Posts made in febbraio, 2015

LET’S MOVIE 233 – propone UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA e commenta WHIPLASH

LET’S MOVIE 233 – propone UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA e commenta WHIPLASH

UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA
di Roy Andersson
Svezia, 2015, ‘100
Martedì 24 / Tuesday 24
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

Michele Ferrero Fellows Moviers,

Qualche giorno fa se n’è andato lui, il papà della Nutella.
“Il Board sta alla Nutella come la cellulite sta a Belen”, questo sento computare nelle vostre testoline calcolatrici. Tranquilli, non voglio erigere alcun tempio per la commemorazione del Nut(ella) Daddy, i titoli sui giornali bastano e avanzano, grazie. E’ la dimensione infantile a cui la Nutella rinvia, che mi serve qui. Tutti, persino il Board che, computate voi, sta alla Nutella come la cellulite a Belen, abbiamo portato grossi s/baffi di cioccolato sulla faccia e le magliette. Tutti abbiamo dato innumerevoli baci al nostro indice, il dito più goloso fra i diti dalton suoi fratelli. Nutella è infanzia, pomeriggi davanti alla tele. Cartoni animati.
Sfido chiunque dei miei Moviers presenti lunedì a non aver intravisto l’allenatore di Mimì Ayuoara o quello di Mila Azuki (da non confondersi con la nostra Movier Milazuki eh) nel personaggio del temibile Terrence Fletcher, che, per conformazione fisica, eloquio molto più che turpe, citazioni parepare (“Tu, palla-di-lardo”) e metodi non esattamente montessoriani, è il gemello bianco del nerissimo Sergente Hartmann di Full Metal Jacket. Entrambi uomini di potere davanti a una banda di “rammolliti” da educare, Fletcher alla musica, Hartmann alla guerra. Tra gli alunni di Fletcher, spicca il rammollito 19enne Andrew Niemann che poi alla fine tanto rammolito non è, un po’ come Mayo Mayonese Gere in “Ufficiale Gentiluomo”, dove peraltro avevamo il terzo gemello degli istruttori col pugno di ferro, Emil Foley (Wikipedia teamo).

Ma prima di presentarvi Andrew e la sua ossessione, vi dipingo la scena del mio ingresso all’Astra lunedì. Spalanco la porta come quei mezzi sportelli da saloon di Tulsa (?) e mi si para davanti, da nord a sud, una carrellata di Moviers. Dicendo “carrellata” voi immaginate una quantità superiore a 12-14 unità, invece no, lo dicevo in senso cinematografico, computerini che siete, quindi i Moviers sono tipo i tre dell’Avemaria (siamo pur sempre a Tulsa): sulla punta a sud il WG Mat, al centro il Movier Magno Carlo e lassù al nord, in zona bistrot, il Fellow D-Bridge, che abbandonò il suo scetticismo e questo fu grandemente apprezzato. Sopraggiunge anche il Magician ―tra l’altro presente anche a “Birdman” la settimana scorsa― e all’ultimo si aggiunge pure il Fellow Candy/Andy/The, detentore della fascia “Amici Miei Atto IV” per lo scherzo telefonico in cui io e il Mastro siamo caduti come due poveri grulli di Boggibbbbonsi.

Andrew sogna di diventare il nuovo mito della batteria. Non vuole essere “come”, vuole essere “IL”. Ha una fiducia fin fastidiosa nelle sue capacità: lui ci crede, ma fino fino in fondo, fino fino alla fine. Il direttore d’orchestra Fletcher lo sottopone a ogni tipo di umiliazione ma al contempo vede il talento che c’è in lui: Fletcher è della scuola “spremiamolo fino all’osso”. Riconoscimento per una buona performance? Pacca sulla spalla e stretta di mano in un brodo d’orgoglio? Forgetabooutit! Il Fletcher-pensiero si basa sull’assunto che “Non esistono due parole più pericolose di “buon lavoro“, per chi ha fatto un buon lavoro”.
Il film si sviluppa come un duello, bacchette per guantoni e palcoscenico a mo’ di ring. E come in ogni duello che si rispetti, scorrono lacrime, sudore e sangue. E non in senso figurato, in senso proprio fisiologico. Perché oltre alla sfida di conquistare il riconoscimento del proprio maestro ―e mettergliela in quel posto, anche, volendo― e diventare “Er mejo”, Andrew deve dimostrare a se stesso quanto vale e fino a che punto. Se Fletcher è il giudice più intransigente che potesse capitare ad Andrew Nieman fuori, Andrew Nieman è il giudice più intransigente che potesse capitare ad Andrew Nieman dentro. In questa storia si sviscerano molti aspetti di quel ginepraio esistenziale che è il talento, e il talento rapportato con il sociale. Tra questi aspetti spicca anche il prezzo che Andrew paga per rimanere fedele al suo sogno. Andrew è solo, non ha amici, scarica l’amore prima ancora che un’amicizia diventi tale perché l’idea che una distrazione possa portarlo via dal suo scopo gli risulta insopportabile.
Fletcher e Andrew in fondo sono due binari che scorrono paralleli, due figure speculari nella loro ossessione. Mi piace che il regista ―trentenne al film d’esordio, accogliamolo con un grande applauso, Moviers!― Damien Chezelle abbia percorso, con la macchina da presa, la linea pressoché invisibile che delimita necessità d’espressione del proprio daimon, ovvero il proprio talento, e fissazione. Mi piace che non ci siano giudizi morali. Soprattutto mi piace il fatto che il film non ti permetta mai di sederti su un’unica posizione. Saltelli tutto il tempo dall’uno all’altro, Andrew Flecher Fletcher Andrew, in un balletto che tradisce una solida caratterizzazione di entrambi i personaggi e un’aderenza al vissuto, dove, lo sappiamo, nulla è tutto bianco o nero. Navighiamo nel grigio―he ha ben più di 50 misere sfumature.
Quindi ora ci sentiremo di scagliarci contro i modi inqualificabili del maestro, ora contro la presunzione da ragazzino testadura dell’allievo, ora capiamo il maestro nel suo tentivo di strizzare il più possibile l’allievo per il suo bene, ora parteggiamo per l’allievo, sottoposto una pressione eccessiva. Questo movimento tra i due personaggi ci accompagna fino alla fine, il culmine della sfida a cui tutto il film sembra tendere, come se sapessimo che lo scontro fra i due, è soltanto rimandato ma arriverà. E la scena finale, in cui Andrew si gioca l’ultima carta tornando su un palco dove Fletcher l’ha appena umiliato pubblicamente, è per metà duello per metà gioco di squadra. 8-10 minuti in cui Andrew tira fuori il talento e Fletcher lo assiste, lo agevola in questa sua operazione di riscatto e show, a riprova che lo scopo era quello di tirare fuori il meglio da lui ―proprio come Jo Jones aveva fatto con Charlie Parker, tirandogli addosso un piatto dopo una performance scadente.
E una serie di domande si mettono in coda nella mente dello spettatore circa il rapporto tra mentore e discepolo, pieno di zone d’ombra e paradossi. Qual è il limite? Fin dove si deve spingere un maestro e quanto deve essere disposto a sopportare un allievo? Il dilemma rimane, fortunatamente, aperto. E tu esci dalla sala con la sensazione di non saperlo e con la gara tra i due ancora aperta ―oltre alla voglia di iscriverti immediatamente a un corso di batteria.
Se ci penso, il rapporto tra mentore e discepolo è complesso perché mentore e discepolo sono due talenti. E l’incontro di due talenti si sa, scatena scintille per lo stesso principio per cui due galli in un pollaio s’azzuffano. Nel maestro c’è la voglia di fare primeggiare l’alunno, e il maestro vero non dovrebbe essere affetto dalla sindrome di Salieri, cioè eroso dall’invidia. Ma in qualche modo l’orgoglio personale, in personalità così forti (come quella di Fletcher) certo gioca un ruolo nella dinamica fra i due. Avessimo accesso a una radiografia emozionale della sfida che conclude il film, sono certa che vedremo chiaramente dei momenti ―più che altro all’inizio― in cui l’orgoglio di Fletcher è alle stelle, per poi calare, e lasciare il passo al “mandato del maestro” ovvero il compito di far risaltare quanto più possibile le qualità del proprio allievo. E lì allora è l’intesa che cresce, la complicità. Per dirla in musica, i due raggiungono la sintonia.
Un’altra grande questione è quella cantata anche da Lorenzo, “quanto sei disposto a perdere?”…Quant’è il tuo talento? Quanto credi al tuo talento? Quanta sete di gloria c’è, e quanto autentica capacità?
Dopo aver denunciato segretamente Fletcher per gli abusi subiti, Andrew appende le bacchette al chiodo. Avrebbe chiuso, se il caso non l’avesse riportato sulla strada del suo ex maestro. A questo proposito sorgerebbe un’altra domanda (n’antra?!): si può zittire il proprio daimon? Io credo di no. Credo che se gli sbarri la porta, lui, rientra dalla finestra. Ma quello che credo io poco conta. Contano piuttosto i fatti: un montaggio che ti tiene letteralmente aggrappatto allo schermo tutto iltempo, un ritmo che è tutt’uno con il jazz cui il film rende omaggio, tanto che, in alcuni momenti, il modo veloce di concatenare le scene molto patch-work mima le macchie sincopatiche di certo jazz (fucilate il Board); la tensione che non cala un minuto, e mica è facile mantenere la corda sempre tesa per due ore; e tutto, come dicevo, che converge fino al finale, momento massimo di sudore e sangue, una sintesi di “Momenti di gloria”, “Rocky” e “Scoprendo Forrester” ―e quest’ultimo aveva portato sullo schermo un altro singolare rapporto tra mentore e discepolo.

Ovviamente dobbiamo collocare il film nel contesto americano, anzi, newyorchese. La competizione in ambito artistico ―be’, in ogni ambito― è spinta ai massimi livelli. Sei pronto a sudare e sanguinare e sfracellarti contro un camion in corsa pur di arrivare in tempo a un concerto, e suonare con un trauma cranico, la faccia sanguinolenta, le mani tremanti? Sei pronto a tutto, farti prendere a sediate, insulti, ceffoni?
E per quanto il film estremizzi improperi e metodologie tutt’altro che ortodosse, le cose, sad-to-say, stanno abbastanza così di là dall’oceano. E certo il film non percorre la strada della poesia della musica. Il far musica è descritto in maniera molto muscolare ―corpi che sudano, dicevamo, dolgono― e questo a scapito della dimensione più emozionale e cerebrale del suonare. Insomma, io immagino che suonare uno strumento, batteria, sax o flicorno che sia, comporti anche altro. Ma questo lo lascio dire ai musicisti. Io, che al massimo intono la Barilla con il flauto di seconda elementare, mi godo questo tour de force a colpi di jazz spinto, e me ne esco dalla sala con un diavolo inside che non vorrei uscisse più dal mio corpo. 🙂
(Tutto ‘sto popò di pippone e bastava dicessi semplicemente “andate assolutamente a vederlo”…doh!).

E questa settimana, Fellows, on devient des cinéphiles…. Prepariamoci al Vincitore della Mostra del Cinema di Venezia 2014, perché questo è il film che ci tocca

UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA
di Roy Andersson

Andiamo a vederlo:
1. Perché controllare che il Leone d’Oro sia finito in Svezia per qualcosa e non per altro fa parte del nostro mestiere di cinefili lezmuviani che vigilano sulla legalità del movie-business italiano, europeo, occidentale, australe e piteco (!)
2. Perché un film con un titolo così lungo finisce in Lez Muvi anche solo per una mera questione di centimetri, sì.
3. Perché secondo me schiatteremo dalle risate anche se non ci sarà nulla sui cui schiattare

Il Fellow Brucke (esperimento) non inventi scuse di alcuna sorta. Gli altri, nemmeno.
Please 🙂
E come sapete fra qualche ora “And the Oscar goes to” risuonerà dal Dolby Theater di Los Angeles… Io e la Honorary Member Mic, separate dalla geografia, saremo unite nello spirito. And that matters more than anything else. 😉
Spero solo che Ida vinca e stravinca, e anche Birdman e Whiplash; per American Sniper qualche statuetta, ma non incetta (dai Clint non fare l’esoso), miglior attore allo schizzetto che interpreta Stephen Hawking, e anche qualcosina a Selma ―film da vedere per non farci dimenticare mai, soprattutto, per non far dimenticare agli americani…
Prego l’Academy di dedicare un’unica statuetta a Boyhood: quella per il film più sopravvalutato dell’anno.

E ora, Fellows, vi accompagno nel Movie Maelstrom: quest’oggi ospita davvero dell’incredibile… 🙂
Non vi seguirò nel Riassunto, che è un postaccio peggio del Pedavena. E ce ne vuole. 🙂
Quindi grazie, e saluti, oggi, (g)lucidamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non posso credere di stare per dirvi quello che sto per dirvi, ma ve lo sto per dire, quindi, ciccia.
Succede che martedì 24, alle 5:30 pm la Dante Alighieri propone “Lucciole in palmo alla notte. Per una visione cinematografica della parola“, un incontro di poesia. “Lucciole in palmo alla notte” è il verso di una mia poesia, quindi avete capito chi terrà l’incontro… Mammamia, la Sarafruner 🙂
Questo è il modo meno marketing al mondo di promuovere un evento, me ne rendo conto, ma quando ci sono di mezzo io con la mia poesia, mi sento sempre un oggetto soggetto a soggezione ―che come vedete sdrammattizzo buttando tutto in idiozia lessicale.
Quindi martedì, prima di Lez Muvi, se vi va di ascoltare qualche verso, mi trovate alla Dante Alighieri, in Via Dordi 8.
Dopo il primo istante d’ansia nel vedervi lì, un fiume d’oro colato mi scorrerà in petto.
Garantito 🙂

UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA: Una serie di storie quotidiane e fuori dal comune che ritraggono la nostra esistenza nella sua grandiosità e nella sua meschinità, nella bellezza e nella tragedia, nell’esagerazione e nella tristezza: in una prospettiva aerea, come raccontate da un uccello che riflette sulla condizione umana. Il piccione è sorpreso dagli uomini, e cerca di dare un senso e capire le loro attività, le follie, l’orgoglio e l’agitazione.

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LET’S MOVIE 232 – propone WHIPLASH e commenta BIRDMAN

LET’S MOVIE 232 – propone WHIPLASH e commenta BIRDMAN

WHIPLASH
di Damien Chazelle
USA, 2015, ‘105
Lunedì 16/ Monday 16
Ore 21:15 / 9:15pm
Astra / Dal Mastro

 

Mediomen Moviers e Fenomenal Fellows,

Io potrei anche star qui a disquisire sul fatto che Whatsapp e facebook fonderanno in un pezzo unico e rendere tutti felici, social e contenti soprattutto quel manbassa di Zuckerberg, oppure sondare le motivazioni che spingono Albano e Romina a riunirsi su un palco, e svariati milioni di italiani ad assistere, consenzienti (consenzienti!), alla reunion. Potrei anche esporvi le mie perplessità su certi look di Madonna ai Grammy Awards, giacché le cadute di stile non risparmiano nessuno, e tantomeno le star alla Berlinale, dove Ellen Mirren ha fatto un tale carpiato sul red carpet che la giuria non sapeva più che palette pigliare.
Potrei andare avanti per qualche ora senza che voi nemmeno ve ne accorgiate, ma metto gli scherzi aparte, e mi concentro sul film che ha cambiato per sempre la vita dei Moviers presenti lunedì sera. In ordine di apparizione, il Fellow Onassis Jr, sempre informato, e non si sa grazie a quali canali, sulle politiche di risparmio adottate dalla cinematografia italiana per porre un freno alla fuga dei cervelli dalle sale; il Fellow ydnaC ehT ydnA, anche detto Gola Profonda, a cui piacerà l’incipit lassù che rispetta la sua felice imbeccata e aggiunge quel tocco di Board che fa molto Lez Muvi; il Fellow Felix, un po’ claudicante ma del resto un infortunio prima o poi tocca a tutti i maratoneti, e non ne farei un kramer-contro-kramer.
Colgo l’occasione per smentire ufficialmente i rumours che volevano i tre Fellows allo Smelly a vedere Maccio Capatonda la sera in cui noialtri s’era da “Gemma Bovery”. I rotocalchi sono facili alla calunnia, ma noi di Lez Muvi abbiamo il manuale di filosofia sempre aperto sul capitolo “La negazione dell’evidenza da Nietzsche ai Moviers”. 😉
Era con noi attraverso un Let’s Movie In Sync calcolato al minuto rispettando sempre l’ora di fuso Vicenza-Trentoville, la Honorary Memebr Mic, che se non ci fosse lei a tenere in vita l’In Sync, dovremmo cantare “libera, lo stiamo perdendo” insieme al Fibra.**

Scordate di entrare al cinema e beccarvi il solito film da festival. O il film che vuole essere il solito film da festival, incomprensibile, asettico, compiaciuto. Lì per lì “Birdman” può essere di difficile interpretazione, può farvi pensare “mmm ma questa scena da dove spunta fuori? Echemmi rappresenta?”, ma una volta fuori dal cine, vi rendete conto che quello a cui avete assistito è una gran prova di cinema. Quello che ti lascia gli spazi giusti dove far affiorare la TUA interpretazione, dove tu non sei solo spettatore, ma anche attore, nel senso che agisci, producendo una tua visione che completa l’opera. Gran prova di cinema, “Birdman”, per me. Con qualche difetto, certo, ma assolutamente superabile se il risultato finale è quello che è.
Birdman è il supereore che ha regalato fama e fortuna all’attore Riggan Thompson. Ma adesso Riggan è sul viale del tramonto, e nel disperato tentativo di non discenderlo, quel viale, s’è dato al teatro engagé. Sta per debuttare a Braodway con una pièce tetarale di Raymond Carver. Vuole dimostrare che vale, che lui non è solo Birdman, ma che è in grado di dirigere e recitare un’opera di spessore.
Noi osserviamo Riggan alle prese con il cast e i problemi annessi e connessi, con i suoi isterismi e con un alter-ego per metà Birdman (il supereroe che interpretava) per metà la voce della sua coscienza e per metà il suo io-super-io ―oh oh forse ho fatto casino con metà e frazioni, doh… Come avrete intuito, questo non è un film “da trama”. Il finale stesso, dipende da voi, più che dal film, e forse potremmo utilizzare il plurale, e parlare di finali, e ipotizzare che il regista stesso non abbia voluto/saputo scegliere una strada e le abbia lasciate tutte aperte.
Il Movier Onassis Jr, dopo un piccolo istante di smarrimento che certo non era sonno bensì, casomai, veglia alternativa, ci illuminò con un paragone. “E’ un film come ‘New York Synecdoche'”. E ragazzi, non poteva avere più ragione di così, il riccastro, perché sono film, questi, che si collocano nell’escatologia, cioè che non si limitano a rappresentare una realtà, ma che da quella particolare realtà ti obbligano ad astrarti e a riflettere sul destino ultimo dell’essere umano, ben aldilà di ciò che vedi in scena.
Le cose in “Birdman” si complicano ulteriormente dacché c’è in ballo la finzione, la recitazione, sia drammaturgica che esistenziale, la verità di quello che si è contro la versione della verità che diamo in pasto agli altri. Quale ambientazione migliore di un teatro per tirare fuori il rapporto tra autenticità e artefezione?
Giunto a un punto cruciale della sua vita in cui vuole essere riconosciuto come attore aldilà dei supereroici successi hollywoodiani, Riggan è preda di un conflitto interiore tra delirio di onnipotenza e autodistruzione, che lo sballotta su e giù per le montagne russe del suo io. Vuole essere il Fenomeno, far ammutolire le platee, ma in fondo teme di essere un mediocre, l’ennesimo attorucolo che vive di rendita su un successo del passato da cui non riesce a liberarsi e che lo perseguita, un uccellaccio del malaugurio che non lo molla un secondo: gran genio Inarritu, che ha dato volatile foggia all’incorporea persecuzione. E grande anche nel canale formale che sceglie per raccontarci la nevrosi di questo personaggio.
Dovete sapere, che “Birdman” sembra tutto girato in un unico piano sequenza che sembra non interrompersi mai: per farvi un paragone, è come stare aggrappati al triciclo di Danny in “Shining” tutto il tempo. Ovviamente è un’illusione: sarebbe impossibile un unico piano sequenza di due ore! Però il regista è stato un sarto provetto: ha preso ago e filo ed è riuscito a inserirei dei momenti di stacco in modo che non interrompano il tapis-roulant dell’azione. E l’effetto, in alcuni punti è davvero stupefacente.
Ovviamente la forma strizza l’occhio al contenuto. L’impressione è come di stare rinchiusi dentro un intrico di tunnel insieme al protagonista. Corridoi, passaggi, scalinate, un senso di claustrofobia che può rinviare all’impossibilità del personaggio di fuggire, sia da una realà finta come quella dello showbiz hollywoodiano, sia da un labirinto di psicosi che lo ingabbiano e che sfociano ―o meglio, sfogano― nella creazione di una realtà altra, totalmente artefatta, in cui Riggan levita in aria, o spicca il volo. Quel volo ―che mima, in quanto tale, la modalità di movimento di Birdman― non è liberatorio, la voglia di “break-free” come banalmente uno potrebbe pensare. La dimensione aerea è l’ennesimo tunnel, stavolta costruito dalla mente del personaggio, e che solo il personaggio percorre e conosce. Ne abbiamo la prova quando Riggan entra in teatro “volando”, e al contempo dal teatro esce il taxista che l’ha appena accompagnato in teatro su regolare tassì…
Perché il film è comme-il-faut? Perché non è un manuale di allegorie già scritte. Cambiando il codice, Inarritu cambia anche il suo sistema di decodificazione. Questo non gli impedisce di recuperare i classici, IL Classico per eccellenza sul rapporto truth-fiction, e far berciare a un barbone aspirante attore o ex-attore “Macbeth”: “La vita non è che un’ombra che cammina; un povero attore che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena del quale non si ode più nulla: è una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla”.
E gli permette anche di sparpagliare dei messaggi nella trama che rinviano invece al nocciolo duro della realtà. Per esempio, sullo specchio nel camerino di Riggan, campeggia un biglietto. “Una cosa è una cosa, non quel che si dice di quella cosa”. Un modo conciso per ricordare a un personaggio che tende a spiccare il volo di mantenere i piedi per terra e ignorare il cicaleccio degli altri… “Quello che pensano gli altri” e il loro impatto nella vita di Riggan ―e nella nostra― è un’altra grossa questione investigata dal film, che mostra, con intento tra il ridicolizzante e l’inquietante, la schiavitù che lega l’uomo contemporaneo ai social. Rappresentativa la scena in cui Riggan attraversa in mutande Times Square e fende una folla di astanti che lo riprendono con lo smart-phone e subito postano il video online. Nessuno che si offre di aiutarlo ―era rimasto chiuso fuori dal teatro. E soprattutto, nessuno che lo guarda. Tutti gli sguardi sono filtrati da quella piccola telecamera che permetterà all’episodio di essere messo in rete, condiviso e laikato (“laikato”… possa io bruciare all’inferno, ora!), ovvero, il video che mi renderà speciale perché IO l’ho messo in rete, IO l’ho condiviso e IO ho raccolto un pacco di laiks. La figlia di Riggan commenta “hai avuto un milione di visualizzazioni. Questo è il potere”. E ha ragione, tristemente ragione. Perché la mia riflessione è: dove stiamo andando se il potere è determinato dal nostro voyerismo e dal nostro narcisismo? Dove stiamo andando se è più importante fotografare e condividere un paesaggio che vederlo veramente o viverlo? Dove stiamo andando, Fellows? La mia risposta è che il nocciolo duro del reale ci sta scivolando via dalle mani: siamo più interessati all’immagine del reale (una foto) e all’effetto che potrà suscitare negli altri (invidia?) che al reale stesso. E’ più importante far sapere dove sono e cosa faccio, assurgere a uno status, piuttosto che l’effettiva esperienza di quella situazione. Quando dire una cosa è più importante della cosa, allora stiamo perdendo il contatto con le cose: corriamo il rischio di diventare cloni di Riggan, facili al volo, succubi di un egocetrismo che questa società sta pompando alle stelle, ma destinati a schiantare prima o poi addosso alla realtà, perché alla fine “una cosa è una cosa, non quel che si dice di quella cosa”.
Ora capite perché Let’s Movie è fuor di facebook, twitter, e tutti quei canali fuffa lì? Perché siamo già soggetti a bovarysmo in quanto esseri umani e portati a fluttuare nell’aria senza avere il vento dei social a sospingerci.

“Birdman” non è un film per tutti. Devi essere disposto a fare un lavoro: niente vassoio con sopra la pappa pronta. E quello a cui rinvia, non è facile da guardare in faccia. Non è facile guardare quello che diventeremo ―o quello che siamo diventati. Ma questo deve fare un film. Afferrarmi il viso, mettermi l’apripalpebre di Alex Drugo e costringermi e guardare un punto da cui io distoglierei lo sguardo.
E per quanto riguarda Inarritu, quanta soddisfazione, veder lavorare un regista che non si accontenta di fare film, ma di fare film diversi ogni volta, con il rischio che questo ovviamente comporta. Chissà, magari un dì, un Ozpetek, potrebbe imparare. Hope never dies…

E per questa settimana un film che lasciò l’Anarcozumi letteralmente a bocca spalancata a New York e questo, nel nostro firmamento, ha molto più peso di qualsiasi stelletta Mereghetti,

WHIPLASH
di Damien Chazelle

Vincitore del Sundance 2014, accolto da uno scroscio di applausi al Festival di Cannes (dove gli applausi si vendono a peso d’oro), premiato ai Golden Globe e con 5 nomination agli Oscar.
Serve altro?
No.
Appunto.

🙂

E va bene, Moviers, confesso che mi piacerebbe continuare il pippone su “Birdman”, perché per esempio non vi ho detto che c’è una fatale analogia fra Michael Keaton, il protagonista, e Riggan. Entrambi sul viale del tramonto, entrambi legati a un supereore (Batman, nel caso di Keaton), entrambi sul punto di cimentarsi con un testo impegnato… E poi non vi ho detto del personaggio di Edward Norton, l’attore dalle tre B, bello, bravo e bastardo, che sogni di incontrare, e pigliare a schiaffi. Ah e poi non vi ho detto del personaggio della figlia ex-tossica di Riggan… E poi di…
Oddio due pipponi in uno noppperò Board! 🙂
Allora meglio che taccia, vi ringrazi, v’imponga il Malestorm e v’abbuoni il riassunto, mandandovi dei saluti bipolarmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

**Naturalmente intendevo https://www.youtube.com/watch?v=iFTbElhF9dE

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Segnalo altri due eventi per i cinefili spinti o mediamente spinti:

Salvatore Giuliano”, dal Mastro all’Astra martedì 17 ore 21:00, per continuare la commemorazione del grande Francesco Rosi.

Per gli amanti di Wim Wenders, “Il cielo sopra Berlino” in versione restaurata allo Smelly Modena, mercoledì 18 ore 21:30 ― io mi sa che non ci sarò perché quel cielo lì, per qualche strano motivo, non riesce a farmi volare, ma voi consideratalo come valida alternativa al mercoledì da leoni che vi attende ogni settimana. 🙂

WHIPLASH: Andrew, 19 anni, sogna di diventare il miglior batterista jazz della sua generazione. Al Conservatorio di Manhattan, dove si esercita senza sosta, la concorrenza è però feroce. Andrew, poi, vorrebbe entrare nella big band di punta, quella diretta da Terence Fletcher, professore tanto inflessibile quanto intrattabile. Quando infine riesce a raggiungere il suo scopo, sotto la guida di Fletcher, Andrew inizia la sua ascesa nella ristretta cerchia dell’eccellenza dei batteristi.

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LET’S MOVIE 231 – propone BIRDMAN e commenta GEMMA BOVERY

LET’S MOVIE 231 – propone BIRDMAN e commenta GEMMA BOVERY

BIRDMAN
di Alejandro González Iñárritu
USA, 2015, 119′
Lunedì 9/ Monday 9
Ore 21:00 / 9:00 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria

 

Mattarelli Moviers,

Ora siamo dotati anche di un presidente nuovo di zecca, con quell’ombra di zeppola che lo rende un po’ meno illustrissimo e un po’ più sergio famose-du-spaghi. Forse dire della leggera zeppola del dodicesimo Presidente della Repubblica non si fa, e io magari rischio qualche denuncia per vilipendio, ma sono scorsi mississippi di aggettivi e missouri di special televisivi intorno alla figura di quest’uomo quasi messianico, che ritagliare un quadratino di spazio dove far due chiacchiere ridacchianti sulla sua pronuncia un po’ jovanottesca mi pareva un gesto carino. Anche perché, che gli puoi dire, a uno così? Nulla, metti su un Ramazzotti di qualche decennio fa e aspetti il suo “grazie di esistere-e”. E poi ringrazi pure che questo paese non metta al mondo solo furbi, ladri e arrivisti, ma anche roba buona. Io gli direi, grazie Sergio, perché sei roba buona. 🙂
Peccato che il Lez Muvi della settimana non abbia convinto i miei Moviers e quindi non rispecchi il giubilo dello spirito nazionale. Intendo la Vanilla, il D-Bridge e il WG Mat ―ma quanto può piacermi, da uno a 10, vederli lì, tutti e tre in fila??** Ovverosia il pubblico pagante di lunedì, insieme tipo ad altre quattro persone, una delle quali ero io. Ho la vaga sensazione che “Gemma Bovery” non riuscirà ad eguagliare gli incassi di “American Sniper”, ma potrei sbagliarmi…. Non vorrei mai gufare, ma quelle sterpaglie che rotolavano in sala manco fosse il canyon del Rio Lobo nel 1886, dovranno pur significare qualcosa…
Io però dissento dai miei Moviers. Per me “Gemma Bovery” non è leggero, è lieve. E sì, farò anche le pulci alle parole, ma tra leggero e lieve c’è una tonnellata di differenza…Leggera è una commediola italiana come tante che vengono prodotte in serie negli ultimi anni, tutte uguali uguali uguali, oppure uguali uguali a film francesi d’un paio d’anni fa, di cui fanno il remake prendendoli paripari e rifacendoli senza aggiungere una punta di dispari ―sì mi riferisco a “Il nome del figlio” che non regge il confronto con l’originale “Cena tra amici”. Lieve è una commedia che prende un colosso della letteratura moderna e ha il coraggio, la follia anche, di giocarci sopra, tirandone fuori qualcosa di originale, d’intrigante, che ti fa pensare “mmm aspetta aspetta che quasi quasi vado a (ri)leggermi “Madame Bovary””. Foss’anche solo per questo, per una copia di un classico venduta o ripresa in mano, il film merita plauso e applauso.
“Gemma Bovery” avrebbe potuto anche intitolarsi “Martin Joubert”. I due personaggi si contendono la nostra attenzione. Martin ha un po’ del misantropo che Luchini aveva  interpretato magnificamònt in “Molière in bicicletta”. E’ un tipo po’ ombroso, grumpy come il nano, tendente alla solitudine e al far di fantasia… La sua tranquilla vita da panettiere del paese, costruita dopo aver detto addio a Parigi e a un ruolo di editor, viene scombussolata dall’arrivo di Gemma Bovery, una bella inglese che di Emma Bovary non porta solo il nome molto somigliante, ma anche l’attitudine, certi tratti del carattere, e il destino ―se vogliamo il suo, di Gemma, ancor più crudele.
Eppure Gemma è anche profondamente diversa da Emma. Così come il marito di Gemma, per quanto simile, in superficie, a Charles Bovary, risulta ben diverso dallo stolido tappetino del romanzo di Flaubert. Per questo vi dico che il film è un esperimento apparentemente comediola-flimsy-flimsy, ma in realtà propone una rimanipolazione del romanzo di Flaubert dai risvolti molto gustosi.
Immaginate un intellettuale con una fervida immaginazione e un bagaglio letterario da editor parcheggiato in piena campagna normanna che pensa di aver raggiunto la pace dei sensi, e si vede piombare nella casa difronte alla sua una coppia “letteraria”, la cui parte femminile è una bomba di sensualità nature al pari di chevvidico, Letizia Casta ―secondo me l’attrice le somiglia. Martin non resiste alla tentazione né di innamorarsi, pur platonicamente, della bella Gemma, né di metter mano agli eventi e far della vita letteratura. Metaforicamente parlando, Martin ha potuto infilare i panni e la penna di Flaubert e creare, in qualche modo, la sua versione personale e contemporanea di “Madame Bovary”. E forse forse non è un caso che Gemma finisca soffocata da un pezzo di pane che lui ha preparato apposta per lei… Il finale è piacevolmente aperto, anzi spalancato, su varie letture. Come lo interpretiamo? E’ l’autore, deus ex machina, che che uccide il suo personaggio? Oppure è il caso ―un misero tocco di pane― che mette fine alla vita di una donna normale, che di Madame Bovary, alla fin fine, non ha nulla? Oppure, più allegoricamente, è la vita (=il pane) che uccide il sogno (=Gemma/Emma)? Oppure è il destino cui personaggi insoddisfatti e indecisi, bovariani appunto, come G/Emma, sono condannati? Oppure è la prova che la tragedia ―Emma Bovary che muore tra gli spasmi di dolore provocati dall’arsenico che ella stessa ha ingoiato di sua sponte (sponte??)― la tragedia non è più possibile, oggi, e che persino la morte perde la sua sacralità, la sua grandezza, realizzandosi attraverso il banale soffocamento di un banale pezzo di pane? Così come il ricordo di Gemma non sarà eterno come quello di Emma, ma sarà passeggero e rimpiazzabile dalla prima pseudo Anna Karenina che passa? Oppure …
Oppure sono io che ho qualche problema visto che non la pianto più di aggiungere “oppure” alla lista??? 🙁
E poi ma scusatemi, un film che fa ripensare a quel’ineguagliato personaggio di Madame Bovary, non vale la pena di prenderlo in considerazione anche solo per quello? (Fingete un sì ora). La figura della donna che sogna grandi sogni, che si fabbrica tutt’un mondo parallelo di fantasia e desiderio che poco o nulla attiene al reale. La donna che punta all’idea dell’appagamento più che all’appagamento stesso, e per questo, condannata alla frustrazione eterna… Cavolo non l’avesse già detto Gustave, potrei con convinzione affermare “Madame Bovary, c’est moi”! 🙂
Presenti a parte, quanto bovarismo riscontriamo nella nostra società di oggi? Negli adolescenti scontenti, nelle donne insoddisfatte, negli uomini che non vogliono crescere? Guardate quanto può parlare un classico di noi, gente che si crede altra rispetto agli antenati ottocenteschi. Emma è l’essere umano che, nel tentativo di costruirsi una realtà immaginaria in cui convergere la sua tensione al desiderio, distrugge se stesso, trascinando anche nel baratro i poveri diavoli che le stanno attorno ―vedi la fine di Charles Bovary e della figlioletta. Ma ora sono io che vi sto trascinando nel meraviglioso baratro della letteratura…
Tornando al film, il bello, secondo me, è notare come si discosti dal romanzo. Soprattutto nel tono, che è ironico, di quell’ironia di cui i francesi sono grandi maestri ―diamo ad Asterix quel che di Asterix. Così come delle scene buffe, da commedia degli equivoci. Martin che succhia il pungiglione di un’ape dalla schiena di Gemma mentre arriva Hervé… Hervé, la sintesi 2.0 di Leon+Rodolphe, i due amanti di Madame Bovary, tanto bello e inconsistente il primo, quanto banderuola e opportunista il secondo.
E la battuta con cui Martin chiude il dialogo con la moglie Valerie e il figlio Julien assai testa-di-legno

– Martin: Indovinate come si chiama la coppia inglese?
– Julien: James Bond? Mc Donald’s?
– Martin: Bovery. Lui si chiama Charles e lei Gemma, qui in Normandia dove Flaubert ha scritto Madame Bovary.
– Valérie: Io preferisco i Tre Moschettieri
– Julien: Io Call of Duty. [Videogioco]​
– Martin: Io preferirei ti drogassi piuttosto che dire certe cazzate.

🙂 🙂
Non ho saputo trattenere una risata di potenza kilowatt 4.
Insomma, avete capito che si ridacchia, ed il finale è esilarante… Eppure tra le maglie della narrazione spira un vento tragico, malinconico, non so come spiegare. Forse per via del protagonista, oppure della morte della protagonista. Se ci pensate, in una commedia leggera, la protagonista che muore così, stride…Eppure…
Se non siete dei gran lettori, recuperatevi la trasposizione cinematografica di Chabrol. Isabelle Huppert è una notevole Madame Bovary….

Ed ora Fellows, vedete quella lì che non sta più nella pelle? Quella lì che saltella da un piede all’altro e guarda-come-gongola? Ecco quella lì sono io, e sì, non sto più nella pelle perché è arrivato…

BIRDMAN
di Alejandro González Iñárritu

Film d’apertura dell’ultima Mostra del cinema di Venezia, candidato a 9 premi Oscar, eccolo qui l’ultimo nato della cine-famiglia Inarritu, quello di Amores Perros, 21 grammi, Babel, Biutiful (che tanto piacque all’indimenticato Fellow Andy The Situation Phelbs). Lo aspettiamo da settembre: mi sento come Madame Bovary quando trepidava prima di fuggire al castello di Rodolphe… Vedete voi come sto messa, doh…

Ma questa settimana ho piacere di segnalarvi anche “Le mani sulla città” di Francesco Rosi, martedì alle 21:00 dal Mastro. Un’occasione in più per rendere omaggio al nostro cineasta scomparso pochi mesi fa. E per me un’occasione anche per salutare il Fellow TT, il rilocato ad Amsterdam, con cui vidi il film allo Smelly, due anni fa. 🙂

E anche oggi ci abbian dato dentro mi pare. Quindi vi lascio al vostro destino e auguro a tutti voi e a tutti noi un gran ballo alla Vaubyessard, dove tutto ebbe inizio… (prometto di disintossicarmi per la settimana prossima).
Rissunto che rottura e saluti, burlonamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

** 100, ovviamente. 😉

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Su esplicita richiesta del Fellow Scaccomatto, e sottolineo esplicita e sottolineo richiesta, getto volentieri nel Movie Maestrom una cine-iniziativa, http://www.movieday.it/, in cui il Fellow riveste il ruolo di guru con le piante dei piedi bruciate dagli hard-disk… Check it out! 🙂

BIRDMAN: il film è una black comedy che segue la vicenda di un attore (Michael Keaton), famoso per aver interpretato in passato un mitico supereroe, alle prese con le difficoltà della messa in scena di una commedia a Broadway. Nei giorni che precedono la serata della prima, l’uomo deve fare i conti con il suo io e tentare di recuperare la famiglia, la carriera e se stesso.

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LET’S MOVIE 230 – propone GEMMA BOVERY e commenta HUNGRY HEARTS

LET’S MOVIE 230 – propone GEMMA BOVERY e commenta HUNGRY HEARTS

GEMMA BOVERY
di Anne Fointaine
Francia, 2015, ’99
Lunedì 2/ Monday 2
21:15 / 9:15 pm
Astra/Dal Mastro

 

Mother Moviers and Food Fellows,

Ci può essere voce al mondo meno autorevole della mia per parlare di due argomenti che occupano l’Italia da Bolzano in giù da molto tempo prima che la Carrà prendesse queste coordinate e ci facesse un tormentone? Maternità e cibo, i due argomenti.
La risposta è no, non c’è voce meno autorevole. Chi mi conosce sa, e chi non mi conosce, mi evita. 🙂 Ma Let’s Movie mi concede la favella. Dunque io che favo, ehm, faccio? Favello. A prescindere dagli argomenti, le inclinazioni personali, alimentari, parentali, e tutto quello che vi viene in mente là nei dintorni.
Cominciamo col dire che dopo due settimane di svendite siamo ritornati a pagamento. Thanks GoLd, perché questo si riflette nella qualità del prodotto. E guardate, dopo l’inqualificabile commedia francese di martedì, “Nessuno sposi le mie figlie”, ho capito che l’aggratis attirerà anche il pubblico, riempirà anche le sale, ma è ad altissimo rischio fregatura. Le cine-svendite sono come gli svuotatutto ai grandi magazzini: per un Euro ti porti a casa un microonde di ultima generazione, ma poi arrivi a casa e scopri che è una scatola di cartone con le manopole incollate sopra.
Pertanto lunedì dal Mastro c’erano gli unici due Fellows dotati di potere d’acquisto, il D-Bridge e l’Onassis Jr, il che è molto paradossale ―quindi molto da Moviers― se considerate il fatto che sono stati proprio loro due a segnalarmi le cine-promozioni sin qui sperimentate. Insomma, siamo davanti ai classici milionari che fanno la spesa all’Eurospin. 🙂 🙂

“Hungry Hearts” è la storia di una distorsione, che diventa ossessione. Mina è un’italiana che lavora all’ambasciata di New York. Incontra Jude, ingegnere. I due si piacciono. Amabili lotte a letto. Oops. Test di gravidanza. Matrimonio. 9 mesi. Pargolo.
E fin qui, tutto rosa e fiori.
La nascita del figlio infrange il quadretto d’amore in cui i due erano gli unici protagonisti. Mina comincia ad adottare uno stile di vita 100% taleban-bio ― sapete no, del tipo serra in terrazzo, indumenti color mal di pancia, pranzi a base di strane radici/oli/semi. E si convince che il piccolo debba essere protetto il più possibile dal mondo, che il mondo, con il suo inquinamento e i suoi cibi avvelenati, potrebbero nuocergli gravemente alla salute peggio delle Marlboro.
Di seguito le conseguenze pratiche di questa visione apocalittica: Mina tiene il bambino segregato in casa e lontano da ogni individuo (ogni individuo corrisponde a un grosso portatore malsano di microbaglia); rifiuta di alimentarlo con cibi provenienti da “là fuori”, gli impone una dieta ferrea a base di muschi&licheni coltivati nella famosa serra sul terrazzo impedendogli di crescere, e, aggiungerei, lo veste con degli indumenti color mal di pancia ― ma questo, concordo, è il minore dei mali.
Jude, capirete, si ritrova non solo a gestire una nuova creatura, ma pure il cambiamento della donna che ama. I due finiscono per cozzare l’uno contro l’altra e a schizzare in direzioni diametralmente opposte: lei sempre più immersa nel suo regime integralista verso la purificazione estrema e la chiusura totale verso gli altri, lui via via più convinto che i comportamenti di Mina verso il figlio, per quanto dettati da un amore infinito, gli saranno fatali.
Bel quadro, eh.
Il paradosso di questa storia è che lui ama lei, lei ama lui, loro amano il figlio, eppure ne viene fuori una tragedia da pagine epiche.
L’obbiettivo di Costanzo, il regista non l’altro, punta su una zona in cui non tanti obbiettivi puntano. Rendersi conto che un amore può pervertirsi in un’entità aliena del tutto imprevista che trasforma una madre, veicolo d’amore per eccellenza, nel potenziale killer del proprio oggetto d’amore, non è esattamente la storia che si racconta al cinema. Soprattutto al cinema non si raccontano molte storie di maternità abortite “in presentia infantis” ―latino gratis per tutti.
Nella cultura mediterranea soprattutto, la madre è messa in discussione molto poco. Si tende a non mostrare madri che sviluppano dei rapporti malati con il reale dopo la nascita del figlio, forse per timore di emulazione. Ma se la pensiamo così, allora non mostriamo più nulla: siamo un mondo di potenziali emulanti, noi. La giustificazione non tiene. Forse ―e questa tiene― perché si innesca una sorta di censura. Raccontare una madre-medea, per quanto una medea spinta da nobili ragioni ―Mina, in fondo, vuole il bene del bambino― è ancora un azzardo in Italia.
So che sono stati girati dei film sulla sindrome post-parto e sulla depressione, ma sono rimasti nell’ombra, purtroppo. Anche ragionare sull’ossessione verso forme alternative di concepire la nutrizione, la privazione di alimentazione come forma di purificazione, e il terrorre nei confronti del mondo quale portatore di calamità sono argomenti tabù. C’è un film assai angosciante però, che vidi qualche tempo fa ―ve lo consiglio SOLO se siete in mood pro-angoscia― e che è molto vicino ad “Hungry Hearts” nell’idea di soggetto che si sente braccato dal mondo. Si tratta di “Safe” (1995), con la nostra amata ―e mai scordata!― Julianne Moore, in cui il regista Tod Haynes immagina una donna che sviluppa una sorta di allergia al ventesimo secolo e finisce per isolarsi in una comunità asettica per scampare a qualsiasi contatto con l’umano… Angoscia, ve lo dissi…
Tornando ad “Hungry Hearts”, non c’è nulla di anormale nell’amore di Mina per il figlio. Quello che c’è di anormale è il linguaggio con cui lei esprime questo sentimento ―un linguaggio che è convinta dica il bene del figlio.
Questo punto di vista distorto porta il regista ad adottare delle scelte stilistiche che lo riflettano nel girato. Dal momento in cui Mina comincia a discendere la china del vegano-talebano, e Jude a subire la di lei capitolazione, la macchina da presa si attacca ai personaggi in maniera asfissiante, e restituisce allo spettatore prospettive quantomai insolite. Primissimi piani, inquadrature dall’alto, oppure di sbieco, come per sottolineare che la linearità della forma, in un universo famigliare malato, non è possibile. Il nostro occhio vede la perversione dell’occhio della protagonista sulla realtà. Questo, da patita dello stile, mi ha mandato abbastanza in solluchero.
Tra i “pro” del film includo anche il tentativo di aprire una porta su delle nuove tendenze che hanno preso piede negli ultimi decenni e su cui non si riflette. Gli integralisti dell’alimentazione bio, per esempio: Mina spinge all’estremo una dieta “alternativa” non rendendosi conto che questo fa del male al figlio e a se stessa. Certo i vegani non saranno rimasti entusiasti del film: si corre il rischio di confonderli con la protagonista, e non è proprio così. Mina combina più sindromi in sé, e questo rende il suo personaggio ben aldilà della line del border: un essere che non mi sento di giudicare, ma di comprendere, nel labirinto di vicoli ciechi intrapsichici in cui si è smarrito.
Credo che l’intento di Costanzo fosse quello di rimanere il più neutrale possibile, il più super partes possibile. Eppure alla fine ti viene la voglia di parteggiare per Jude, e la tentazione di dire “è una pazza scatenata quella, get that baby away from her”, quindi non so se il suo scopo d’imparzialità sia stato pienamente raggiunto.
Quello che forse mi lascia perplessa, nel film, è la mancanza di certe informazioni che ci avrebbe fatto piacere conoscere. Sappiamo pochissimo dei personaggi. Chi sono veramente? Cosa c’è nel passato di Mina? Da dove nasce questa ossessione per il mondo esterno? …Sarà che sono una bertuccia di natura e per cultura…
E poi un altro punto, che è saltato fuori parlandone con il Mastro a fine proiezione. Perché questo film è stato girato in America? C’era così bisogno di New York, che rimane opaca come non mai, sullo sfondo? Non sarebbe bastata qualsiasi città, o periferia urbana, italiana? E poi perché Adam Driver? Non c’erano attori italiani all’altezza? L’esportabilità, Board, il respiro internazionale… Ok, ho capito l’antifona, but still…
La Rohrwacher sempre brava, per carità, ma mi chiedo se non rischierà di rimanere intrappolata nel profilo della complessata-logorata-altrimenti-detta-pazza che ha interpretato in questi anni. Magari il suo agente può raccattarle un ruolo più comico, tipo quello in “Il comandante e la cicogna”, giusto per evitarle un futuro tra En e Xanax, a ‘sta benedetta ragazza…
E chiudiamo in musica… Costanzo si riconferma un nostalgico per le hits anni ’80. Se “La solitudine dei numeri primi” aveva recuperato questo gioiello dal passato, https://www.youtube.com/watch?v=EPOIS5taqA8, “Hungry Hearts” saccheggia “Flash Dance”, https://www.youtube.com/watch?v=ILWSp0m9G2U, per la gioia di tutti… 🙂

Questa settimana facciamo i post-modernisti con

GEMMA BOVERY
di Anne Fointaine

Un amore di rivisitazione di un capolavoro letterario supremo che inferite facilmente dal titolo ― lo inferite vero? Flaubert… (Ricordo, soprattutto al Fellow Big, che era un grande scrittore molto ma molto tempo prima che diventasse un fucile… :-))
Se averlo definito “un amore” non vi basta, eccovi altri 3 motivi per venire a vedere il film:

1. Dimostrare al Mastro che ora ho presente chi sia Luchini (l’attore protagonista) e promettere che mai lo scorderò. 🙂 Luchini aveva fatto da protagonista a “Molière in bicicletta”, un’altra commedia raffinatissima che giocava sul drammaturgo francese e gli attori che lo interpretavano.
2. Testare il livello di postmodernismo di cui s’è accenato in precedenza: a noi, ‘sti esperimenti che prendono un classico come spunto e ci lavorano sopra con esiti del tutto inaspettati, piacciono sempre un casinoroyale
3. Risollevare la cinematografia francese dopo aver visto “Nessuno sposi le mie figlie”, che spero rappresenti la cinematografia francese come “Alex l’ariete” rappresenta quella italiana.

Ho tuttavia un’altra segnalazione golosa per la settimana.
Visto che si fa un gran parlare di effetti speciali, m’intriga “ADDICTED TO LIFE” di Thierry Donard, un film che di speciali ha “solo” le capacità e le teste matte di questi skiers/surfers/kiters/snowborders/skaters/bikers/riders alle prese con imprese ai limiti dell’umano in contesti mozzafiato (Alpi, deserti, Polinesia, ecc). Forse sarebbe il momento di tornare a considerare la natura come generatrice di special effects e valida alternativa alle cucine tecnologiche che sfornano ogni giorno trucchi nuovi sulle realtà 3 D o 4 D o quinta effe…
Anyway.. Il film verrà trasmesso one-shot, ovvero una botta e via, ovvero in data unica, mercoledì alle ore 21:00 allo Smelly Modena.
Io credo proprio che non lo perderò… 😉

Ed eccomi in fondo… Fin qui mi sembra di essermi contenuta/trattenuta/uta, ma se vi va d’incontrare la furia che alberga in me e reagisce ai film scontati come la nitro con la glicerina, fate un giretto nel Maelstrom…e good luck…
Riassunto in clima di bovarismo e saluti, quest’oggi, bitematicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non so se a voi capita mai di ritrovarvi in una situazione in cui sentite il prurito alle mani, e le tarantole nelle gambe e il piede comincia a ballare e stare fermi vi risulta come una specie di tortura da Santa Inquisizione. Io mi sono ritrovata in quello stato davanti a “Nessuno sposi le mie figlie“, la presunta commedia del regista di “Quasi amici”, che di “Quasi amici” ha solo le virgolette con cui incornicio il titolo.
Banale, scontato, cheap, prevedibile, imbarazzante, vacanzedinatale…vado avanti?
Ho addirittura commesso un atto che il Codice Lezmuviano punisce severamente: ho sbirciato l’ora sul cellulare durante la visione…  Jamais on en fait ce ca! Jamais!
Alla fine i poveri Moviers presenti hanno fatto le spese della mia debordante insofferenza, e vogliano scusarmi… Ma io davanti alle copie delle copie delle copie di commedie banali, scontate, cheap, prevedibili, imbarazzanti, vacanzedinatale, sono la nitro quando incontra la glicerina.
Buuum Board! 🙂

GEMMA BOVERY: Martin è un parigino bohémien riciclatosi, più o meno volontariamente, come panettiere in un paesino della Normandia. Delle sue ambizioni di gioventù gli rimane una fervida immaginazione e una passione mai sopita per la grande letteratura, in particolare per le opere di Gustave Flaubert. Questa passione si risveglia quando una coppia di inglesi, dai nomi curiosamente familiari, si trasferisce in un rustico nelle vicinanze. I nuovi arrivati si chiamano Gemma e Charles Bovery, e persino i loro comportamenti sembrano imitare gli eroi di “Madame Bovary”.

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