LET’S MOVIE 224 – propone MOMMY e commenta TRASH

LET’S MOVIE 224 – propone MOMMY e commenta TRASH

MOMMY
di Xavier Dolan
Canada, 2014, ‘140
Lunedì 8/Monday 8
21:00 / 9 pm
Astra/dal Mastro

 

Mondo di Mezzo Moviers,

Non è che uno in un film debba per forza andare a cercare Foucault. Basta pure Perrault ―e lo vedete anche voi, le rime sono dalla mia. 🙂
L’aria era pregna di sventura nei giorni precedenti il Lez Muvi di martedì. Ci fate caso, voi, all’aria? Intendo, i segnali che vi giungono non richiesti, ma puntuali. Una testa che scuote sentendo nominare il film. Una parola di troppo letta sul retro di un giornale mentre aspetti il turno in un ufficio. Un Mastro non convinto, altri con lui. Mettete insieme tutto e il Lez Muvi finisce illuminato dal rosso intermittente “Warning warning: alto rischio d’insuccesso”.

Come se non bastasse, io e il Fellow D-Bridge abbiamo cominciato con un lapsus, e non so se freudiano, ma fruneriano di sicuro, giacché capitò anche in passato e se una cosa ti capita una volta è puro caso non si preoccupi, se ti capita due volte è un’anomalia congenita inoperabile non c’è nulla da fare. 🙂
Entriamo per sbaglio nella sala in cui danno “Storie pazzesche” e chitti troviamo?! La Movier More! Ben lungi dallo strillare “Tradimento! Tradimento!” perché al cine, così come in bici, vale-tutto-purché-si-vada, cerco di non strillare troppo e mi riprometto di incontrare la Movier all’uscita. Una volta trovata la sala giusta ecco arrivare anche il resto dell’amata marmaglia lezmuviana: il Movier Magno Carlo, il Fellow Felix, il Movier Onassis Jr e il Fellow Andy Candy [The]. Naturalmente se il film fosse stato trash, aggiungendo il fatto al nome, la marmaglia, per quanto amata, avrebbe comprato una consonante diventando “aRmata”, e sarebbe stata prontissima a far gazzarra: alte sono le creste in capo ai Moviers e la gazzarra è sempre massima, si sa.

Se sottobraccio vi scarrozzate “La nausea” e le favole non vi piacciono più e avete fatto di Pinocchio una pira, votato per l’abolizione di “Miracolo sulla 46esima strada” o “Le simpatiche canaglie” dai palinsesti televisivi, forse non è il caso che andiate a vedere “Trash”. “Trash” è di tutto questo un po’. Su tutto, una favola. Certo, quando una favola fiorisce in una favelas, oltre a un eccesso di effe nel dirlo, dobbiamo confrontarci con un’ambientazione diversa rispetto alle foreste incantate e ai castelli principeschi che popolano l’universo chessò waltdisneyano.
Non c’è  proprio nulla di magico nelle baraccopoli di Rio de Janeiro in cui i tre ragazzini protagonisti vivono. Le montagne su cui scorrazzano e in cui frugano dalla sera alla mattina sono fatte di rifiuti, i rivi che attraversano a nuoto costeggiando le baracche hanno perso da ‘mo il cristallo dei fiumi immaginati dai bruder Grimm. La favela NON è una favola. Ma questo non significa che da una favela non possa fiorire una favola. E il film è scritto proprio rispettando i classici stilemi della fiaba classica, che si sa, affonda le sue radici nei “Goonies”. 🙂

Un trio di ragazzini Rafael, Guardo e Rato, sgamati ma innocenti, poveri fuori ma ricchi dentro, si confrontano con un elemento che sconvolge la loro routine: nella spazzatura trovano il portafoglio di un tizio ― che noi spettatori sappiamo morto ammazzato in circostanze losche. I tre si trovano coinvolti in una specie di intrigo tra polizia e politica corrotta, e decidono di, duepunti, risolvere il mistero del portafoglio ritrovato, recuperare numero tre sacchi di denaro, fare giustizia a modo loro e ripulire il danaro sporco redistribuendolo ai poveracci delle favelas ―a riprova che il business model di Robin Hood funziona anche a distanza di secoli. Quello che conta non è tanto l’intrigo in sé, il marcio portato alla luce, che non ha nulla di eccezionale, anzi è la regola, se guardiamo agli ultimi giorni di mafia romana. Quello che conta, almeno per me, è la gran mano del regista, che da bravo Jules Verne della macchina da presa, non ci fa mai mollare la storia. Stiamo incollati alle infradito di questi ragazzini dall’inizio alla fine, non li molliamo mai. E non perché ci piacciano le infradito, ma perché, duepunti, il ritmo è sostenuto, il montaggio avvincente e mai scontato ― che deriva verosimilmente dal montaggio binario (nel senso che procede su binari diversi, non nel senso 0 1 10 11 100…) in cui i ragazzini sono sia i protagonisti della storia sia i protagonisti del video che racconta quella storia (riguardo la maestria di Daldry con la macchina da presa, prendete “The Hours” e vedete un po’ come ha costruito il discorso narrativo); una colonna sonora azzeccatissima, coinvolgentissima, -issima; l’immediatezza con cui leggiamo la catena allegorica fiabesca che ci scorre fra le mani (immondizia = corruzione fisica e morale con cui i ragazzi sono a contatto = purezza di cuore dei ragazzi che mantengono fino alla fine, nonostante tutto).

Eppure, anche se il film può apparire buonista e furbo e piacione, e può rinviare, come suggeriva magistra(tura)lmente il Fellow Felix, agli scandali sorti durante e dopo i recenti Mondiali di calcio in Brasile, io credo che il film vada letto come una fiaba a lieto fine, in cui i cattivi sono cattivi, i buoni sono buoni ma un po’ lazzeroni ―vedi i tre monelli, ma vedi anche la figura del prete, che si scola il vino dal calice della Comunione o che è disposto a chiudere un occhio su certe realtà all’interno della favela. Prima ho scomodato Jules Verne, ma potrei benissimo scomodare anche Charles Dickens o Henry Fielding o Mark Twain. Come non scorgere nei tre ragazzini David Copperfield, Oliver Twist, Tom Jones (non il cantante), Huck Finn e Tom Sawyer? E questo giusto per citarvi dei classici della letteratura. Non passo ai cartoni animati altrimenti l’elenco dei puri-di-cuore sarebbe davvero troppo lungo.

E il finale, che ha fatto sorgere delle perplessità e scrollare il capo a molti cinefili o cinici (o cinici cinefili se volete in regalo un simpatico scioglilingua), è la chiusura dell’allegoria: dalla favela-fogna del mondo dominata da una montagna marcia di rifiuti, l’anima pura passa attraverso le mille peripezie del mondo torbido e promiscuo dell’umanità e finisce nel paradiso di una laguna blu più cinematografica del cinematografico: in questo luogo fresco e aperto (contrapposto alla sporcizia e alla claustrofobia dell’agglomerato fatiscente delle baraccopoli) questi bambini possono finalmente essere felici, puliti, e liberi di pensare a quello cui i bambini dovrebbero pensare: una corsa sul bagnasciuga, una nuotata, un pomeriggio di risate. NON al lavoro. NON al vediamo-cosa-trovo-oggi-frugando-la-spazzatura-dei-ricchi.

No, un film non deve essere per forza Foucault. Ma anche Perrault aveva i suoi lati spaventosi. Vale anche per “Trash”. C’è una scena… Rafael e Guardo giocano a un videogioco, Donkey Kong Country (“Il Board e il Nintendo”, episodio risalente al 1993) su una consolle e uno schermo tenuti letteralmente insieme con lo scotch. Questo videogioco, così come il Gameboy che si vede in un’altra scena, risalgono agli anni ’90 ed erano i nostri giochi, le ultimissime novità in campo videogame dell’epoca. Negli anni 2000, con quei 10 anni di usura e obsolescenza che li caratterizzano, questi sono diventati i loro giochi. Così come i cellulari, le tv, ogni genere di device che, una volta usato, una volta obsoleto, finisce in qualche favelas brasiliana, villaggio africano, periferia filippina. L’occidente ipertecnologizzato scarica la propria immondizia lontano dal proprio bel pratino. La discarica a cielo aperto sorta nel cuore dei sobborghi di Rio rimanda quindi a un’altra discarica, quella che alimentiamo NOI, pulendoci la coscienza dentro sacchi di abiti di seconda mano e telefonini usati e pc datati. Forse il film non ha come finalità principale la critica di questo modello di riciclo internazionale, ma include senz’altro anche quello. Del resto una favola non è mai solo una favola… Questo è chiarissimo a tutti i favolosi della storia, Aristofane, Lafontaine, Anderson, i Grimm, inclusi, e pure Leopardi che avrà anche usato rane e topi e granchi nei “Paralipomeni della Batracomiomachia”, ma lo sappiamo tutti che parlava di Borboni, liberali e austriaci (soprattutto Wikipedia lo sa :-)).
Favoleggiar fa bene, Fellows, ma anche ragionar…

E adesso è il momento…. Dopo averlo atteso dal Festival di Cannes, dove ha vinto il Grand Prix de la Jurie, ecco a noi

MOMMY
di Xavier Dolan

Devo aggiungere un’ala al tempietto votivo che ho eretto la settimana scorsa al Mastro: è da maggio (maggio!) che apro bocca e gli dico “Mommy” ―creando del caos gender-parentale non da poco 🙂 Però poi quando mi ha detto “E alla fine arriva ‘Mommy'” ― e fortunatamente non Polly ― io ho dovuto ricorrere a tutta la Forza che il mio stato Jedi mi ha concesso per non mettermi a urlare di gioia più di quanto già non urli, aquilabasket che sono.
Se siete titubanti, venite per vedere all’opera il nuovo enfant prodige della regia mondiale  ― Xavier Dolan, ― e dire “io c’ero”.

Prima di lasciarvi però, vi prego, date il benvenuto con me a Michela, la Fellow Whynot, giunta in Lez Muvi tra il lusco e il (lam)brusco grazie alla Movier More, che ringraziamo anche per l’assist sulla cine-identità di natura etilica della neo-Fellow 🙂

E ora considerate il Movie Maelstrom: c’è un suggerimento da leccarsi i baffi… Invece basta riassunti, e tanti saluti, stasera, mafiacapitalmente cinematografici.
Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Non vi perdete Pride di Matthew Warchus, ma proprio proprio non azzardatevi nemmeno! Racconta una storia che ha fatto la Storia e che ci prova ancora una volta quanto gli inglesi siano decenni avanti a noi in materia di diritti dei lavoratori e dei gay e istinto di solidarietà e collaboratività e senso pratico e non importa se non sanno cucinare le pasta o abbinare i vestiti, sono avanti, punto.
Cosa succede quando un gruppo di attivisti gay di Londra fonda il movimento “Lesbiche e Gay Sostengono i Minatori” (LGSM) per supportare la causa dei minatori in sciopero contro la Thatcher, nel Galles del 1984? Succede materiale per un fun di film, che ha conquistato Cannes e il pubblico di mercoledì sera dal Mastro.
Andate a vederlo e non vi scordate: è una storia VERA!

MOMMY: Una madre vedova, allevando da sola il figlio, un turbolento quindicenne affetto dalla sindrome da deficit di attenzion, trova nuova speranza quando una vicina misteriosa si inserisce nella sua famiglia

 

 

 

 

 

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