LET’S MOVIE 234 – propone VIZIO DI FORMA e commenta UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA

LET’S MOVIE 234 – propone VIZIO DI FORMA e commenta UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA

VIZIO DI FORMA
di Paul Thomas Anderson
USA, 2015, ‘148
Lunedì 2/Monday 2
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro

 

Magn.ci Moviers, Magn.co Board,

L’Academy è lieta di dare conferma dei film selezionati da Voi Moviers, e di aver provveduto alla premiazione dei seguenti, come da vostra segnalazione

MIGLIOR FILM: Birdman
MIGLIOR REGIA: Alejandro González Iñárritu, Birdman
MIGLIOR ATTORE: Eddie Redmayne, La teoria del tutto
MIGLIOR ATTRICE: Julianne Moore, Still Alice
MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE: Birdman
MIGLIOR FILM STRANIERO: Ida
MIGLIOR FOTOGRAFIA: Birdman
MIGLIOR MONTAGGIO: Whiplash
MIGLIOR MONTAGGIO SONORO: Whiplash
MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA: J.K. Simmons, Whiplash
MIGLIOR MONTAGGIO SONORO: Whiplash
MIGLIOR CANZONE: “Glory” da Selma
MIGLIOR SONORO: American Sniper

Per farvi cosa gradita, abbiamo aggiunto due Statuette per:

MIGLIOR FILM ANIMAZIONE: Big Hero 6 — Il film che ha celebrato il compleanno del Magn.o Board
MIGLIOR COSTUMI: Milena Canonero (Grand Budapest Hotel)

Abbiamo altresì informato Scarlett Johansson dell’apprezzamento del Board per il suo Versace di raso verde bottiglia abbinato a testa rasata, e abbiamo fatto pervenire a Gwyneth Paltrow la videocassetta di “Dinasty” del 1985, in cui Joan Collins sfoggiava lo stesso abito rosa tutù con ortensia sul monospalla. Ci è stato riferito che prenderà dei provvedimenti.
Eddie Redmayne in smoking si è detto lusingato dal vostro “Apperò, anvedi lo schizzetto in smoking”.

Con la speranza che il prossimo anno Let’s Movie continui a mandarci in anteprima i film da premiare ―risparmiandoci del gran sbatti― vi ringraziamo  e porgiamo saluti cinematograficamente cinematografici.

Academy’s Board of Governors
From Board to Board 🙂

 

Magnifici Moviers!

Certo che sagome, questi dell’Academy, che fanno i burloni e imitano la chiusura delle lezmuvi-mail. 🙂
Credo di avervi fatto la classica cosa gradita, inoltrandovi la lettera dell’Academy, che qui trovate ovviamente tradotta e riprova quanto abbiano fatto quello che gli avevamo chiesto di fare, Fellas 😉
Inutile dire che questa edizione mi ha lasciato molto soddisfatta. L’incetta di Inarritu, Ida, Whiplash, Redmayne-Hawking, e Milena Canonero, che si riconferma la regina dell’ago e filo ―4 Oscar so far, costumi per Barry Lindon e Arancia Meccanica (sua l’idea della bombetta a borghesizzare la testacalda di Alex Drugo, cioè).
Ha vinto pure Big Hero 6, con cui festeggiamo il Board’s day 🙂

Dal carrozzone hollywadiano, tutto lustrini, broccati e sciroccati (Jared Letho, perché quello smoking azzurrino da nerd al ballo di fine anno back in the 70s, PERCHE’?!?), voliamo dritti dritti nella Svezia stinta di Roy Andersson col suo “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”. A bordo con me, i due Moviers che non si sono lasciati intimorire dalle altezze del cinema da cinéphiles. Al sedile alla mia destra, il Fellow The Candy Andy The, al sedile alla mia sinistra, il Movier Magno Carlo ― e prima della carlinga, mi attendevano al check-in in tutta la loro svettante lezmuvità. 🙂
Dalla cabina di pilotaggio, lui, il Mastro, il pilota, ci avverte: io vi ci porto volentieri, in Svezia, ma vedete un po’ voi chevvipare di ‘sto piccione…
In effetti a fine viaggio la sensazione che aleggiava nell’aria lezmuviana era tra lo scetticismo, l’incredulità e una dose molto molto massiccia di un macchecavolohoappenaguardato.
Riassumervi il film…Bah, 39 quadretti ovvero 39 scene assurde che raccontano, non-raccontando, l’assurdità del vivere…. Andersson comincia con il piede giustissimo, infilandone 3 sulla morte con quella comicità figlia del surrealismo e del non-sense che, non so voi, ma io trovo molto molto elettrizzante ―okay, magari non ti sfasci dalle risate, ma fai quella risata “macheccavolohoappenaguardato” che va pure bene.

Primo quadretto: Interno famigliare: cucina sullo sfondo dove una moglie anziana prepara la cena. Primo piano, sala da pranzo, il marito intento a stappare una bottiglia di vino. Nello sforzo, stramazza… E, come si suol dire, morì con un cavatappi in mano, (versione Anderson del falafel, a quanto pare). E’ un riso un po’ macabro, quello dello spettatore: la scena ti prospetta un dramma, ma te lo prospetta all’interno di una situzione pazzesca, senza senso: Il marito muore così, e la moglie, per giunta, non si accorge di nulla. Ma sai la faccia di quando si girerà e vedrà il marito lì, stecchito lì?, ti viene da chiederti… Insomma, la scena, nella sua tragicomica manciata di minuti, ti fa pensare a una cifra di temi: il non-senso, dicevamo, e l’ingiustizia, e il grottesco. Cioè, si può morire così?? Ci immaginiamo la morte come un evento solenne, circonfuso da una sua nobiltà. E invece toh, questo svedese sovrappeso mi schiatta di crepacuore stappando il vino…

Secondo quadretto: ospedale. Vecchia in punto di morte sdraiata a letto, i fgli intorno al capezzale che litigano e cercano di strapparle dalle mani la borsa con dentro gli averi di famiglia. La vecchia è moribonda, ma non molla la presa. Loro ci provano, ma lei non molla: tirano talmente tanto da spostare il letto a rotelle, ma la vecchia non molla…

Terzo quadretto: passeggero morto a bordo di un traghetto. La vexata questio è: chi si spartisce la sua consumazione già pagata ma rimasta intatta?

Queste tre scenette, che spingono a  riflettere sull’esistenza e la morte da una prospettiva comica, vengono poi seguite da scene più lunghe che ripropongono bene o male gli stessi personaggi. Particolarmente efficace la coppia di commessi viaggiatori che vanno in giro a proporre la loro merce, ovvero gadget per far ridere la gente ―maschere di gomma, sacchetti di risate e denti canini da Dracula. Impossibile non riconoscere in quei due, i discendenti di Didi e Gogo, i due barboni protagonisti di “Aspettando Godot”: Didi e Gogo, mentre aspettano questo God(ot) che alla fine, guarda caso, non arriva, litigano tutto il tempo, pensano di separarsi, ma poi alla fine rimangono uniti: ed è proprio attraverso i loro discorsi banali e sconnessi che emerge il nonsenso della vita umana. Lo stesso si può dire dei due commessi viaggiatori di Andersson. Baruffe, interdipendenza, nonsenso.
Poi c’è la barista Lotte la Zoppa che fa pagare i suoi drink a suon di baci, e intona un motivetto che suona come “Glory Glory Alleluja”; c’è il marinaio che non riesce a incontrare chi deve incontrare davanti a un bar, che è tale e quale al drugstore dipinto da Hopper che l’Anarcozumi sta pensando di comprare, tanto le piace; o una tanguera paffuta che molesta platealmente un ballerino in evidente imbarazzo…
Diciamo che la prima meta è sopportabile. La seconda metà sconfina nel drammatico cruento. C’è la scena di una scimmia, pòra-bestia elettroshockata per scopi scientifici in evidente agonia, e, accanto a lei, una scienziata, lo sguardo fuori dalla finestra, cellulare alla mano, e la risposta ripetuta “Sì stiamo tutti bene” ―tormentone che ritorna anche in altre scene. E la scena che ho trovato più agghiacciante: una colonia di schiavi neri costretti a entrare dentro una specie di enorme cilindro di rame tipo cuocicastagne con tanto di fiamme alla base e fumo che esce dall’alto…
Ecco, scene di questo tipo rinviano al cruento insensato di cui l’essere umano, anzi, disumano, è in grado. Ma certo, per il peso delle implicazioni che comportano, e delle associazioni che ci costringono a tracciare, tingono l’atmosfera di lugubri colori. E quanto al lugubre, Andersson ha mantenuto una coerenza cromatica dall’inizio alla fine. Gli incarnati dei personaggi sono smunti, grigiastri, come se la pelle fosse stata tenuta al buio di una cantina per 40 giorni e poi riproposta dentro interni illuminati da luci obitoriali, neon sparati che trasformano quegli interni condominiali, squallidissimi nel loro anonimato seriale, in piccoli teatri da posa del vivere urbano contemporaneo. La dimensione teatrale, come dicevo prima citando Beckett, è fortissima. E anche quella artistica.
E qui arrivo alla conclusione cui sono giunta. Questo film non è tanto un film da sala cinematografica, ma museale. Sarebbe perfetto all’interno di quelle gallerie d’arte contemporanee che propongono quelle video-istallazioni in cui vi vengono offerti un paio di cuffie, un divanetto (di solito scomodo) su cui sedervi e cercare di cavare un cavolo di senso dal materiale incasinato che vi viene proposto. Ecco “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”, secondo me, è video arte. Potrebbe essere benissimo scorporato ―la struttura suddivisa in 39 episodi a sé stanti è già bell’e pronta― e mandato in onda attraverso 39 televisori posizionati all’interno di uno spazio espositivo, facendo passare lo spettatore da televisore a telvisore e lasciandolo trarre le sue cuclusioni a fine percorso. Ma capirete, definire questo film un film da sala cinematografica, e premiarlo alla Mostra del Cinema di Venezia con il Leone d’Oro, mi sembra come confondere mezzi e luoghi ―nonché allontanare lo spettatore dalla sala. Per come sono fatta io, un film così mi titilla (titilla??) il cervello, e continuo a pensarci anche a casa, anche i giorni successivi, ma comprendo lo sconcerto, e lo sconforto, di tanti spettatori.
La mano di Andersson è fredda, e le emozioni sono (raf)freddate ―e forse la pelle grigiastra dei personaggi e gli interni asettici di cui parlavo sono legati a una morte per assideramento dell’umanità intesa sia come atteggiamento e come Menschheit/mankind, riflettiamoci… E per noi mediterranei tuttosangue e Antonio-fa-caldo risulta difficile sintonizzarsi su quel genere di humor gelo. E la sensazione di uscire dal film con una domanda in testa, “che diamine ho visto?”, in fondo credo faccia parte dell’intenzione e del gioco. E questo rispecchia un po’ anche il significato non-significato del piccione stesso, presente in alcuni quadretti e aleggiante in altri, una presenza che accompagna e osserva dall’alto del suo ramo, incurante, noi poveri omuncoli nelle nostre meschinerie quotidiane…
Però pensandoci, micamale l’idea della video istallazione…Mo’ contatto il neo Direttore del MART, Gianfranco Maraniello (Lez Muvi vi fa anche da ANSA), e gli offro ‘sta dritta museografica aggratis, cine e arte insieme…è proprio il caso di dire “due piccioni con una sala” ― super silly Board…

E questa settimana passiamo dal nonsense al noir

VIZIO DI FORMA
di Paul Thomas Anderson

-Moviers: “Perché “Vizio di forma”?
-Board: “Sostanzialmente perché basato sull’omonimo romanzo di Thomas Pynchon, che sì, è lui, quello di “V”…Ora non so se “V” vi dica qualcosa, ma se non ve lo dice, vi dico io che è IL libro che ha aperto le porte al postmodernismo”.
-Moviers: “Non ci sembra un gran motivo per proporre il film”.
-Board: “Giusto… Ma il regista è quello di “Magnolia”!”
-Moviers: “Il regista è anche quello dell’incomprensibile “The Master”….”
-Board: “Damn it, ma ve lo ricordate???!”
-Moviers: “Eccerto”
-Board: “Ehm… Voglia di un po’ di noir? Voglia di risparmiarci i Fratelli Taviani (nel loro momento più buio)? Voglia di risparmiarci Silvio Muccino (al buio perenne, con e senza momento)?”
-Moviers: “Ecco meglio… Comunque ricordati Board. A noi, non ci freghi”

Con voi non c’è storia, Moviers, mi zittite sempre… 🙂

Con la coda tra le gambe, quindi, mi dileguo fra le nebbie domenicali, lasciandovi al Movie Maelstrom musicale, al riassunto infernale e ai saluti, oltreoceanicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Questo Movie Maelstrom è dedicato alla canzone che ha portato l’unico Oscar a “Selma”, film (da vedere) che racconta la marcia di protesta pacifica voluta da Martin Luther King da Selma a Montgomery, in Alabama, nel 1965 come atto di ribellione agli abusi subiti dagli afroamericani negli Stati Uniti. John Legend, che non sbaglia un colpo ―ripenso a quanto sia stato grande nella hit “Who did that to you?” di “Django Unchained”― firma questa sublime versione gospel-rap di Glory, insieme al rapper Common.
Vi riporto la versione con il testo, così ne godete in tutta la sua…glory… https://www.youtube.com/watch?v=Z6BuXRTk5D4
“We sing, our music is the cuts we bleed through”…
A me piace DA-MO-RI-RE… How about you? 🙂

VIZIO DI FORMA: Quando la vecchia fiamma del detective privato Doc Sportello si presenta inaspettatamente raccontando la storia del suo attuale compagno, il miliardario proprietario terriero del quale è innamorata, e delle trame di sua moglie e del suo ragazzo nel tentativo… beh, facile a dirsi per lei. Siamo alla fine degli psichedelici anni ’60 e la paranoia è all’ordine del giorno e Doc sa che “amore” è un’altra di quelle parole in voga in quel momento storico, come “trip” o “groovy”, che vengono usate a sproposito – solo che questa di solito porta guai.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply