LET’S MOVIE 236 – propone WE ARE THE BEST e commenta THE REPAIRMAN

LET’S MOVIE 236 – propone WE ARE THE BEST e commenta THE REPAIRMAN

WE ARE THE BEST
di Lukas Moodysson
Svezia-Danimarca, 2013, ‘102
Martedì 17/Tuesday 17
Ore 20:45 / 8:45 pm
Teatro di Pergine
Piazza Garibaldi 5/G
Pergine (che si scrive Xgine)

 

Fastidio Fellows

quando un manifesto da pubblicitario si fa politico.
Marcio lungo Corso 3 Novembre e per una volta guardo a destra, non a sinistra.
Sulla vetrina di una nota banca trovo questo.
“La miglior difesa non è l’attacco. E’ l’attaccamento al territorio”.

Un minuto di silenzio per salutare il feretro del buonsenso mi pare il minimo sindacale.
Dunque.
Non andiamo a questionare la qualità dello slogan in sé o la succesfullness della metafora calcistica; non siamo né pubblicitari né calciatori ―abbiamo i nostri limiti. Quello che ha fatto scaturire una sensazione urticante partita alla base del mio stomaco e propagatasi fin su su al mio viso è la banalizzazione di un messaggio dai risvolti politici, e la sua diffusione attraverso supporti di pubblica involontaria consultazione, quale le vetrine delle banche a destra di Corso 3 Novembre. Allo scopo, naturalmente, di marcare e soprattutto valorizzare il territorio ―l’espressione più amata da tuuuuutte le Amministrazioni trentine dal secondo dopoguerra ai giorni nostri.
A ogni modo, la valorizzazione del territorio, in questo caso, non è il nocciolo della questione. Il territorio è quello che è: montagne svettanti, laghetti rayban e chiazze di mucche Milka a variegare l’evergreen dei prati in fiore. Non discutiamo sulla fattualità naturale.
La questione sta nella parolina che lo precede. “Attaccamento”.
Mi chiedo se ai trentini, diciamo ai nordici ― quelli veri, quelli DOC, di cui io, come sapete, non faccio parte― non abbia mai sfiorato l’idea che il territorio NON appartenga loro. Che loro sono qui per gentil concessione del caso ma che tutto questo, montagne, laghetti a specchio, patchwork bovini, non sia di loro esclusiva proprietà. Saranno mai stati sfiorati dall’idea che l’esser umano è nato nomade e migrante? E che l’attaccamento è parte di una convenzione che si è inventato l’uomo stanziale per consentirsi la legittimità a livello collettivo di essere “fermo”, quindi meno mobile, meno precario, labile, fragile? E che legare le radici (=l’attaccamento) al concetto d’identità e terra è pericoloso perché scatena un corto circuito che fa saltare atteggiamenti sani quali l’accoglienza dell’alterità sostituendo all’apertura la chiusura totale?
(Breathe Board, breathe).
Temo che questa catena di Sant’Antonio di ragionamenti abbia un legame, pur inconscio, con le recenti sparlate identitarie di Salvini e nostalgici, le cui radici (!) affondano nell’incapacità di accettare la libera circolazione dell’essere umano nel mondo. Siamo davanti a personaggi che inneggiano “Italia agli italiani” nell’era della migrazionalità globale, e che picchiano la gente perché si solleva uno sguardo di troppo.
Voi ora potreste dirmi, benevoli e dotti come solo voi Moviers sapete essere, continua a tenere gli occhi a sinistra quando cammini per Corso 3 Novembre….Non ti curar, guarda e passa…
Vorrei rispondervi sì. Ma no.
No.

E fastidio Fellows quando vedo certi film, tipo “The Repairman”, dove tutto quello che vedi è banale ―torna anche qui la banalità, vedete come tutto è connesso a volte. Semplicemente, mortalmente banale. Nel racconto e nei suoi modi, nei personaggi e nei loro dialoghi. Prima e soprattutto nel protagonista, copia brutta di tanti geek/emarginati/strambi/anticonvenzionali belli che la cinematografia ci ha regalato.
Con me hanno nicchiato, sbuffato e sofferto il Fellow Iak-the-Mate ―e vedete ‘sta cavolo di legge di Murphy: per una volta che il Fellow si presenta! 🙁 ― l’Anarcozumi ―anche lei per una volta che supera la momentanea aporia della sala (aporia??) e ci ritorna― il Fellow D-Bridge ―anche lui per una volta che l’ho lavorato ai fianchi pur di (con)vincerlo per sfinimento a dare un’occasione al film― e il WG Mat ―anche lui per una volta incuriosito da un presunto geek/emarginato/strambo/anticonvenzionale che potesse sfidare Sheldon Cooper (non riuscendoci nemmeno per ischerzo).

Scanio Libertetti è un ingegnere mancato che si paga l’affitto riparando macchine del caffé ―anzi, per essere precisi, si paga l’affitto badando al porcellino d’india della tirchissima padrona di casa. E’ lo strambo del vilaggio edizione terzo millennio, con i soliti pseudo-amici con cui non ha nulla con cui spartire e il cui conformismo con la società ha il ruolo di far spiccare ancor più platealmente il sopra-le-righe su cui lui sta appollaiato. Più gli amici sono omologati al sistema, più il non-omologato Scanio risalta, fa notizia… ‘spetta che ci faccio un film, sembra aver pensato il regista, ignorando che la lettratura cinematografica pullula di personaggi simili, ma ben più convincenti del suo.
Purtroppo Scanio non funziona per molti aspetti, ma soprattutto per uno. Non stimola alcun tipo di reazione nello spettatore. E’ incolore. Non ti sta né simpatico né antipatico. Bene o male è artefice delle sue sventure, e mi riferisco a quelle amorose: la bella ragazza di turno, dopo averlo cercato, corteggiato, conquistato, sopportato, avvisato, finisce fra le braccia del suo opposto (il classico manager arrivato = tutto quello che Scanio non è). Ma lui non si scompone. E se non si scompone lui, ché, dobbiamo scomporci noi??
Qualcuno avrà spiegato al regista che una storia che scorre senza scossoni dall’inizio alla fine, non incide alcun ricordo nella mente dello spettatore? Che far passare un personaggio insulso per nouveau Candide o geek-chic non rende il personaggio le nouveau Candide né tanto meno geek-chic? Rimane insulso, punto. E non dico “mediocre”: il cinematografo ha una storia di mediocri di degno vanto alle spalle ―i Fantozzi del Villaggio, i Brancaleoni monicelliani, il Dead Man di Jarmush, e pure il Barry Lyndon kubrikiano. E non è nemmeno Amélie, né Forrest Gump, né il mio adoratissimo Napoleon Dynamite. In questi casi i personaggi, pur nella loro tragicommedia, facevano ridere. A Scanio Bertetti manca l’umanità del difetto: i grandi fallati o diversamente abili arrivano al cuore delle persone, e nel bene e nel male smuovono un sentimento. Lui purtroppo no.
A parte la legnosità di un personaggio così, c’è anche l’irritazione di trovarsi difronte a un apparecchio cinematografico che aspetti prenda il volo e rimane tutto il tempo a rollare sulla pista. Non so se a voi sia mai capitato (a me sì, spesso), e la sensazione è molto spiacevole: la voglia di decollare ―dai che adesso si ride― e la zavorra che ti tiene a terra ―no, ancora non si ride. “The Repairman” non spicca mai il volo, e le risate restano nel paradiso del potenziale realizzabile che rimane irrealizzato.
Anche la metafora della riparazione, che avrebbe potuto essere interessante, rimane sottosviluppata, e ambigua. Il sottotitolo “Perché cambiare la vita quando puoi riparare quella che hai?” fa a cazzotti con la storia di Scanio e dei personaggi che lo circondano. Lui non cambia e non ripara nulla di nulla a livello personale…
Quindi, bah… Non andiamo a cercare grandi Lebowski dentro piccoli Libertetti…

L’idea per questa settimana era proporre “The Foxcatcher”, ma già il mood oggi è un po’ botte-da-orbi, e poi abbiamo tutto un trascorso di frequentazioni con Tori scatenati, Rockies, Wrestlers, Fighters, Boxers, Cinderella Men, Million Dollar Babies, Ali, Hurricanes e pure la lotta libera, risulta un po’ troppo. E poi la rassegna Effetto Notte giunge in nostro soccorso e ci lusinga con

WE ARE THE BEST
di Lukas Moodysson

Trasposizione dell’omonima graphic novel, “We are the best” era stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2013. Poi come tanti film, di lui si perse ogni traccia, ma ricordo che era piaciuto. Ed eccolo rispuntare qui… E noi non vogliamo raggiungere Xgine un MARtedì di MARzo con questa bella allitterazione marinara a benedire la trasferta? 🙂

In realtà mi prenoto anche il vostro LUNEDI’, all’ASTRA, perché il Mastro, alle ore 20:30, propone la versione restaurata di METROPOLIS, il film di Fritz Lang che fece la storia del cinema nel 1927. Tenete a mente. 1927.
Quindi se volete, ci troviamo pure lì 🙂

Visto che ho attaccato molte brighe in questo messaggio e starete tutti cercando un estintore per smorzare la testacalda che mi ritrovo, do il mio contributo anch’io e provo a concludere in leggerezza nel Movie Maelstrom, dedicato a un cine-investimento immobiliare che potete ipotizzare per il prossimo semestre.
Nel frattempo mi auguro di vedervi domani e/o martedì, vi ringrazio della clemenza e vi saluto dei saluti pruriginosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non so se vi sia mai capitato di vedere “Up”, il cartone animato della Pixar uscito nel 2009. A me è successo di recente ―e grazie al WG Mat, che ogni tanto tocca proprio ringraziarlo 🙂
Come sapete, io sono una sostenitrice dei film d’animazione di qualità, e questo, questo lo è davvero. E non entro nel merito della coccolaggine del vecchino protagonista, né della storia d’amore-e-morte con la moglie.
Volevo solo farvi sapere che la casetta che ha ispirato il film esiste (cioè, ESISTE!) ed è in vendita, a Seattle…
http://www.repubblica.it/esteri/2015/03/12/foto/seattle_all_asta_la_casa_che_ha_ispirato_up-109373811/1/#1
Mentre pensate all’investimento nello Stato di Washington per salvare la casettina coi palloncini dall’ennesimo centro commerciale, guardatevi il film.
Fa bene all’anima. 🙂

WE ARE THE BEST: Stoccolma, 1982. Bobo e Klara sono due amiche tredicenni che adorano la musica punk e non hanno nessuna intenzione né di vestirsi né di comportarsi come gli adulti vorrebbero. Scoperta la possibilità di utilizzare uno spazio in cui suonare in una struttura pubblica si inventano una capacità che non hanno e decidono di formare un duo. A loro si aggiungerà Hedvig che, nonostante o forse proprio a causa dell’educazione familiare, è attratta dal loro anticonformismo.

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