Posts made in gennaio, 2015

LET’S MOVIE 229 – propone HUNGRY HEARTS e commenta STILL ALICE

LET’S MOVIE 229 – propone HUNGRY HEARTS e commenta STILL ALICE

HUNGRY HEARTS
di Saverio Costanzo
Italia-USA 2015, ‘109
Lunedì 26/Monday 26
Ore 21:30/9:30 pm
Astra/Dal Mastro

 

Fosforo Fellows,

Dovrò ricorrere a qualche integratore vitaminico, o a qualche sortilegio di cui le mie segrete sono zeppe ve l’assicuro, per ricordare tutti i Fellows che hanno aderito alla promozione di lunedì, ed evitare di fare la fine della protagonista del film…
Sì. Attacco subito con il politicamente scorretto senza temere le volanti del politicamente corretto che potrebbero sopraggiungere da un momento all’altro con le sirene spiegate, e io essere trascinata via a forza, nonostante opponga resistenza, e far la fine di quella che di lei non si seppe più che fine fece…
Quando sentirete i tonfi della mazza che fra poco si abbatteranno addosso al film (!), capirete che non posso proprio fare altrimenti. Che uno, se ha un briciolo d’integrità intellettuale, a un certo punto deve avere il coraggio di schiarirsi la voce e dire quello che c’ha da dire, e rischiare di suscitare lo sconcerto altrui. Ohllà.
Talvolta la mia mente associativa ―talvolta assai perversa― associa la correttezza politica a quei teli di nylon bianco che la Scientifica stende sui cadaveri post-killing. Noi vediamo il candore, siamo protetti dal fetore, ma sotto impazza il rocky horror picture show. Ecco. La correttezza politica, secondo me, preserva l’indicibile, che rimane lì, sotto il suo bel doppio strato di omertà e silenzio, non detto, e nel frattempo fermenta fermenta fermenta…
Io provo un po’ a spostarlo, quel nylon, e a far prender aria alle opinioni.
Dopo aver fatto Zarathustra quel tanto che basta, vediamo di ringraziare della loro lezmuviana presenza: il Movier Onassis Jr (il Fellow svizzero nell’organizzazione come nei caveaux di sua proprietà), il Fellow Felix (sempre più Hoffman), il Movier Easyriser (presente anche a “La teoria del tutto”, e lettore INTEGRALE e non coupé dei pipponi lezmuviani, sempre sia lodato!), il Fellow D-Bridge che ringrazio per aver portato la Guest Lidia (o l’Idia?!?), la Fellow Vanilla e la Lady Brown (un accostamento cromatico che non passa mai di moda), per la prima volta sugli schermi lezmunviani Mila, naturalmente ribattezzata Movier Azuki (non le chiediamo di Shiro però, che quelli saran fatti loro eh) accompagnata dalla mamma (che pure l’Azuki ce l’aveva una mamma eh), il Magno Carlo (carolingio come pochi), il WG Mat (finalmente di ritorno alla barda spaziale), il Fellow The Candy Andy The (filtrato in sala per via endovenosa, sicuramente, giacché nessuno se ne accorse). Data l’alta affluenza ―”gratis” è la parolina magica che riempie le sale e cura persino la ritenzione idrica― la presenza lezmuviana si è dispersa per la sala.
“Still Alice”. Ovvero. Professoressa al top della carriera, esimia docente di linguistica alla Columbia University, marito professore conteso tra accademia e  ricerca, tre figli talmente belli e variegati da star bene in una scatola di cioccolatini, una casa orientativamente nell’Upper East Side, molto jogging, molto pout-purri, tutto molto ben oltre il bianco del Mulino. Un giorno Alice, davanti a una platea di studenti s’inceppa sulla parola “patrimonio”. La perde. Perde il patrimonio ―voi dovete capirmi, rimanere seria sarà un’impresa titanica…Poi le capita di uscire per il jogging quotidiano e lì invece perde l’orientamento. Alice fa 2+2, va dal dottore
Dottore, mi dica
Alice, succede molto raramente: hai una forma prematura di Alzheimer.
Può essere ereditario, quindi potrebbero averlo anche i tuoi figli
Alice abbiamo i risultati degli esami: è ereditario

Se proprio proprio devo aggiungere altro per completare il quadro: soggiorni bordo spiaggia (non in monolocale a Cesenatico, ma villa in zona Hamptons), figlia ribelle con velleità d’attrice che ritorna da Los Angeles per star accanto alla madre, e il marito amorevole che deve pur avere un lato di umana imperferzione, decide di accettare un lavoro just behind the corner (in Minnesota).
Ultimi barlumi di lucidità in forma di speech pubblico ―il cinema ama molto certi momenti ex cathedra, prima e dopo Jobs ― Alice che discetta sulla sua condizione, sulla “lotta per rimanere connessa a tutto ciò che era una volta”.
Deterioramento progressivo.
Fine.
Fiumi di lacrime delle due ragazze che sedevano nella fila davanti alla mia.
Board bah-sito.

Chiariamo subito un punto. Non è che non provi pietas per un soggetto come Alice. Come si fa a non sentirsi solidali con un essere umano a cui un morbo famelico che immagino come un grosso lombrico bianco e lucido, mangia il sapere, i ricordi, tutto quello che sei come individuo pensante che ha molto pensato nella sua carriera? Nemmeno il più sadico dei Board rimarrebbe insensibile, come on.
Però dobbiamo anche guardare il film per quello che è. E qui prendo a prestito la definizione che ne ha dato il WG Mat.
“Sembra un film di Barbara d’Urso”.
E’ proprio così. C’è tutta quella concatenazione di elementi che ti permettono di capire già dopo pochi minuti il punto in cui il film vuole portarti, e, tragedia delle tragedie, intuisci anche il MODO in cui ti ci porterà. Quando tratti una storia in cui la trama è già praticamente letta prim’ancora di essere scritta, non ti rimane che giocartela sul modo di raccontarla. Se come modello di riferimento hai i film tratti dagli harmony di Danielle Steele o Rosamund Pilker, certo mi farai un film che non si discosterà molto da quel genere… E poco importa che tu abbia una regina della recitazione come Julianne Moore ―mai smetterò di ringraziare la Carolina de Nord per avercela sfornata: riesce in- e credibile in ogni ruolo che interpreta (persino quello del film più insulso del 2010, “I ragazzi stanno bene”).
Se non hai uno sguardo originale sul materiale che tratti, finisci a trattare il materiale del materiale ―sembra non-sense, ma rileggetela un po’ e vedrete che un senso ce l’ha. Finisce anche per imboccare la strada rassicurante del bennoto. Il bennoto, parente dello scontato, utilizza degli espedienti riconoscibilissimi anche a occhi chiusi. Un trionfo d’archi e un tripudio di pianoforte nella colonna sonora per enfatizzare momenti che non avrebbero bisogno di essere enfatizzati in quanto già portatori di enfasi in sé. Poi la scelta di certi setting. La spiaggia in autunno. La spiaggia in autunno nello Stato di New York. La spiaggia in autunno nello Stato di New York, e da laggiù potrebbe pure spuntarti Kevin Costner con le parole che non ha detto ―e invece no, spunta Alec Baldwin, o meglio quei 60 kg di scafandro adiposo che custodiscono la farfalla che era 60 kg fa…
“Still Alice” è come vedere un manuale emotivo sull’Alzehimer ambientato nell’Upper East Side. Mi si raccontano i sintomi, mi si mostra il processo di declino del corpo, e il calvario che affronta la protagonista. Tutto molto pulito ed encefalogramma piatto. Tutto molto politically correct.
Ma quanti ne abbiamo subiti, di drammi famigliari americani così?? Da perderne il conto. Non c’è la bencheminima scintilla artistica in “Still Alice”. Non c’è lo sforzo di prendere tutto quel dolore e saperci tirare fuori un minimo afflato poetico. C’è solo il rincorrere la pancia, l’empatia a tutti i costi, lacrime a pioggia. Barbara d’Urso, insomma.
Ripensandoci in questi giorni, mi sono anche resa conto che io mi trovo proprio in disaccordo sulla stessa teoria di fondo del film, ovvero sul fatto che Alice sia Still, cioè “ci sia ancora”, nonostante il lombricone che le sta mangiando la memoria. Il film propone l’affermazione dell’io e della propria persona sulla malattia. E invece no! Questo è un far retorica della malattia. Il malato di Alzheimer PURTROPPO NON è il sano che era prima dell’Alzheimer. Alice malata NON è più l’Alice sana, forget about it ― oops. Lo stesso titolo poggia su una travisazione: “Still Alice”? No. “Another Alice”, “A New Alice”, ma NON “Still Alice”. È una brutta realtà da guardare in faccia, ok. Ma questo non significa che se la Alice sana di un tempo non c’è più, la Alice malata di adesso perda dignità come individuo. Affatto. Ma sostenere che l’individuo malato di Alzheimer possa mantenere la connessione con quello che era un tempo, quando la meschineria di questo morbo sta proprio nello spezzare i lacci che legano l’io malato a quello sano, mi sembra la più grande forma di ipocrisia, operazione di manipolazione medica e mediatica e fesseria caccialacrime che io possa immaginare. Se vogliamo coltivare il romance della malattia, o darne un’idea distorta,  fain, facciamo pure, ma non raccontiamoci fregnacce.
Ci sono tanti film che trattano questo argomento e lo fanno in maniera molto ma molto ma molto più riuscita: persino “Alabama Monroe”, paragonato a “Still Alice”, fila dritto dritto in riabilitazione, per buona pace dell’Andy The Candy con cui abbiamo firmato un armistizio. 🙂
Per esempio ricordate “La mia vita senza me”? “Iris – un amore vero” (featuring l’accoppiata Judy Dench & Kate Winslet), “La guerra è dichiarata”? “Le invasioni barbariche”? “Amour”? “Mare dentro”? E l’irraggiungibile “Dancer in the Dark”?
E se poi una seranera voglio farmi un bel pianto libera-le-vie-aeree allora vado sulla roba pesante, tipo “Fiori d’acciaio”, “Philadelphia”. E “Georgie”.
Ultimo punto. Non mi si venga a dire che il film è innovativo perché “presenta la malattia dal punto di vista del malato”.
“Lo scafandro e la farfalla”, Julian Schnabel, 2007. E non aggiungo altro.

Questa settimana non ricasco nelle cine-svendite, e vado sul costoso

HUNGRY HEARTS
di Saverio Costanzo

Due Coppe Volpi per i protagonisti del film, Rohrwacher&Adams, all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Questo più “La solitudine dei numeri primi”, film di Costanzo di tre anni fa, che ci convinse assai, mi portano a proporre il film.
Non aspettatevi però quattro passi nel parco.

Quest’oggi il Movie Maelstrom si pregia di un articolo riportatoci dal WG Mat, che verte attorno alla questione della traduzione infelice e infausta dei titoli di molti film stranieri in italiano. Fa ridere e riflettere, la coppia di ri- che potrebbe sollevare il mondo e le sue sorti…
Se raschiate il fondo del Maelstrom, poi, troverete anche un’altra cine-svendita…giusto per non far torti alla Lidl…
E ora, amabili Fellows, è giunta l’ora di prender congedo da voi… Dove andrò, non so. Ma eviterò di chiederlo ad Alice.
Ok, la pianto. 🙂
Riassunto inutile sotto e ringraziamenti itticamente cinematografici sopra. 🙂

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccovi l’articolo, http://www.lercio.it/maxi-multa-allitalia-per-le-traduzioni-alla-cazzo-dei-titoli-dei-film/
Ridete et riflettete, fratelli Fellows…

La cine-svendita riguarda “Non sposate le mie figlie”, commedia brillante di Philippe de Chauveron, che se fate presto presto a registrarvi qui http://multivision.viaposta.it/LAdige134.html potete aggiudicarvi per la modica cifra di un Euro, martedì, ore 20:30 al Viktor Viktoria.
Questa è una segnalazione così, pour segnaler. Il Lez Muvi della settimana, ricordatelo, è “Hungry Hearts”: non mi si cannibalizzi il secondo con il primo eh… che poi il menù esce tutto scombinato. 🙂

HUNGRY HEARTS: Jude è americano, Mina è italiana. S’incontrano per caso a New York. S’innamorano, si sposano e presto avranno un bambino. Si trovano così in poco tempo dentro una nuova vita. Sin dai primi mesi di gravidanza Mina si convince che il suo sarà un bambino speciale. E’ un infallibile istinto di madre a suggerirglielo. Suo figlio deve essere protetto dall’inquinamento del mondo esterno e per rispettarne la natura bisogna preservarne la purezza. Jude, per amore di Mina, la asseconda, fino a trovarsi un giorno di fronte ad una terribile verità: suo figlio non cresce ed è in pericolo di vita, deve fare presto per salvarlo. All’interno della coppia inizia una battaglia sotterranea, che condurrà ad una ricerca disperata di una soluzione nella quale le ragioni di tutti si confondono….

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LET’S MOVIE 228 – propone STILL ALICE e THE HOURS, e commenta LA TEORIA DEL TUTTO

LET’S MOVIE 228 – propone STILL ALICE e THE HOURS, e commenta LA TEORIA DEL TUTTO

STILL ALICE
di Richard Glatzer e Wash Westmoreland
USA, 2015, ‘101 
Lunedì/Monday 19
21:00 / 9 pm
Cinema Astra / Dal Mastro

 

Marsh Mellows, ehm, Fellows,

Avanti con ‘sto James che non avevamo mai sentito nominare e che invece toh, avanti marcia dritto alla notte degli Oscar, dopo essersi aggiudicato una statuetta nel 2008 (“Man on Wire”, ma va?!).
L’Oscar, anzi, la medaglia d’oro, in realtà, andrebbe al Fellow Felix, che vediamo raggiungerci di corsa lunedì sera, noi lì tutti al traguardo e lui in fondo alla via, immaginatevelo in slow-motion, mentre scansa passanti e avversari….Del resto non poteva essere altrimenti, lui ha il physique du role de “Il maratoneta”, come notato dall’Anarcozumi, che di casting&attori qualcosina ne sa. 😉
In realtà ―e poi la smetto di realtizzare― dovrei farmi avanti con uno scatolone pieno di medaglie e distribuirle a tutti i Moviers che hanno risposto alla call-for-running, e hanno corso, maronna se han corso lunedì, per accaparrarsi il biglietto e venire al cine. La competition era molta, la calca calcante. E questo mi fa già riflettere. 400 teste vanno al cine a un euro un lunedì sera. Allora la pigrizia non c’entra, i divani non sono imbattibili, e nemmeno i Mondays, per quanto manic. Allora dipende tutto dall’euro? E’ questa, la teoria del tutto, e il film di lunedì un pretesto per ragionare sulla taccagneria dell’umano contemporaneo nei confronti della cultura?? Dato che sento il mio piede scivolare giù per una china che mi porterebbe a pipponare su argomenti anniluce dal film, è meglio che mi aggrappi alla cronaca e scongiuri quell’abisso di argomenti che di laggiù mi sorride.
Non solo il Fellow Felix e l’Anarcozumi lunedì. Una squadra di altri Moviers! Il Fellow The Candy The Andy, che ci regala Renata, la Fellow Temporary/Erasmus, transitante a Trentoville per 4 settimane ma sufficientemente Erasmus da elogiare la follia di Lez Muvi e aderire a 4 settimane con noi; il Movier Onassis Jr, il vero ticket-master della serata che ha dispensato biglietti a destra e a manca ma senza cedere al lucro e ai suoi scopi; la Fellow Fra-ae.f., cima scesa dalle cime e accompagnata dalla Guest E-manuela (la E per evitare a me misunderstanding da udito scarso, e assicurare a lei la cittadinanza onoraria nel virtuale); la Fellow Vanilla, beneficiaria del destra e manca dell’Onassis Jr; il Fellow D-Bridge, pavon de papevoni giacché occupava il posto migliore e non se ne vantò AFFATTO, e con lui il Guest Santo, che battezzo Holiday, così santifichiamo le feste con Madonna, che mette d’accordo tutti.
Contateci un po’…Non ho detto “squadra” a caso. Ho detto “squadra” perché eravamo in undici!
Ho finto un decoroso contegno, ma dentro di me saltellavo per prati verdi con una coroncina di fiori in testa, Age of Acquarious nelle orecchie, molta euforia in circolo. I medici lo chiamano stato allucinatorio post-overdose da Moviers. 🙂

Immaginate un geek. Ma uno di quelli fun e geniali. Magrissimi e lentigginosi. Uno che ascolta Wagner e nel frattempo risolve problemi di alta matematica ―e prima viene Wagner poi la matematica. Uno che spiega il cosmo a una ragazza di cui s’innamora perdutamente con uno sguardo. E che la corteggia lasciandole un pacchetto di detersivo davanti alla porta: la luminescenza delle stelle si spiega anche attraverso il bianco che più bianco non si può di un detersivo. Uno di quelli maldestri, che fa cadere le cose, che inciampa e cade.
Questo qua che vi siete immaginati è un uomo reale, peserà 40 kg sporchi, è una delle menti più brillanti del ‘900. Signore e Signori, Stephen Hawking.
Purtroppo la goffaggine e le cadute ―lA cadutA― non sono un semplice tratto che lo inserisce nella categoria “geek” ―quale geek NON lo è, un filino goffo? Purtroppo sono il sintomo della malattia del motoneurone. Così si chiamava negli anni ’60 la forma di atrofia degenerativa di cui Stephen è vittima. Quadro clinico? Signor Hawking, il suo cervello continuerà a ragionare, ma il suo corpo non risponderà agli stimoli che questi gli invierà. Ha una prospettive di vita di circa 2 anni.
Stephen ha 21 anni quando si sente dire queste parole. Ha appena iniziato il PhD in fisica presso una delle facoltà più facoltose di Cambridge. Ha appena perso la testa per Jane, che ha appena perso la testa per lui ―fenomeno abbastanza insolito per la popolazione geek di ogni civiltà ed era. Ha appena sbirciato nella pancia dell’universo, e ha capito che è su quell’infinito che vorrà passare la vita a indagare. Dopo lo shock termico del momento, Stephen e Jane cominciano a correre. Due anni sono tempo, poco, ma tempo. Eureka, tempo…. Ecco la materia su cui rifletterà la sua tesi di dottorato, e poi tutta la sua carriera da fisico e cosmologo. Quindi, anche se la malattia è la condanna più cagna che potessero infliggergli, è anche, paradossalmente, la fonte di ispirazione più grande che potesse aprirgli le porte della percezione, parola dei Doors.
C’è pochissimo di cosmologico o astrofisico nel film. La teoria dei buchi neri, dell’origine del tempo e dell’universo aperto fanno da sfondo alla storia di Stephen uomo e Jane donna, la loro vita insieme fatta di momenti tenerissimi, ma anche di tanta tantissima fatica. Jane rimane sposata a Stephen per 25 anni. Un quarto di secolo di cure e premure, durante il quale alleva tre figli (cavoli, 3, niente male per uno schizzetto di maschio bloccato su una sedia a rotelle!) e riesce persino a laurearsi. Dopo 25 anni però l’equilibrio si spezza. Il binomio diventa un trinomio: compare Eleine, l’infermiera che aiuta Stephen a riaquisire la capacità di comunicare. E Stephen s’innamora di lei.
Spetta al singolo giudicare se la fine del matrimonio con Jane sia dovuta a questa sua nuova infatuazione, oppure se i due fossero ormai giunti al capolinea dopo una vita di tribolazioni. Io singola spettatrice, dico che Stephen, alla fine, nonostante la genialità e nonostante l’atrofia, risulta essere un uomo normale, che può disamorarsi della moglie e innamorarsi di un’altra donna. Così come Jane di un altro uomo. E va bene così. Questa storia mi piace perché non mi fa vedere un amore da favola CHE NON ESISTE, ma confuta la parabola dell’amore terreno e mortale (mortale, double meaning!), che nasce, cresce e finisce. O meglio, si trasforma. Quando un sentimento è vissuto a pieno come quello vissuto da Stephen e Jane, è Lavoisier che dobbiamo citare ragionando sul loro amore: nasce e si trasforma, non si distrugge. Il grande affetto che lega tuttora i due, e il fatto che il libro da cui il film è stato tratto sia stato scritto proprio da Jane, dimostra la teoria dell’evoluzione emotiva ― i diritti spettano a me, eh.
E anche il rapporto con il limite risulta essere alla base della storia su di lui. Se da un lato Hawking passa la sua vita a sostenere le leggi che regolano l’universo illimitato, in casa Hawking abbiamo la prova dei limiti dell’amore, che, per quanto grande e totalizzante, profondo e sincero, un bel giorno, può diventare altro. Come si supera quel limite? Con l’onestà di guardarsi negli occhi e lasciarsi andare perché non ci si ama più.
Il limite costringe tutta la vita di Stephen, letteralmente costretto dentro un corpo sordo alla sua volontà, dentro un organismo che ingabbia il suo genio. Come si supera quel limite? Con una bella dose di testardaggine, intelligenza, costanza, sense of humour, e un buon sintetizzatore vocale, che gli ha permesso di tornare a comunicare con il mondo come sta facendo ormai da vent’anni.

“La teoria del tutto” ci racconta una storia che ci spezza il cuore ma che allo stesso tempo ce lo irrobustisce; e poco importa, alla fine, se il film è abbastanza tradizionale nel montaggio e senza particolari trovate narrative. Esci dalla sala un po’ affaticato: l’interpretazione di Eddie Redmayne, l’attore che interpreta Hawking, è superiore persino a quella di Elio Germano nei panni di Leopardi, o di Daniel Day Lewis in quella del suo piede sinistro… La fatica di Stephen, di ogni minimo gesto, un guizzo di pupilla, un tasto premuto. La fatica di Jane, alza, lava, pulisci, accudisci, porta e sopporta.
Eppure quando esci dal cine pensi, a questo qua avevano diagnosticato 2 anni di vita, e damn it, dopo 40 anni è ancora lì, vivo! E lavora, studia, incontra la Regina, riceve medaglie (come i Moviers), si risposa e divorzia. Non c’è un insegnamento dietro questa storia. C’è solo che esci tramortito da quella botta di speranza che ti piomba in testa. E non è che puoi fare lo schizzinoso o il radical-chic(!) innamorato delle tue sventure personali e sbuffare irritato davanti al ‘fin che c’è vita c’è speranza’” in conclusione al film. La banalità muore quando la vita surclassa così platealmente le leggi della fisica. Per la fisica, Stephen doveva essere morto nel ’65. Ergo, anche lei, la fisica, è limitata, non sa tutte le risposte…E naturalmente qui si dovrebbe tirare fuori il grande conflitto religione-scienza che il film tocca, pur senza approfondire…

Ma preferisco invece pensare a un argomento che è venuto fuori dopo la proiezione, quando io e i Moviers abbiamo allestito una tavola rotonda fuori dal cine e abbiamo riflettuto sul film, ognuno andando meravigliosamente per conto proprio, come da tradizione lezmuviana. Avevamo pure l’accompagnamento di un coro SOSAT, spuntato dal nulla in un flash-mob musicale che per qualche istante ci ha catapultati dritti dritti sulle rive del Piave nel ’18, quando non passa lo straniero, tapum e basta.
Tornando al nostro discorso, perché tanta voglia di storie vere in questo inizio anno? Jimmy’s Hall, American Sniper, Big Eyes, The Imitation Game, ora questo. Perché? L’Anarcozumi mi ha fatto giustamente notare che dopo una fase storica di crisi lo sguardo si orienta sempre sulla realtà ―vedi il neorealismo dopo la Seconda Guerra Mondiale. E solo sulle ceneri di quell’esperienza, può nascere, bellissimo, il sogno d’un Fellini.
Stiamo assistendo a questo andamento anche ora? Non sarà forse che, attraverso tutto il virtuale che stiamo sperimentando e che ci soverchia, ci stiamo scollando talmente tanto dal reale, che un briciolo di reale in forma di storia vissuta altrui, fa effetto pharmakon? Non sarà che i reality e il voyerismo ad esso correlato sono il risultato di una nostra vita che ha perso la carne, il tocco, l’abbraccio? O forse vogliamo storie vere altrui perché le nostre non sono come le vorremmo o le avremmo volute? Vedere un disabile in sedia a rotelle che sforna teoremi e ce la fa, oppure un cecchino che vive da eroe e muore da poveraccio (o forse viceversa), oppure un genio che fabbrica il proto-pc e riduce in ginocchio il nazismo per poi togliersi la vita, vedere tutto questo e sapere che tutto questo è vero e possibile, come ci fa sentire? Fortunati? Sfortunati? Miracolati? Condannati? Come rapportiamo il nostro vivere da cittadini del terzo millennio a queste vite “speciali”? Soprattutto perché abbiamo così bisogno che siano VERE? La fantasia non ci basta più? Perché Tim Burton, il creativo par excellence, decide di girare una biografia, fatti fatti fatti solo fatti? Cosa leggiamo, Fellows, dietro tutta questa fame di verità?
Non so voi, ma io, tra tutti i film che ho citato sopra ―”Teoria del tutto” compreso―  scelgo “Mommy”. Scelgo “Barry Lyndon”, visto per la prima volta al cine dal Mastro martedì, e quasi pianto davanti a tanto grandiosa opera d’arte.
Scelgo la finzione, figlia legittima della fantasia. 🙂

Approfitto anche questa settimana di una dritta del Fellow D-Bridge, più che un Bridge un radar, vista la prontezza con cui coglie le promozioni sul territorio

STILL ALICE
di Richard Glatzer e Wash Westmoreland

La promozione scoperta dal nostro movie radar Bridge, la cui D sta verosimilmente per Discount, è questa http://alcinema.viaposta.it/ComingSoon31.html: la Good Films e il Mastro danno la possibilità a chi si registra online di accaparrarsi 2 biglietti aggggratis per assistere all’anteprima del film, domani! Provate a vedere se ci sono ancora posti disponibili! Anche qui, come vedete, è una corsa contro il tempo, quindi 99 Posse a palla e curre curre quagliò…. Fortunatamente tanti di voi hanno già corso 😉
Come nel caso di “La teoria del tutto”, attendevo “Still Alice” dal Festival del Cinema di Roma per inserirlo nella programmazione lezmuviana: pare che l’interpretazione di Julianne Moore sia Oscar-bound, e che il film non sia affatto il solito therapy-movie sulla malattia. Non ci rimane che provare per credere. 🙂

E ricordate (no, non ricordate) che a dicembre avevo alluso a “Piccoli Let’s Movie crescono”?
A questo proposito, è con onore e stupore che annunciamo ufficialmente il primo LET’S MOVIE ALLA DANTE con la proiezione di

THE HOURS, di Stephen Daldry, UK 2001, ‘110
Martedì 20 gennaio
ore 16:00
presso l’Associazione Dante Alighieri
Via Dordi 8, Trentoville

LET’S MOVIE ALLA DANTE è una micro-rassegna di tre film tra la carta e lo schermo, che verranno proiettati, e presentati dalla sottoscritta, presso la Dante Alighieri, l’associazione culturale nazionale di nobili origini e intenti con sede pure a Trentoville, http://ladante.it.
Il film in programma martedì è “The Hours” :-), di Stephen Daldry, il capolavoro che intreccia tre donne, tre vite e tre epoche diverse: Virginia Woolf (e questa la conoscete), Laura Brown (personaggio ripreso da un saggio della Woolf e sapientemente ampliato) e Clarissa Vaughn (una sorta di alter-ego contemporaneo della Mrs Dalloway woolfiana). Ho scelto questo film perché primo, trasforma in cinema le pagine della Woolf, e secondo perché propone una cifra di tematiche esistenziali oscillando fra tre livelli narrativi e temporali differenti. E vi assicuro che non dà il mal di mare.
L’orario non è dei più friendly del mondo 🙁 Ma il Centro chiude alle 7 pm, quindi dobbiamo muoverci.
Se non sapete come impiegare un tardo pomeriggio di gennaio e volete vedere un film che si legge o un libro che si guarda ―queste, è “The Hours”, per me― vi aspetto alla Dante 😉

E ora passo e chiudo, Moviers, ho delirato abbastanza today… 🙂
Riassunti orribilmente a seguire e saluti, speditamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dunque dunque se non siete ancora stanchi di cine, dopo “Still Alice” e “The Hours”, vi suggerisco questa commedia, “St Vincent“, di Theodore Melfi, con Bill Murray e Jeff Bridges. Pure questo a prezzo modico (fa parte della rassegna “Serate in Forma di Cinema”), giovedì, ore 21:00 al Viktor Viktoria.
Insomma un po’ di riso dopo tutto ‘sto amaro, ci sta bene, no? Lo diceva anche la Mangano… (Board, BASTAAA!)

STILL ALICE: il film racconta la storia della Dottoressa Alice Howland, felicemente sposata e madre di tre ragazzi che, improvvisamente, inizia a dimenticare le parole. Quando le diagnosticano una forma precoce di Alzheimer, Alice e la sua famiglia vedono messi a dura prova i loro rapporti. La sua battaglia per cercare di rimanere legata alla persona che era una volta è dolorosa, emozionante e ammirevole.

THE HOURS: Tratto dal romanzo di Michael Cunningham Le ore, vincitore del premio Pulitzer nel 1999, il film si sviluppa su più piani narrativi intrecciando le vite di tre donne di epoche diverse ― Virginia Woolf, Mrs Brown e Clarissa Vaughn ― tutte accomunate dalla voglia di vivere la loro vita in modo diverso da quello che la società ha scelto per loro e dal romanzo Mrs Dalloway.

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LET’S MOVIE 227 – propone LA TEORIA DEL TUTTO e commenta AMERICAN SNIPER

LET’S MOVIE 227 – propone LA TEORIA DEL TUTTO e commenta AMERICAN SNIPER

LA TEORIA DEL TUTTO
di James Marsh
UK, 2014, ‘123
Lunedì/Monday 12
Ore 21:00/9:00 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria
Ingresso 1 Euro (sì, avete letto bene, 1 Euro!)
con ACQUISTO ANTICIPATO DEL BIGLIETTO (leggete sotto)

 

Fatti Fellows,

Scrivo qui in testa scarponi, kalashnikov e pozze rosse. Temo che le scene da caccia-ai-terroristi e il proliferarsi di tesi e accuse e plastici e breaking-news e manifestazioni lavi via il fatto in sé. Quando viene commesso un atto come quello compiuto alla sede di Charlie-Hebdo, è accompagnato da un buzz di parole e sciami di brunovespa che finiscono per offuscare l’atto stesso. Non so se vent’anni fa fosse la stessa cosa, ma oggi, che viviamo nell’epoca dell’usa-e-getta informatico, tendiamo a concentrarci più sulle ultimisssime teorie e contro-teorie piuttosto che tenere impresso nella mente sei paia di scarponi che fanno irruzione in un palazzo, l’odore unto di tre kalashnikov, le pozze rosse che si aprono sulle scrivanie in mezzo a nuvole di vignette. Finisce che ricordiamo solo l’ultima parola dell’ultima ora, e scarponi, kalashnikov e pozze rosse, sprofondano nell’oblio.
Quindi io, oggi, decido di riportarli a galla, senza pensare alla cattura, o alla manifestazione fra poco, e a quello che è stato. Fisso il mio pensiero emotivo su quella mattina. È così che si costruisce la memoria di un evento a cui non si è preso parte. E’ così che alzo questa piccola penna lezmuviana.
Che la violenza armata parigina si accompagni, per questioni puramente temporali, alla visione di “American Sniper”, è una semplice coincidenza a cui guardo senza farmi prendere da istinti interpretativi. Sì è creato un gemellaggio bellico, questa settimana, che l’ha resa un po’ sinistra. Aprire il 2015 così, tra le conseguenze cui la strage alla testata francese potrà portare, e la storia realmente successa di “American Sniper”― che poi è il resoconto di una sconfitta― ti scaraventa via la sedia del quieto vivere che hai sotto il sedere, e ti ritrovi per terra. Col culo per terra.

Prima di passare al film, ringrazio i miei Fellows che hanno deciso per il cine, in questo mercoledì di rientro dalle vacanze ―perdonerete la mia gioia perversa nel zompettare fra le macerie dei mercatini smontati in piazza Fiera e Italia… Il Fellow Giusenzaccento, il Movier Onassis Jr, il Fellow Done (che purtroppo è stato un oggetto smarrito all’interno della sala pienissima), l’Honorary Member Mic from Vicenza (che ha saggiamente optato per il giudizio a posteriori in luogo del pregiudizio a priori ;-)) la Fellow Vanilla e la Movier Lady Brown.  Mi prostro in scuse con queste ultime, la cine-bionda e la cine-bruna :-), per aver scippato loro i posti prenotati! Purtroppo il Board è più portato allo squatting che al booking, ma s’impegna solennemente a imparare e adottare i fondamenti della cine-civica. 🙂

Chris Kyle è un cowboy texano che finisce per diventare il cecchino più letale d’America durante quattro missioni nell’Iraq post-11 settembre. Per darvi qualche numero approssimativo: quattro missioni significano più di mille giorni e più di centosessanta-e-passa iracheni sparati. Oltre ad avere una vista micidiale, di micidiale, questo Chris, sembra avere anche la freddezza che gli permette di puntare-e-sparare contro donne, bambini, qualsiasi essere iracheno basta che respiri. Ovviamente tutto sta nel “sembra”: persino il più boia-chi-molla che tu possa immaginare finisce per sviluppare delle conseguenza post-traumatiche dopo aver premuto il grilletto per così tante volte e con tanta fatale precisione. E infatti è proprio quello che succede: Chris parte convinto di fare il bene del suo paese e realizzare il libera-nos-a-musulmanos, ma durante il corso delle sue missioni, e del film, Chris si disfa psicologicamente.
Il pregio della regia di Clint Eastwood sta nel non mostrarci troppo, nel farci soltanto intravedere tutto il casino che esperienze come quelle possono far deflagrare all’interno dell’animo umano. Mi piace lo strumento dell’allusione di cui Clint si avvale. Quando Chris torna a casa dall’Iraq, non è Chris: è un corpo gravato dal disturbo post-traumatico da stress, la sindrome che affligge la maggior arte dei reduci di ogni guerra. A casa, il macho, la Leggenda, il Dio che impersona in mezzo al nulla iraqueno non è che una montagna di muscoli sudaticci davanti a un televisore spento, le orecchie piene di spari immaginari. E bastano un tagliaerba troppo rumoroso, un trapano troppo trapano o un cane vivace a far scattare istinti belluini che scaraventano il corpo-Chris nella macchina da guerra Kyle. E proprio la convivenza di queste due nature dentro un unico organismo mastodontico innesca un processo di dispercezione (piano con le parole, Board) del soggetto, che comincia a vedere minacce ovunque: nell’infermiera che tarda a prendere in braccio tua figlia neonata oppure nella macchina che segue la tua macchina nel flusso del traffico, ma che non sta seguendo TE.
Clint osserva la sua America, che ama ―oh come si vede che la ama!― ma che scannerizza con rigore e distacco. Patriottico, Clint? Non fino al punto di censurare le derive disumane e le catastrofi psichiche a cui il patriottismo spinto, quello aizzato dall’odio e dal desiderio di vendetta, conduce. Il regista NON parteggia per Chris, NON lo celebra. Anzi, dalla sua inflessibilità si distacca e ci mostra come la rovina psicologica di questo personaggio-roccia segua pari pari la rovina ideologica di un paese ―di una parte del paese perlomeno― che ha supportato una politica interventista così estrema. “American Sniper” quindi per come l’ho visto e interpretato io, non canta l’eroe repubbli-americano: ne raccoglie i cocci che il fisico appositamente e apparentemente tutto d’un pezzo di Chris nasconde tanto bene. Per farlo si serve della sua storia vera, terminata in tragico paradosso ― Chris ammazzato da un ex commilitone squilibrato. Questa storia vera mi dice “lo vedi cosa succede? Lo vedi che così l’America perde, l’umanità perde?”.
E certo questo il film tende all’universalismo, abbraccia il Vietnam, le Guerre Mondiali, tutte le guerre del mondo, tutti i resti di anime e corpi che zoppicano nella vita da reduci a cui sono destinati una volta a casa. Eppure “American Sniper” è anche un’opera profondamente radicata in America in questo nostro tempo: Chris è il redneck di provincia di fine millennio che vede crollare due torri gemelle in tv e sente un’onda d’odio montare dentro e che per questo sposa un corpo militare ben prima della fidanzata; diventa l’icona di un’America che ha introiettato la guerra come unico rimedio, che è abituata ad essere diffidente, a maneggiare le armi e a farle maneggiare ai suoi figli, soldati o figlioletti di soldati che siano.
E’ un cinema profondamente etico, quello di Clint Eastwood innamorato del suo paese. Può piacere o non piacere ―a me spesso non piace, anche per la sua eccessiva inclinazione al drama (look who is talking here!). Ma sarebbe uno sbaglio, a mio avviso, prendere questo suo sguardo etico per banale esaltazione del patrio suolo e celebrazione di una figura eroica come quella di Chris Kyle. Io, che per il mio paese non nutro certo un amore tanto cristallino, convinta come sono che prima della nazione venga sempre e comunque l’essere umano singolo e la sua conservazione ed evoluzione, capisco il sentimento di Clint, e lo rispetto. Non avesse tanti anni di esperienza sulle spalle, avrebbe fatto un film inkazzato. Ma ha l’esperienza, e il film risulta lucido, onesto, in linea con i suoi principi.
Poi vi dico, i difetti ci sono. Nella seconda parte le sparatorie sono troppo lunghe e la tempesta di sabbia troppo sabbia. Ma questo dipende un po’ anche dai gusti personali. Personalmente il cinema bellico non mi fa impazzire ―persino la demenzialità di un MASH mi risulta estranea…Quindi dopo un po’ di mimetiche e granate e schermi grigliati sul barbecue dei mirini, la mia empatia va a farsi benedire. Questo tuttavia non mi ha impedito di vedere, in passato, i due film bellici di Clint, “Lettere da Iwo Jima” e “Flags of Our Fathers”, che, insieme ad “American Sniper”, costituiscono la sua war trilogy. Ed io che non ero molto amica del soldato Ryan e che non suono arpe birmane, vi dico che l’opera, nella sua trinità, va vista.

E ora cambiamo setting e mood con un’anteprima che attendiamo da molto prima che fosse ante

LA TEORIA DEL TUTTO
di James Marsh

Una preziosa soffiata del Fellow D-Bridge ha permesso l’anticipazione di questo film che attendiamo da qualche bel mese e che avevamo programmato per il Let’s Movie della settimana prossima 🙂
Funziona così: al Viktor Viktoria sono usciti tutti matti e aderiscono a questa iniziativa nazionale. Domani, lunedì 12, e solo per la giornata di domani, lunedì 12, proiezione del film, con acquisto anticipato del biglietto a € 1,00 fino ad esaurimento posti. Per acquistare il biglietto dovete andare direttamente alla cassa del cinema Vittoria in orario spettacoli e affrontare la Viki Witch (che magari in fondo in fondo è buona come Maleficient e l’aspetto da Moira Orfei è soltanto un vezzo).
È una gara, Fellows, quindi, YOU RUN! La mail di oggi vi arriva a questo orario bislacco per permettervi di passare al Vittoria stasera e acquistare il vostro biglietto da un eurino per domani ― massima goduria, il biglietto a un eurino! 🙂
Ripeto, è una gara, quindi, YOU RUN FAST, OH SO FAST! E spero di vedervi numerosi al traguardo 😉

E se la vostra settimana comincia all’insegna dell’agenda sgombra, è con kubrikiano piacere che segnalo la proiezione di “Barry Lindon” in lingua originale dal nostro Mastro, per ben tre sere di fila, lunedì 12 (se non siete riusciti a correre fast!), martedì 13 e mercoledì 14, alle ore 20:30. Se fate il gioco delle tre carte coi giorni, vedrete che uno libero vi salta fuori per recuperare questo classico dei classici ―a prescindere dalle rimesse in onda su Rete 4. 😉

La realtà a volte è uno scarpone nero che s’infila nel nostro giardino fiorito. Quindi vogliate perdonare questo Lez Muvi dalle tinte un po’ peste. Speriamo che i prossimi giorni ci riservino panorami meno scuri. Le spalle del 2015 sono ancora troppo tenere per portare tanto piombo…
E ora vediamo di purificarci anima e corpo bagnandoci nelle acque sante del Movie Maelstrom. Poi saltiamo all’unisono il riassunto e poi voi fate scorta di questi saluti, stasera, fattualmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Al Pathé Tuschinski, cinemino retrò in zona Rembrandtsplein, il film del giorno era “Mr Turner“, passato al Festival di Cannes e in arrivo in Italia nei prossimi mesi. Sì, è il Turner William pittore, quello delle nebbie rurali e marine britanniche, degli sbuffi del treno che sfumano nella luce gialla dell’alba… Quello che si nomina sempre in coppia con Constable.  I know that you know who I’m talking about… Lo consiglio a tutti gli appassionati di arte e di arte al cine. Raccontare un artista è sempre un casino…. Uno ruvido e “special” come Turner poi…
Make a note and check it out 😉

LA TEORIA DEL TUTTO: Il film racconta la straordinaria ed edificante storia di una delle più grandi menti viventi del mondo, il rinomato astrofisico Stephen Hawking, e di due persone che contro ogni probabilità hanno sfidato gli ostacoli più imponenti con il loro amore.

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LET’S MOVIE 226 – propone AMERICAN SNIPER e commenta IL GRANDE LEBOWSKI e tutto il resto

LET’S MOVIE 226 – propone AMERICAN SNIPER e commenta IL GRANDE LEBOWSKI e tutto il resto

AMERICAN SNIPER
di Clint Eastwood
USA, 2014, ‘134
Mercoledì 7/Wednesday 7
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

 

Facciate & Frontoni Fellows,

Mi viene da attaccare così, cazzuola e intonaco alla mano, questo primo messaggio del secondo quindicennio della prima centinaia del terzo millennio ― ho impiegato più tempo a scrivere questo di quanto ne impiegherò a scrivere il resto del messaggio, sicuro. Amsterdam è tanta tantissima good-quality stuff, ma prima di tutto e sopratutto, questo: le estremità superiori delle case, che merlettano il cielo così come ho visto solo a Venezia. Un lavoro di alta passamaneria nonstop, ad altezze diverse, che profila il giorno e la notte e che non vi stanchereste mai di guardare ― non fosse che avete un manubrio per le mani e una bici fra le gambe, e guardar per aria è un lusso che non potete permettervi.
Quelli che seguiranno sono i 12 elementi sparsi che danno forma ad AMOAMSTERDAM, il manifesto con cui mi appresto a tappezzare le pareti di Let’s Movie. Amsterdam è una città compita, al limite dell’austerità, e noi siamo tutti vittime del cliché dell città sex&drugs. Il sex&drugs è solo un cm quadrato del tessuto urbano ― ché, noi giudichiamo Milano per Via Sarpi? Padova per Via Anelli??
Amsterdam non vi strilla in faccia tutta la sua bellezza, non è un topless: è una camicia abbottonata che lascia intravedere un paradiso. E come non finire innamorati persi, allora, con una così?! 😉
A gennaio gli utenti pagano il canone RAI. I Moviers pagano i resoconti delle mie trasferte durante il Christmas break. Se siete utenti E pure Moviers, siete i cosiddetti “tartassati della società moderna”. I am very sorry. 🙂

AMOAMSTERDAM

  1. La morra cinese che regola la cinetica urbana: il pedone vince sull’automobilista, il ciclista vince sul pedone E sull’automobilista, l’automobilista perde sempre. Ci sarebbe da trasferirsi solo per questo.
  2. Le distinte signore che portano il nipotino a spasso nel Red Lights District. Del resto le famose vetrine ripiene di ragazze abbracciano la Oude Kerke, la chiesa piu’ vecchia della città (tipo del ‘300), quindi le signore e i nipotini passano davanti alle vetrine ripiene di tanta femminea bonta’, e non fanno una piega… Il sacro dirimpettaio del profano… proprio come in Italia eh, proprio come in zona Vaticano eh…
  3. I Love Vintage e NUDE UNITE, due negozi che spediranno noi povere peccatrici con un po’ di potere d’acquisto nel portafogli dritte dritte fra le fiamme dell’estratto conto.
  4. L’azzurro Vermeer della camiciola che una lattaia indossa al Reijksmuseum. Il fatto che non sia una azzurro qualsiasi, ma un punto imprecisato e precisissimo fra il celeste bebé e il bluette che andava tanto di moda negli anni ’80, e che si definisce “azzurro Vermeer”.
  5. Lo stile in vasca. E no, non libero, ma Liberty. Perché ho pellegrinato per le piscine della città e se vi capita di esserci e di venir spazzati da una tramontana condita da fiocchi ghiacciati, non c’è nulla di più salvalavita di rifugiarsi lì dentro, una struttura risalente al 1912, un grembo celeste in cui potete rilassarvi o allenarvi, a vostro piacimento. Si chiama Zuiderbad.
  6. Il design in vasca. Quello dello studio di architetti Mecanoo, che hanno preso una piscina del 1950 e hanno realizzato questo gioiello vetrato sul bordo del Siegel, esattamente all’altezza dell’acqua, cosicché quando voi nuotate, l’impressione è quella di risalire il canale! Si chiama Het Marnix. Andateci di mattina presto, quando è ancora buio, così vi parrà di nuotare non solo nel canale, ma anche dentro la notte, che diventa alba, che diventa giorno.
  7. I 15 selfie di Vincent Van Gogh realizzati senza smart-phone ma con tavolozza e pennello.  E la sua affermazione che campeggia in una delle sale del museo più giusto che io abbia visitato finora, il suo. “People say that it is difficult to know oneself ― but it is not easy to paint oneself either”. Vincent toute la vie. Il museo è “giusto” perché ha il numero giusto di opere, non troppe e non troppo poche ― se poi vi studiate una partenza intelligente e ci andate la Vigilia di Natale presto, vi ritrovate praticamente da soli con l’oro zecchino dei girasoli che conoscete, i cieli verdi di certi campi di grano dipinti quando Vincent stava in manicomio (cieli verdi e un tripudio di ocra e oro, da dentro una cella…), e l’odore trasudato da “I mangiatori di patate”: aspetti tutta una vita per sentirlo e alla fine arrivi lì, e la tela lo emana, e tu, cavolo, lo senti.
  8. Il progetto “Sara: una sala per sera” allo scopo di visitare quante più sale cinematografiche possibili, makevvelodicoaffare. Tutte quelle che ho accuratamente scelto ―o perché consigliata dal WG Mat, che visse ad Amsterdam in gioventù, o in seguito a maniacali ricerche― erano d’antan, ovvero stile anni ’20-30 con i tavolini in galleria, e il bar in cui gli olandesi si trovano a sorseggiare un drink prima e DOPO la proiezione. Andare a The Movies, il Rialto, il Paté Tuschinski, il De Uitkijk, il Kriterion, per un Board, capirete, è come il Bernabeu per un piccolo di Pato, Tiffany per Audrey… insomma, avete capito.
  9. L’ora e 4 minuti che la separano da Rotterdam, se avete voglia di futuro e futuribile. Una skyline che sembra figlia di un ventre newyorchese, l’Erasmus Bridge che l’attraversa, leggerissimo e bianchissimo come un gabbiano dell’era tecnologica che viviamo, il tre blocchi del De Rotterdam, hotel di quel genio formale di Koolhaas, e il fun della casa cubica di Piet Bloom, un agglomerato di case cubiche gialle e nere tipo Apemaya che non si sa bene come, non franano per terra, mastanno su per aria. E se avete voglia di futuro e non volete muovervi da Amsterdam, fate un salto all’EYE, il nuovo Filmmuseum di là del fiume Ij, davanti alla Stazione Centrale… Bianchissimo anche quello, modernissimo, ma con un vago sentore miesvanderhomiano…
  10. Il Concertgebouw,che è tipo la Scala, ma a differenza di quelli della Scala, quelli del Concertogebouw aprono le porte alla plebe la Vigilia di Natale, e se tu ti alleni durante l’anno e corri, arrivi ad acciuffarti un biglietto per un concerto cantato che nemmeno l’Alzheimer potrà farvi dimenticare ― ora capite perché mi alleno tutto l’anno 😉
  11. La schizofrenia meteorologica diagnosticata prima della partenza e subita durante la permanenza. Pioggia intermittente, raffiche di vento forza nove(cento), nevischio ghiacciato, sole finto come l’ottone  (giallo giallissimo fuori ma senza un grammo di watt dentro). Ma ci si ride sopra, a tutto questo. Affronti tutto, sciarpa, guanti, bici e via!
  12. Gli unici due tacchi infilati ai due piedi che ho visto ― peraltro di una giapponese, che quindi non fa testo. La schizofrenia del punto 11 impone un outfit pret-à-cycler. E quaste stangone olandesi alte mai sotto il metro e 78, non hanno bisogno di spinte dal basso verso l’alto, con buona pace di Archimede e il suo principio.

Ci sarebbero altri elementi da aggiungere ma lo spazio è quello che è. Chiunque sia interessato a maggiori pipponi, volevo dire informazioni, sa dove trovarmi. 🙂
Comunque un ringraziamento cubitale va al Movier TT, cervello in fuga lavorativa in Olanda, e poi turistica in Birmania durante la pausa natalizia, che ha reso possibile a un Board il soggiorno ad Amsterdam da vera “local”; perché un conto è visitare un posto se stai in albergo, un conto è se hai una casa tua, una bici tua, e la vivi come se ci abitassi. GRAZIE TT!

E proseguo con i ringraziamenti. Al Fellow Done e all’Anarcozumi per non aver saputo resistere al richiamo de “Il Grande Lebowsky” nel Lez Muvi pre-natalizio, nonostante “lo diano sempre su Rete 4”, come qualche Movier sovversivo ha fatto notare… 🙂
La trama, la conoscete tutti, credo. Jeff The Dude Leboski è sostalziamente un fankazzista che staziona dal divano, alla vasca da bagno, al supermercato, al bowling, senza un vero obbiettivo né programma nella vita. Non si pone troppe domande, Jeff The Dude Lebowski se non la quantità di latte da mettere nel suo White Russian. Poi però viene coinvolto in un caso di rapimento per via della sua ominimia con un ricco magnate della Los Angeles bene, e da quel momento si verificano tutta una fila di eventi tragicomici che val la pena di vedere.
In verità la trama è davvero l’ultimo dei problemi dei fratelli Coen che, con questo film, sono diventati “quelli del Grande Lowbowski”: anche se il loro portfolio è pieno zeppo di successi ― Fargo, Fatello Dove Sei, Burn After Reading e naturalmente Non è un paese per vecchi ― è Jeff “Dude” Lebowski il personaggio più memorabile del loro parterre, insieme alle situazioni assurde che vengono rappresentate, e ai co-personaggi ancor più assurdi che le vivono uinsieme ai protagomnsti. Come s’è detto, Lebowski è un hippie che vive beatamente la propria esistenza lontano da qualsiasi pensiero o (pre)occupazione. Suo amico inseparabile è William, un ex reduce del Vietnam che continua a ricordare il suo passato militare e a credersi “la mente” del gruppo. Poi c’è la figlia del riccone Lebowski, Maude, una parodia della tipica artista d’avanguardia iper-femminista con cui i Coen vogliono farsi beffe di certe artistoiderie che riempiono i salotti dietro le gallerie d’arte americane degli anni ’90. Poi c’è Jesus, il trashissimo campione di bowling interpretato da John Turturro, presente in non più di tre scene, eppure vi si fissa in testa da non levarvelo più. E questo vale anche per il compianto John Seymour Hoffman e il piccolo ruolo di assistente-tappetino del riccone Lebowski. Insomma una giungla umana che fa ridere anche solo a pensarla. Ovviamente il duo Bridges-Goodman regna sovrano sugli altri, e con questa interpretazione entra a buon diritto nell’olimpo delle coppie eterne del cine accanto a Stanlio e Ollio, John Belushi e Dan Aycroyd, John Travolta e Samuel L Jackson, Bud Spencer e Terence Hill e naturalmente Adriano Celentano e Renato Pozzetto. 🙂

Il grande Leboski è l’inno del loser, che contrariamente a quanto professa la politica del selfmademenism americano, non ambisce minimamente a diventare winner. Jeff non vuole fare soldi a palate, né diventare “yet another tycoon” come il suo omonimo sfondato di soldi ― incarnazione dell’uomo che “è riuscito”, che ce l’ha fatta. Jeff vuole rimanere quello che è, fare (o non fare) quello che fa (o non fa). Raccontare un personaggio così, dopo anni e anni e anni di inveterato supermanismo è da considerarsi un momento topico della storia del raccontato americano; un po’ come Ulrich Alders, l’uomo senza qualità di Musil, nel raccontato austriaco di fine ‘800…
E non c’è solo lui, nel film. C’è un buon quarantennio ― o forse più ― di storia americana. I residui bellici ― e bellicosi ― che la guerra del Vietnam ha lasciato, e quelli dell’allora recente intervento armato in Kuwait (per ripasso generale: la Guerra del Golfo è del 1990-91, e il film è del 1998). Così come c’è la tendenza tutta coeniana a sdrammatizzare certi momenti di alta drammaticità, ma senza per questo scadere nel demenziale. La scena sulla scogliera in cui Walter e Jeff gettano le ceneri del compagno di bowling morto, e le ceneri finiscono loro in faccia ne è un esempio: la scena è tragica e comica insieme. Solo al tragico Fantozzi sarebbe successa una cosa così ― e forse gli è successa davvero, mi par di ricordare…

Potrei andare avanti per ore, ma devo ringraziare un altro bel po’ di Moviers. Quelli che si sono presentati, in ordine fantasticamente sparso, allo Special “Film+Fun+Philarmonic” del 21 dicembre scorso. In ordine fantasticamente sparso: la Honorary Member Mic (che risalì prima il Po’, poi il Piave, poi l’Adige, e poi anche forse un pezzo di Dora Baltea per raggiungere Trentoville e riunire così il CdA di Let’s Movie!); l’Anarcozumi, il WG Mat, la Fellow Junior, la Movier More, la Fellow Cap con Fra e il loro duetto di recente acquisizione (qui parliamo dei gemellini Giulia e Raffaele: l’Alfa Romeo non regge il confronto!), il Sergente Fed FFF, il Guest Stefano (che prima o poi riuscirò a gettare in Lez Muvi!), il Fellow President, il Movier Scaccomatto, la Fellow Vanilla, il Movier Onassis Jr e il Fellow Felix. Ringrazio anche tuuuutti i Fellows che non hanno potuto esserci di persona ma che si sono ricordati, e quindi, ectoplasmicamente, erano presenti.
Pur non essendo un capolavoro (i “Pinguini di Madagascar” lo sono), “Big Hero 6” è tutto quello che potete desiderare per un paio d’ore di svago totale. E per capire che il Baymax, l’adorabile ominomichelin che da infermiere personale diventa una sorta di super eroe insieme al piccolo nerd Hiro e alla sua combriccola di amici, il Baymax, dicevo, risulta il primo essere che il Board vorrebbe avere in giro per casa dalla sera alla mattina ― stiamo cercando di avviare le pratiche per l’adozione. 🙂 E nomino questa montagna gonfiabile di nivea tenerezza Mister Cuteness dell’anno appena trascorso. 🙂
Cinematograficamente parlando il cartone tiene bene la prima parte, poi nella seconda si perde nelle battaglie interstellari ― saranno state delle interferenze dal pianeta Nolan ―e nell’ “action” a tutti i costi. Ma la storia in sé si segue volentieri: il ragazzino geek che ambisce a fare lo startupparo e finisce per diventare un piccolo supereroe, affiancato da un robot che vi cura dalle malattie e stimola la tenerezza che è in voi.

Alla Filarmonica poi, il racconto musicato di “A Christmas Carol” ha fatto rimanere noi Moviers con la bocca aperta. Un unico attore che interpretava Scrudge e tutti gli altri personaggi, accompagnato dalla piccola Orchestra Lumière ― che poi tanto piccola non è, con la ventina di membri che conta. Sarà che la Filarmonica ha quel suo fascino Liberty lì, sarà stato Dickens con il suo povero, vile, umanissimo Scrudge, saranno state le luci ambrate del palco, i vestiti anni ’20 dell’Orchestra. Sarà stato che era lo Special di Lez Muvi, o che l’indomani sarei partita per Amoamsterdam, ma concludere la serata così, coi Moviers e la musica, il teatro, la letteratura, e prima di quello il cinema e il chit-chat fun, è stato il regalo più bello che il 2014, e VOI, poteste farmi. GRAZIE my Moviers, GRAZIE!

E ora basta chiacchiere, orpole, dobbiamo passare al primo film che apre ufficialmente il Sesto Anno AL (dopo il Domini c’è il Lezmuvi :-))

AMERICAN SNIPER
di Clint Eastwood

L’unica speranza che spero è quella che il film ― già in corsa per l’Oscar, mi si dice da L.A. ― se non eguaglierà l’ineguagliabile “Millian Dollar Baby”, almeno superi il melodrammone di Invictus e certa sciatteria di J. Edgar. E Clint Eastwood non può nemmeno giocarsi la carta, “eh ma abbiate pietà, ho 84 anni”. De Oliveira ha superato i 100 ed è sempre brillantemente dietro la macchina da presa.

Be’ direi che posso bastare per questa sera, voi che dite?? 🙂
Giusto il tempo per montarvi un Movie Measltrom doppio giù in cortile, per sconsigliarvi il riassunto, e per porgervi ringraziamenti e saluti, quest’oggi very early e frontalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Lo splendido cinemino Kriterion, in area Sarphatispark, con la sua insegna verde fluorescente e una scala ripidissimissima per accedere alla Sala 2, mi ha offerto il film vincitore del premio per la Miglior Sceneggiatura al recente Torino Film Festival ― nonché l’acclamazione al Sundance. Io spero con tutto il cuore che la distribuzione italiana non faccia la braccinacorta e conceda anche agli spettatori italiani la possibilità di vedere “What We Do in the Shadows”, un mockumentary sulla vita quotidiana di tre vampiri che dividono casa ― e spese! ― come tre coinquilini qualsiasi. Girato da due registi neozelandesi, Taika Waititi e Jemaine Clement, questo vampire-reality parodizza i cliché del mito dei vampiri (il non potersi specchiare, l’immortalità, la dipendenza da sangue, ecc), rendendo umanissimi e divertentissimi questi quattro vampiri còlti nel bel mezzo dei preparativi per il loro ballo di gala annuale.
Trovate esilaranti non-stop e tanta tantissima arguzia registica… 😉 Se avremo la grazia che esca, non facciamocelo scappare!

Se volete testare un cinemino fuoriporta ma Amsterdam vi par troppo distante, consiglio il Capitol di Bolzano. Qualche giorno fa mi sono spinta nel cuore crucco dell’Alto Adige a vedere Big Eyes, l’ultima fatica di Tim Burton. Il film non mi ha fatto impazzire ― Amy Adams davvero stunning, Christoph Waltz un po’ troppo overacting e la storia, una gran brutta storia vera in cui uomo e donna ne escono parimenti sconfitti. Ma Burton è Burton, quindi andatemelo a vedere anche voi, bitte.
Ero accompagnata da Luca, il Fellow Famous, giacché leader della band dei Nomansland di cui io sono una gran groupie, da Lara, la Movier MagistratO (con la O mi raccomando :-)) giacché lo diverrà presto, e da Erwin, il Fellow Foucault, giacché pendola come il noto pendolo fra due valli di cui ovviamente non ricordo i nomi. Loro sono ufficialmente i responsabili della sede Lezmuvi di Bolzano e spero riusciremo a portare a casa qualche Let’s Movie in Sync. 🙂 Meine Moviers, ich habe Vertrauen in ihnen!/Mi fido di voi (tutto rigorosamente bilingue, come Durnwalder comanda).

AMERICAN SNIPER: il film racconta la storia del Navy SEAL Chris Kyle (Bradley Cooper), che registrò il più alto numero di uccisioni come cecchino americano. Fu così temuto dagli insurrezionalisti iracheni da ricevere il soprannome al-Shaitan (“il diavolo”). Nel 2013 Kyle è stato ucciso in un poligono di tiro, da un altro veterano. Il film è tratto dal libro “American Sniper: The Autobiography of the Most Lethal Sniper in U.S. Military History.

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