Posts made in marzo, 2015

LET’S MOVIE 238 – propone HO UCCISO NAPOLEONE e commenta FINO A QUI TUTTO BENE

LET’S MOVIE 238 – propone HO UCCISO NAPOLEONE e commenta FINO A QUI TUTTO BENE

HO UCCISO NAPOLEONE
di Giorgia Farina

Italia 2015, ’90
Lunedì 30/Monday 30
22:00 / 10 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

 

Mut(u)anti Moviers,

Ve lo ricordate il manifesto sulla vertrina della banca, due settimane fa? Quello che aveva tirato fuori il lato oscuro della Forza dal mio chackra più ombelicale?
Be’, martedì torno a percorrere di gran carriera Corso 3 Novembre, e cosa ti vedo al posto dello slogan sull’attaccamento al territorio?
Questo:
“Mutuocasa. Il mutuo che puoi accendere senza scottarti mai”.

Dunque, quattro scenari si profilano avanti a noi.

1. La banca legge Lez Muvi e ha preso provvedimenti
2. L’Amministrsazione regionale/comunale/provinciale legge Lez Muvi e ha preso provvedimenti
3. I Moviers leggono Lez Muvi e hanno preso provvedimenti attraverso delle “gentili” pressioni sulla banca affinché rimuovesse lo slogan che tanta orticaria causò al Board ―nel qual caso, graaaandi!
4. Nessuno legge Lez Muvi e la banca sbatte in vetrina lo slogan concepito dal figlio del Megadirettore, un ragazzotto negato per l’economia che si è laureato allo IULM ed è diventato l’ennesimo pubblicitario disoccupato la cui unica chance di esprimere la sua totale mancanza di talento è quella di riversarla sulle vetrine della banca del padre, il quale non può certo negargli la vetrina della sua banca, ché una vetrina non si nega a nessuno, specie poi a tuo figlio, un incapace coi numeri ma un GENIO con le parole…

Qualunque sia lo scenario dei 4 verosimili e possibili, il politico si è trasformato in ignifugo… E non mi addentrerò qui nel misurare quanta politica di radicamento ci sia nel tentare di convincere le persone ad accendere mutui per comprare immobili sul territorio…

Mentirei se occultassi questo senso d’insoddisfazione che m’ha preso a fine “Fino a qui tutto bene”.
Sapete, ho notato un trend.
La storia del piccolo film low-budget, realizzato da registi giovani il cui talento è tanto indubbio quanto ostacolato dall’Italia nepotista e in crisi, con un cast di non-attori ma amici/parenti del regista, oppure attori non-ancora-attori che si sono formati in qualche prestigiosa accedemia di arte drammatica e che cercano la loro opera prima per passare alla seconda e finire intervistati a Verissimo ―che il passo è breve, si sa― ecco, questa storia piace molto. Piace più questa storia della storia del film. Piace talmente tanto che se vi fate un giro per l’internet (d’ora innanzi sempre con l’articolo, come lo pronuncerebbe un Vittorio Alfieri qualsiasi, L’internet!) vedrete che il rilievo viene dato più al contenitore che al contenuto.
A noi le scatole piacciono un sacco, e piace addormentarci leggendo di “piccole produzioni crescono”, perché, lo si voglia ammettere o no, subiamo tutti il fascino del mito post-platonico in cui la grotta delle idee è stata soppiantata dal garage di Steve Jobs ―anche quello pieno di idee, ma più business-oriented. Subiamo anche il fascino del risparmio e delle trovate alternative per fregare la crisi e le produzioni major ―vedasi crowd-funding e tutte quelle trovate social di finanziare progetti che passano per L’internet.
Quindi bene, benissimo quando il margine acquisisce centralità, quando un film da 250.000 euro esce fuori dall’anonimato e si fa notare (per chi non lo sapesse, 250.000 euri sono molto pochi per fare un film, anche se a chi non fa film suonano come un fottìo di soldi). Però le lucciole non sono lanterne e i fiaschi non fischiano. Teniamo gli occhi ben puntati sul film e non lasciamoci distrarre dalla danza di Davide intorno al cadavere di Golia…
Farneticato questo, altri tre speranzosi hanno dato fiducia al film, lunedì, e si sono presentati dal Mastro, ovvero il Fellow Felix, il Magno Carlo e il WG Mat. Insieme, abbiamo navigato praticamente in solitaria i mari rosso velluto della sala 2 ―sulla desertificazione del lunedì sera a Trentoville, “Nature” sta indagando da qualche tempo. 🙁

Giunti a fine percorso universitario, cinque laureati/dottorati stanno per lasciare l’appartamento in cui hanno vissuto i classici anni da studente universitario. Bicchieri spaiati, piatti doccia trasformati in lavandini causa otturazione lavandini, suddivisione bollette all’ultimo centesimo, feste che lasciano appresso una devastazione di bicchieri di plastica e sbornie personificate in sconosciuti etilicamente comatosi ai piedi del divano (questo in effetti non so se sia parte del film o dei ricordi…). I cinque sono alle prese con i bagagli e lo sgombero degli oggetti che li hanno accompagnati per i cinque anni. Quale miglior espediente per ripercorrere il passato, ricordare l’amico morto suicida, fare il punto della situazione e prepararsi, senza veramente prepararsi, a quello che capiterà una volta nel mondo vero? Mondo vero che ha già cominciato a filtrare nell’appartamento… Una delle ragazze è incinta, a un altro è stato offerto un posto da professore associato in Islanda, opzione che fa saltare i ganci dell’amore che lo tengono legato all’Italia e alla sua compagna, anche lei inquilina dell’appartamento. Un altro dei ragazzi, aspirante attore coi sogni un po’ ammaccati, non ha mai sbollito la cotta per una ex inquilina, ora affermata attrice verso la quale nutre un controverso sentimento di attrazione e repulsione.
E’ forte, nel film, la sensazione del mondo che preme per avere le anime di questi cinque che assaporano gli ultimi istanti di sospensione concessi loro. “Sospensione” credo sia lo stato che meglio rappresenta gli anni universitari ―di tutti– e l’ultimo weekend ―di questo gruppo di amici. Non succede molto altro in termini di azione, e questo un po’ si sente. Avrei gradito sapere un po’ di più di questo amico suicida, oppure della storia tra l’attrice famosa e il rosicone… Rimane tutto un po’ vago, sospeso ―la sospensione torna ancora― con degli sconfinamenti nell’inverosimiglianza. Vi pare verosimile che un neo-PhD venga assunto come professore associato dopo un colloquio skype e senza uno straccio di gavetta? Mica è il paese dei balocchi, l’Islanda…
Posto che scorderò il film tempo 4 giorni, posso dirvi du hòse ‘he m’han fatto sbellicà dalle risate.
1. Il pisano. La cadenza, intendo. Pareva di ascoltare il nostro Fellow Iak-the-Mate 🙂 Il personaggio di Cioni è quello che resta più impresso ―fisicamente è il gemello del piccoletto dei Soliti Idioti… Anche la città di Pisa è stata una scelta felice. E s’è imparato che la torre non pende a seguito di qualche terremoto, ma perché ci fu un cedimento del terreno già nelle primissime fasi dei lavori, e pur di non smettere e rivedere il progetto, si scelse la modalità “sguardo basso e avanti abbestia” fino all’erezione completa (guaVda, questo Lez Muvi sta diventando di una volgaVità… :-)) Ve lo racconto perché è un bell’esempio di capatosta che poteva sfociare in un macello e che invece ha portato in essere uno dei capolavori dell’architettura mondiale ―questo è un po’ molto italiano, in effetti…
2. la colonna sonora dei Gatti Mèzzi, di cui noi garbiamo hodesto pezzo https://www.youtube.com/watch?v=Hs05iL2XVEw  🙂
3. tre inquilini sono degli attori di teatro. All’inizio del film inscenano “L’Amleto in 20 secondi” che è quanto di più esilarante potete immaginare. 🙂

Mi sa che avevo talmente tanta voglia di trovare l’estro di “Smetto quando voglio”, che qualsiasi cosa non vicina a un gemello di “Smetto quando voglio”, mi avrebbe lasciato insoddisfatta. Quindi forse non è proprio tutta colpa del film….

Dopo aver convenuto che il momento non è dei più felici quanto a uscite cinematografiche di un certo spessore, una commedia grottesca potrebbe sorprendentemente deliziarci…

HO UCCISO NAPOLEONE
di Giorgia Farina

​”Amiche da morire”, l’opera prima di Giorgia Farina​, ci era piaciuta così tanto lo scorso anno che scommettiamo volentieri anche su questa sua opera seconda, che promette altrettanto bene… Questa Farina ama mettere in scena donne molto originali… E non voglio perdermi la Ramazzotti nella parte da bossybitch, lei che interpreta sempre ruoli più o meno madrecoraggio…

Se martedì alle 4 pm siete liberi (sì Board, sì, comenò), vi informo che “Let’s Movie Alla Dante” propone “IL FAVOLOSO MONDO DI AMELIE“, di Jean Pierre Jeunet. Lo propongo perché tutti, ne sono certa, abbiamo visto questo Prozack senza controindicazioni che è questo film. Ma quanti anni fa ormai? (Vi aiuto, uscì nel 2001)… Mi sembrava il caso di tirarlo fuori dai ricordi di quell’anno e rivederlo in sala…
Quindi, se volete, mi trovate alla Dante Alighieri, via Dordi 8, martedì 31, alle ore 4 pm. 😉

Ed è tutto, anche per oggi…  Sperando che il Megadirettore della banca non sporga denuncia, vi ringrazio, v’indirizzo là dove osano le aquile (=il Maelstrom), faccio di tutto ―ma invano, lo so― per salvarvi dagli abissi (=il riassunto), e vi porgo dei saluti, stasera, (in)debitamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Un paio d’imperdibilii per voialtri, marmaglia da movies che siete:

Latin Lover” di Cristina Comencini: per una decostruzione comicissima del mito del latin lover, girato benissimo e interpretato altrettanto issimo da attrici issime (Finocchiaro, Lisi, Bruni-Tedeschi).
Lettere di uno sconosciuto” di Yan Zimou: la bella copia di “Still Alice”, ovvero quello che “Still Alice” avrebbe potuto essere e clamorosamente NON è stato.
Cina surclassa USA dieci a zero. 😉

HO UCCISO NAPOLEONE: Nel giro di ventiquattrore la vita di Anita, single e brillante manager in carriera, viene spazzata via da un uragano di guai. Il lavoro, l’amore, il futuro, tutto in macerie nel giro di un giorno. Anita si ritrova seduta sull’altalena di un parco giochi licenziata in tronco e incinta del suo capo, suo amante clandestino, sposato e padre di famiglia. Per far tornare tutto come prima, dovrà ordire un piano di vendetta raffinata e senza scrupoli.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 237 – propone FINO A QUI TUTTO BENE e commenta WE ARE THE BEST!

LET’S MOVIE 237 – propone FINO A QUI TUTTO BENE e commenta WE ARE THE BEST!

FINO A QUI TUTTO BENE
di Rohan Johnson
Italia, 2015, ’80
Lunedì 23/Monday 23
Ore 22:00 / 10 pm
Astra/Dal Mastro

Meaculpa Moviers,

Si deve evidentemente essere ingenerata della confusione proponendo un film per il Lez Muvi della settimana e consigliandone un altro per il vostro interesse. Il risultato ha visto il film consigliato surclassare il film proposto! Evento assai stupefacente, visto che il consiglio era un bianco&nero tedesco del 1927 di durata pari a 150 minuti ―Fantozzi vide l’Arcangelo Gabriele per molto meno.
Eppure così è andata. Lunedì, a vedere Metropolis, il Fellow Giussenzaccento ―che tiene fede alla promessa di reintegrare il cine nella sua dieta settimanale― la Fellow Vanilla e il Fellow D-Bridge ―e con loro due, fidi metropolitani, la conferma era scattata già da tempo― e il Fellow A(C)andy, accompagnato per l’occasione dal Movier Onassis Jr in qualità di chaffeur ―sappia, il Movier, che lo scopo del gioco in Lez Muvi sarebbe quello di vedere i film, non di fare “A spasso con Daisy” col Candy al posto di Daisy 🙂

Siccome il Sindacato dei Moviers mi ha imposto il divieto tassativo di far passare due pipponi integrati in uno, non posso mettermi a cianciare su “Metropolis” -―anche perché preferisco dare spazio a un davide di film che va aiutato a crescere piuttosto che a un golia la cui presenza giganteggia sulla storia del cinema interplanetario da decenni. Dico solo che tra tutto quello che c’è di grande nel film, la capacità di allegorizzazione del regista va ribadita fino alla morte! Lang è riuscito a fondere riferimenti biblici (vedi la Torre di Babele), pagani allucinati (vedi il Moloch, macchinario che si trasforma in mostro e inghiotte gli operai) storico-contemporanei (la società sempre più alienata e alienante del primo ‘900 sempre più orientata a opprimere e sfruttare l’uomo) e visionari (vedi il robot che spingerà gli operai alla ribellione) dando forma a una creatura vivissima, inquietantissima e attualissima 90 anni dopo ―90, da paura!
Quindi, se un extraterrestre atterra davanti alla porta di casa vostra senza un’enciclopedia da vendervi ma solo con la domanda “Perché, voi umani, vivete?”, voi potete rispondergli: “Be’, sicuramente per la capacità di allegorizzazione di Fritz Lang”.
Figurone davanti a E.T.
🙂

Ho riflettuto su altre possibili cause che vi abbiano tenuto chiusi in casa presto-sbarrate-porte-e-finestre martedì sera, e credo che aver proposto una trasferta a Xgine nella settimana di caccia-al-killer non abbia giocato a mio favore ―nota a margine 1: uno dovrebbe considerare il legame, latente ma pur sempre legame, tra Xgine e la follia, manicomi e squilibrati…
Ovviamente non ho messo in discussione lo scarso appeal che “We are the best!” avrebbe potuto esercitare su di voi: forse QUESTO, ahimè, mi fu fatale! E fu un peccato perché martedì c’era un Movier nuovo nuovo che si è gettato da solo solo nel nostro calderone lezmuviano e che è il responsabile del palinsesto del nuovo teatro di Xgine 🙂 E così come lui ha dato il benvenuto a Lez Muvi in sala davanti al pubblico (momento registato nella categoria “di gloria”), io do il benvenuto a lui in Lez Muvi. Si chiama Giuseppe, ma per me è il Movier Impastato, sia per un goloso nesso nomastico, sia perché è un cultural insider, un key player, un main actor. C’ha le mani in pasta, insomma. 🙂
“We are the best!” ti fa capire che 13 anni sono universali. Che puoi averli a Stoccolma nel 1982, oppure ad Arco di Trentoville nel 1991, oppure a San Felice sul Panaro nel 2015 e lo stato è quello. Cambiano i vestiti e i mezzi di comunicazione, Duranduran e justinbieber, ma la terra di mezzo di quel periodo in cui non ti senti né piccolo né grande e per qualche ragione non vai mai bene, è sempre la stessa.
Stoccolma 1982, dicevamo. Klara, Bobo e Hedvig sono tre ragazzine che cantano fuori dal coro: circondate da coetanee tutto frisé&fuseaux e da coetanei mini-machi, il trio stringe un sodalizio votato alla resurrezione del punk ―quindi no, col coro non c’entrano proprio nulla (!). Sembrano dei maschiacchi, portano pettinature e abiti improbabili, fanno il diavolo a quattro pur nascondendo, dentro, una tenerezza d’angelo. Alzi la mano chi di noi non è stato così, in una fase della sua adolescenza. Si sentono ora fichissime, ora sfigaatissime, dibattono sui massimi sistemi (Dio, la musica, le acconciature) e non ci capiscono molto dell’amore e dei maschi ―e anche qui, alzi la mano chi di noi non è stato così.
E’ un film di frammenti, in cui una trama lineare non era sentita come necessaria dal regista. E nemmeno noi ―o perlomeno io― l’avrei sentita come tale. Quello che tocca di questo piccolo grande film è la verità con cui dice e mostra una parte della tua vita, spesso popolata da genitori ancor più adolescenti di te tredicenne ―emblematici i fotogrammi che colgono un gruppo di genitori intenti a fare il gioco della bottiglia durante una festa… “We are the best!” è la versione rock (anzi punk!) de “Il tempo delle mele”, dove al posto dell’aura zuccherosa emanata dal duo Marceau-Cossò ―che, francamente, stomacava un po’ in quella Parigi bourgeois di metà anni ’80― abbiamo periferie popolari, maglioni di lana grezza e creste irokesi. Definirlo commedia sarebbe sbagliato, oltreché riduttivo. Le tre ragazzine ci fanno molto ridere, ma non sono “spensierate” ―nota a margine 2: non pensate anche voi che la spensieratezza sia un’attribuzione a posteriori con cui la maturità infioretta la giovinezza?
C’è una profonda malinconia negli sguardi di queste ragazzine, nel modo in cui si trovano a relazionarsi con gli altri e con se stesse. Bobo, anti-narcisa che odia i propri capelli e sputa addosso al proprio riflesso nello specchio, potrebbe farci scrivere per ore su quanto l’immagine di sé stessi, a quell’età, contrasti con quello che vorremmo per noi, gettandola (gettandoci) in uno stato di perenne disagio e insoddisfazione.
Delle tre ragazzine, è proprio Bobo, forse, la personalità più complessa ―anche se tutt’e tre sono personaggi a tutto tondo. La più androgina, quella che s’impunta a non voler definire la band una “band di ragazze” perché ragazza non ci si sente, e perché ha già capito che etichettare tutto NON significa spiegara o comprendere tutto… “We are the best!” parla anche di questo: della forma(li)zzazione del genere, quanto essa possa pesare ed essere (in)castrante per i giovani di quell’età. E il trio si trova a sbattere contro i paletti che vorebbero frenarle od omologarle:  l’insegnante dice di no all’iscrizione della loro band alla festa di fine anno “perché il termine per la presentazione delle domande era ieri” (!!); i gestori “anarchici” del centro ricreativo in cui le tre suonano devono per forza classificarle come “band di ragazze”…
Un aspetto APPREZZATISSIMO del film è stata l’assoluta assenza di approccio bei-tempi-quelli da parte del regista. La nostalgia lascia spazio al divertimento: ci si diverte a vedere queste tre monelle casiniste che combinano guai, fanno le saputelle e si ribellano al mondo degli adulti. Guardando gli spettatori (adulti), a fine proiezione, ho visto quell’espressione di leggerezza “sì, era proprio così” che scorgi sul volto dell’esperienza provata in prima persona. Sarebbe bene che non ci si scordasse mai come si era. Ci permette di essere più indulgenti con quelli che in quell’età ci stanno ora, e con noi stessi, anche.
Film altamente consigliato come proposta nelle scuole medie ―magari la Fellow Fra-ae.f., la nostra caraprof, può recuperarlo e sacrificare due ore di italiano e storia per una proiezione a sorpresa 😉

Per il Lez Muvi di questa settimana, mi scuso con Alba Rohrwacher, ma io proprio non ce la faccio ―e credo il 99,9 % dei Moviers con me― a vedere “Vergine Giurata”. 🙁 Nonostante il Festival di Berlino, nonostante il di lei tanto talento. Ma la storia della donna che si traveste da uomo per evitare le angherie del maschio albanese mi fa “Shakespeare e le Pari Opportunità a Tirana 500 anni dopo”. 🙁
Quindi si va di commedia ―per la gioia del 100% dei Moviers

FINO A QUI TUTTO BENE
di Rohan Johnson

Rohan Johnson, nonostante “Rohan Johnson”, è italiano, e questo film è piaciuto un sacco al Festival del Cinema di Roma. Un po’ come capitò a “Smetto quando voglio” di Sydney Sibillia, e il genere mi sa che è quello ―e anche l’esotismo bislacco nel nome del regista.
Dunque “The Repairman” è stato gettato nella fossa dei leoni, “We are the best!” è stato mandato in paradiso, vediamo un po’ che fine faremo fare a “Fino a qui tutto bene”… 🙂

Ho finito anche per oggi, Fellows. Ringrazio tutti quanti per l’ascolto, per essere arrivati fino a qui. Semplicemente per esserci. Il Maelstrom, ormai, sapete dove sta. Sapete anche cosa farne del riassunto…
I miei saluti, oggi, non possono che essere contritamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Settimana tricologica… Se siete interessati alle avventure identitarie di un bambino venezuelano nato con i capellli ricci e con una voglia pazza di averli lisci, vi consiglio “Pelo malo“, ottimo film di Mariana Rondon trasmesso dal Mastro all’interno della Rassegna LGBT.
Avvertimento: è tosto, ma serve per capire quanto la questione dell’orientamento di genere, e soprattutto l’ostacolazione della propria vera identità, possa incidere sull’infanzia ―e la crescita― di un bambino…
Segnate, Moviers, segante… 😉

FINO A QUI TUTTO BENE: l’ultimo weekend di cinque ragazzi che hanno studiato e vissuto nella stessa casa, dove si sono consumati sughi scaduti e paste col nulla, lunghi scazzi e brevi amplessi, nottate sui libri e feste all’alba, invidie, gioie, spumanti, amori e dolori. Ma adesso quel tempo di vita così acerbo, divertente e protetto, sta per finire e dovranno assumersi le loro responsabilità. Prenderanno direzioni diverse, andando incontro a scelte che cambiano tutto. Chi rimanendo nella propria città, chi partendo per lavorare all’estero. Il racconto degli ultimi tre giorni di cinque amici che hanno condiviso il momento forse più bello della loro vita, di sicuro quello che non scorderanno mai.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 236 – propone WE ARE THE BEST e commenta THE REPAIRMAN

LET’S MOVIE 236 – propone WE ARE THE BEST e commenta THE REPAIRMAN

WE ARE THE BEST
di Lukas Moodysson
Svezia-Danimarca, 2013, ‘102
Martedì 17/Tuesday 17
Ore 20:45 / 8:45 pm
Teatro di Pergine
Piazza Garibaldi 5/G
Pergine (che si scrive Xgine)

 

Fastidio Fellows

quando un manifesto da pubblicitario si fa politico.
Marcio lungo Corso 3 Novembre e per una volta guardo a destra, non a sinistra.
Sulla vetrina di una nota banca trovo questo.
“La miglior difesa non è l’attacco. E’ l’attaccamento al territorio”.

Un minuto di silenzio per salutare il feretro del buonsenso mi pare il minimo sindacale.
Dunque.
Non andiamo a questionare la qualità dello slogan in sé o la succesfullness della metafora calcistica; non siamo né pubblicitari né calciatori ―abbiamo i nostri limiti. Quello che ha fatto scaturire una sensazione urticante partita alla base del mio stomaco e propagatasi fin su su al mio viso è la banalizzazione di un messaggio dai risvolti politici, e la sua diffusione attraverso supporti di pubblica involontaria consultazione, quale le vetrine delle banche a destra di Corso 3 Novembre. Allo scopo, naturalmente, di marcare e soprattutto valorizzare il territorio ―l’espressione più amata da tuuuuutte le Amministrazioni trentine dal secondo dopoguerra ai giorni nostri.
A ogni modo, la valorizzazione del territorio, in questo caso, non è il nocciolo della questione. Il territorio è quello che è: montagne svettanti, laghetti rayban e chiazze di mucche Milka a variegare l’evergreen dei prati in fiore. Non discutiamo sulla fattualità naturale.
La questione sta nella parolina che lo precede. “Attaccamento”.
Mi chiedo se ai trentini, diciamo ai nordici ― quelli veri, quelli DOC, di cui io, come sapete, non faccio parte― non abbia mai sfiorato l’idea che il territorio NON appartenga loro. Che loro sono qui per gentil concessione del caso ma che tutto questo, montagne, laghetti a specchio, patchwork bovini, non sia di loro esclusiva proprietà. Saranno mai stati sfiorati dall’idea che l’esser umano è nato nomade e migrante? E che l’attaccamento è parte di una convenzione che si è inventato l’uomo stanziale per consentirsi la legittimità a livello collettivo di essere “fermo”, quindi meno mobile, meno precario, labile, fragile? E che legare le radici (=l’attaccamento) al concetto d’identità e terra è pericoloso perché scatena un corto circuito che fa saltare atteggiamenti sani quali l’accoglienza dell’alterità sostituendo all’apertura la chiusura totale?
(Breathe Board, breathe).
Temo che questa catena di Sant’Antonio di ragionamenti abbia un legame, pur inconscio, con le recenti sparlate identitarie di Salvini e nostalgici, le cui radici (!) affondano nell’incapacità di accettare la libera circolazione dell’essere umano nel mondo. Siamo davanti a personaggi che inneggiano “Italia agli italiani” nell’era della migrazionalità globale, e che picchiano la gente perché si solleva uno sguardo di troppo.
Voi ora potreste dirmi, benevoli e dotti come solo voi Moviers sapete essere, continua a tenere gli occhi a sinistra quando cammini per Corso 3 Novembre….Non ti curar, guarda e passa…
Vorrei rispondervi sì. Ma no.
No.

E fastidio Fellows quando vedo certi film, tipo “The Repairman”, dove tutto quello che vedi è banale ―torna anche qui la banalità, vedete come tutto è connesso a volte. Semplicemente, mortalmente banale. Nel racconto e nei suoi modi, nei personaggi e nei loro dialoghi. Prima e soprattutto nel protagonista, copia brutta di tanti geek/emarginati/strambi/anticonvenzionali belli che la cinematografia ci ha regalato.
Con me hanno nicchiato, sbuffato e sofferto il Fellow Iak-the-Mate ―e vedete ‘sta cavolo di legge di Murphy: per una volta che il Fellow si presenta! 🙁 ― l’Anarcozumi ―anche lei per una volta che supera la momentanea aporia della sala (aporia??) e ci ritorna― il Fellow D-Bridge ―anche lui per una volta che l’ho lavorato ai fianchi pur di (con)vincerlo per sfinimento a dare un’occasione al film― e il WG Mat ―anche lui per una volta incuriosito da un presunto geek/emarginato/strambo/anticonvenzionale che potesse sfidare Sheldon Cooper (non riuscendoci nemmeno per ischerzo).

Scanio Libertetti è un ingegnere mancato che si paga l’affitto riparando macchine del caffé ―anzi, per essere precisi, si paga l’affitto badando al porcellino d’india della tirchissima padrona di casa. E’ lo strambo del vilaggio edizione terzo millennio, con i soliti pseudo-amici con cui non ha nulla con cui spartire e il cui conformismo con la società ha il ruolo di far spiccare ancor più platealmente il sopra-le-righe su cui lui sta appollaiato. Più gli amici sono omologati al sistema, più il non-omologato Scanio risalta, fa notizia… ‘spetta che ci faccio un film, sembra aver pensato il regista, ignorando che la lettratura cinematografica pullula di personaggi simili, ma ben più convincenti del suo.
Purtroppo Scanio non funziona per molti aspetti, ma soprattutto per uno. Non stimola alcun tipo di reazione nello spettatore. E’ incolore. Non ti sta né simpatico né antipatico. Bene o male è artefice delle sue sventure, e mi riferisco a quelle amorose: la bella ragazza di turno, dopo averlo cercato, corteggiato, conquistato, sopportato, avvisato, finisce fra le braccia del suo opposto (il classico manager arrivato = tutto quello che Scanio non è). Ma lui non si scompone. E se non si scompone lui, ché, dobbiamo scomporci noi??
Qualcuno avrà spiegato al regista che una storia che scorre senza scossoni dall’inizio alla fine, non incide alcun ricordo nella mente dello spettatore? Che far passare un personaggio insulso per nouveau Candide o geek-chic non rende il personaggio le nouveau Candide né tanto meno geek-chic? Rimane insulso, punto. E non dico “mediocre”: il cinematografo ha una storia di mediocri di degno vanto alle spalle ―i Fantozzi del Villaggio, i Brancaleoni monicelliani, il Dead Man di Jarmush, e pure il Barry Lyndon kubrikiano. E non è nemmeno Amélie, né Forrest Gump, né il mio adoratissimo Napoleon Dynamite. In questi casi i personaggi, pur nella loro tragicommedia, facevano ridere. A Scanio Bertetti manca l’umanità del difetto: i grandi fallati o diversamente abili arrivano al cuore delle persone, e nel bene e nel male smuovono un sentimento. Lui purtroppo no.
A parte la legnosità di un personaggio così, c’è anche l’irritazione di trovarsi difronte a un apparecchio cinematografico che aspetti prenda il volo e rimane tutto il tempo a rollare sulla pista. Non so se a voi sia mai capitato (a me sì, spesso), e la sensazione è molto spiacevole: la voglia di decollare ―dai che adesso si ride― e la zavorra che ti tiene a terra ―no, ancora non si ride. “The Repairman” non spicca mai il volo, e le risate restano nel paradiso del potenziale realizzabile che rimane irrealizzato.
Anche la metafora della riparazione, che avrebbe potuto essere interessante, rimane sottosviluppata, e ambigua. Il sottotitolo “Perché cambiare la vita quando puoi riparare quella che hai?” fa a cazzotti con la storia di Scanio e dei personaggi che lo circondano. Lui non cambia e non ripara nulla di nulla a livello personale…
Quindi, bah… Non andiamo a cercare grandi Lebowski dentro piccoli Libertetti…

L’idea per questa settimana era proporre “The Foxcatcher”, ma già il mood oggi è un po’ botte-da-orbi, e poi abbiamo tutto un trascorso di frequentazioni con Tori scatenati, Rockies, Wrestlers, Fighters, Boxers, Cinderella Men, Million Dollar Babies, Ali, Hurricanes e pure la lotta libera, risulta un po’ troppo. E poi la rassegna Effetto Notte giunge in nostro soccorso e ci lusinga con

WE ARE THE BEST
di Lukas Moodysson

Trasposizione dell’omonima graphic novel, “We are the best” era stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2013. Poi come tanti film, di lui si perse ogni traccia, ma ricordo che era piaciuto. Ed eccolo rispuntare qui… E noi non vogliamo raggiungere Xgine un MARtedì di MARzo con questa bella allitterazione marinara a benedire la trasferta? 🙂

In realtà mi prenoto anche il vostro LUNEDI’, all’ASTRA, perché il Mastro, alle ore 20:30, propone la versione restaurata di METROPOLIS, il film di Fritz Lang che fece la storia del cinema nel 1927. Tenete a mente. 1927.
Quindi se volete, ci troviamo pure lì 🙂

Visto che ho attaccato molte brighe in questo messaggio e starete tutti cercando un estintore per smorzare la testacalda che mi ritrovo, do il mio contributo anch’io e provo a concludere in leggerezza nel Movie Maelstrom, dedicato a un cine-investimento immobiliare che potete ipotizzare per il prossimo semestre.
Nel frattempo mi auguro di vedervi domani e/o martedì, vi ringrazio della clemenza e vi saluto dei saluti pruriginosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non so se vi sia mai capitato di vedere “Up”, il cartone animato della Pixar uscito nel 2009. A me è successo di recente ―e grazie al WG Mat, che ogni tanto tocca proprio ringraziarlo 🙂
Come sapete, io sono una sostenitrice dei film d’animazione di qualità, e questo, questo lo è davvero. E non entro nel merito della coccolaggine del vecchino protagonista, né della storia d’amore-e-morte con la moglie.
Volevo solo farvi sapere che la casetta che ha ispirato il film esiste (cioè, ESISTE!) ed è in vendita, a Seattle…
http://www.repubblica.it/esteri/2015/03/12/foto/seattle_all_asta_la_casa_che_ha_ispirato_up-109373811/1/#1
Mentre pensate all’investimento nello Stato di Washington per salvare la casettina coi palloncini dall’ennesimo centro commerciale, guardatevi il film.
Fa bene all’anima. 🙂

WE ARE THE BEST: Stoccolma, 1982. Bobo e Klara sono due amiche tredicenni che adorano la musica punk e non hanno nessuna intenzione né di vestirsi né di comportarsi come gli adulti vorrebbero. Scoperta la possibilità di utilizzare uno spazio in cui suonare in una struttura pubblica si inventano una capacità che non hanno e decidono di formare un duo. A loro si aggiungerà Hedvig che, nonostante o forse proprio a causa dell’educazione familiare, è attratta dal loro anticonformismo.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 235 – propone THE REPAIRMAN e commenta VIZIO DI FORMA

LET’S MOVIE 235 – propone THE REPAIRMAN e commenta VIZIO DI FORMA

THE REPAIRMAN
di Paolo Mitton
Italia, 2015, ’89
Lunedì 9/Monday 9
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/Dal Mastro

 

Fiji Fellows,

Boeing 747 e in sedici ore o poco più potrei essere a Suva, con un bel mai-tai in mano, il sole a picco sopra la testa, la recensione su “Vizio di forma”, un pensiero lontano sprofondato nel Vecchio Mondo.
Questa manfrina per il puro gusto d’immaginarmi a Suva con un mai-tai in mano ―goduria non da poco. Però, per quanto la sola idea di mettersi a scrivere su “Vizio di forma” abbia atterrito gran parte dei Moviers presenti lunedì, in realtà la recensione potrebbe essere la sfida più Annapurna della storia lezmuviana, e questo si sa, stuzzica molto i ramponi del Board. 😉

Avrete tutti dimestichezza con Raymond Chandler, immagino. Se non c’avete dimestichezza, e il cosiddetto genere hard-boiled (=poliziesco) degli anni ’30 non è esattamente il vostro ambiente perché voi siete più che altro tipi da Nouvelle Vague e ingannate il tempo alla fermata dell’autobus leggiucchiando i Cahiérs du Cinéma, be’ allora vi dico per vostra informazione e cultura personale che lo strambissimo protagonista di “Vizio di Forma”, Larry “Doc” Sportello, è il diretto discendente di Philip Marlowe, il detective chandleriano che bazzicava i bassifondi di Los Angeles negli anni ’30 e risolveva i casi più disparati, come il nostro Larry. Ma certo, se Marlowe è il trisavolo di Larry, suo fratello gemello è senz’altro il Grande Drugo Leboswski, entrambi loser dichiarati ―dichiarati con un certo orgoglio sopratutto nel caso del Drugo coeniano― entrambi sfatti ―soprattutto nel caso del Doc andersoniano.
Ma mi sono precipitata senza prima dare il giusto spazio all’affollamento di Moviers di lunedì! Abbiamo eguagliato il record storico della (s)porca dozzina, con i seguenti Moviers: Vanilla & Chocolate (golose, sempre, messe così vicine) e, a ricalcare la sfumatura bruna e-basta-col-grigio, la Lady Brown; il Fellow The Candy The Andy post-vasca, il Movier micro magnate Onassis Jr, finalmente il Fellow Felix, il WG Mat, il Fellow Giusenzaccento, il Magno Carlo e due Moviers nuovi nuovi, pargoli pargoli, Adriano detto Pizzo (macramé, in caso, zero collusioni con mafia o robe simili) e Matteo detto Granpa (pronunciato con inflessione del Cumberlandshire, mi raccomando :-)). A loro abbiamo già spiegato come funzica la res lezmuviana, e hanno assistito, se non proprio proprio al film dell’anno, a quella bella atmosfera di accapigliamenti post-proiezione di cui io personalmente vado molto fiera.

Non ci si capisce molto, nel parlatissimo “Vizio di forma”. Cercare di tratteggiarne un riassunto, pur indefinito e vago, non s’ha da fare ―e già dicendo così accontento Leopardi e Manzoni. Posso dirvi che il protagonista, il nostro detective post-Marlowe co-Lebowski, viene contattato dalla sua ex fidanzata, Shasta, che gli chiede di evitare che Mickey Woolfman, il milardiario che sta frequentando, venga fatto internare in manicomio dalla moglie e dall’amante di questa.
Ecco, fin qui ci sono arrivata, e questo viene esplicitato circa entro il settimo minuto dall’inzio. Ma questo fatto non è che la cosidetta punta dell’iceberg: Sportello accetta di aiutare Sashta, ma il caso si complica includendo tutta una serie di sotto-casi, para-casi, intra-casi che, dall’ottavo minuto in poi, vi fanno perdere il filo, l’orientamento, la bussola, tutto ciò che di perdibile il vostro zainetto da boyscout lezmuviano contiene. Una voce fuori campo ―in pieno stile noir― introduce un affastellarsi di nomi, situazioni improbabili, personaggi assurdi fra cui trafficanti di droga, poliziotti frustrati, black panthers, energumeni filo-ariani, madri strafatte e prostitute asiatiche, milionarie sharonstoniane con addosso trikini neri da sballo e consulenti spirituali di molto fisico e ben poco spirito.
Il collante che unisce questi fili narrativi che costituiscono la matassa del film è la droga, in ogni forma, supporto, stato ―solido, liquido, gassoso, erboso. E la stessa esperienza cinematografica vissuta dallo spettatore è quella del trip, inteso non come tragitto da A a B ma come viaggio psicotropo in assenza di mutazioni lisergiche alcune. “Vizio di forma” si collaca all’interno di quella categoria cinematografica in cui devi lasciare a casa la logica, smettere di tracciare collegamenti tra fatti e nomi, premesse e conclusioni. Se applichi quel metro, ne esci sconfitto ―o semplicemente frustrato, come il nostro Movier Magno Carlo, la cui insofferenza al film è stata espressa nella votazione “meno 10” (le votazioni sotto lo zero erano pratica comune ad Aquisgrana, si sa :-)). Il prezzo richiesto allo spettatore da parte di questi film, tra cui citerei “Paura e delirio a Las Vegas” e “Pasto nudo”, è quello del “lasciate ogni speranza (di capirci) voi ch’entrate” ―e così accontentiamo pure il Sommo. Con la differenza che in “Vizio di forma” l’allucinogeno non deforma la realtà in senso fisico, come nel caso dei due film citati ―nessuna macchina da scrivere che si tramuta in scarafaggio, per intenderci― ma distorce le relazioni fra i personaggi. Anderson non si lascia trascinare in discese oniriche che piacciono tanto, per dire, a un Terri Gilliam (“Parnassus” è un altro film da mettere accanto ai due sopracitati): non percorre la strada della trasposizione visiva dell’allucinogeno. E’ la distorsione dello spazio mentale ―riflesso di un’epoca― che interessa al regista. E questo è da apprezzarsi: è come cercare un’altra via, una strada nuova.
Per darvi un’idea, una scena: Larry, stravaccato sul divano di casa a rollarsi uno spinello ―pratica che lo vede spesso impegnato. Ecco che il poliziotto Bigfoot (un po’ la sua nemesi in formato cop) fa irruzione in casa sua mandando in frantumi la porta a vetri ―e già ridi: un tizio Bigfoot di nome e di fatto, che sfascia una porta fa ridere (è il cosiddetto Bud Spencer Effect). Dopo un breve monologo abbastanza nonsense, Bigfoot prende il vassoio di erba (non graminacea, oppiacea) da cui Larry si stava servendo e ne divora, letteralmente a manciate, il bendiddio che ci sta sopra. Poi, di punto in bianco, prende e se ne va.
Larry rimane lì, seduto per terra, incredulo e attonito.
Cosa c’è di più distorto di un poliziotto che si strafoga di marijuana nella casa di un loser fatto che pratica il suo stesso lavoro?
Larry appare così tutto il film, stralunato e malinconico, ma riesce comunque a mantenere una specie di distacco dalle cose, e questo deriva direttamente dalla penna di Pynchon, che ha abbozzato il detective Sportello sul modello del detective anni ’30 ―il Philip Marlowe di prima che tutti conoscete benissimo― pur inserendolo in un periodo di transizione assai complesso: il film è pieno di riferimenti alla cultura hippie degli anni ’60, tutta marijuana, dreadlock e piedi scalzi (e sozzi), di cui Larry è il portatore number one. Al contempo però, è radicato negli anni ’70, la decade dell’eroina, degli speculatori edilizi ricchi e spietati, di Nixon ―il cui volto è sempre presente, alla televisione oppure alle pareti degli interni che si vedono― e di Charles Manson, anche lui citato spesso nel film. E il vizio del titolo, erroneamente definito “di forma” dalla traduzione italiana, in realtà è un vizio “inherent” ovvero “intrinseco”, un difetto di funzionamento delle cose che non può essere risolto ―nelle polizze assicurative marittime, ci viene spiegato, è tutto ciò che non può essere assicurato in quanto impossibile da evitare, come “le uova che si rompono, la cioccolata che si scioglie, ecc…”.
Il vizio intrinseco porta con sé una profonda malinconia, come di cose inevitabilemente fallate e perdute, e questo sapore di gone-baby-gone, di solitudine, si sente in tutto il film. E anche nel personaggio stesso di Larry, nel suo amore con Sashta che non è più e non tornerà più, e nei suoi anni ’60 di mariuana e piedi scalzi, che nemmeno quelli, torneranno più. La nostalgia è un gas nervino che si spande dall’inizio alla fine, e questa, forse, è la sostanza a cui il film risulta più addicted…

Se però riusciamo a superare tutto l’intrico di informazioni, fatti, (collega)menti labili, eventi storici, luoghi geografici dentro cui perdiamo le coordinate, possiamo godere di momenti semplicemente esilaranti. You see, i film sono fatti anche di singole scene che valgono da perle e anche più: e pazienza se del film scorderai il 98% una volta a casa. Quel 2% che ti rimane basta a ripagarti, anche solo del prezzo del biglietto.
C’è una scena che è qualcosa in più, per me, del 2%. Larry a casa di una tossica che lo assolda per rintracciare il marito scomparso (e tossico, of course). Dopo avergli raccontato le circostanze estremamente burroughsiane in cui ha conosciuto il marito (non scendo in dettagli ma c’entrano poo&puke), la tossica spiega a Larry i danni che l’eroina ha causato alla figlioletta mostrandogli una fotografia della piccola. A noi spettatori la foto non è concessa: ma basta il grido di stupore/orrore di Larry a farcela “vedere”. La fila in cui i Moviers stavano leboswskianamente spaparanzati è stata scossa da una risata collettiva che ricorderò vita natural durante ―e vale BEN PIU’ del 2%, e anche di una messa…
Non tornerei a vedere questo film. Così come non rivedrei i polizieschi degli anni ’70, in cui, concordavamo io e il WG Mat, non ci si raccapezzava molto: rincorrevi tutto il tempo la ragnatela di fatti e nomi appuntati sul taccuino del detective sgarruppato di turno, battevi con lui le periferie squallide delle metropoli americane minori tipo Detroit o Atlanta, la macchina piena di bicchieri di caffé e mozziconi di sigarette. E quello, in fondo, bastava.
No, nn tornerei a vedere questo film, ma, ci crediate oppure no, il fun c’è stato. E non so se questo sia dipeso da certi istanti buffissimi (l’indimenticabile scena della foto-con-urlo), oppure dall’estasi della calca lezmuviana intorno a me, oppure dall’entusiasmo con cui la Fellow Vanilla difendeva il film insieme alla Lady Brown, oppure per il verdetto laconinco-matematico del Fellow Giussenzaccento ―”Vizio di forma” sta a Anderson come “Il grande Lebowski” sta ai Coen”, Amen― oppure per quello tarantiniano del Candy ―“Una combinazione di “Le Iene” e “Jackie Brown”― oppure per il Fellow Onassis Jr, che vorrebbe tanto la smettessi con piccionate&pipponate e virassi una volta per tutte sullo Smelly. 🙂 Tutto questo senz’altro ha avuto il suo bel peso. Ma il peso l’hanno anche avuto un’incertezza di categorizzazione del film. “Vizio di forma” non è una commedia, non è un dramma, non è un noir. E’ tutt’e tre. E quando non sai bene dove collocare un film, allora c’è qualcosa di appetitoso che bolle in pentola, e non c’è rien à faire, non puoi che aspettare di affondarci il cucchiaio…

Alla fine è stata ‘na passeggiata, ‘sta Annapurna…sarà stato il mai-tai…
E per festeggiare al campo-base, ci facciamo tutti una commedia

THE REPAIRMAN
di Paolo Mitton

Eh sì, dopo volatili hollywoodiani, piccioni svedesi e trip allucinati, un po’ di comedy ci vuole ―e dalle tribune un boato di giubilo spazzò via il Board 🙂
So solo che “The Repairman” ha un sottotitolo interessante ―”Perché cambiare la vita se puoi aggiustare quella che hai?”― e un nerd per protagonista. Essendo io segretamente innamorata di Sheldon Cooper (Big Bang Theory, per chi non sapesse), non posso lasciarmi scappare una comedy in cui potrei ritrovarne il doppelganger italiano (sì, ho detto doppelganger)… Poi non so, sarà che avrei tanto voluto proporvi “Superfast & Superfurious” ma voi leggete le Cahiérs du Cinéma alla fermata dell’autobus, e mi sono fatta qualche scrupolo…
🙂

Cerco di riemergere dal mare d’idiozia che amo tanto navigare, e vi consiglio di dare uno sguardo al Movie Malestrom, evitando il riassunto.
Vi ringrazio tanto della pazienza (mammamia, tanto tanto) e vi saluto mandandovi dei saluti oceanicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Lo volete un bel film da un regista esordiente? Aspettate una settimanella e poi andate dal Mastro a vedervi “Cloro“, di Lamberto Sanfelice, lanciato in anteprima mercoledì scorso all’Astra ―con il regista presente in sala!― all’interno di Avvicinamenti, la rassegna che ci accompagna, anzi, avvicina, al Trento Film Festival Edizione 2015 (1-10 maggio) 🙂 http://trentofestival.it/tff-365/calendario/avvicinamenti/
Finalmente un regista che vede la montagna come ostile ―non dimentichiamoci che Trento, prima di diventare “Trentoville” e assumere quell’aria da paesone in mezzo alla prateria, fu per molto tempo nota come “Trentostile”― un regista che non ha paura di descrivere la montagna in questo modo, svicolando dai soliti approcci che la leggono in termini neo-romantici o post-apocalittici o panora-mistici…
“Cloro” racconta la storia di un’adolescente, Jennifer, trascinata via dalla città e costretta a vivere nel middle-of-nowhere montano, dove non può praticare la passione della sua vita: il nuoto sincronizzato.
Madre morta, padre perso nel proprio dolore, fratellino da tirar su, compongono il quadro.
Un film duro e puro, come il freddo che gela baite e piedi sradicati da marciapiedi urbani. E come la mancanza del mare, mai così presente pur nella sua fisica assenza.
Film assolutamente da segnare sul taccuino del bravo Movier.  🙂

THE REPAIRMAN: Scanio Libertetti, un mancato ingegnere che si guadagna da vivere riparando macchine da caffè, segue un corso di recupero punti in un’autoscuola di provincia. Chiamato a spiegare come abbia perso la patente, travolge insegnante e compagni di corso con il racconto del suo ultimo anno di vita. Tra amici ormai realizzati che non perdono occasione per criticarlo, lo squillo insistente di un vecchio telefono e lo zio panettiere che lo incoraggia sempre a valorizzare le sue doti, Scanio si muove in equilibrio precario fra le contraddizioni del mondo moderno. Solo Helena, giovane inglese trasferitasi in Italia per lavorare come esperta di risorse umane, pare essere la presenza in grado di capirlo e di rassicurarlo. Almeno per un po’.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 234 – propone VIZIO DI FORMA e commenta UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA

LET’S MOVIE 234 – propone VIZIO DI FORMA e commenta UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA

VIZIO DI FORMA
di Paul Thomas Anderson
USA, 2015, ‘148
Lunedì 2/Monday 2
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro

 

Magn.ci Moviers, Magn.co Board,

L’Academy è lieta di dare conferma dei film selezionati da Voi Moviers, e di aver provveduto alla premiazione dei seguenti, come da vostra segnalazione

MIGLIOR FILM: Birdman
MIGLIOR REGIA: Alejandro González Iñárritu, Birdman
MIGLIOR ATTORE: Eddie Redmayne, La teoria del tutto
MIGLIOR ATTRICE: Julianne Moore, Still Alice
MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE: Birdman
MIGLIOR FILM STRANIERO: Ida
MIGLIOR FOTOGRAFIA: Birdman
MIGLIOR MONTAGGIO: Whiplash
MIGLIOR MONTAGGIO SONORO: Whiplash
MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA: J.K. Simmons, Whiplash
MIGLIOR MONTAGGIO SONORO: Whiplash
MIGLIOR CANZONE: “Glory” da Selma
MIGLIOR SONORO: American Sniper

Per farvi cosa gradita, abbiamo aggiunto due Statuette per:

MIGLIOR FILM ANIMAZIONE: Big Hero 6 — Il film che ha celebrato il compleanno del Magn.o Board
MIGLIOR COSTUMI: Milena Canonero (Grand Budapest Hotel)

Abbiamo altresì informato Scarlett Johansson dell’apprezzamento del Board per il suo Versace di raso verde bottiglia abbinato a testa rasata, e abbiamo fatto pervenire a Gwyneth Paltrow la videocassetta di “Dinasty” del 1985, in cui Joan Collins sfoggiava lo stesso abito rosa tutù con ortensia sul monospalla. Ci è stato riferito che prenderà dei provvedimenti.
Eddie Redmayne in smoking si è detto lusingato dal vostro “Apperò, anvedi lo schizzetto in smoking”.

Con la speranza che il prossimo anno Let’s Movie continui a mandarci in anteprima i film da premiare ―risparmiandoci del gran sbatti― vi ringraziamo  e porgiamo saluti cinematograficamente cinematografici.

Academy’s Board of Governors
From Board to Board 🙂

 

Magnifici Moviers!

Certo che sagome, questi dell’Academy, che fanno i burloni e imitano la chiusura delle lezmuvi-mail. 🙂
Credo di avervi fatto la classica cosa gradita, inoltrandovi la lettera dell’Academy, che qui trovate ovviamente tradotta e riprova quanto abbiano fatto quello che gli avevamo chiesto di fare, Fellas 😉
Inutile dire che questa edizione mi ha lasciato molto soddisfatta. L’incetta di Inarritu, Ida, Whiplash, Redmayne-Hawking, e Milena Canonero, che si riconferma la regina dell’ago e filo ―4 Oscar so far, costumi per Barry Lindon e Arancia Meccanica (sua l’idea della bombetta a borghesizzare la testacalda di Alex Drugo, cioè).
Ha vinto pure Big Hero 6, con cui festeggiamo il Board’s day 🙂

Dal carrozzone hollywadiano, tutto lustrini, broccati e sciroccati (Jared Letho, perché quello smoking azzurrino da nerd al ballo di fine anno back in the 70s, PERCHE’?!?), voliamo dritti dritti nella Svezia stinta di Roy Andersson col suo “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”. A bordo con me, i due Moviers che non si sono lasciati intimorire dalle altezze del cinema da cinéphiles. Al sedile alla mia destra, il Fellow The Candy Andy The, al sedile alla mia sinistra, il Movier Magno Carlo ― e prima della carlinga, mi attendevano al check-in in tutta la loro svettante lezmuvità. 🙂
Dalla cabina di pilotaggio, lui, il Mastro, il pilota, ci avverte: io vi ci porto volentieri, in Svezia, ma vedete un po’ voi chevvipare di ‘sto piccione…
In effetti a fine viaggio la sensazione che aleggiava nell’aria lezmuviana era tra lo scetticismo, l’incredulità e una dose molto molto massiccia di un macchecavolohoappenaguardato.
Riassumervi il film…Bah, 39 quadretti ovvero 39 scene assurde che raccontano, non-raccontando, l’assurdità del vivere…. Andersson comincia con il piede giustissimo, infilandone 3 sulla morte con quella comicità figlia del surrealismo e del non-sense che, non so voi, ma io trovo molto molto elettrizzante ―okay, magari non ti sfasci dalle risate, ma fai quella risata “macheccavolohoappenaguardato” che va pure bene.

Primo quadretto: Interno famigliare: cucina sullo sfondo dove una moglie anziana prepara la cena. Primo piano, sala da pranzo, il marito intento a stappare una bottiglia di vino. Nello sforzo, stramazza… E, come si suol dire, morì con un cavatappi in mano, (versione Anderson del falafel, a quanto pare). E’ un riso un po’ macabro, quello dello spettatore: la scena ti prospetta un dramma, ma te lo prospetta all’interno di una situzione pazzesca, senza senso: Il marito muore così, e la moglie, per giunta, non si accorge di nulla. Ma sai la faccia di quando si girerà e vedrà il marito lì, stecchito lì?, ti viene da chiederti… Insomma, la scena, nella sua tragicomica manciata di minuti, ti fa pensare a una cifra di temi: il non-senso, dicevamo, e l’ingiustizia, e il grottesco. Cioè, si può morire così?? Ci immaginiamo la morte come un evento solenne, circonfuso da una sua nobiltà. E invece toh, questo svedese sovrappeso mi schiatta di crepacuore stappando il vino…

Secondo quadretto: ospedale. Vecchia in punto di morte sdraiata a letto, i fgli intorno al capezzale che litigano e cercano di strapparle dalle mani la borsa con dentro gli averi di famiglia. La vecchia è moribonda, ma non molla la presa. Loro ci provano, ma lei non molla: tirano talmente tanto da spostare il letto a rotelle, ma la vecchia non molla…

Terzo quadretto: passeggero morto a bordo di un traghetto. La vexata questio è: chi si spartisce la sua consumazione già pagata ma rimasta intatta?

Queste tre scenette, che spingono a  riflettere sull’esistenza e la morte da una prospettiva comica, vengono poi seguite da scene più lunghe che ripropongono bene o male gli stessi personaggi. Particolarmente efficace la coppia di commessi viaggiatori che vanno in giro a proporre la loro merce, ovvero gadget per far ridere la gente ―maschere di gomma, sacchetti di risate e denti canini da Dracula. Impossibile non riconoscere in quei due, i discendenti di Didi e Gogo, i due barboni protagonisti di “Aspettando Godot”: Didi e Gogo, mentre aspettano questo God(ot) che alla fine, guarda caso, non arriva, litigano tutto il tempo, pensano di separarsi, ma poi alla fine rimangono uniti: ed è proprio attraverso i loro discorsi banali e sconnessi che emerge il nonsenso della vita umana. Lo stesso si può dire dei due commessi viaggiatori di Andersson. Baruffe, interdipendenza, nonsenso.
Poi c’è la barista Lotte la Zoppa che fa pagare i suoi drink a suon di baci, e intona un motivetto che suona come “Glory Glory Alleluja”; c’è il marinaio che non riesce a incontrare chi deve incontrare davanti a un bar, che è tale e quale al drugstore dipinto da Hopper che l’Anarcozumi sta pensando di comprare, tanto le piace; o una tanguera paffuta che molesta platealmente un ballerino in evidente imbarazzo…
Diciamo che la prima meta è sopportabile. La seconda metà sconfina nel drammatico cruento. C’è la scena di una scimmia, pòra-bestia elettroshockata per scopi scientifici in evidente agonia, e, accanto a lei, una scienziata, lo sguardo fuori dalla finestra, cellulare alla mano, e la risposta ripetuta “Sì stiamo tutti bene” ―tormentone che ritorna anche in altre scene. E la scena che ho trovato più agghiacciante: una colonia di schiavi neri costretti a entrare dentro una specie di enorme cilindro di rame tipo cuocicastagne con tanto di fiamme alla base e fumo che esce dall’alto…
Ecco, scene di questo tipo rinviano al cruento insensato di cui l’essere umano, anzi, disumano, è in grado. Ma certo, per il peso delle implicazioni che comportano, e delle associazioni che ci costringono a tracciare, tingono l’atmosfera di lugubri colori. E quanto al lugubre, Andersson ha mantenuto una coerenza cromatica dall’inizio alla fine. Gli incarnati dei personaggi sono smunti, grigiastri, come se la pelle fosse stata tenuta al buio di una cantina per 40 giorni e poi riproposta dentro interni illuminati da luci obitoriali, neon sparati che trasformano quegli interni condominiali, squallidissimi nel loro anonimato seriale, in piccoli teatri da posa del vivere urbano contemporaneo. La dimensione teatrale, come dicevo prima citando Beckett, è fortissima. E anche quella artistica.
E qui arrivo alla conclusione cui sono giunta. Questo film non è tanto un film da sala cinematografica, ma museale. Sarebbe perfetto all’interno di quelle gallerie d’arte contemporanee che propongono quelle video-istallazioni in cui vi vengono offerti un paio di cuffie, un divanetto (di solito scomodo) su cui sedervi e cercare di cavare un cavolo di senso dal materiale incasinato che vi viene proposto. Ecco “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”, secondo me, è video arte. Potrebbe essere benissimo scorporato ―la struttura suddivisa in 39 episodi a sé stanti è già bell’e pronta― e mandato in onda attraverso 39 televisori posizionati all’interno di uno spazio espositivo, facendo passare lo spettatore da televisore a telvisore e lasciandolo trarre le sue cuclusioni a fine percorso. Ma capirete, definire questo film un film da sala cinematografica, e premiarlo alla Mostra del Cinema di Venezia con il Leone d’Oro, mi sembra come confondere mezzi e luoghi ―nonché allontanare lo spettatore dalla sala. Per come sono fatta io, un film così mi titilla (titilla??) il cervello, e continuo a pensarci anche a casa, anche i giorni successivi, ma comprendo lo sconcerto, e lo sconforto, di tanti spettatori.
La mano di Andersson è fredda, e le emozioni sono (raf)freddate ―e forse la pelle grigiastra dei personaggi e gli interni asettici di cui parlavo sono legati a una morte per assideramento dell’umanità intesa sia come atteggiamento e come Menschheit/mankind, riflettiamoci… E per noi mediterranei tuttosangue e Antonio-fa-caldo risulta difficile sintonizzarsi su quel genere di humor gelo. E la sensazione di uscire dal film con una domanda in testa, “che diamine ho visto?”, in fondo credo faccia parte dell’intenzione e del gioco. E questo rispecchia un po’ anche il significato non-significato del piccione stesso, presente in alcuni quadretti e aleggiante in altri, una presenza che accompagna e osserva dall’alto del suo ramo, incurante, noi poveri omuncoli nelle nostre meschinerie quotidiane…
Però pensandoci, micamale l’idea della video istallazione…Mo’ contatto il neo Direttore del MART, Gianfranco Maraniello (Lez Muvi vi fa anche da ANSA), e gli offro ‘sta dritta museografica aggratis, cine e arte insieme…è proprio il caso di dire “due piccioni con una sala” ― super silly Board…

E questa settimana passiamo dal nonsense al noir

VIZIO DI FORMA
di Paul Thomas Anderson

-Moviers: “Perché “Vizio di forma”?
-Board: “Sostanzialmente perché basato sull’omonimo romanzo di Thomas Pynchon, che sì, è lui, quello di “V”…Ora non so se “V” vi dica qualcosa, ma se non ve lo dice, vi dico io che è IL libro che ha aperto le porte al postmodernismo”.
-Moviers: “Non ci sembra un gran motivo per proporre il film”.
-Board: “Giusto… Ma il regista è quello di “Magnolia”!”
-Moviers: “Il regista è anche quello dell’incomprensibile “The Master”….”
-Board: “Damn it, ma ve lo ricordate???!”
-Moviers: “Eccerto”
-Board: “Ehm… Voglia di un po’ di noir? Voglia di risparmiarci i Fratelli Taviani (nel loro momento più buio)? Voglia di risparmiarci Silvio Muccino (al buio perenne, con e senza momento)?”
-Moviers: “Ecco meglio… Comunque ricordati Board. A noi, non ci freghi”

Con voi non c’è storia, Moviers, mi zittite sempre… 🙂

Con la coda tra le gambe, quindi, mi dileguo fra le nebbie domenicali, lasciandovi al Movie Maelstrom musicale, al riassunto infernale e ai saluti, oltreoceanicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Questo Movie Maelstrom è dedicato alla canzone che ha portato l’unico Oscar a “Selma”, film (da vedere) che racconta la marcia di protesta pacifica voluta da Martin Luther King da Selma a Montgomery, in Alabama, nel 1965 come atto di ribellione agli abusi subiti dagli afroamericani negli Stati Uniti. John Legend, che non sbaglia un colpo ―ripenso a quanto sia stato grande nella hit “Who did that to you?” di “Django Unchained”― firma questa sublime versione gospel-rap di Glory, insieme al rapper Common.
Vi riporto la versione con il testo, così ne godete in tutta la sua…glory… https://www.youtube.com/watch?v=Z6BuXRTk5D4
“We sing, our music is the cuts we bleed through”…
A me piace DA-MO-RI-RE… How about you? 🙂

VIZIO DI FORMA: Quando la vecchia fiamma del detective privato Doc Sportello si presenta inaspettatamente raccontando la storia del suo attuale compagno, il miliardario proprietario terriero del quale è innamorata, e delle trame di sua moglie e del suo ragazzo nel tentativo… beh, facile a dirsi per lei. Siamo alla fine degli psichedelici anni ’60 e la paranoia è all’ordine del giorno e Doc sa che “amore” è un’altra di quelle parole in voga in quel momento storico, come “trip” o “groovy”, che vengono usate a sproposito – solo che questa di solito porta guai.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More