LET’S MOVIE 226 – propone AMERICAN SNIPER e commenta IL GRANDE LEBOWSKI e tutto il resto

LET’S MOVIE 226 – propone AMERICAN SNIPER e commenta IL GRANDE LEBOWSKI e tutto il resto

AMERICAN SNIPER
di Clint Eastwood
USA, 2014, ‘134
Mercoledì 7/Wednesday 7
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

 

Facciate & Frontoni Fellows,

Mi viene da attaccare così, cazzuola e intonaco alla mano, questo primo messaggio del secondo quindicennio della prima centinaia del terzo millennio ― ho impiegato più tempo a scrivere questo di quanto ne impiegherò a scrivere il resto del messaggio, sicuro. Amsterdam è tanta tantissima good-quality stuff, ma prima di tutto e sopratutto, questo: le estremità superiori delle case, che merlettano il cielo così come ho visto solo a Venezia. Un lavoro di alta passamaneria nonstop, ad altezze diverse, che profila il giorno e la notte e che non vi stanchereste mai di guardare ― non fosse che avete un manubrio per le mani e una bici fra le gambe, e guardar per aria è un lusso che non potete permettervi.
Quelli che seguiranno sono i 12 elementi sparsi che danno forma ad AMOAMSTERDAM, il manifesto con cui mi appresto a tappezzare le pareti di Let’s Movie. Amsterdam è una città compita, al limite dell’austerità, e noi siamo tutti vittime del cliché dell città sex&drugs. Il sex&drugs è solo un cm quadrato del tessuto urbano ― ché, noi giudichiamo Milano per Via Sarpi? Padova per Via Anelli??
Amsterdam non vi strilla in faccia tutta la sua bellezza, non è un topless: è una camicia abbottonata che lascia intravedere un paradiso. E come non finire innamorati persi, allora, con una così?! 😉
A gennaio gli utenti pagano il canone RAI. I Moviers pagano i resoconti delle mie trasferte durante il Christmas break. Se siete utenti E pure Moviers, siete i cosiddetti “tartassati della società moderna”. I am very sorry. 🙂

AMOAMSTERDAM

  1. La morra cinese che regola la cinetica urbana: il pedone vince sull’automobilista, il ciclista vince sul pedone E sull’automobilista, l’automobilista perde sempre. Ci sarebbe da trasferirsi solo per questo.
  2. Le distinte signore che portano il nipotino a spasso nel Red Lights District. Del resto le famose vetrine ripiene di ragazze abbracciano la Oude Kerke, la chiesa piu’ vecchia della città (tipo del ‘300), quindi le signore e i nipotini passano davanti alle vetrine ripiene di tanta femminea bonta’, e non fanno una piega… Il sacro dirimpettaio del profano… proprio come in Italia eh, proprio come in zona Vaticano eh…
  3. I Love Vintage e NUDE UNITE, due negozi che spediranno noi povere peccatrici con un po’ di potere d’acquisto nel portafogli dritte dritte fra le fiamme dell’estratto conto.
  4. L’azzurro Vermeer della camiciola che una lattaia indossa al Reijksmuseum. Il fatto che non sia una azzurro qualsiasi, ma un punto imprecisato e precisissimo fra il celeste bebé e il bluette che andava tanto di moda negli anni ’80, e che si definisce “azzurro Vermeer”.
  5. Lo stile in vasca. E no, non libero, ma Liberty. Perché ho pellegrinato per le piscine della città e se vi capita di esserci e di venir spazzati da una tramontana condita da fiocchi ghiacciati, non c’è nulla di più salvalavita di rifugiarsi lì dentro, una struttura risalente al 1912, un grembo celeste in cui potete rilassarvi o allenarvi, a vostro piacimento. Si chiama Zuiderbad.
  6. Il design in vasca. Quello dello studio di architetti Mecanoo, che hanno preso una piscina del 1950 e hanno realizzato questo gioiello vetrato sul bordo del Siegel, esattamente all’altezza dell’acqua, cosicché quando voi nuotate, l’impressione è quella di risalire il canale! Si chiama Het Marnix. Andateci di mattina presto, quando è ancora buio, così vi parrà di nuotare non solo nel canale, ma anche dentro la notte, che diventa alba, che diventa giorno.
  7. I 15 selfie di Vincent Van Gogh realizzati senza smart-phone ma con tavolozza e pennello.  E la sua affermazione che campeggia in una delle sale del museo più giusto che io abbia visitato finora, il suo. “People say that it is difficult to know oneself ― but it is not easy to paint oneself either”. Vincent toute la vie. Il museo è “giusto” perché ha il numero giusto di opere, non troppe e non troppo poche ― se poi vi studiate una partenza intelligente e ci andate la Vigilia di Natale presto, vi ritrovate praticamente da soli con l’oro zecchino dei girasoli che conoscete, i cieli verdi di certi campi di grano dipinti quando Vincent stava in manicomio (cieli verdi e un tripudio di ocra e oro, da dentro una cella…), e l’odore trasudato da “I mangiatori di patate”: aspetti tutta una vita per sentirlo e alla fine arrivi lì, e la tela lo emana, e tu, cavolo, lo senti.
  8. Il progetto “Sara: una sala per sera” allo scopo di visitare quante più sale cinematografiche possibili, makevvelodicoaffare. Tutte quelle che ho accuratamente scelto ―o perché consigliata dal WG Mat, che visse ad Amsterdam in gioventù, o in seguito a maniacali ricerche― erano d’antan, ovvero stile anni ’20-30 con i tavolini in galleria, e il bar in cui gli olandesi si trovano a sorseggiare un drink prima e DOPO la proiezione. Andare a The Movies, il Rialto, il Paté Tuschinski, il De Uitkijk, il Kriterion, per un Board, capirete, è come il Bernabeu per un piccolo di Pato, Tiffany per Audrey… insomma, avete capito.
  9. L’ora e 4 minuti che la separano da Rotterdam, se avete voglia di futuro e futuribile. Una skyline che sembra figlia di un ventre newyorchese, l’Erasmus Bridge che l’attraversa, leggerissimo e bianchissimo come un gabbiano dell’era tecnologica che viviamo, il tre blocchi del De Rotterdam, hotel di quel genio formale di Koolhaas, e il fun della casa cubica di Piet Bloom, un agglomerato di case cubiche gialle e nere tipo Apemaya che non si sa bene come, non franano per terra, mastanno su per aria. E se avete voglia di futuro e non volete muovervi da Amsterdam, fate un salto all’EYE, il nuovo Filmmuseum di là del fiume Ij, davanti alla Stazione Centrale… Bianchissimo anche quello, modernissimo, ma con un vago sentore miesvanderhomiano…
  10. Il Concertgebouw,che è tipo la Scala, ma a differenza di quelli della Scala, quelli del Concertogebouw aprono le porte alla plebe la Vigilia di Natale, e se tu ti alleni durante l’anno e corri, arrivi ad acciuffarti un biglietto per un concerto cantato che nemmeno l’Alzheimer potrà farvi dimenticare ― ora capite perché mi alleno tutto l’anno 😉
  11. La schizofrenia meteorologica diagnosticata prima della partenza e subita durante la permanenza. Pioggia intermittente, raffiche di vento forza nove(cento), nevischio ghiacciato, sole finto come l’ottone  (giallo giallissimo fuori ma senza un grammo di watt dentro). Ma ci si ride sopra, a tutto questo. Affronti tutto, sciarpa, guanti, bici e via!
  12. Gli unici due tacchi infilati ai due piedi che ho visto ― peraltro di una giapponese, che quindi non fa testo. La schizofrenia del punto 11 impone un outfit pret-à-cycler. E quaste stangone olandesi alte mai sotto il metro e 78, non hanno bisogno di spinte dal basso verso l’alto, con buona pace di Archimede e il suo principio.

Ci sarebbero altri elementi da aggiungere ma lo spazio è quello che è. Chiunque sia interessato a maggiori pipponi, volevo dire informazioni, sa dove trovarmi. 🙂
Comunque un ringraziamento cubitale va al Movier TT, cervello in fuga lavorativa in Olanda, e poi turistica in Birmania durante la pausa natalizia, che ha reso possibile a un Board il soggiorno ad Amsterdam da vera “local”; perché un conto è visitare un posto se stai in albergo, un conto è se hai una casa tua, una bici tua, e la vivi come se ci abitassi. GRAZIE TT!

E proseguo con i ringraziamenti. Al Fellow Done e all’Anarcozumi per non aver saputo resistere al richiamo de “Il Grande Lebowsky” nel Lez Muvi pre-natalizio, nonostante “lo diano sempre su Rete 4”, come qualche Movier sovversivo ha fatto notare… 🙂
La trama, la conoscete tutti, credo. Jeff The Dude Leboski è sostalziamente un fankazzista che staziona dal divano, alla vasca da bagno, al supermercato, al bowling, senza un vero obbiettivo né programma nella vita. Non si pone troppe domande, Jeff The Dude Lebowski se non la quantità di latte da mettere nel suo White Russian. Poi però viene coinvolto in un caso di rapimento per via della sua ominimia con un ricco magnate della Los Angeles bene, e da quel momento si verificano tutta una fila di eventi tragicomici che val la pena di vedere.
In verità la trama è davvero l’ultimo dei problemi dei fratelli Coen che, con questo film, sono diventati “quelli del Grande Lowbowski”: anche se il loro portfolio è pieno zeppo di successi ― Fargo, Fatello Dove Sei, Burn After Reading e naturalmente Non è un paese per vecchi ― è Jeff “Dude” Lebowski il personaggio più memorabile del loro parterre, insieme alle situazioni assurde che vengono rappresentate, e ai co-personaggi ancor più assurdi che le vivono uinsieme ai protagomnsti. Come s’è detto, Lebowski è un hippie che vive beatamente la propria esistenza lontano da qualsiasi pensiero o (pre)occupazione. Suo amico inseparabile è William, un ex reduce del Vietnam che continua a ricordare il suo passato militare e a credersi “la mente” del gruppo. Poi c’è la figlia del riccone Lebowski, Maude, una parodia della tipica artista d’avanguardia iper-femminista con cui i Coen vogliono farsi beffe di certe artistoiderie che riempiono i salotti dietro le gallerie d’arte americane degli anni ’90. Poi c’è Jesus, il trashissimo campione di bowling interpretato da John Turturro, presente in non più di tre scene, eppure vi si fissa in testa da non levarvelo più. E questo vale anche per il compianto John Seymour Hoffman e il piccolo ruolo di assistente-tappetino del riccone Lebowski. Insomma una giungla umana che fa ridere anche solo a pensarla. Ovviamente il duo Bridges-Goodman regna sovrano sugli altri, e con questa interpretazione entra a buon diritto nell’olimpo delle coppie eterne del cine accanto a Stanlio e Ollio, John Belushi e Dan Aycroyd, John Travolta e Samuel L Jackson, Bud Spencer e Terence Hill e naturalmente Adriano Celentano e Renato Pozzetto. 🙂

Il grande Leboski è l’inno del loser, che contrariamente a quanto professa la politica del selfmademenism americano, non ambisce minimamente a diventare winner. Jeff non vuole fare soldi a palate, né diventare “yet another tycoon” come il suo omonimo sfondato di soldi ― incarnazione dell’uomo che “è riuscito”, che ce l’ha fatta. Jeff vuole rimanere quello che è, fare (o non fare) quello che fa (o non fa). Raccontare un personaggio così, dopo anni e anni e anni di inveterato supermanismo è da considerarsi un momento topico della storia del raccontato americano; un po’ come Ulrich Alders, l’uomo senza qualità di Musil, nel raccontato austriaco di fine ‘800…
E non c’è solo lui, nel film. C’è un buon quarantennio ― o forse più ― di storia americana. I residui bellici ― e bellicosi ― che la guerra del Vietnam ha lasciato, e quelli dell’allora recente intervento armato in Kuwait (per ripasso generale: la Guerra del Golfo è del 1990-91, e il film è del 1998). Così come c’è la tendenza tutta coeniana a sdrammatizzare certi momenti di alta drammaticità, ma senza per questo scadere nel demenziale. La scena sulla scogliera in cui Walter e Jeff gettano le ceneri del compagno di bowling morto, e le ceneri finiscono loro in faccia ne è un esempio: la scena è tragica e comica insieme. Solo al tragico Fantozzi sarebbe successa una cosa così ― e forse gli è successa davvero, mi par di ricordare…

Potrei andare avanti per ore, ma devo ringraziare un altro bel po’ di Moviers. Quelli che si sono presentati, in ordine fantasticamente sparso, allo Special “Film+Fun+Philarmonic” del 21 dicembre scorso. In ordine fantasticamente sparso: la Honorary Member Mic (che risalì prima il Po’, poi il Piave, poi l’Adige, e poi anche forse un pezzo di Dora Baltea per raggiungere Trentoville e riunire così il CdA di Let’s Movie!); l’Anarcozumi, il WG Mat, la Fellow Junior, la Movier More, la Fellow Cap con Fra e il loro duetto di recente acquisizione (qui parliamo dei gemellini Giulia e Raffaele: l’Alfa Romeo non regge il confronto!), il Sergente Fed FFF, il Guest Stefano (che prima o poi riuscirò a gettare in Lez Muvi!), il Fellow President, il Movier Scaccomatto, la Fellow Vanilla, il Movier Onassis Jr e il Fellow Felix. Ringrazio anche tuuuutti i Fellows che non hanno potuto esserci di persona ma che si sono ricordati, e quindi, ectoplasmicamente, erano presenti.
Pur non essendo un capolavoro (i “Pinguini di Madagascar” lo sono), “Big Hero 6” è tutto quello che potete desiderare per un paio d’ore di svago totale. E per capire che il Baymax, l’adorabile ominomichelin che da infermiere personale diventa una sorta di super eroe insieme al piccolo nerd Hiro e alla sua combriccola di amici, il Baymax, dicevo, risulta il primo essere che il Board vorrebbe avere in giro per casa dalla sera alla mattina ― stiamo cercando di avviare le pratiche per l’adozione. 🙂 E nomino questa montagna gonfiabile di nivea tenerezza Mister Cuteness dell’anno appena trascorso. 🙂
Cinematograficamente parlando il cartone tiene bene la prima parte, poi nella seconda si perde nelle battaglie interstellari ― saranno state delle interferenze dal pianeta Nolan ―e nell’ “action” a tutti i costi. Ma la storia in sé si segue volentieri: il ragazzino geek che ambisce a fare lo startupparo e finisce per diventare un piccolo supereroe, affiancato da un robot che vi cura dalle malattie e stimola la tenerezza che è in voi.

Alla Filarmonica poi, il racconto musicato di “A Christmas Carol” ha fatto rimanere noi Moviers con la bocca aperta. Un unico attore che interpretava Scrudge e tutti gli altri personaggi, accompagnato dalla piccola Orchestra Lumière ― che poi tanto piccola non è, con la ventina di membri che conta. Sarà che la Filarmonica ha quel suo fascino Liberty lì, sarà stato Dickens con il suo povero, vile, umanissimo Scrudge, saranno state le luci ambrate del palco, i vestiti anni ’20 dell’Orchestra. Sarà stato che era lo Special di Lez Muvi, o che l’indomani sarei partita per Amoamsterdam, ma concludere la serata così, coi Moviers e la musica, il teatro, la letteratura, e prima di quello il cinema e il chit-chat fun, è stato il regalo più bello che il 2014, e VOI, poteste farmi. GRAZIE my Moviers, GRAZIE!

E ora basta chiacchiere, orpole, dobbiamo passare al primo film che apre ufficialmente il Sesto Anno AL (dopo il Domini c’è il Lezmuvi :-))

AMERICAN SNIPER
di Clint Eastwood

L’unica speranza che spero è quella che il film ― già in corsa per l’Oscar, mi si dice da L.A. ― se non eguaglierà l’ineguagliabile “Millian Dollar Baby”, almeno superi il melodrammone di Invictus e certa sciatteria di J. Edgar. E Clint Eastwood non può nemmeno giocarsi la carta, “eh ma abbiate pietà, ho 84 anni”. De Oliveira ha superato i 100 ed è sempre brillantemente dietro la macchina da presa.

Be’ direi che posso bastare per questa sera, voi che dite?? 🙂
Giusto il tempo per montarvi un Movie Measltrom doppio giù in cortile, per sconsigliarvi il riassunto, e per porgervi ringraziamenti e saluti, quest’oggi very early e frontalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Lo splendido cinemino Kriterion, in area Sarphatispark, con la sua insegna verde fluorescente e una scala ripidissimissima per accedere alla Sala 2, mi ha offerto il film vincitore del premio per la Miglior Sceneggiatura al recente Torino Film Festival ― nonché l’acclamazione al Sundance. Io spero con tutto il cuore che la distribuzione italiana non faccia la braccinacorta e conceda anche agli spettatori italiani la possibilità di vedere “What We Do in the Shadows”, un mockumentary sulla vita quotidiana di tre vampiri che dividono casa ― e spese! ― come tre coinquilini qualsiasi. Girato da due registi neozelandesi, Taika Waititi e Jemaine Clement, questo vampire-reality parodizza i cliché del mito dei vampiri (il non potersi specchiare, l’immortalità, la dipendenza da sangue, ecc), rendendo umanissimi e divertentissimi questi quattro vampiri còlti nel bel mezzo dei preparativi per il loro ballo di gala annuale.
Trovate esilaranti non-stop e tanta tantissima arguzia registica… 😉 Se avremo la grazia che esca, non facciamocelo scappare!

Se volete testare un cinemino fuoriporta ma Amsterdam vi par troppo distante, consiglio il Capitol di Bolzano. Qualche giorno fa mi sono spinta nel cuore crucco dell’Alto Adige a vedere Big Eyes, l’ultima fatica di Tim Burton. Il film non mi ha fatto impazzire ― Amy Adams davvero stunning, Christoph Waltz un po’ troppo overacting e la storia, una gran brutta storia vera in cui uomo e donna ne escono parimenti sconfitti. Ma Burton è Burton, quindi andatemelo a vedere anche voi, bitte.
Ero accompagnata da Luca, il Fellow Famous, giacché leader della band dei Nomansland di cui io sono una gran groupie, da Lara, la Movier MagistratO (con la O mi raccomando :-)) giacché lo diverrà presto, e da Erwin, il Fellow Foucault, giacché pendola come il noto pendolo fra due valli di cui ovviamente non ricordo i nomi. Loro sono ufficialmente i responsabili della sede Lezmuvi di Bolzano e spero riusciremo a portare a casa qualche Let’s Movie in Sync. 🙂 Meine Moviers, ich habe Vertrauen in ihnen!/Mi fido di voi (tutto rigorosamente bilingue, come Durnwalder comanda).

AMERICAN SNIPER: il film racconta la storia del Navy SEAL Chris Kyle (Bradley Cooper), che registrò il più alto numero di uccisioni come cecchino americano. Fu così temuto dagli insurrezionalisti iracheni da ricevere il soprannome al-Shaitan (“il diavolo”). Nel 2013 Kyle è stato ucciso in un poligono di tiro, da un altro veterano. Il film è tratto dal libro “American Sniper: The Autobiography of the Most Lethal Sniper in U.S. Military History.

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