LET’S MOVIE 230 – propone GEMMA BOVERY e commenta HUNGRY HEARTS

LET’S MOVIE 230 – propone GEMMA BOVERY e commenta HUNGRY HEARTS

GEMMA BOVERY
di Anne Fointaine
Francia, 2015, ’99
Lunedì 2/ Monday 2
21:15 / 9:15 pm
Astra/Dal Mastro

 

Mother Moviers and Food Fellows,

Ci può essere voce al mondo meno autorevole della mia per parlare di due argomenti che occupano l’Italia da Bolzano in giù da molto tempo prima che la Carrà prendesse queste coordinate e ci facesse un tormentone? Maternità e cibo, i due argomenti.
La risposta è no, non c’è voce meno autorevole. Chi mi conosce sa, e chi non mi conosce, mi evita. 🙂 Ma Let’s Movie mi concede la favella. Dunque io che favo, ehm, faccio? Favello. A prescindere dagli argomenti, le inclinazioni personali, alimentari, parentali, e tutto quello che vi viene in mente là nei dintorni.
Cominciamo col dire che dopo due settimane di svendite siamo ritornati a pagamento. Thanks GoLd, perché questo si riflette nella qualità del prodotto. E guardate, dopo l’inqualificabile commedia francese di martedì, “Nessuno sposi le mie figlie”, ho capito che l’aggratis attirerà anche il pubblico, riempirà anche le sale, ma è ad altissimo rischio fregatura. Le cine-svendite sono come gli svuotatutto ai grandi magazzini: per un Euro ti porti a casa un microonde di ultima generazione, ma poi arrivi a casa e scopri che è una scatola di cartone con le manopole incollate sopra.
Pertanto lunedì dal Mastro c’erano gli unici due Fellows dotati di potere d’acquisto, il D-Bridge e l’Onassis Jr, il che è molto paradossale ―quindi molto da Moviers― se considerate il fatto che sono stati proprio loro due a segnalarmi le cine-promozioni sin qui sperimentate. Insomma, siamo davanti ai classici milionari che fanno la spesa all’Eurospin. 🙂 🙂

“Hungry Hearts” è la storia di una distorsione, che diventa ossessione. Mina è un’italiana che lavora all’ambasciata di New York. Incontra Jude, ingegnere. I due si piacciono. Amabili lotte a letto. Oops. Test di gravidanza. Matrimonio. 9 mesi. Pargolo.
E fin qui, tutto rosa e fiori.
La nascita del figlio infrange il quadretto d’amore in cui i due erano gli unici protagonisti. Mina comincia ad adottare uno stile di vita 100% taleban-bio ― sapete no, del tipo serra in terrazzo, indumenti color mal di pancia, pranzi a base di strane radici/oli/semi. E si convince che il piccolo debba essere protetto il più possibile dal mondo, che il mondo, con il suo inquinamento e i suoi cibi avvelenati, potrebbero nuocergli gravemente alla salute peggio delle Marlboro.
Di seguito le conseguenze pratiche di questa visione apocalittica: Mina tiene il bambino segregato in casa e lontano da ogni individuo (ogni individuo corrisponde a un grosso portatore malsano di microbaglia); rifiuta di alimentarlo con cibi provenienti da “là fuori”, gli impone una dieta ferrea a base di muschi&licheni coltivati nella famosa serra sul terrazzo impedendogli di crescere, e, aggiungerei, lo veste con degli indumenti color mal di pancia ― ma questo, concordo, è il minore dei mali.
Jude, capirete, si ritrova non solo a gestire una nuova creatura, ma pure il cambiamento della donna che ama. I due finiscono per cozzare l’uno contro l’altra e a schizzare in direzioni diametralmente opposte: lei sempre più immersa nel suo regime integralista verso la purificazione estrema e la chiusura totale verso gli altri, lui via via più convinto che i comportamenti di Mina verso il figlio, per quanto dettati da un amore infinito, gli saranno fatali.
Bel quadro, eh.
Il paradosso di questa storia è che lui ama lei, lei ama lui, loro amano il figlio, eppure ne viene fuori una tragedia da pagine epiche.
L’obbiettivo di Costanzo, il regista non l’altro, punta su una zona in cui non tanti obbiettivi puntano. Rendersi conto che un amore può pervertirsi in un’entità aliena del tutto imprevista che trasforma una madre, veicolo d’amore per eccellenza, nel potenziale killer del proprio oggetto d’amore, non è esattamente la storia che si racconta al cinema. Soprattutto al cinema non si raccontano molte storie di maternità abortite “in presentia infantis” ―latino gratis per tutti.
Nella cultura mediterranea soprattutto, la madre è messa in discussione molto poco. Si tende a non mostrare madri che sviluppano dei rapporti malati con il reale dopo la nascita del figlio, forse per timore di emulazione. Ma se la pensiamo così, allora non mostriamo più nulla: siamo un mondo di potenziali emulanti, noi. La giustificazione non tiene. Forse ―e questa tiene― perché si innesca una sorta di censura. Raccontare una madre-medea, per quanto una medea spinta da nobili ragioni ―Mina, in fondo, vuole il bene del bambino― è ancora un azzardo in Italia.
So che sono stati girati dei film sulla sindrome post-parto e sulla depressione, ma sono rimasti nell’ombra, purtroppo. Anche ragionare sull’ossessione verso forme alternative di concepire la nutrizione, la privazione di alimentazione come forma di purificazione, e il terrorre nei confronti del mondo quale portatore di calamità sono argomenti tabù. C’è un film assai angosciante però, che vidi qualche tempo fa ―ve lo consiglio SOLO se siete in mood pro-angoscia― e che è molto vicino ad “Hungry Hearts” nell’idea di soggetto che si sente braccato dal mondo. Si tratta di “Safe” (1995), con la nostra amata ―e mai scordata!― Julianne Moore, in cui il regista Tod Haynes immagina una donna che sviluppa una sorta di allergia al ventesimo secolo e finisce per isolarsi in una comunità asettica per scampare a qualsiasi contatto con l’umano… Angoscia, ve lo dissi…
Tornando ad “Hungry Hearts”, non c’è nulla di anormale nell’amore di Mina per il figlio. Quello che c’è di anormale è il linguaggio con cui lei esprime questo sentimento ―un linguaggio che è convinta dica il bene del figlio.
Questo punto di vista distorto porta il regista ad adottare delle scelte stilistiche che lo riflettano nel girato. Dal momento in cui Mina comincia a discendere la china del vegano-talebano, e Jude a subire la di lei capitolazione, la macchina da presa si attacca ai personaggi in maniera asfissiante, e restituisce allo spettatore prospettive quantomai insolite. Primissimi piani, inquadrature dall’alto, oppure di sbieco, come per sottolineare che la linearità della forma, in un universo famigliare malato, non è possibile. Il nostro occhio vede la perversione dell’occhio della protagonista sulla realtà. Questo, da patita dello stile, mi ha mandato abbastanza in solluchero.
Tra i “pro” del film includo anche il tentativo di aprire una porta su delle nuove tendenze che hanno preso piede negli ultimi decenni e su cui non si riflette. Gli integralisti dell’alimentazione bio, per esempio: Mina spinge all’estremo una dieta “alternativa” non rendendosi conto che questo fa del male al figlio e a se stessa. Certo i vegani non saranno rimasti entusiasti del film: si corre il rischio di confonderli con la protagonista, e non è proprio così. Mina combina più sindromi in sé, e questo rende il suo personaggio ben aldilà della line del border: un essere che non mi sento di giudicare, ma di comprendere, nel labirinto di vicoli ciechi intrapsichici in cui si è smarrito.
Credo che l’intento di Costanzo fosse quello di rimanere il più neutrale possibile, il più super partes possibile. Eppure alla fine ti viene la voglia di parteggiare per Jude, e la tentazione di dire “è una pazza scatenata quella, get that baby away from her”, quindi non so se il suo scopo d’imparzialità sia stato pienamente raggiunto.
Quello che forse mi lascia perplessa, nel film, è la mancanza di certe informazioni che ci avrebbe fatto piacere conoscere. Sappiamo pochissimo dei personaggi. Chi sono veramente? Cosa c’è nel passato di Mina? Da dove nasce questa ossessione per il mondo esterno? …Sarà che sono una bertuccia di natura e per cultura…
E poi un altro punto, che è saltato fuori parlandone con il Mastro a fine proiezione. Perché questo film è stato girato in America? C’era così bisogno di New York, che rimane opaca come non mai, sullo sfondo? Non sarebbe bastata qualsiasi città, o periferia urbana, italiana? E poi perché Adam Driver? Non c’erano attori italiani all’altezza? L’esportabilità, Board, il respiro internazionale… Ok, ho capito l’antifona, but still…
La Rohrwacher sempre brava, per carità, ma mi chiedo se non rischierà di rimanere intrappolata nel profilo della complessata-logorata-altrimenti-detta-pazza che ha interpretato in questi anni. Magari il suo agente può raccattarle un ruolo più comico, tipo quello in “Il comandante e la cicogna”, giusto per evitarle un futuro tra En e Xanax, a ‘sta benedetta ragazza…
E chiudiamo in musica… Costanzo si riconferma un nostalgico per le hits anni ’80. Se “La solitudine dei numeri primi” aveva recuperato questo gioiello dal passato, https://www.youtube.com/watch?v=EPOIS5taqA8, “Hungry Hearts” saccheggia “Flash Dance”, https://www.youtube.com/watch?v=ILWSp0m9G2U, per la gioia di tutti… 🙂

Questa settimana facciamo i post-modernisti con

GEMMA BOVERY
di Anne Fointaine

Un amore di rivisitazione di un capolavoro letterario supremo che inferite facilmente dal titolo ― lo inferite vero? Flaubert… (Ricordo, soprattutto al Fellow Big, che era un grande scrittore molto ma molto tempo prima che diventasse un fucile… :-))
Se averlo definito “un amore” non vi basta, eccovi altri 3 motivi per venire a vedere il film:

1. Dimostrare al Mastro che ora ho presente chi sia Luchini (l’attore protagonista) e promettere che mai lo scorderò. 🙂 Luchini aveva fatto da protagonista a “Molière in bicicletta”, un’altra commedia raffinatissima che giocava sul drammaturgo francese e gli attori che lo interpretavano.
2. Testare il livello di postmodernismo di cui s’è accenato in precedenza: a noi, ‘sti esperimenti che prendono un classico come spunto e ci lavorano sopra con esiti del tutto inaspettati, piacciono sempre un casinoroyale
3. Risollevare la cinematografia francese dopo aver visto “Nessuno sposi le mie figlie”, che spero rappresenti la cinematografia francese come “Alex l’ariete” rappresenta quella italiana.

Ho tuttavia un’altra segnalazione golosa per la settimana.
Visto che si fa un gran parlare di effetti speciali, m’intriga “ADDICTED TO LIFE” di Thierry Donard, un film che di speciali ha “solo” le capacità e le teste matte di questi skiers/surfers/kiters/snowborders/skaters/bikers/riders alle prese con imprese ai limiti dell’umano in contesti mozzafiato (Alpi, deserti, Polinesia, ecc). Forse sarebbe il momento di tornare a considerare la natura come generatrice di special effects e valida alternativa alle cucine tecnologiche che sfornano ogni giorno trucchi nuovi sulle realtà 3 D o 4 D o quinta effe…
Anyway.. Il film verrà trasmesso one-shot, ovvero una botta e via, ovvero in data unica, mercoledì alle ore 21:00 allo Smelly Modena.
Io credo proprio che non lo perderò… 😉

Ed eccomi in fondo… Fin qui mi sembra di essermi contenuta/trattenuta/uta, ma se vi va d’incontrare la furia che alberga in me e reagisce ai film scontati come la nitro con la glicerina, fate un giretto nel Maelstrom…e good luck…
Riassunto in clima di bovarismo e saluti, quest’oggi, bitematicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non so se a voi capita mai di ritrovarvi in una situazione in cui sentite il prurito alle mani, e le tarantole nelle gambe e il piede comincia a ballare e stare fermi vi risulta come una specie di tortura da Santa Inquisizione. Io mi sono ritrovata in quello stato davanti a “Nessuno sposi le mie figlie“, la presunta commedia del regista di “Quasi amici”, che di “Quasi amici” ha solo le virgolette con cui incornicio il titolo.
Banale, scontato, cheap, prevedibile, imbarazzante, vacanzedinatale…vado avanti?
Ho addirittura commesso un atto che il Codice Lezmuviano punisce severamente: ho sbirciato l’ora sul cellulare durante la visione…  Jamais on en fait ce ca! Jamais!
Alla fine i poveri Moviers presenti hanno fatto le spese della mia debordante insofferenza, e vogliano scusarmi… Ma io davanti alle copie delle copie delle copie di commedie banali, scontate, cheap, prevedibili, imbarazzanti, vacanzedinatale, sono la nitro quando incontra la glicerina.
Buuum Board! 🙂

GEMMA BOVERY: Martin è un parigino bohémien riciclatosi, più o meno volontariamente, come panettiere in un paesino della Normandia. Delle sue ambizioni di gioventù gli rimane una fervida immaginazione e una passione mai sopita per la grande letteratura, in particolare per le opere di Gustave Flaubert. Questa passione si risveglia quando una coppia di inglesi, dai nomi curiosamente familiari, si trasferisce in un rustico nelle vicinanze. I nuovi arrivati si chiamano Gemma e Charles Bovery, e persino i loro comportamenti sembrano imitare gli eroi di “Madame Bovary”.

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