LET’S MOVIE 225 – propone IL GRANDE LEBOWKSI e commenta MOMMY

LET’S MOVIE 225 – propone IL GRANDE LEBOWKSI e commenta MOMMY

IL GRANDE LEBOWSKI
di Joel ed Ethan Coen
USA, 1998, ‘117
Lunedì 15/Monday 15
Ore 21:30/9:30 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

Fineanno Fellows,

A dicembre si tirano sempre un po’ le somme di quello che è stato durante gli 11 mesi passati. Noi di Lez Muvi saremmo contro le righe rosse dei bilanci, contro il verde dei fogli Excel. Noi non bazzichiamo le modalità dei budget: quello lo lasciamo là fuori, in quel mondo dove valgono i numeri e tutto a volte è così platealmente (dis)storto, tutto così iniquo, grezzo e sciatto da fornirci l’alibi per coltivare quest’altro mondo. Questo.
Nel miglior Lez Muvi e nel peggior Lez Muvi dell’anno i numeri, alla fin fine, non contano. Certo ci siamo esaltati tutti ―MI sono esaltata tutta― quando vi ho visti in 12 o 8 a qualche programmazione. Ma l’esaltazione era pari anche quando vedevo all’orizzonte un solo Movierino, uno soltanto, -ino -ino. 🙂
Questi discorsi da cena aziendale non perché io sia tipa da cene aziendali ―e s’era capito― ma perché guardacaso, la fine dell’anno coincide con il quinto compleanno di Let’s Movie, e questo mi porta ad assumere un linguaggio un po’ rendicontativo. 🙂
Fellows, esistiamo da un lustro. Non so se questa evidenza sia più da neuro o da circonvenzione di capaci, di sicuro qualche significato ce l’ha.
Let’s Movie è un colibrì. Il colibrì è uno schizzo di essere vivente, un puntolino in movimento tra una nuvola e l’altra, eppure le sue ali sono fra le più potenti del mondo pennuto. Let’s Movie è un po’ così. Potrà anche essere fragile dal punto di vista business ―NON ha un punto di vista business― ma ha ali forti da sognatore palestrato, e questo lo rende inabattibile. Moviers, siamo inabattibili. 🙂

Scorrevo i post passati e ho scoperto che ne abbiamo visti, di film… Tosti, pacchi, grandi, piccolissimi, incomprensibili, inutili, non c’è mancato nulla. Tra quelli che ci hanno fatto sgranare tanto d’occhi per ragioni varie ed eventuali: Ida, The Wolf of Wall Street, 12 anni schiavo, Nymphomaniac, Medeas, S’alza il vento, La febbre dell’oro, Synecdoche New York (per la felicità del D-Bridge :-)), Her, Smetto quando voglio, Il sale della terra, Il giovane favoloso, Class Enemy. Abbiamo visto anche della gran bella spazzatura, e ci scusiamo del disagio arrecato, ma del resto, se non provi un po’ di orrori come distingui i tesori? (Obiezione respinta, Board). Tra questi, Clown (non mi verrà mai perdonato!), Monuments Men (ma ve lo ricordate, Monuments Men?? La morte di George-No-Martini-No-Party-Clooney in diretta) e La mia classe ―mammamia. Ricordate tuttavia che vi siete salvati dal Kotionkin turco di 169 minuti, “Il regno d’inverno” e dalla depressione dardenniana “Due giorni, una notte”.
Per la serie, piccoli cine-esperimenti crescono, all’attivo abbiamo un’intervista zoppicant-imbarazzante, a tratti esilarante su RAI 3. 🙂

E sono lieta di anticiparvi “LET’S MOVIE ALLA DANTE“, una micro-rassegna di tre film tra la carta e lo schermo, ovvero sbocciati dal “far letteratura”, che il vostro tremeBoard (=tremendo e tremebondo) presenterà presso la Dante Alighieri. Per chi non lo sapesse (tipo me poco tempo fa), la Dante Alighieri è un’associazione culturale fondata da Carducci (sì, lui, Giosuè) con sedi sparse in tutta Italia ― ed ebbene sì, una pure a Trentoville, in Via Dordi 8, http://ladante.it. 🙂
Il primo film, “The Hours” :-), verrà proiettato il 20 gennaio alle 4 pm ―orario mooolto unfriendly, ma facciamo uno sforzo.
Vedere una forma di partnership tra Let’s Movie e Dante Alighieri ha dell’incredibile, se non del sacrilego. Ma questo è bene, molto bene. E questo ci fa capire quanto il mondo possa essere incredibile, e sì, sacrilego anche, e anche questo è bene, molto bene.
Details will follow 🙂

Nella lista dei film che ci hanno fatto sgranare gli occhi durante l’anno non ho aggiunto “Mommy” perché “Mommy” merita spazio e lustro, e ben più che quinquennale. E la cosa sorprendente è che gli occhi, li ha fatti sgranare a tutti i Moviers, ed erano una moltitudine, lunedì! Nonostante la vacanza, la città presa d’assalto dal turista milanese medio in crisi d’astinenza “datemi del brulé, datemi delle gigiate natalizie”, nonostante la programmazione cinematografica che offre film ben più relaxed, eccola, l’onda lezmuviana riversarsi sul lido del Mastro ―detto anche Mastrolido, da non confondersi con il gel liquido. Con tutta la forza cinemarina di cui sono dotati: il Fellow D-Bridge, la Fellow Vanilla, la Fellow Chocolate, il Movier Matteo the Magician, il Fellow Felix, il Movier Onassis Jr, e pure la Honorary Member Mic, da Vicenza 🙂
Tutti, chi più chi meno (io molto troppo più) rimaniamo a bocca aperta davanti a “Mommy” e per una serie di motivi che ora vado ad elencare, un po’ in stile collettobianco, di seguito:

1. La storia di “Mommy” è una storia anche abbastanza riducibile ai minimi termini, se volete: una madre coraggio, Diane, alle prese con un figlio adolescente, Steve, affetto da sindrome da deficit di attenzione, il che vuol dire: iperattivo, iperviolento, ipersboccato, ipersensibile, tutto quello che vi passa per la testa declinato in versione iper. La madre è vedova, il figlio orfano di padre. La madre tira fuori il figlio dall’ennesimo istituto e se lo porta a casa. La madre sa il destino che l’aspetta: il figlio è una mina vagante, una bomba a orologeria sempre sul punto di scoppiare. Ma ecco che a questa coppia famigliare che litiga dalla mattina alla sera, e fa pace dalla sera alla mattina, s’inserisce un terzo, una terza, Kyla, una vicina di casa con una famiglia apparentemente Mulino Bianco. Figlioletta e maritino, ambiente domestico sempre lindo più del Mastro (no, non il nostro). Ma c’è sempre un ma. In una manciata di fotogrammi o battute ―nemmeno scene intere, giusto frammenti― il regista Dolan, Dio Dolan, ci fa capire che un lutto s’è portato via il figlio maggiore e che la capacità dialogica del maritino si ferma al che-prepari-per-cena-cara. La prigionia che Kyla sente in questa gabbia dorata famigliare e probabilmente per la perdita del figlio, è stata trasportata a livello fisico in una forma di balbettio che, per quanto migliori durante il film, non l’abbandonerà mai ―Kyla non abbandonerà né cambierà mai la sua famiglia.
Tuttavia, nonostante la riducibilità ai minimi termini, la storia diventa unica per come è raccontata. “Mommy” è un esempio di come la forma agisca sull’emozione, di come un gesto, un’azione, se guardati in un certo modo dalla macchina da presa e montati in un certo modo dalla mano del regista, cambino il valore di un narrato. E sui 140 minuti del film, l’emozione sgorga in un flusso costante, caratterizzato da picchi in cui è portata al massimo, ma mai da interruzioni. Non smettiamo mai di sentire, in tutto il film? Ma Board, chettintendi con “sentire”? Intendo seguire, ipnotizzati e teneri, tutte le baruffe tra Diane e Steve, parteggiare ora per l’uno ora per l’altra, giustificare la madre che cerca in ogni modo di sopravvivere a un figlio malato e capire il figlio che è malato, ma anche sveglissimo, furbo che più furbo non si può. Questo è stato possibile perché Dolan, nonostante i suoi 25 anni, è in grado di costruire due persone. Diane e Steve vanno oltre l’esser personaggi. Entrambi suscitano in noi tanta compassione quanta frustrazione. In certi momenti vorresti prenderli a schiaffi: l’irriverenza di Steve sfiora la brutalità in certi punti, e la superficialità di Diane in certi comportamenti ti farebbe venir voglia di chiamare il Telefono Azzurro; come pretendi che un figlio non fumi se gli fumi in faccia? Che smetta di dire parolacce se gli dici “ca**o Steve smetti di dire ‘ste c**o di parolacce”… Ma ti senti tremolare l’anima davanti a certi istanti di amore carnale (letteralmente) e di tenerezza tra madre e figlio. E quando Steve sembra volare di felicità dietro un carrello della spesa spinto a tutto gas sulla statale, o quando fende il cuore della periferia sulla sua long-board (che non sono io, né uno skate, ma una tavola più lunga), tu spettatore, gli sei attacco alle calcagna, voli e fendi e sei felice con lui. Siamo quindi parte integrante del film, patiamo e gioiamo con i protagonisti, in maniera del tutto naturale e coinvolta. Ed è per questo che alla fine, vorresti uscire e incontrarle per strada, queste due persone, pazze scatenate succubi di un amore sformato ― i.e. fuori da ogni forma― che li déstina al destino cui Steve va incontro, correndo, libero e condannato, un’uscita di vetro che lo attende in fondo a un corridoio…

2. Lo sperimentalismo di Dolan il Dio, non si limita a delle semplici scelte stilistiche sparpagliate quà e là, le classiche trovate sensazionali gettate una tantum nel corso del film. C’è una progettualità visiva dietro alla costruzione delle scene. Quella più evidente riguarda il formato. Dolan decide per l’1:1, che vuol dire una scena quadrata anziché rettangolare. Due bande nere costringono i personaggi dentro la loro esistenza tribolata, come se fossero incastrati lì. La genialità di Dolan dove sta? Sta nell’allargare il formato quando i personaggi vivono un momento felice, o quando credono nella speranza, o quando immaginano la vita che potrebbe essere ―ma che alla fine non sarà mai. Ecco allora che assistiamo a una distensione grafica ed emotiva, l’inquadratura sgranchisce le gambe e rioccupa i suoi 4:3 canonici, i personaggi credono, sperano, ridono. Questa fisarmonica grafica che rispecchia quella emozionale dei personaggi, pardon, delle persone del film, è solo l’esempio più lampante all’interno del piano stilistico di Dolan. Ci sono certe carrellate, o primi piano, certi stacchi di montaggio o contrasti di sfumato-nitido che più che essere raccontati dovrebbero essere visti. Per non parlare poi di certa potenza cinetica che il regista riesce a cavar fuori da un parcheggio vuoto, Steve nel mezzo a far vorticare un carrello della spesa mentre la macchina da presa gli gira intorno nel senso opposto… Si rimane letteralmente speechless…

3. La colonna sonora. Ora, quando si dice che di un film ti piacciono colonna sonora e fotografia, si corre sempre il rischio di passare per quelli cui piace vincere facile ―colonna sonora e fotografia, quando ben realizzate, sono evidenze inattaccabili. In questo caso, la colonna sonora ha fatto impazzire un po’ tutti, sia perché comprende canzoni degli anni ’90 con cui siamo cresciuti e che sentiamo “vicine”. Sia perché non c’è solo un uso esterno della musica, ma anche incorporato nel narrato: Steve decide di cantare “Vivo per lei” di Bocelli, e Steve mette un pezzo di Celine Dion che finisce per ballare con la madre e Kyla. Quindi la musica piove dall’alto sul film, e sgorga fuori dal fondo del film. 🙂
E poi c’è Steve accompagnato sullo skate da un pezzo che ha fatto la storia della musica come “Wonderwall”, o la scena in cui lo vedi sempre a bordo dello skate, mentre rèppa tutta la sua rabbia ―probabilmente sta sbrodolando insieme a qualche rapper incazzoso― ma senti in sottofondo una ballata malinconica e struggente come “Colour blind” dei Counting Crows. Ma sono certe parole di “Born to die” di Lana De Rey, su cui il film si chiude, che diventano la tua colonna sonora, quella che ti accompagna a casa dopo il film. “Sometimes love’s not enough when the road gets tough”…Alla luce di come finisce il film, queste parole suonano oltremodo vere e dolenti.
Comunque nel Movie Maelstrom trovate anche una hit che dà energia al film e che vi ricorderà l’estate di qualche annetto fa (1997!)…

4. I tre attori, soprattutto Steve e Diane, funzionano a meraviglia. L’attore che interpreta Steve è bravissimo nell’andare su e giù per la scala della bipolarità comportamentale del proprio ruolo. E al contempo ha la faccia e il biondume da cherubino: una specie di Maculay Culkin versione psycho 2.0. L’attrice che interpreta Diane è perfetta: trash e sexy, fortissima e furba, sboccata e tenerissima. A parte la quantità di parolacce che sbraita, pari a quelle di Steve, i due condividono un amore reciproco totalizzante, ossessivo, al limite dell’incesto, al limite della morte. Eros e Thanathos, Elettra e Medea. Tanta roba.

5. Dio Dolan, come già detto e ridetto, ha 25 anni. Èun genio del far cinema, lo vedi, bastano poche scene e hai già capito tutto. Non abbiamo avuto il piacere di vedere qui in Italia i suoi primi quattro film ― sì, quattro. Speriamo che “Mommy” convinca her Majesty la Distribuzione a procurare anche i suoi successi pregressi. Ma sapete cosa mi piace in modo particolare di questo enfant prodige? Che ama l’azzardo. Siamo abituati ai registi fatti con lo stampino, prodotti anche buoni, ma in fondo, polli da batteria. Dolan è un esemplare ruspante. Ci vuole fegato per gettarsi dentro il casino di rapporto fra un ragazzo “speciale” e la madre, riemergere con tutta la zavorra intorno, e renderla aerea, visibile e pure godibile per il pubblico, come ha fatto lui con “Mommy”. Credete sia facile scrivere il dolore con un inchiostro leggibile? È un cavolo di casino, let me tell you! Quindi, long live Xavier, le roi du Quebec! 🙂

L’ondata benigna di Moviers si è riversata fuori dal cine con quella sensazione di levità che ti viene quando hai visto qualcosa di potente. Magari fa male, magari è spiacevole, ma la levità data dal godimento della qualità, non la confondi e non ha pari. Almeno per me.
E quale miglior modo, Fellows, di festeggiare il successo di “Mommy” e il lustro lezmuviano de

IL GRANDE LEBOWSKI
di Joel ed Ethan Coen

Per una volta, lo Smelly fa qualcosa di buono e ci propone, in un’unica data, il capolavoro dei Coen su cui non devo spendere nessun tipo di parola. Devo solo pronunciare l’esortazione Let’s be Dudes, let’s lebowski!

Siccome è successo, in maniera del tutto eccezionale, che il commento sopra abbia assunto delle dimensioni pippone, è meglio che vi accompagni al Movie Maelstrom e al riassunto, giacché mi sembra di avvertire del malumore serpeggiare fra voi… 🙂
Stasera i ringraziamenti a voi, Moviers, assumono un tono più solenne. Ogni maledetta domenica voi sopportate il peso di un Board, da cinque anni. Questo vi darà sicuramente diritto a qualche tipo di agevolazione nella vostra prossima vita. Di che tipo do agevolazione si tratti, devo ancora scoprirlo, ma non appena lo scopro, sarà mia cura informarvi. 🙂 Sillyness a parte, GRAZIE Fellows. Let’s Movie saves my life any passing week 🙂

E ora dei saluti, stasera, consuntivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, ecco gli Eiffel 65, una band-una-hit-ma-che-hit, https://www.youtube.com/watch?v=b7aNJuwQmMQ
ed anche i Counting Crows, https://www.youtube.com/watch?v=y0s7ycdUcHk...
Brividi diversi, ma pur sempre brividi…

Se invece cercate un film d’animazione per questi giorni, scegliete i Pinguini della Dreamworks. Quando la cuteness incontra la comicità e un’ironia da schiantarvi contro la poltrona davanti alla vostra a furia di risate. 🙂 🙂

IL GRANDE LEBOWSKI: Straordinario film cult surreale, dove al protagonista Jeffrey “Dude” Lebowski tutto appare grottesco, dove la realtà diventa un rimescolamento visionario, dove tutto gli scivola più o meno addosso e niente sembra toccarlo in modo particolarmente serio.

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