria: dalla favela-fogna del mondo dominata da una montagna marcia di rifiuti, l’anima pura passa attraverso le mille peripezie del mondo torbido e promiscuo dell’umanità e finisce nel paradiso di una laguna blu più cinematografica del cinematografico: in questo luogo fresco e aperto (contrapposto alla sporcizia e alla claustrofobia dell’agglomerato fatiscente delle baraccopoli) questi bambini possono finalmente essere felici, puliti, e liberi di pensare a quello cui i bambini dovrebbero pensare: una corsa sul bagnasciuga, una nuotata, un pomeriggio di risate. NON al lavoro. NON al vediamo-cosa-trovo-oggi-frugando-la-spazzatura-dei-ricchi.

No, un film non deve essere per forza Foucault. Ma anche Perrault aveva i suoi lati spaventosi. Vale anche per “Trash”. C’è una scena… Rafael e Guardo giocano a un videogioco, Donkey Kong Country (“Il Board e il Nintendo”, episodio risalente al 1993) su una consolle e uno schermo tenuti letteralmente insieme con lo scotch. Questo videogioco, così come il Gameboy che si vede in un’altra scena, risalgono agli anni ’90 ed erano i nostri giochi, le ultimissime novità in campo videogame dell’epoca. Negli anni 2000, con quei 10 anni di usura e obsolescenza che li caratterizzano, questi sono diventati i loro giochi. Così come i cellulari, le tv, ogni genere di device che, una volta usato, una volta obsoleto, finisce in qualche favelas brasiliana, villaggio africano, periferia filippina. L’occidente ipertecnologizzato scarica la propria immondizia lontano dal proprio bel pratino. La discarica a cielo aperto sorta nel cuore dei sobborghi di Rio rimanda quindi a un’altra discarica, quella che alimentiamo NOI, pulendoci la coscienza dentro sacchi di abiti di seconda mano e telefonini usati e pc datati. Forse il film non ha come finalità principale la critica di questo modello di riciclo internazionale, ma include senz’altro anche quello. Del resto una favola non è mai solo una favola… Questo è chiarissimo a tutti i favolosi della storia, Aristofane, Lafontaine, Anderson, i Grimm, inclusi, e pure Leopardi che avrà anche usato rane e topi e granchi nei “Paralipomeni della Batracomiomachia”, ma lo sappiamo tutti che parlava di Borboni, liberali e austriaci (soprattutto Wikipedia lo sa :-)).
Favoleggiar fa bene, Fellows, ma anche ragionar…

E adesso è il momento…. Dopo averlo atteso dal Festival di Cannes, dove ha vinto il Grand Prix de la Jurie, ecco a noi

MOMMY
di Xavier Dolan

Devo aggiungere un’ala al tempietto votivo che ho eretto la settimana scorsa al Mastro: è da maggio (maggio!) che apro bocca e gli dico “Mommy” ―creando del caos gender-parentale non da poco 🙂 Però poi quando mi ha detto “E alla fine arriva ‘Mommy'” ― e fortunatamente non Polly ― io ho dovuto ricorrere a tutta la Forza che il mio stato Jedi mi ha concesso per non mettermi a urlare di gioia più di quanto già non urli, aquilabasket che sono.
Se siete titubanti, venite per vedere all’opera il nuovo enfant prodige della regia mondiale  ― Xavier Dolan, ― e dire “io c’ero”.

Prima di lasciarvi però, vi prego, date il benvenuto con me a Michela, la Fellow Whynot, giunta in Lez Muvi tra il lusco e il (lam)brusco grazie alla Movier More, che ringraziamo anche per l’assist sulla cine-identità di natura etilica della neo-Fellow 🙂

E ora considerate il Movie Maelstrom: c’è un suggerimento da leccarsi i baffi… Invece basta riassunti, e tanti saluti, stasera, mafiacapitalmente cinematografici.
Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Non vi perdete Pride di Matthew Warchus, ma proprio proprio non azzardatevi nemmeno! Racconta una storia che ha fatto la Storia e che ci prova ancora una volta quanto gli inglesi siano decenni avanti a noi in materia di diritti dei lavoratori e dei gay e istinto di solidarietà e collaboratività e senso pratico e non importa se non sanno cucinare le pasta o abbinare i vestiti, sono avanti, punto.
Cosa succede quando un gruppo di attivisti gay di Londra fonda il movimento “Lesbiche e Gay Sostengono i Minatori” (LGSM) per supportare la causa dei minatori in sciopero contro la Thatcher, nel Galles del 1984? Succede materiale per un fun di film, che ha conquistato Cannes e il pubblico di mercoledì sera dal Mastro.
Andate a vederlo e non vi scordate: è una storia VERA!

MOMMY: Una madre vedova, allevando da sola il figlio, un turbolento quindicenne affetto dalla sindrome da deficit di attenzion, trova nuova speranza quando una vicina misteriosa si inserisce nella sua famiglia

 

 

 

 

 

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