LET’S MOVIE 232 – propone WHIPLASH e commenta BIRDMAN

LET’S MOVIE 232 – propone WHIPLASH e commenta BIRDMAN

WHIPLASH
di Damien Chazelle
USA, 2015, ‘105
Lunedì 16/ Monday 16
Ore 21:15 / 9:15pm
Astra / Dal Mastro

 

Mediomen Moviers e Fenomenal Fellows,

Io potrei anche star qui a disquisire sul fatto che Whatsapp e facebook fonderanno in un pezzo unico e rendere tutti felici, social e contenti soprattutto quel manbassa di Zuckerberg, oppure sondare le motivazioni che spingono Albano e Romina a riunirsi su un palco, e svariati milioni di italiani ad assistere, consenzienti (consenzienti!), alla reunion. Potrei anche esporvi le mie perplessità su certi look di Madonna ai Grammy Awards, giacché le cadute di stile non risparmiano nessuno, e tantomeno le star alla Berlinale, dove Ellen Mirren ha fatto un tale carpiato sul red carpet che la giuria non sapeva più che palette pigliare.
Potrei andare avanti per qualche ora senza che voi nemmeno ve ne accorgiate, ma metto gli scherzi aparte, e mi concentro sul film che ha cambiato per sempre la vita dei Moviers presenti lunedì sera. In ordine di apparizione, il Fellow Onassis Jr, sempre informato, e non si sa grazie a quali canali, sulle politiche di risparmio adottate dalla cinematografia italiana per porre un freno alla fuga dei cervelli dalle sale; il Fellow ydnaC ehT ydnA, anche detto Gola Profonda, a cui piacerà l’incipit lassù che rispetta la sua felice imbeccata e aggiunge quel tocco di Board che fa molto Lez Muvi; il Fellow Felix, un po’ claudicante ma del resto un infortunio prima o poi tocca a tutti i maratoneti, e non ne farei un kramer-contro-kramer.
Colgo l’occasione per smentire ufficialmente i rumours che volevano i tre Fellows allo Smelly a vedere Maccio Capatonda la sera in cui noialtri s’era da “Gemma Bovery”. I rotocalchi sono facili alla calunnia, ma noi di Lez Muvi abbiamo il manuale di filosofia sempre aperto sul capitolo “La negazione dell’evidenza da Nietzsche ai Moviers”. 😉
Era con noi attraverso un Let’s Movie In Sync calcolato al minuto rispettando sempre l’ora di fuso Vicenza-Trentoville, la Honorary Memebr Mic, che se non ci fosse lei a tenere in vita l’In Sync, dovremmo cantare “libera, lo stiamo perdendo” insieme al Fibra.**

Scordate di entrare al cinema e beccarvi il solito film da festival. O il film che vuole essere il solito film da festival, incomprensibile, asettico, compiaciuto. Lì per lì “Birdman” può essere di difficile interpretazione, può farvi pensare “mmm ma questa scena da dove spunta fuori? Echemmi rappresenta?”, ma una volta fuori dal cine, vi rendete conto che quello a cui avete assistito è una gran prova di cinema. Quello che ti lascia gli spazi giusti dove far affiorare la TUA interpretazione, dove tu non sei solo spettatore, ma anche attore, nel senso che agisci, producendo una tua visione che completa l’opera. Gran prova di cinema, “Birdman”, per me. Con qualche difetto, certo, ma assolutamente superabile se il risultato finale è quello che è.
Birdman è il supereore che ha regalato fama e fortuna all’attore Riggan Thompson. Ma adesso Riggan è sul viale del tramonto, e nel disperato tentativo di non discenderlo, quel viale, s’è dato al teatro engagé. Sta per debuttare a Braodway con una pièce tetarale di Raymond Carver. Vuole dimostrare che vale, che lui non è solo Birdman, ma che è in grado di dirigere e recitare un’opera di spessore.
Noi osserviamo Riggan alle prese con il cast e i problemi annessi e connessi, con i suoi isterismi e con un alter-ego per metà Birdman (il supereroe che interpretava) per metà la voce della sua coscienza e per metà il suo io-super-io ―oh oh forse ho fatto casino con metà e frazioni, doh… Come avrete intuito, questo non è un film “da trama”. Il finale stesso, dipende da voi, più che dal film, e forse potremmo utilizzare il plurale, e parlare di finali, e ipotizzare che il regista stesso non abbia voluto/saputo scegliere una strada e le abbia lasciate tutte aperte.
Il Movier Onassis Jr, dopo un piccolo istante di smarrimento che certo non era sonno bensì, casomai, veglia alternativa, ci illuminò con un paragone. “E’ un film come ‘New York Synecdoche'”. E ragazzi, non poteva avere più ragione di così, il riccastro, perché sono film, questi, che si collocano nell’escatologia, cioè che non si limitano a rappresentare una realtà, ma che da quella particolare realtà ti obbligano ad astrarti e a riflettere sul destino ultimo dell’essere umano, ben aldilà di ciò che vedi in scena.
Le cose in “Birdman” si complicano ulteriormente dacché c’è in ballo la finzione, la recitazione, sia drammaturgica che esistenziale, la verità di quello che si è contro la versione della verità che diamo in pasto agli altri. Quale ambientazione migliore di un teatro per tirare fuori il rapporto tra autenticità e artefezione?
Giunto a un punto cruciale della sua vita in cui vuole essere riconosciuto come attore aldilà dei supereroici successi hollywoodiani, Riggan è preda di un conflitto interiore tra delirio di onnipotenza e autodistruzione, che lo sballotta su e giù per le montagne russe del suo io. Vuole essere il Fenomeno, far ammutolire le platee, ma in fondo teme di essere un mediocre, l’ennesimo attorucolo che vive di rendita su un successo del passato da cui non riesce a liberarsi e che lo perseguita, un uccellaccio del malaugurio che non lo molla un secondo: gran genio Inarritu, che ha dato volatile foggia all’incorporea persecuzione. E grande anche nel canale formale che sceglie per raccontarci la nevrosi di questo personaggio.
Dovete sapere, che “Birdman” sembra tutto girato in un unico piano sequenza che sembra non interrompersi mai: per farvi un paragone, è come stare aggrappati al triciclo di Danny in “Shining” tutto il tempo. Ovviamente è un’illusione: sarebbe impossibile un unico piano sequenza di due ore! Però il regista è stato un sarto provetto: ha preso ago e filo ed è riuscito a inserirei dei momenti di stacco in modo che non interrompano il tapis-roulant dell’azione. E l’effetto, in alcuni punti è davvero stupefacente.
Ovviamente la forma strizza l’occhio al contenuto. L’impressione è come di stare rinchiusi dentro un intrico di tunnel insieme al protagonista. Corridoi, passaggi, scalinate, un senso di claustrofobia che può rinviare all’impossibilità del personaggio di fuggire, sia da una realà finta come quella dello showbiz hollywoodiano, sia da un labirinto di psicosi che lo ingabbiano e che sfociano ―o meglio, sfogano― nella creazione di una realtà altra, totalmente artefatta, in cui Riggan levita in aria, o spicca il volo. Quel volo ―che mima, in quanto tale, la modalità di movimento di Birdman― non è liberatorio, la voglia di “break-free” come banalmente uno potrebbe pensare. La dimensione aerea è l’ennesimo tunnel, stavolta costruito dalla mente del personaggio, e che solo il personaggio percorre e conosce. Ne abbiamo la prova quando Riggan entra in teatro “volando”, e al contempo dal teatro esce il taxista che l’ha appena accompagnato in teatro su regolare tassì…
Perché il film è comme-il-faut? Perché non è un manuale di allegorie già scritte. Cambiando il codice, Inarritu cambia anche il suo sistema di decodificazione. Questo non gli impedisce di recuperare i classici, IL Classico per eccellenza sul rapporto truth-fiction, e far berciare a un barbone aspirante attore o ex-attore “Macbeth”: “La vita non è che un’ombra che cammina; un povero attore che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena del quale non si ode più nulla: è una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla”.
E gli permette anche di sparpagliare dei messaggi nella trama che rinviano invece al nocciolo duro della realtà. Per esempio, sullo specchio nel camerino di Riggan, campeggia un biglietto. “Una cosa è una cosa, non quel che si dice di quella cosa”. Un modo conciso per ricordare a un personaggio che tende a spiccare il volo di mantenere i piedi per terra e ignorare il cicaleccio degli altri… “Quello che pensano gli altri” e il loro impatto nella vita di Riggan ―e nella nostra― è un’altra grossa questione investigata dal film, che mostra, con intento tra il ridicolizzante e l’inquietante, la schiavitù che lega l’uomo contemporaneo ai social. Rappresentativa la scena in cui Riggan attraversa in mutande Times Square e fende una folla di astanti che lo riprendono con lo smart-phone e subito postano il video online. Nessuno che si offre di aiutarlo ―era rimasto chiuso fuori dal teatro. E soprattutto, nessuno che lo guarda. Tutti gli sguardi sono filtrati da quella piccola telecamera che permetterà all’episodio di essere messo in rete, condiviso e laikato (“laikato”… possa io bruciare all’inferno, ora!), ovvero, il video che mi renderà speciale perché IO l’ho messo in rete, IO l’ho condiviso e IO ho raccolto un pacco di laiks. La figlia di Riggan commenta “hai avuto un milione di visualizzazioni. Questo è il potere”. E ha ragione, tristemente ragione. Perché la mia riflessione è: dove stiamo andando se il potere è determinato dal nostro voyerismo e dal nostro narcisismo? Dove stiamo andando se è più importante fotografare e condividere un paesaggio che vederlo veramente o viverlo? Dove stiamo andando, Fellows? La mia risposta è che il nocciolo duro del reale ci sta scivolando via dalle mani: siamo più interessati all’immagine del reale (una foto) e all’effetto che potrà suscitare negli altri (invidia?) che al reale stesso. E’ più importante far sapere dove sono e cosa faccio, assurgere a uno status, piuttosto che l’effettiva esperienza di quella situazione. Quando dire una cosa è più importante della cosa, allora stiamo perdendo il contatto con le cose: corriamo il rischio di diventare cloni di Riggan, facili al volo, succubi di un egocetrismo che questa società sta pompando alle stelle, ma destinati a schiantare prima o poi addosso alla realtà, perché alla fine “una cosa è una cosa, non quel che si dice di quella cosa”.
Ora capite perché Let’s Movie è fuor di facebook, twitter, e tutti quei canali fuffa lì? Perché siamo già soggetti a bovarysmo in quanto esseri umani e portati a fluttuare nell’aria senza avere il vento dei social a sospingerci.

“Birdman” non è un film per tutti. Devi essere disposto a fare un lavoro: niente vassoio con sopra la pappa pronta. E quello a cui rinvia, non è facile da guardare in faccia. Non è facile guardare quello che diventeremo ―o quello che siamo diventati. Ma questo deve fare un film. Afferrarmi il viso, mettermi l’apripalpebre di Alex Drugo e costringermi e guardare un punto da cui io distoglierei lo sguardo.
E per quanto riguarda Inarritu, quanta soddisfazione, veder lavorare un regista che non si accontenta di fare film, ma di fare film diversi ogni volta, con il rischio che questo ovviamente comporta. Chissà, magari un dì, un Ozpetek, potrebbe imparare. Hope never dies…

E per questa settimana un film che lasciò l’Anarcozumi letteralmente a bocca spalancata a New York e questo, nel nostro firmamento, ha molto più peso di qualsiasi stelletta Mereghetti,

WHIPLASH
di Damien Chazelle

Vincitore del Sundance 2014, accolto da uno scroscio di applausi al Festival di Cannes (dove gli applausi si vendono a peso d’oro), premiato ai Golden Globe e con 5 nomination agli Oscar.
Serve altro?
No.
Appunto.

🙂

E va bene, Moviers, confesso che mi piacerebbe continuare il pippone su “Birdman”, perché per esempio non vi ho detto che c’è una fatale analogia fra Michael Keaton, il protagonista, e Riggan. Entrambi sul viale del tramonto, entrambi legati a un supereore (Batman, nel caso di Keaton), entrambi sul punto di cimentarsi con un testo impegnato… E poi non vi ho detto del personaggio di Edward Norton, l’attore dalle tre B, bello, bravo e bastardo, che sogni di incontrare, e pigliare a schiaffi. Ah e poi non vi ho detto del personaggio della figlia ex-tossica di Riggan… E poi di…
Oddio due pipponi in uno noppperò Board! 🙂
Allora meglio che taccia, vi ringrazi, v’imponga il Malestorm e v’abbuoni il riassunto, mandandovi dei saluti bipolarmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

**Naturalmente intendevo https://www.youtube.com/watch?v=iFTbElhF9dE

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Segnalo altri due eventi per i cinefili spinti o mediamente spinti:

Salvatore Giuliano”, dal Mastro all’Astra martedì 17 ore 21:00, per continuare la commemorazione del grande Francesco Rosi.

Per gli amanti di Wim Wenders, “Il cielo sopra Berlino” in versione restaurata allo Smelly Modena, mercoledì 18 ore 21:30 ― io mi sa che non ci sarò perché quel cielo lì, per qualche strano motivo, non riesce a farmi volare, ma voi consideratalo come valida alternativa al mercoledì da leoni che vi attende ogni settimana. 🙂

WHIPLASH: Andrew, 19 anni, sogna di diventare il miglior batterista jazz della sua generazione. Al Conservatorio di Manhattan, dove si esercita senza sosta, la concorrenza è però feroce. Andrew, poi, vorrebbe entrare nella big band di punta, quella diretta da Terence Fletcher, professore tanto inflessibile quanto intrattabile. Quando infine riesce a raggiungere il suo scopo, sotto la guida di Fletcher, Andrew inizia la sua ascesa nella ristretta cerchia dell’eccellenza dei batteristi.

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