LET’S MOVIE 235 – propone THE REPAIRMAN e commenta VIZIO DI FORMA

LET’S MOVIE 235 – propone THE REPAIRMAN e commenta VIZIO DI FORMA

THE REPAIRMAN
di Paolo Mitton
Italia, 2015, ’89
Lunedì 9/Monday 9
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/Dal Mastro

 

Fiji Fellows,

Boeing 747 e in sedici ore o poco più potrei essere a Suva, con un bel mai-tai in mano, il sole a picco sopra la testa, la recensione su “Vizio di forma”, un pensiero lontano sprofondato nel Vecchio Mondo.
Questa manfrina per il puro gusto d’immaginarmi a Suva con un mai-tai in mano ―goduria non da poco. Però, per quanto la sola idea di mettersi a scrivere su “Vizio di forma” abbia atterrito gran parte dei Moviers presenti lunedì, in realtà la recensione potrebbe essere la sfida più Annapurna della storia lezmuviana, e questo si sa, stuzzica molto i ramponi del Board. 😉

Avrete tutti dimestichezza con Raymond Chandler, immagino. Se non c’avete dimestichezza, e il cosiddetto genere hard-boiled (=poliziesco) degli anni ’30 non è esattamente il vostro ambiente perché voi siete più che altro tipi da Nouvelle Vague e ingannate il tempo alla fermata dell’autobus leggiucchiando i Cahiérs du Cinéma, be’ allora vi dico per vostra informazione e cultura personale che lo strambissimo protagonista di “Vizio di Forma”, Larry “Doc” Sportello, è il diretto discendente di Philip Marlowe, il detective chandleriano che bazzicava i bassifondi di Los Angeles negli anni ’30 e risolveva i casi più disparati, come il nostro Larry. Ma certo, se Marlowe è il trisavolo di Larry, suo fratello gemello è senz’altro il Grande Drugo Leboswski, entrambi loser dichiarati ―dichiarati con un certo orgoglio sopratutto nel caso del Drugo coeniano― entrambi sfatti ―soprattutto nel caso del Doc andersoniano.
Ma mi sono precipitata senza prima dare il giusto spazio all’affollamento di Moviers di lunedì! Abbiamo eguagliato il record storico della (s)porca dozzina, con i seguenti Moviers: Vanilla & Chocolate (golose, sempre, messe così vicine) e, a ricalcare la sfumatura bruna e-basta-col-grigio, la Lady Brown; il Fellow The Candy The Andy post-vasca, il Movier micro magnate Onassis Jr, finalmente il Fellow Felix, il WG Mat, il Fellow Giusenzaccento, il Magno Carlo e due Moviers nuovi nuovi, pargoli pargoli, Adriano detto Pizzo (macramé, in caso, zero collusioni con mafia o robe simili) e Matteo detto Granpa (pronunciato con inflessione del Cumberlandshire, mi raccomando :-)). A loro abbiamo già spiegato come funzica la res lezmuviana, e hanno assistito, se non proprio proprio al film dell’anno, a quella bella atmosfera di accapigliamenti post-proiezione di cui io personalmente vado molto fiera.

Non ci si capisce molto, nel parlatissimo “Vizio di forma”. Cercare di tratteggiarne un riassunto, pur indefinito e vago, non s’ha da fare ―e già dicendo così accontento Leopardi e Manzoni. Posso dirvi che il protagonista, il nostro detective post-Marlowe co-Lebowski, viene contattato dalla sua ex fidanzata, Shasta, che gli chiede di evitare che Mickey Woolfman, il milardiario che sta frequentando, venga fatto internare in manicomio dalla moglie e dall’amante di questa.
Ecco, fin qui ci sono arrivata, e questo viene esplicitato circa entro il settimo minuto dall’inzio. Ma questo fatto non è che la cosidetta punta dell’iceberg: Sportello accetta di aiutare Sashta, ma il caso si complica includendo tutta una serie di sotto-casi, para-casi, intra-casi che, dall’ottavo minuto in poi, vi fanno perdere il filo, l’orientamento, la bussola, tutto ciò che di perdibile il vostro zainetto da boyscout lezmuviano contiene. Una voce fuori campo ―in pieno stile noir― introduce un affastellarsi di nomi, situazioni improbabili, personaggi assurdi fra cui trafficanti di droga, poliziotti frustrati, black panthers, energumeni filo-ariani, madri strafatte e prostitute asiatiche, milionarie sharonstoniane con addosso trikini neri da sballo e consulenti spirituali di molto fisico e ben poco spirito.
Il collante che unisce questi fili narrativi che costituiscono la matassa del film è la droga, in ogni forma, supporto, stato ―solido, liquido, gassoso, erboso. E la stessa esperienza cinematografica vissuta dallo spettatore è quella del trip, inteso non come tragitto da A a B ma come viaggio psicotropo in assenza di mutazioni lisergiche alcune. “Vizio di forma” si collaca all’interno di quella categoria cinematografica in cui devi lasciare a casa la logica, smettere di tracciare collegamenti tra fatti e nomi, premesse e conclusioni. Se applichi quel metro, ne esci sconfitto ―o semplicemente frustrato, come il nostro Movier Magno Carlo, la cui insofferenza al film è stata espressa nella votazione “meno 10” (le votazioni sotto lo zero erano pratica comune ad Aquisgrana, si sa :-)). Il prezzo richiesto allo spettatore da parte di questi film, tra cui citerei “Paura e delirio a Las Vegas” e “Pasto nudo”, è quello del “lasciate ogni speranza (di capirci) voi ch’entrate” ―e così accontentiamo pure il Sommo. Con la differenza che in “Vizio di forma” l’allucinogeno non deforma la realtà in senso fisico, come nel caso dei due film citati ―nessuna macchina da scrivere che si tramuta in scarafaggio, per intenderci― ma distorce le relazioni fra i personaggi. Anderson non si lascia trascinare in discese oniriche che piacciono tanto, per dire, a un Terri Gilliam (“Parnassus” è un altro film da mettere accanto ai due sopracitati): non percorre la strada della trasposizione visiva dell’allucinogeno. E’ la distorsione dello spazio mentale ―riflesso di un’epoca― che interessa al regista. E questo è da apprezzarsi: è come cercare un’altra via, una strada nuova.
Per darvi un’idea, una scena: Larry, stravaccato sul divano di casa a rollarsi uno spinello ―pratica che lo vede spesso impegnato. Ecco che il poliziotto Bigfoot (un po’ la sua nemesi in formato cop) fa irruzione in casa sua mandando in frantumi la porta a vetri ―e già ridi: un tizio Bigfoot di nome e di fatto, che sfascia una porta fa ridere (è il cosiddetto Bud Spencer Effect). Dopo un breve monologo abbastanza nonsense, Bigfoot prende il vassoio di erba (non graminacea, oppiacea) da cui Larry si stava servendo e ne divora, letteralmente a manciate, il bendiddio che ci sta sopra. Poi, di punto in bianco, prende e se ne va.
Larry rimane lì, seduto per terra, incredulo e attonito.
Cosa c’è di più distorto di un poliziotto che si strafoga di marijuana nella casa di un loser fatto che pratica il suo stesso lavoro?
Larry appare così tutto il film, stralunato e malinconico, ma riesce comunque a mantenere una specie di distacco dalle cose, e questo deriva direttamente dalla penna di Pynchon, che ha abbozzato il detective Sportello sul modello del detective anni ’30 ―il Philip Marlowe di prima che tutti conoscete benissimo― pur inserendolo in un periodo di transizione assai complesso: il film è pieno di riferimenti alla cultura hippie degli anni ’60, tutta marijuana, dreadlock e piedi scalzi (e sozzi), di cui Larry è il portatore number one. Al contempo però, è radicato negli anni ’70, la decade dell’eroina, degli speculatori edilizi ricchi e spietati, di Nixon ―il cui volto è sempre presente, alla televisione oppure alle pareti degli interni che si vedono― e di Charles Manson, anche lui citato spesso nel film. E il vizio del titolo, erroneamente definito “di forma” dalla traduzione italiana, in realtà è un vizio “inherent” ovvero “intrinseco”, un difetto di funzionamento delle cose che non può essere risolto ―nelle polizze assicurative marittime, ci viene spiegato, è tutto ciò che non può essere assicurato in quanto impossibile da evitare, come “le uova che si rompono, la cioccolata che si scioglie, ecc…”.
Il vizio intrinseco porta con sé una profonda malinconia, come di cose inevitabilemente fallate e perdute, e questo sapore di gone-baby-gone, di solitudine, si sente in tutto il film. E anche nel personaggio stesso di Larry, nel suo amore con Sashta che non è più e non tornerà più, e nei suoi anni ’60 di mariuana e piedi scalzi, che nemmeno quelli, torneranno più. La nostalgia è un gas nervino che si spande dall’inizio alla fine, e questa, forse, è la sostanza a cui il film risulta più addicted…

Se però riusciamo a superare tutto l’intrico di informazioni, fatti, (collega)menti labili, eventi storici, luoghi geografici dentro cui perdiamo le coordinate, possiamo godere di momenti semplicemente esilaranti. You see, i film sono fatti anche di singole scene che valgono da perle e anche più: e pazienza se del film scorderai il 98% una volta a casa. Quel 2% che ti rimane basta a ripagarti, anche solo del prezzo del biglietto.
C’è una scena che è qualcosa in più, per me, del 2%. Larry a casa di una tossica che lo assolda per rintracciare il marito scomparso (e tossico, of course). Dopo avergli raccontato le circostanze estremamente burroughsiane in cui ha conosciuto il marito (non scendo in dettagli ma c’entrano poo&puke), la tossica spiega a Larry i danni che l’eroina ha causato alla figlioletta mostrandogli una fotografia della piccola. A noi spettatori la foto non è concessa: ma basta il grido di stupore/orrore di Larry a farcela “vedere”. La fila in cui i Moviers stavano leboswskianamente spaparanzati è stata scossa da una risata collettiva che ricorderò vita natural durante ―e vale BEN PIU’ del 2%, e anche di una messa…
Non tornerei a vedere questo film. Così come non rivedrei i polizieschi degli anni ’70, in cui, concordavamo io e il WG Mat, non ci si raccapezzava molto: rincorrevi tutto il tempo la ragnatela di fatti e nomi appuntati sul taccuino del detective sgarruppato di turno, battevi con lui le periferie squallide delle metropoli americane minori tipo Detroit o Atlanta, la macchina piena di bicchieri di caffé e mozziconi di sigarette. E quello, in fondo, bastava.
No, nn tornerei a vedere questo film, ma, ci crediate oppure no, il fun c’è stato. E non so se questo sia dipeso da certi istanti buffissimi (l’indimenticabile scena della foto-con-urlo), oppure dall’estasi della calca lezmuviana intorno a me, oppure dall’entusiasmo con cui la Fellow Vanilla difendeva il film insieme alla Lady Brown, oppure per il verdetto laconinco-matematico del Fellow Giussenzaccento ―”Vizio di forma” sta a Anderson come “Il grande Lebowski” sta ai Coen”, Amen― oppure per quello tarantiniano del Candy ―“Una combinazione di “Le Iene” e “Jackie Brown”― oppure per il Fellow Onassis Jr, che vorrebbe tanto la smettessi con piccionate&pipponate e virassi una volta per tutte sullo Smelly. 🙂 Tutto questo senz’altro ha avuto il suo bel peso. Ma il peso l’hanno anche avuto un’incertezza di categorizzazione del film. “Vizio di forma” non è una commedia, non è un dramma, non è un noir. E’ tutt’e tre. E quando non sai bene dove collocare un film, allora c’è qualcosa di appetitoso che bolle in pentola, e non c’è rien à faire, non puoi che aspettare di affondarci il cucchiaio…

Alla fine è stata ‘na passeggiata, ‘sta Annapurna…sarà stato il mai-tai…
E per festeggiare al campo-base, ci facciamo tutti una commedia

THE REPAIRMAN
di Paolo Mitton

Eh sì, dopo volatili hollywoodiani, piccioni svedesi e trip allucinati, un po’ di comedy ci vuole ―e dalle tribune un boato di giubilo spazzò via il Board 🙂
So solo che “The Repairman” ha un sottotitolo interessante ―”Perché cambiare la vita se puoi aggiustare quella che hai?”― e un nerd per protagonista. Essendo io segretamente innamorata di Sheldon Cooper (Big Bang Theory, per chi non sapesse), non posso lasciarmi scappare una comedy in cui potrei ritrovarne il doppelganger italiano (sì, ho detto doppelganger)… Poi non so, sarà che avrei tanto voluto proporvi “Superfast & Superfurious” ma voi leggete le Cahiérs du Cinéma alla fermata dell’autobus, e mi sono fatta qualche scrupolo…
🙂

Cerco di riemergere dal mare d’idiozia che amo tanto navigare, e vi consiglio di dare uno sguardo al Movie Malestrom, evitando il riassunto.
Vi ringrazio tanto della pazienza (mammamia, tanto tanto) e vi saluto mandandovi dei saluti oceanicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Lo volete un bel film da un regista esordiente? Aspettate una settimanella e poi andate dal Mastro a vedervi “Cloro“, di Lamberto Sanfelice, lanciato in anteprima mercoledì scorso all’Astra ―con il regista presente in sala!― all’interno di Avvicinamenti, la rassegna che ci accompagna, anzi, avvicina, al Trento Film Festival Edizione 2015 (1-10 maggio) 🙂 http://trentofestival.it/tff-365/calendario/avvicinamenti/
Finalmente un regista che vede la montagna come ostile ―non dimentichiamoci che Trento, prima di diventare “Trentoville” e assumere quell’aria da paesone in mezzo alla prateria, fu per molto tempo nota come “Trentostile”― un regista che non ha paura di descrivere la montagna in questo modo, svicolando dai soliti approcci che la leggono in termini neo-romantici o post-apocalittici o panora-mistici…
“Cloro” racconta la storia di un’adolescente, Jennifer, trascinata via dalla città e costretta a vivere nel middle-of-nowhere montano, dove non può praticare la passione della sua vita: il nuoto sincronizzato.
Madre morta, padre perso nel proprio dolore, fratellino da tirar su, compongono il quadro.
Un film duro e puro, come il freddo che gela baite e piedi sradicati da marciapiedi urbani. E come la mancanza del mare, mai così presente pur nella sua fisica assenza.
Film assolutamente da segnare sul taccuino del bravo Movier.  🙂

THE REPAIRMAN: Scanio Libertetti, un mancato ingegnere che si guadagna da vivere riparando macchine da caffè, segue un corso di recupero punti in un’autoscuola di provincia. Chiamato a spiegare come abbia perso la patente, travolge insegnante e compagni di corso con il racconto del suo ultimo anno di vita. Tra amici ormai realizzati che non perdono occasione per criticarlo, lo squillo insistente di un vecchio telefono e lo zio panettiere che lo incoraggia sempre a valorizzare le sue doti, Scanio si muove in equilibrio precario fra le contraddizioni del mondo moderno. Solo Helena, giovane inglese trasferitasi in Italia per lavorare come esperta di risorse umane, pare essere la presenza in grado di capirlo e di rassicurarlo. Almeno per un po’.

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