LET’S MOVIE 228 – propone STILL ALICE e THE HOURS, e commenta LA TEORIA DEL TUTTO

LET’S MOVIE 228 – propone STILL ALICE e THE HOURS, e commenta LA TEORIA DEL TUTTO

STILL ALICE
di Richard Glatzer e Wash Westmoreland
USA, 2015, ‘101 
Lunedì/Monday 19
21:00 / 9 pm
Cinema Astra / Dal Mastro

 

Marsh Mellows, ehm, Fellows,

Avanti con ‘sto James che non avevamo mai sentito nominare e che invece toh, avanti marcia dritto alla notte degli Oscar, dopo essersi aggiudicato una statuetta nel 2008 (“Man on Wire”, ma va?!).
L’Oscar, anzi, la medaglia d’oro, in realtà, andrebbe al Fellow Felix, che vediamo raggiungerci di corsa lunedì sera, noi lì tutti al traguardo e lui in fondo alla via, immaginatevelo in slow-motion, mentre scansa passanti e avversari….Del resto non poteva essere altrimenti, lui ha il physique du role de “Il maratoneta”, come notato dall’Anarcozumi, che di casting&attori qualcosina ne sa. 😉
In realtà ―e poi la smetto di realtizzare― dovrei farmi avanti con uno scatolone pieno di medaglie e distribuirle a tutti i Moviers che hanno risposto alla call-for-running, e hanno corso, maronna se han corso lunedì, per accaparrarsi il biglietto e venire al cine. La competition era molta, la calca calcante. E questo mi fa già riflettere. 400 teste vanno al cine a un euro un lunedì sera. Allora la pigrizia non c’entra, i divani non sono imbattibili, e nemmeno i Mondays, per quanto manic. Allora dipende tutto dall’euro? E’ questa, la teoria del tutto, e il film di lunedì un pretesto per ragionare sulla taccagneria dell’umano contemporaneo nei confronti della cultura?? Dato che sento il mio piede scivolare giù per una china che mi porterebbe a pipponare su argomenti anniluce dal film, è meglio che mi aggrappi alla cronaca e scongiuri quell’abisso di argomenti che di laggiù mi sorride.
Non solo il Fellow Felix e l’Anarcozumi lunedì. Una squadra di altri Moviers! Il Fellow The Candy The Andy, che ci regala Renata, la Fellow Temporary/Erasmus, transitante a Trentoville per 4 settimane ma sufficientemente Erasmus da elogiare la follia di Lez Muvi e aderire a 4 settimane con noi; il Movier Onassis Jr, il vero ticket-master della serata che ha dispensato biglietti a destra e a manca ma senza cedere al lucro e ai suoi scopi; la Fellow Fra-ae.f., cima scesa dalle cime e accompagnata dalla Guest E-manuela (la E per evitare a me misunderstanding da udito scarso, e assicurare a lei la cittadinanza onoraria nel virtuale); la Fellow Vanilla, beneficiaria del destra e manca dell’Onassis Jr; il Fellow D-Bridge, pavon de papevoni giacché occupava il posto migliore e non se ne vantò AFFATTO, e con lui il Guest Santo, che battezzo Holiday, così santifichiamo le feste con Madonna, che mette d’accordo tutti.
Contateci un po’…Non ho detto “squadra” a caso. Ho detto “squadra” perché eravamo in undici!
Ho finto un decoroso contegno, ma dentro di me saltellavo per prati verdi con una coroncina di fiori in testa, Age of Acquarious nelle orecchie, molta euforia in circolo. I medici lo chiamano stato allucinatorio post-overdose da Moviers. 🙂

Immaginate un geek. Ma uno di quelli fun e geniali. Magrissimi e lentigginosi. Uno che ascolta Wagner e nel frattempo risolve problemi di alta matematica ―e prima viene Wagner poi la matematica. Uno che spiega il cosmo a una ragazza di cui s’innamora perdutamente con uno sguardo. E che la corteggia lasciandole un pacchetto di detersivo davanti alla porta: la luminescenza delle stelle si spiega anche attraverso il bianco che più bianco non si può di un detersivo. Uno di quelli maldestri, che fa cadere le cose, che inciampa e cade.
Questo qua che vi siete immaginati è un uomo reale, peserà 40 kg sporchi, è una delle menti più brillanti del ‘900. Signore e Signori, Stephen Hawking.
Purtroppo la goffaggine e le cadute ―lA cadutA― non sono un semplice tratto che lo inserisce nella categoria “geek” ―quale geek NON lo è, un filino goffo? Purtroppo sono il sintomo della malattia del motoneurone. Così si chiamava negli anni ’60 la forma di atrofia degenerativa di cui Stephen è vittima. Quadro clinico? Signor Hawking, il suo cervello continuerà a ragionare, ma il suo corpo non risponderà agli stimoli che questi gli invierà. Ha una prospettive di vita di circa 2 anni.
Stephen ha 21 anni quando si sente dire queste parole. Ha appena iniziato il PhD in fisica presso una delle facoltà più facoltose di Cambridge. Ha appena perso la testa per Jane, che ha appena perso la testa per lui ―fenomeno abbastanza insolito per la popolazione geek di ogni civiltà ed era. Ha appena sbirciato nella pancia dell’universo, e ha capito che è su quell’infinito che vorrà passare la vita a indagare. Dopo lo shock termico del momento, Stephen e Jane cominciano a correre. Due anni sono tempo, poco, ma tempo. Eureka, tempo…. Ecco la materia su cui rifletterà la sua tesi di dottorato, e poi tutta la sua carriera da fisico e cosmologo. Quindi, anche se la malattia è la condanna più cagna che potessero infliggergli, è anche, paradossalmente, la fonte di ispirazione più grande che potesse aprirgli le porte della percezione, parola dei Doors.
C’è pochissimo di cosmologico o astrofisico nel film. La teoria dei buchi neri, dell’origine del tempo e dell’universo aperto fanno da sfondo alla storia di Stephen uomo e Jane donna, la loro vita insieme fatta di momenti tenerissimi, ma anche di tanta tantissima fatica. Jane rimane sposata a Stephen per 25 anni. Un quarto di secolo di cure e premure, durante il quale alleva tre figli (cavoli, 3, niente male per uno schizzetto di maschio bloccato su una sedia a rotelle!) e riesce persino a laurearsi. Dopo 25 anni però l’equilibrio si spezza. Il binomio diventa un trinomio: compare Eleine, l’infermiera che aiuta Stephen a riaquisire la capacità di comunicare. E Stephen s’innamora di lei.
Spetta al singolo giudicare se la fine del matrimonio con Jane sia dovuta a questa sua nuova infatuazione, oppure se i due fossero ormai giunti al capolinea dopo una vita di tribolazioni. Io singola spettatrice, dico che Stephen, alla fine, nonostante la genialità e nonostante l’atrofia, risulta essere un uomo normale, che può disamorarsi della moglie e innamorarsi di un’altra donna. Così come Jane di un altro uomo. E va bene così. Questa storia mi piace perché non mi fa vedere un amore da favola CHE NON ESISTE, ma confuta la parabola dell’amore terreno e mortale (mortale, double meaning!), che nasce, cresce e finisce. O meglio, si trasforma. Quando un sentimento è vissuto a pieno come quello vissuto da Stephen e Jane, è Lavoisier che dobbiamo citare ragionando sul loro amore: nasce e si trasforma, non si distrugge. Il grande affetto che lega tuttora i due, e il fatto che il libro da cui il film è stato tratto sia stato scritto proprio da Jane, dimostra la teoria dell’evoluzione emotiva ― i diritti spettano a me, eh.
E anche il rapporto con il limite risulta essere alla base della storia su di lui. Se da un lato Hawking passa la sua vita a sostenere le leggi che regolano l’universo illimitato, in casa Hawking abbiamo la prova dei limiti dell’amore, che, per quanto grande e totalizzante, profondo e sincero, un bel giorno, può diventare altro. Come si supera quel limite? Con l’onestà di guardarsi negli occhi e lasciarsi andare perché non ci si ama più.
Il limite costringe tutta la vita di Stephen, letteralmente costretto dentro un corpo sordo alla sua volontà, dentro un organismo che ingabbia il suo genio. Come si supera quel limite? Con una bella dose di testardaggine, intelligenza, costanza, sense of humour, e un buon sintetizzatore vocale, che gli ha permesso di tornare a comunicare con il mondo come sta facendo ormai da vent’anni.

“La teoria del tutto” ci racconta una storia che ci spezza il cuore ma che allo stesso tempo ce lo irrobustisce; e poco importa, alla fine, se il film è abbastanza tradizionale nel montaggio e senza particolari trovate narrative. Esci dalla sala un po’ affaticato: l’interpretazione di Eddie Redmayne, l’attore che interpreta Hawking, è superiore persino a quella di Elio Germano nei panni di Leopardi, o di Daniel Day Lewis in quella del suo piede sinistro… La fatica di Stephen, di ogni minimo gesto, un guizzo di pupilla, un tasto premuto. La fatica di Jane, alza, lava, pulisci, accudisci, porta e sopporta.
Eppure quando esci dal cine pensi, a questo qua avevano diagnosticato 2 anni di vita, e damn it, dopo 40 anni è ancora lì, vivo! E lavora, studia, incontra la Regina, riceve medaglie (come i Moviers), si risposa e divorzia. Non c’è un insegnamento dietro questa storia. C’è solo che esci tramortito da quella botta di speranza che ti piomba in testa. E non è che puoi fare lo schizzinoso o il radical-chic(!) innamorato delle tue sventure personali e sbuffare irritato davanti al ‘fin che c’è vita c’è speranza’” in conclusione al film. La banalità muore quando la vita surclassa così platealmente le leggi della fisica. Per la fisica, Stephen doveva essere morto nel ’65. Ergo, anche lei, la fisica, è limitata, non sa tutte le risposte…E naturalmente qui si dovrebbe tirare fuori il grande conflitto religione-scienza che il film tocca, pur senza approfondire…

Ma preferisco invece pensare a un argomento che è venuto fuori dopo la proiezione, quando io e i Moviers abbiamo allestito una tavola rotonda fuori dal cine e abbiamo riflettuto sul film, ognuno andando meravigliosamente per conto proprio, come da tradizione lezmuviana. Avevamo pure l’accompagnamento di un coro SOSAT, spuntato dal nulla in un flash-mob musicale che per qualche istante ci ha catapultati dritti dritti sulle rive del Piave nel ’18, quando non passa lo straniero, tapum e basta.
Tornando al nostro discorso, perché tanta voglia di storie vere in questo inizio anno? Jimmy’s Hall, American Sniper, Big Eyes, The Imitation Game, ora questo. Perché? L’Anarcozumi mi ha fatto giustamente notare che dopo una fase storica di crisi lo sguardo si orienta sempre sulla realtà ―vedi il neorealismo dopo la Seconda Guerra Mondiale. E solo sulle ceneri di quell’esperienza, può nascere, bellissimo, il sogno d’un Fellini.
Stiamo assistendo a questo andamento anche ora? Non sarà forse che, attraverso tutto il virtuale che stiamo sperimentando e che ci soverchia, ci stiamo scollando talmente tanto dal reale, che un briciolo di reale in forma di storia vissuta altrui, fa effetto pharmakon? Non sarà che i reality e il voyerismo ad esso correlato sono il risultato di una nostra vita che ha perso la carne, il tocco, l’abbraccio? O forse vogliamo storie vere altrui perché le nostre non sono come le vorremmo o le avremmo volute? Vedere un disabile in sedia a rotelle che sforna teoremi e ce la fa, oppure un cecchino che vive da eroe e muore da poveraccio (o forse viceversa), oppure un genio che fabbrica il proto-pc e riduce in ginocchio il nazismo per poi togliersi la vita, vedere tutto questo e sapere che tutto questo è vero e possibile, come ci fa sentire? Fortunati? Sfortunati? Miracolati? Condannati? Come rapportiamo il nostro vivere da cittadini del terzo millennio a queste vite “speciali”? Soprattutto perché abbiamo così bisogno che siano VERE? La fantasia non ci basta più? Perché Tim Burton, il creativo par excellence, decide di girare una biografia, fatti fatti fatti solo fatti? Cosa leggiamo, Fellows, dietro tutta questa fame di verità?
Non so voi, ma io, tra tutti i film che ho citato sopra ―”Teoria del tutto” compreso―  scelgo “Mommy”. Scelgo “Barry Lyndon”, visto per la prima volta al cine dal Mastro martedì, e quasi pianto davanti a tanto grandiosa opera d’arte.
Scelgo la finzione, figlia legittima della fantasia. 🙂

Approfitto anche questa settimana di una dritta del Fellow D-Bridge, più che un Bridge un radar, vista la prontezza con cui coglie le promozioni sul territorio

STILL ALICE
di Richard Glatzer e Wash Westmoreland

La promozione scoperta dal nostro movie radar Bridge, la cui D sta verosimilmente per Discount, è questa http://alcinema.viaposta.it/ComingSoon31.html: la Good Films e il Mastro danno la possibilità a chi si registra online di accaparrarsi 2 biglietti aggggratis per assistere all’anteprima del film, domani! Provate a vedere se ci sono ancora posti disponibili! Anche qui, come vedete, è una corsa contro il tempo, quindi 99 Posse a palla e curre curre quagliò…. Fortunatamente tanti di voi hanno già corso 😉
Come nel caso di “La teoria del tutto”, attendevo “Still Alice” dal Festival del Cinema di Roma per inserirlo nella programmazione lezmuviana: pare che l’interpretazione di Julianne Moore sia Oscar-bound, e che il film non sia affatto il solito therapy-movie sulla malattia. Non ci rimane che provare per credere. 🙂

E ricordate (no, non ricordate) che a dicembre avevo alluso a “Piccoli Let’s Movie crescono”?
A questo proposito, è con onore e stupore che annunciamo ufficialmente il primo LET’S MOVIE ALLA DANTE con la proiezione di

THE HOURS, di Stephen Daldry, UK 2001, ‘110
Martedì 20 gennaio
ore 16:00
presso l’Associazione Dante Alighieri
Via Dordi 8, Trentoville

LET’S MOVIE ALLA DANTE è una micro-rassegna di tre film tra la carta e lo schermo, che verranno proiettati, e presentati dalla sottoscritta, presso la Dante Alighieri, l’associazione culturale nazionale di nobili origini e intenti con sede pure a Trentoville, http://ladante.it.
Il film in programma martedì è “The Hours” :-), di Stephen Daldry, il capolavoro che intreccia tre donne, tre vite e tre epoche diverse: Virginia Woolf (e questa la conoscete), Laura Brown (personaggio ripreso da un saggio della Woolf e sapientemente ampliato) e Clarissa Vaughn (una sorta di alter-ego contemporaneo della Mrs Dalloway woolfiana). Ho scelto questo film perché primo, trasforma in cinema le pagine della Woolf, e secondo perché propone una cifra di tematiche esistenziali oscillando fra tre livelli narrativi e temporali differenti. E vi assicuro che non dà il mal di mare.
L’orario non è dei più friendly del mondo 🙁 Ma il Centro chiude alle 7 pm, quindi dobbiamo muoverci.
Se non sapete come impiegare un tardo pomeriggio di gennaio e volete vedere un film che si legge o un libro che si guarda ―queste, è “The Hours”, per me― vi aspetto alla Dante 😉

E ora passo e chiudo, Moviers, ho delirato abbastanza today… 🙂
Riassunti orribilmente a seguire e saluti, speditamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dunque dunque se non siete ancora stanchi di cine, dopo “Still Alice” e “The Hours”, vi suggerisco questa commedia, “St Vincent“, di Theodore Melfi, con Bill Murray e Jeff Bridges. Pure questo a prezzo modico (fa parte della rassegna “Serate in Forma di Cinema”), giovedì, ore 21:00 al Viktor Viktoria.
Insomma un po’ di riso dopo tutto ‘sto amaro, ci sta bene, no? Lo diceva anche la Mangano… (Board, BASTAAA!)

STILL ALICE: il film racconta la storia della Dottoressa Alice Howland, felicemente sposata e madre di tre ragazzi che, improvvisamente, inizia a dimenticare le parole. Quando le diagnosticano una forma precoce di Alzheimer, Alice e la sua famiglia vedono messi a dura prova i loro rapporti. La sua battaglia per cercare di rimanere legata alla persona che era una volta è dolorosa, emozionante e ammirevole.

THE HOURS: Tratto dal romanzo di Michael Cunningham Le ore, vincitore del premio Pulitzer nel 1999, il film si sviluppa su più piani narrativi intrecciando le vite di tre donne di epoche diverse ― Virginia Woolf, Mrs Brown e Clarissa Vaughn ― tutte accomunate dalla voglia di vivere la loro vita in modo diverso da quello che la società ha scelto per loro e dal romanzo Mrs Dalloway.

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