Posts made in aprile, 2015

LET’S MOVIE 242 – propone SAMBA e commenta MIA MADRE

LET’S MOVIE 242 – propone SAMBA e commenta MIA MADRE

SAMBA
di E. Toledano, O. Nakache
Francia, 2015, ‘118
Martedì 28/Tuesday 28
Ore 21:15/21:30 (Mastro ancora un po’ indeciso :-))
Astra/Dal Mastro

 

Farewell Fellows,

Confesso a voi un peccato che, in qualità di Board, non dovrei commettere. Mi ritrovo ad essere una nazionalista cinematografica ― in quanto tali, i Board dovrebbero essere super partes, super limes, super quark. Io che caldeggio l’imporsi dello stato di cultura sullo stato di natura, la sparizione delle razze dalle bocche dei parlanti prim’ancora che dai loro documenti, mi trovo ad essere un’ultrà da stadio che inneggia all’Italia con striscioni da curva sud.
Il fatto è che stiamo vivendo una congiuntura cinefila più unica che rara: gli ultimi film di Moretti, Garrone, Sorrentino hanno cominciato a riempire le sale: Moretti ha aperto le danze, poi toccherà a Garrone infine a Sorrentino, tutto nello spazio di 20 giorni. Che i tre giganti della cinematografia italiana escano pressoché in contemporanea è un evento da once-in-a-lifetime. Come se non bastasse, il trio ha già prenotato tre biglietti sull’intercity per Cannes, il che rafforza l’amor di patria ―nel 2008 schizzò ai picchi massimi quando Garrone vinse il Grand Prix per Gomorra, e Sorrentino il Premio della Giuria per Il Divo, mentre pensate, nel 2012 Moretti presiedeva la Giuria e “Reality” di Garrone vinse la Palma d’Oro.
Che tu tifi per la Maggggica o ti scaldi per il cine italiano, il meccanismo che fa di te un ultrà è il medesimo. L’ultrà tende a pensare che tutto il mondo aderisca al suo credo ―null’altro esiste all’infuori di esso, in totti i sensi (Board!). Per esempio gli ultrà cinefili di cui mi definisco rappresentante ad honorem, sono convinti che i film di Moretti-Garrone-Sorrentino siano da considerarsi al pari delle feste da santificarsi per i lettori delle Tavole della Legge, oppure Sanremo, o la Nazionale di Calcio. Eventi che riguardano la nazione e non si possono perdere ―la filosofia scolastica li definisce “Gli imperdibili”. 🙂
Pertanto, ero convinta che ci sarebbe stato il pienone lezmuviano da Moretti, lunedì sera. Del resto è un imperdibile, mi dicevo, lo dicono anche gli Scolastici.
Dimenticavo che la storia della filosofia è fatta anche dagli Scettici, da cui sembro non aver imparato nulla… L’unico presente è stato il WG Mat che, essendo cresciuto a pane e Film Theory, rientra nella categoria dei cinefili ultrà, e quindi non poteva mancare. Gli altri Moviers non sono ultrà, e non considerano il film di Moretti un imperdibile. I will face it, che vuol dire, me ne faccio una ragione.

Esci stanco da “Mia madre”. E’ come stare seduti in un gabbiotto di due metri per due, prendere scariche di botte a intermittenza e vedere il passaggio fuggitivo delle nuvole in cielo per pochi istanti. Praticamente Guantanamo.
E non è un film sulla morte della madre. E’ un film sulla vita che sta lasciando piano piano il corpo della madre e che costringe i due figli, Margherita (la Buy) e Giovanni (il nostro Nanni), a confrontarsi con la perdita. La radiografia di un lutto. Coinvolta in questo processo dolorosissimo è Margherita, una regista che cammina perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, sentendosi perennemente inadeguata. Margherita è un Nanni Moretti in gonnella, chiaro. Lo capisci subito, quando Nanni nei panni di Giovanni, avvicina la sorella in un incontro immaginario, e le chiede “Per una volta vuoi rompere uno dei tuoi 200 schemi mentali? Essere leggera??”. È come se Moretti lo chiedesse a se stesso, perché naturalmente questo è un film di Moretti che rifltte su Moretti.
E il nostro Nanni ha fatto un po’ quello che Woody Allen fa da parecchi anni: consegna i propri scomodi panni a un altro-da-sé che in qualche modo faccia le sue veci, e, forse, porti il fardello, almeno per un paio d’ore, di quello che è. Margherita Buy si accolla questo peso e lo gestisce con la stessa professionalità e la stessa maestria di Giulia Lazzarini, l’attrice chce interpreta la madre. Certo, la maggior parte dei registi sono narcisi eternamente in fiore, quindi non è che Nanni Moretti potesse scomparire dalla scena… Si cala nella parte di Giovanni, il fratello, personaggio marginale che gli permette di accentrare il film sul suo vero (alter) ego, Margherita.
In internet troverete laqualunque in riferimento ai giudizi sul film. Chi l’ha detestato, e ha bollato il film come “The Worst of”, il peggior film, come i bar di Caracas. Chi l’ha amato, e intessuto metri di lodi, definendolo “IL Film di Moretti” con la effe maiuscola, l’articolo maiuscolo, tutto molto maiuscolo. Personalmente io accolgo con vero piacere queste posizioni contrastanti: significa che il film ha i contorni forti che NON passare inosservati ―quanti film, Fellows, non si fanno sentire, e passano in sordina, incolori e insapori come l’acqua… Io preferisco che un film mi storca la faccia in una smorfia piuttosto che mi lasci con quell’espressione mah-boh-nonsò…

Dove mi schiero io? Io mi schiero dalla parte di chi ha apprezzato il film. Non penso che sia IL Film di Moretti con tutte le maiuscole. Ma penso che Moretti abbia fatto qualcosa di tremendamente nuovo, e da geni cinematografici, e che nemmeno lui si sia reso conto di aver fatto, e che magari solo io mi rendo conto che l’ha fatto oppure me lo sto semplicemente inventando, perché io sono quella che parte da A e per arrivare a B attraversa tutt’un alfabeto che chissà come c’è finito lì…
“Mia madre” è un film tutto al presente. Non ci sono flash-back o flash-forward, scalini o salti temporali. Il passato entra fisicamente nell’adesso ma senza annunciarsi. E’ come se fossimo in un unico flusso di esistenza ininterrotta in cui situazioni, vicende, momenti vissuti si manifestano nel presente della narrazione, per poi sparire, indisturbati. Questo presente infinito si accompagna anche a momenti “meta”, oppure apertamente onirici: scene in cui Giovanni si avvicina e parla a Margherita senza che questa se ne accorga, o momenti in cui Margherita adulta incontra se stessa adolescente. O ancora la sequenza in cui i due fratelli scelgono il vestito da infilare alla madre morta. Perché Moretti sceglie questa strada? E cosa c’è di “geniale”?
Be’, per come la vedo io, Moretti, sciogliendo il narrato in questo continuum atemporale, è in grado di cogliere e rappresentare il tempo del dolore. Il tempo del dolore è sempre presente: quando doliamo (doliamo??), il tempo non passa mai. Non c’è passato e soprattutto non c’è futuro; siamo paralizzati in uno stato senza contorni in cui tutto quello che vediamo è un campo bianco che ferisce gli occhi ―ognuno ha il proprio modo di tradurre in immagini il dolore, questo è un mio modo, UNO. Non è un caso che si dica proprio “paralizzati” dal dolore ―non c’è movimento, vita, in quella condizione, è un punto nero. “Mia madre”, come dicevo, è un film sul dolore. E come tale, deve far male. Non c’è verso.
Moretti si era già cimentato con questa patata bollente in “La stanza del figlio” ―e con esiti migliori, in termini di impatto emotivo sul pubblico, a mio avviso. Il fatto che ci ritorni sopra ci dice che la patata bollente gli fa ancora gola e che c’è ancora bisogno di offrirla al pubblico. E qui mi viene da fare un ragionamento, osservando lo stato delle cose in questo aprile 2015. Non si fa molta educazione al dolore, oggi, così come oggi non ci si ferma a riflettere sull’esistenziale ― branco di distratti dal virtuale che siamo. Cerchiamo di allontanare tutto, come se ci muovessimo in un quadratino attutito da paraspigoli. Moretti prende il nostro bel sederino morbido e lo cala su un letto di triangoli scaleni. La sensazione è spiacevole, come potrebbe essere altrimenti? Coi cateti son cavoli….
Sentivo il WG Mat dimenarsi sulla poltrona durante il film. A fine proiezione mi ha detto. “Dovevo muovermi per combattere il senso di claustrofobia” ―sopra vi ho parlato di gabbiotto e prigione, ma vi assicuro, io e il WG non ci siamo messi d’accordo 🙂 E in effetti tutto il pubblico presente in sala era particolarmente irrequieto. Si sentivano scoppi di risa isteriche nei rari momenti in cui John Torturro ― nel ruolo di un attore americano tanto famoso quanto idiota― buffoneggiava qua e là regalando una boccata d’aria fresca a noi ergastolani in poltrona. Moretti è una vecchia volpe. Sa che lo spettatore non può reggere a due ore di triangoli scaleni nel popò, quindi stempera la tensione con degli intermezzi pseudo-comici. L’ilarità, come dicevo, non è grasse-risate-a-Chinatown. E’ una specie di riso stridulo e nevrastenico, che ha la stessa consistenza neuro del personaggio di Margherita ―che tanto bene riesce alla Buy sin dai tempi di Billa&Bernie in “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”.
Per altro i panni vestiti da Turturro, sono sì da personaggio sopra le righe ―il ballo sfrenato sul set ricorda un po’ l’indimenticabile personaggio di Jesus in “Il grande Lebowski”― ma sono anche, in parte drammatici. A un certo punto esclama “Voglio tornare alla realtà! Ridatemi la realtà!”: un attore che vuole fuggire la finzione è un condannato senza speranza di salvezza.
Non dimentichiamo che “Mia madre” è anche una meta-riflessione sul fare cinema, e sul rapporto tra realtà, sogno e finzione ―temi classici all’universo morettiano. Lo stesso ruolo che si ricava Moretti, quello di ombra alter-ego di Margherita, ma anche di fratello che un po’ primeggia sempre ―quello che arriva sempre prima, quello che sa più cose rispetto alla sorella sempre un po’ sprovveduta, quello che prepara meglio la pasta per la madre e che ricorda il dativo di possesso― in realtà reifica quello che Margherita la regista consiglia sempre agli attori che interpretano i suoi personaggi: cercare di mostrare la tua persona accanto al personaggio dentro il quale stai recitando ―suggerimento che nessuno degli attori a cui viene proposto, realmente capisce: solo Moretti, forse lo capisce, e lo mette in pratica mettendosi a lato di Margherita, e mettendoci la faccia ―il narciso, del resto, non sfiorisce mai… Certi frammenti ripescati dalla giovinezza di entrambi i fratelli, come la sera di gioventù in fila per entrare alla prima de “Il cielo sopra Berlino”, oppure certe istantanee che mi hanno ricordato nitidamente “Amour” di Haneke, film sinanco (sinanco??) più straziante di “Mia madre” nel ritrarre il processo di cedimento di un corpo e una vita. Mi riferisco per esempio agli scatoloni nel corridoio dell’appartamento della madre, le pareti foderate di libri di latino, e l’ignoto destino che li attende.
Lo si ami o lo si odi, Moretti sa stare dietro la macchina da presa, non c’è proprio un cavolo di nulla da fare ―scaricoporti ogni tanto, sì. E non solo. Sa anche rendere l’esperienza riconoscibile e condivisibile. La scena in cui Margherita e l’ex marito regalano il motorino alla figlia teenager Livia, e la aiutano a fare pratica in una strada appartata, ecco, questa è la classica scena al contempo pratica e teorica, domestica e allegorica. Oppure sempre Livia, nipote, che si tuffa sotto le coperte e piange dopo aver appreso la notizia della morte della nonna dal padre, che risponde in un’altra stanza alla telefonata di Margherita, ci riporta a nostre esperienze d’infanzia, a nostri traumi. Lo stesso dicasi per dei dettagli piccoli. Le toppe che Giovanni recupera nel cestino da cucito della madre, sono le toppe che rammendavano i ginocchi lisi delle tute d’infanzia, e che finiranno poi sui gomiti degli intellettuali radicali degli anni ’70, di cui Moretti è esponente numéro un.
La radiografia di un lutto in vita, dicevo prima. Un addio lungo 106 minuti. E questo mi porta alla fine di questo pippone, che chiuderò in musica, perché se c’è una canzone che mi sta facendo perdere il senno in questi giorni tanto mi piace è “Good-bye” di Feder featuring Lyse. Questo good-bye è per la fine di una storia d’amore, ma anche quella dopo tutto è un piccolo (piccolo?) lutto, no? https://www.youtube.com/watch?v=RO4_g2wmFpA

E ora, rien ne va plus avec…

SAMBA
di E. Toledano, O. Nakache

​In realtà volevo farvi venire tutti a “I bambini sanno” di Walter Veltroni e con Walter Veltroni in sala, domani sera. Ma la sala è risultata sold-out dopo tipo due ore dall’RSVP, quindi nada.
Nada de problemas, comunques. Andrò in avanscoperta e vi racconterò.
Quanto a “Samba”, è una commedia sociale che sembrerebbe non far rimpiangere il primo successo dei due registi, quelli di “Quasi amici”. On y va et verra. 😉

E ora lasciatemi schiarire la voce e fare la signorina Buonasera.
Prende il via giovedì 30 aprile e si protrarrà fino a domenica 10 maggio, la 63esima edizione del TRENTO FILM FESTIVAL, http://trentofestival.it/.
L’Anarcozumi è già entrata in zona riscaldamento pre-delirio. La troveremo rimbalzante di evento in evento, facendo di tutto affinché tutto vada come deve andare. E vi assicuro, nei 5 anni di TFF che ho alle spalle, tutto è sempre andato come doveva andare. 🙂
Anche il Fellow Fant(), Sergio, Responsabile della programmazione del TFF, che per l’occasione è Fant(otum), sarà in prima fila ad accogliere il pubblico, introdurre film, moderare dibattiti, insomma, a fare il Fantotum… 😉
E sempre per l’occasione, il CdA di Lez Muvi torna a riunirsi: la Honorary Member Mic farà un Back-to-Trentoville per assistere al Festival! Quindi troverete anche noi due rimbalzanti in giro, programma alla mano, lingua molto tagliente, e molte risate in saccoccia 🙂
Consultate il programma che trovate sul sito e non aspettate che questo o quello vi dica cosa guardare. Sperimentate! O come mi piace dire in tre sillabe, TRY THE TFF, Fellows! TRY THE TFF!

E ora io finisco, voi vi fermate un istante nel Maelstrom, calpestate il riassunto e venite al cine. Non prima però di aver intascato questi saluti, oggi, distaccamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se dopo un inizio settimana al profumo di fanciullezza con “I bambini sanno” volete sporcarvi le mani nei bassifondi del rock, potete spararvi in vena “Cobain“, il docu che ha richiesto tipo 8 anni di lavorazione, e che pare diventerà una sorta di film cuRt (!!) per i nirvanisti… Mercoledì 29 alle 19:30 allo Smelly Modena.
Avvertimento: dovete essere dei nirvanisti molto convinti per investire 15 Euri per il biglietto d’ingresso… Lo suggerisco qui per i molto convinti, e perché l’accostamento Veltroni-Cobain mi pareva splendidamente disturbante 🙂

SAMBA: Un incontro fra due mondi, quello di Samba (Omar Sy), senegalese clandestino che vive in Francia da 10 anni e colleziona lavoretti per sopravvivere, e quello di Alice (Charlotte Gainsbourg), una dirigente d’azienda che dopo un crollo psico-fisico da stress decide di cambiare vita. Lui tenta tutte le strade per la regolarizzazione, mentre lei cerca di ricostruire se stessa attraverso il volontariato in un’associazione. Entrambi stanno provando ad uscire dal loro inferno personale fino a quando, un giorno, i loro destini si incrociano… in una storia che, fra umorismo ed emozione, potrebbe aprire un varco verso la felicità. E se la vita avesse più fantasia di loro?

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LET’S MOVIE 241 – propone MIA MADRE e commenta WILD

LET’S MOVIE 241 – propone MIA MADRE e commenta WILD

MIA MADRE
di Nanni Moretti

Italia, 2015, ‘106
Lunedì 20/ Monday 20
21:30 / 9:30 pm
Astra / Dal Mastro

 

Millecinquecento Moviers

è il numero totale di anime che, a quanto comunica l’Alto Commmissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sono disperse da inizio 2015 nel Mediterraneo. 1500 anime sono 3000 occhi, 30.000 dita. Una quantità imprecisata di idee abortite.
Se, come si è detto, stiamo assistendo a un graduale impauperimento semantico delle parole, facciamo in modo che i numeri mantengano inalterato il loro valore.
1500.

E ora fingo di non sentire le voci erranti che trasformano il Mediterraneo in un cimitero azzurro, e a fatica indosso i panni del giullare che sono.

Com’è che avevo detto?
Avevo detto: “Prometto solennemente di non fare paragoni tra “Wild” e “Into the Wild” di Sean Penn'”. Scripta manent, mannaggia, e i blog purent. Non manterrò fede alla parola data, sfoderate pure l’indice amish, quello “Tu, come osi tu, promettere e non mantenere, ora si spalancheranno i cieli e uno stormo di corvi neri dalle ali infuocate scenderà…e piaghe da decubito infesteranno…e il mondo finìrà per piangere lacrime di pece dall’alba al tramonto” ― scusate, mi hanno fatto ascoltare i King Crimson qualche giorno fa… 🙂
Più giù ritornerò sulla promessa di non confrontare i due film, che infrangerò manco fossi Popeye the sailor-man…

Per ora lasciatemi passare in rassegna il mio team di wild Moviers con cui abbiamo occupato una buona metà fila allo Smelly: il WG Mat, il Fellow Felix, il Movier Onassis Jr, il Fellow A_ _ y T_ e C_ _ _y (perché il gioco dell’impiccato piace a tutti, specie quando non finiamo impiccati ;-)) e con la sala già pronta, la pubblicità pre-film quasi sfumata, sull’orlo del precipizio dell’inizio, il Fellow Done ―vestito di filo di lana, quindi. 🙂

Il plot è presto detto. C’è ‘sta ragazza, Cheryl Strayed. E già qui mi tocca fermarmi e digredire. “Strayed” in inglese significa “randagio”. E questo è molto omen nomen, vista la storia che stanno per raccontarci ―ci riflette lei stessa, sulla bizzarra ironia toponomastica che scrive la sua indole caratteriale in un cognome.
Il plot, dicevamo… A causa di un tumore fulminante, la ventenne Cheryl perde l’amatissima madre e con lei, la bussola, la testa, il senno, la via, tutto quello che di perdibile potete elencare. Comincia a farsi di eroina, passare di letto in letto nonostante un marito innamorato a casa. Non può durare a lungo: e infatti ecco il divorzio. Cheryl capisce che non può andare avanti (=a fondo) così, capisce che deve fare qualcosa, ritrovarsi, o come dice lei, citando una frase della madre “trovare la strada della bellezza”.
Compra una guida specializzata sul Pacific Crest Trail, un sentiero che congiunge Messico e Canada e che non è esattamente la Via dell’Amore tra Manarola e Riomaggiore, se avete le Cinqueterre come metro di paragone… Il PCT sono circa 1100 miglia lungo i quali trovi, e Cheryl trova, di tutto: parchi nazionali, steppe desertiche tipo tundra ma che mi si dice essere il Mojave, i monti della Sierra Nevada, i laghi, gli acquitrini con attorno pochi-di-buono che sfortunatamente la importunano, le cittadine di provincia con buoni-ma-pochi che fortunatamente la importunano, i rifugi tipo Maranza, e tutto quello che potete immaginare tra quei sei centimetri di cartina Michelin che separano i mariachi e lo sciroppo d’acero ―e io comincerò a breve il distaccamento da luoghi comuni…
La storia è vera. La vera Sheryl Strayed ha vissuto per davvero quello che la finta Cheryl Strayed ha vissuto per finta. Ci sono libri, interviste a provarlo, e forse anche cicatrici ―le piaghe ai piedi non le saranno guarite MAI PIU’ dopo aver camminato 1.100 miglia, sicuro (segnatevi “piaghe ai piedi”).
E lo percorre tutto, dalla California fin su su a un posto che si chiama the Bridge of the Gods ―come gli americani riescano a trovare il sacro in un anonimo arco di cemento e nulla sospeso tra Oregon e Stato di Washington, rimane a oggi incomprensibile…

C’è molto Compostela, molto Santiago, nel cammino di Cheryl. Il viaggio è un viaggio dentro di sé, che ha la particolarità di esprimersi fisicamente con una passeggiata da mille-miglia. Però sentite, se Stephen Deadalus inondava Dublino con le sue 600 pagine di flusso di coscienza, Cheryl avrà pur diritto ai suoi benedetti 1600 km per ritrovare se stessa, no?
A ogni modo, fede e coscienza a parte, dietro questo viaggio non c’è nemmeno il desiderio di espiare. Cheryl ―e lo ammette a chiare lettere― non rinnega nulla di quello che ha fatto ―e si è fatta, aggiungo io… Il cammino è un modo che ha, credo, di guardare in faccia tutta la sofferenza sofferta, tutti i macelli disseminati qua e là, e arrivare al punto massimo di ogni sensazione, il massimo dello stremo corporeo, della sete bestia, della fame chimica, del puzzo fisico, per poi andare avanti. Quale miglior metafora se non quella di un percorso su sterrato?
E’ una storia vera e questo ci pone in una posizione un po’ scomoda. Fosse fiction, potremmo scagliarci liberamente contro il match che l’ovvio e il patetico combattono per aggiudicarsi la scena: un fiore di madre (brava, buona, entusiasta) strappato alla vita in modo brutale a 45 anni (oltreché maltrattato in vita da un marito bobbybrown), e poi tossicodipendenza, sessodipendenza, divorzio, una gravidanza abortita ―abbiamo tutti gli elementi per il melò da mille e una notte. Ma non puoi farlo, non puoi scagliarti contro la verità. I fatti non si possono questionare. Possiamo criticarne la gestione cinematografica, commentare la lunghezza di questa o quella scena, il montaggio. Ma la cronaca dura e pura è impermeabile al giudizio.
E quanto proprio al montaggio, nemmeno quello sento di criticarlo. E’ molto classico, fin elementare: più Cheryl si spinge avanti nel proprio cammino, più va indietro con la memoria, rivivendo il proprio passato attraverso flash-back e schegge di memoria che riemergono in sogno, o nel dormiveglia, o nella catatonia da fame&sete. Può sembrare banale, ma per qualche motivo, funziona. E se riuscite a svincolarvi dalla minaccia del patetico, riuscirete a trovare punti estremamente divertenti.

Tipo la seconda scena. Vigilia della partenza. Cheryl, in un motel, colta nella preparazione dello zaino. Avrete senz’altro presente come sono i bagagli di una donna media con un guardaroba medio (quindi Board escluso) in partenza per un viaggio? Il quiz “questo lo porto o non lo porto?” in cui la final answer è sempre, SEMPRE, “Massì lo porto che non si sa mai”… Ecco, trasponete il tutto in uno zaino, dimensioni autosilos, che Cheryl, tenta di mettersi in spalla. Lo spettacolo non sarà molto edificante per lei, ridotta a tartaruga-ninja con carapace roteante sul pavimento, ma è molto esilarante per noi spettatori ―specie quelli/e incapaci di viaggiare portandosi “lo stretto necessario”…
Certo la scena è servita anche per farci guarire dall’apertura (“piaghe ai piedi”), in cui il primo piano è fisso sull’alluce insanguinato di Cheryl da cui, assassina, strappa l’unghia… Il MIO alluce sta ancora pulsando di solidarietà. 🙁

Insomma un po’ si ride, un po’ ci si annoia ―alcuni tratti sono trascinati o ripetitivi― ma non ci si intristisce mai. Non è un film cupo. La malattia della madre non le oscura mai il sorriso, mentre balla e canta in cucina con i suoi figli, o sguazza felice in una pozzanghera.

E ora vengo alla promessa mancata…. Con “Into the Wild” di Sean Penn siamo su un altro livello di wilderness. Anche quella è una storia vera, ma in quel caso la sceneggiatura scava nello psicologico del personaggio, Chris, e nell’evoluzione della sua relazione con il paesaggio, che è sia un luogo di liberazione individuale dalla gabbia urbana-umana, che estensione di una natura ambigua, fatta di forti contrasti ―la sublime bellezza di certi panorami, la brutalità di certe leggi animali, la beffa amara, anzi velenosa, del finale… La scelta di fuga di Chris è anche politica, e radicale: la società m’incastra, bene-sai-che-c’è, io non ci sto e mollo tutto per l‘Alaska. Chris decide di lasciare tutto e tutti ma senza idea di tornare. Cheryl no, per lei il viaggio è un momento circoscritto, che avrà un inizio e una fine, affinché da una fine possa scaturire un nuovo inizio ―marzulliana che sono.
In “Wild” la protagonista è così, wild, ovvero scatenata ―”wild” significa anche questo, oltre a selvaggio. In “into the Wild” siamo così, DENTRO IL SELVAGGIO, nella foresta oscura della psiche segnata di un ragazzo che non trova più un senso nella routine precisetti della sua famiglia borghese. Quindi anche se la tentazione è quella di paragonare i due film, in realtà, sono due percorsi totalmente differenti e con esiti totalmente differenti, sia nella realtà che sullo shermo. E con differenti spessori, anche. Sean Penn è stato assai strepitoso nella regia, la sua natura rigogliosa e selvaggia, nemica e amica, ti invade l’ala sud della memoria e da lì non la esterpi più. Nel film di Vallée la natura non è poi così protagonista. La fotografia, se devo essere sincera, nulla ha di ché. Non trovi, per esempio, i paesaggi mozzafiato che, per esempio, trovi nell’ultimo film e lupo di Jean-Jacques Annaud.
Però “Wild” è dignitoso, e anche se ogni tanto si siede un po’, o diluisce troppo certe riprese che avrebbero potuto essere asciugate, lo si promuove 🙂 ―considerati gli ultimi disastri lezmuviani, il film di Vallée è oro che cola!

E ora, Fellows, eccolo qui

MIA MADRE
di Nanni Moretti

E qui non abbiamo (avete!) molta scelta o scuse. Moretti è come Sorrentino, Garrone, come la Madonna al termine di una mattata sportiva. Li vedi, devi ―che ne è pure l’anagramma… Fortunatamente il cine è l’unico caso in cui il dovere combacia con il piacere 🙂
Io personalmente sono curiosissima. Spero che la mia squadra di wild Moviers si rimaterializzi anche domani sera e resista alle malìe degli Humandroids…
Peraltro sono assai fiera dei Fellows che martedì si sono presentati numerosi al docu su Van Gogh, che Vincent sempre… 🙂 “La vita è breve, l’arte lunga”, scriveva al fratello… L’arte è lunga…

E ora invito alla lettura del Maelstrom, da cui per altro potremo pescare interessanti spunti per i prossimi Lez Muvi…
Riassunto ma anche no, e saluti, quelli sì, oggi, mestamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Facciamo girare volentieri nel pentolone del Maelstrom un’iniziativa segnalataci dal D-Bridge, rientrato dal soggiorno newyorkese e dall’incontro col collega di Brooklyn… 🙂

Cineforum sulla Storia del Cinema Europeo“, una rassegna organizzata dall’Associazione Club Alpbach Trentino, presso il Dipartimento di Sociologia, Aula Kessler, i mercoledì sera, ore 20:30, ingresso gratuito.
Il programma completo è disponibile qui:
https://dl.dropboxusercontent.com/u/1745037/CAT/Club%20Alpbach%20Trentino%20-%20Cineforum%20cinema%20europeo%20aprile-maggio%202015.pdf
Come NON vedere “Sciuscià”?? O Bergman?? Come??

MIA MADRE: Il film è dedicato alla figura di una regista di successo (Margherita Buy) impegnata sul set di un nuovo film che ha per protagonista un attore italoamericano interpretato da John Turturro. Mentre la sua vita privata si divide tra il capezzale della madre e una relazione che sta terminando, quella professionale è ad un punto morto. A spronarla e a sostenerla c’è il fratello, interpretato da Nanni Moretti, anche lui protagonista di un cambiamento in ambito lavorativo.

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LET’S MOVIE 240 – propone WILD e commenta L’AMORE NON PERDONA

LET’S MOVIE 240 – propone WILD e commenta L’AMORE NON PERDONA

WILD
di Jean-Marc Vallée
USA, 2015, ‘115
Lunedì 13/Monday 13
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

 

F.O.M.O. Fellows,

L’altro giorno mi è capitato di origliare una conversazione. Non nel senso che ho origliato involontariamente. Ho origliato proprio volontariamente. Quindi, sì, vostronore, confesso il reato e sono pronta a scontare il massimo della pena. Passeggiavano avanti a me questi due geek ― andatura dinoccolata e borsa porta tecno-meraviglie a tracolla ― e uno parlava della Fear Of Missing Out. La paura del perdersi qualcosa. Ho fatto la stalker più che potevo, e poi ho integrato online. E’ un fenomeno, questa FOMO, che si è diffuso molto negli ultimi anni ed è particolarmente legato ai social network: la paura di non essere connessi, di non sapere il what’s-going-on, di non avere accesso a questo o quel social, questo o quel facebook, e non essere informati sulle ultime dal mondo ― e con “mondo” intendo anche quello del tuo vicino, che ha appena postato l’ultimo scatto alla pizza con lievito madre che ha cucinato e ingrasserà la curiosità di chi bazzica il suo angolo di virtualità. La paura dell’essere tagliato fuori, ma che va ben oltre la spiacevole sensazione che vivevi alle medie se non ti sceglievano quando si facevano le squadre di pallavvelenata ―sarà capitato anche a voi (o no??). FOMO è l’ansia di rimanere indietro rispetto agli altri, rimanere fuori dal gregge. Di perdersi qualcosa, e quindi, di perdersi.
Dato il modo in cui ho appreso del fenomeno ―per la città, pedinando due poveri nerd inconsapevoli― credo che questo tipo di ansia si combatta spegnendo un social e accendendone un altro, quello vero, quello che siamo ― noi, THE Social. Banalmente scendendo in strada e ascoltando il mondo. Ma mentirei a voi e a me se dicessi che il terrore di non essere updated, di non aver letto di quella opportunità, di questa o quella notizia, non minacciasse anche noi. A me, banalmente, succede pure con i film. E garantito che se non avessi visto “L’amore non perdona”, avrei avuto un attacco di FOMO da ricovero urgente in una FOMO Rehab.

Innanzitutto io, la Movier More e la Fellow Vanilla cominciamo contrariate. Che non è possibile che si propone un titolo con “amore” dentro e c’è un fuggifuggi di Moviers maschi manco ci fosse l’ultimo episodio di Game of Thrones. Che davvero poi è così, basta si parli di sentimenti, e toh, il maschio alfa si volatilizza. Che perbacco il fatto che non sia presente nessun Movier alfa, beta o chicchessia, la dice lunga, è decisamente rappresentativo dello stato delle cose… E via a bibì-e-bibò-borbottare come tre franchevaleri al parco ―direi Sempione.
Veniamo smentite e letteralmente spazzate via a fine film, quando mi accorgo che lassù in alto, in sala, sono presenti il Movier The-Shoe-Must-Go-On, il Movier McDuck e lo Strawberry Fellow. I nostri castelli femministoidi crollano davanti all’evidenza. Noi si riconosce lo smacco e se ne fa pubblica ammissione 🙂

“L’amore non perdona” gioca su un depistaggio. Dal titolo ti aspetti la tragedia, le storie in cui l’amore distrugge, e non tanto o solamente alla Romeo&Giulietta, ma più che altro alla Stephen Fleming&Anna Burton ―protagonisti de “Il danno” di Louis Malle: tra un politico e la futura nuora scatta la viulenza in termini passionali e l’amore porta alla distruzione di tutto (famiglia/lavoro) e tutti (i due diretti interessati).
Essere depistata mi piace molto, come spettatrice. Tutto ciò che stupisce, colpisce, quindi il film già parte bene. E parte bene anche dal punto di vista formale. L’inquadratura sulla quale scorrono ancora i titoli di testa, è una ripresa dall’alto di Bari: la macchina da presa ci fa (sci)volare sopra la città, ribadendo un concetto che molto spesso si dà per scontato. Il film ci sta dicendo: vi sto per raccontare una storia, ma voi siete qui, avete questo posto privilegiato sopra le cose… “Vorrei che questa inquadratura durasse tutto il film”, vi confesso di aver bisbigliato alla Fellow Vanilla. 🙂
Adriana è vedova, fa l’infermiera. Ha una figlia amata, un nipotino amato. Un giorno al pronto soccorso arriva Mohamed. Ed ecco il classico colpo di fulmine. I classici colpi di fulmine infiammano i due soggetti coinvolti. Ma possono anche fare terra bruciata intorno a loro se due fattori entrano a far parte del quadro.
Adriana ha sessant’anni, Mohammed, trenta. Adriana è italiana ―e con un passato francese― Mohammed è arabo. Differenza d’età e di nazionalità sono i due fattori che rendono la questione ben più scottante. Adriana, a un passo dalla pensione, si ritrova ad affrontare una salita su più fronti. Deve convincere se stessa ―perché i primi da convincere quando ci troviamo alle prese con un amore “non convenzionale” siamo noi. E deve convincere gli altri, soprattutto la figlia, che non riesce proprio a scindere la figura della madre da quella della donna. E qui si pone sul tavolo la questione del rapporto genitore-figlio quando il figlio è adulto, e dovrebbe, come tale, considerare il genitore un suo pari; quando sei bambino rinchiudi mamma e papà in una bolla extra-terrena, li vedi creature che vivono solo ed unicamente in funzione nostra e che non hanno una vita all’infuori della vita che fanno per rendere la nostra possibile ―dell’egoismo dei figli non si parla mai abbastanza, prego Raffaele Morelli di dedicarvi un nuovo Oscar Mondadori.
Molto spesso le cose non cambiano quando i figli raggiungono l’età adulta, e riscontriamo reazioni come quella della figlia di Adriana, che non riesce a sopportare l’idea di vedersi un patrigno della sua stessa età e per giunta arabo. Non ci riesce al punto di portare la madre a lasciare Mohamed con la scusa di presunti legami di un cugino di lui con la Jihad. La reazione della figlia è talmente eccessiva da risultare tremendamante ―”tremendamente” in ogni sua accezione―vera. Se il regista avesse ceduto alla political correctness, avremmo avuto la solita pappetta all’odor di certo cinema americano/francese (vedasi, anzi NO, l’orrido “Nessuno sposi le mie figlie”), in cui, dopo un primo periodo di ostilità verso madre e patrigno, la figlia avrebbe compreso che dietro ogni presunto colluso alla Jihad può nascondersi un cittadino modello, sarebbe tornata sui suoi passi e avrebbero vissuto tutti multietnici e contenti. Stefano Consiglio non sceglie la strada dell’inverosimiglianza ―tanto semplice quanto inautentica― e fa fare ad Adriana quello che ogni madre italiana farebbe: scegliere la pace in famiglia, mettendo se stessa in secondo piano.
Fortunatamente l’amore, che non perdona e che pure francamente-se-ne-infischia degli psico-capricci dei figli, porta a un finale che non poteva essere che lieto. Ora, voi tutti sapete quanto sia cauta con gli happy-ending… Ma in questo caso altre strade non sarebbero state percorribili, e Consiglio lo sa. Sa che un brutto finale avrebbe fatto precipitare la pellicola nei facili abissi della tragedia preconfezionata (prendi due poveri sciagurati che s’innamorano, falli amare, poi contrastare, poi cadere nel baratro dell’impossibilità del loro amore, aggiungi colori smorti, colonna sonora con molto pianoforte e qualche violino, e sei bell’e che da Cannes). Sa anche che un finale aperto avrebbe indebolito troppo un film comunque di nicchia, piccolo ―”piccolo” non in senso spregiativo ma dimensionale― e l’avrebbe confinato nel recinto dei film drammatici e irrisolti. Il lieto fine era l’unica via percorribile, quindi. E a ogni modo, ci vuole coraggio a scegliere il trionfo dell’amore oggi, cinematograficamente ed esistenzialmente. Ben più numerose sono le volte in cui a trionfare sono i plot preconfezionati di cui sopra, e le piccole dinamiche quotidiane che non si vogliono cambiare.
Lodevole, dal mio punto di vista, la scelta di raccontare l’amore di una donna matura con un uomo più giovane. Non che non si siano visti, e apprezzati, “Diario di uno scandalo” e “The Mother”, in cui le protagoniste sono donne grandi che si innamorano di maschi piccoli (“piccoli” qui in senso spregiativo e dimensionale) ma “L’amore non perdona” ha come ulteriore complicanza, come si diceva, la questione religioso-culturale, oltre a quella dell’età, e questa stratificazione di rogne è un fenomeno a cui l’Italia del 2015 e dei prossimi anni deve abituarsi ad affrontare. E come ho detto nel bello spazio Q&A a fine proiezione con il regista, il film è un film sull’amore, ma anche sulla paura, ed entrambi, da forze paralizzanti quali sono, non perdonano. La paura che si materializza qui è a doppio senso: quella di Adriana verso gli altri (paura del ridicolo, della vergogna, del cosa-penseranno-gli-altri). E quella degli altri verso Adriana (chi-si-trascina-in-casa-quella, vuole-solo-farsi-intestare-la-casa-quello).
La paura è anche, e ANCORA, del musulmano con una cattolica, della vecchia con un giovane. Soprattutto anche, ANCORA, la paura del nero con una bianca. E mi stupisco di quanti km accidentati si siano calpestati fino a oggi e a quanti infiniti ce ne siano ancora da calpestare sulla strada del riconoscimento del diverso, in ottica sia individuale che sociale. “L’amore non perdona” ci fa consultare e riconoscere questo corredo di ansie ataviche che ci portiamo storicamente e culturalmente appresso a livello conscio e incoscio, ed è come se ci dicesse “sì, a livello istintivo, nel fondo del nostro profondo, siamo timorosi, pavidi, razzisti. Siamo così. Temiamo i neri, gli arabi terrorizzano e le vecchie devono stare coi vecchi”. Una volta che riconosciamo di essere portati istintivamente verso queste direzioni, ci pensa la conoscenza, a salvarci. Conoscenza, che si dice anche cultura. 🙂
Si parlava anche in sala della scelta di far parlare i due innamorati in francese, altro punto a favore, a mio avviso. L’idea che i due comunichino in una lingua comune, ma diversa da quella del paese in cui si trovano, rinsalda il rapporto esclusivo tra loro due ―autoalimentandosi, ogni amore esclude il resto intorno― e li distingue ancora di più dal mondo. La diversità linguistica descrive il loro amore e li circoscrive in quello spazio aereo e business-class che è il sentimento.
Ringrazio quindi Stefano Consiglio per aver portato questo film a Trentoville, e per aver impedito che cedessi l’attività lezmuviana ―dopo i disastri delle ultime proposte stavo valutando ogni opzione…

E questa settimana ci riserva un on-the-road a piedi

WILD
di Jean-Marc Vallée

Prometto solennemente di non fare paragoni con “Into the Wild” di Sean Penn, che tanto c’era piaciuto ―e tanto c’era piaciuto anche perché lo si vide in una sala di Santa Monica, Los Angeles, insieme al Fellow Bergamini, qualche annetto fa 🙂
Wilderness, tu nella winderness, tu nella wilderness e scomodità, tu nella wilderness, scomodità e percorso interiore…questi sono i punti del film.

Avverto inoltre che martedì 14 non rinuncerò a questo one-shot in inglese sottotitolato in italiano all’interno della Rassegna “La Grande Arte Al Cinema”: “VINCENT VAN GOGH – UN NUOVO MODO DI VEDERE“, uno special sul pittore girato all’interno del Van Gogh Museum di Amsterdam (un pensiero vola immediatamente al nostro Fellow TT, l’expat fra i tulipani!).
Come dicevo, è one-shot, ovvero per dirla prosaicamente, una botta e via. Avevo visto quello su Rembrandt un paio di mesi fa e mi era tanto piaciuto. Vincent, che è pure un amico d’infanzia, non lo perderei cascasse il tondo (Doni ovviamente… :-)).
Ore 21:00 al Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria. 😉

Eccomi giunta al capolinea che, vandala, non rispetto e proseguo oltre, fino al Maelstrom. Una volta nei pressi dei riassunti però mi fermerò, mi guarderò indietro e vi saluterò, uno per uno, con dei saluti ansioliticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

S’è visto una di queste serenere il film “Se Dio vuole”, opera prima di Matteo Falcone. Commedia non pretenziosa e divertente, non buonista e originale, a un tratto così inaspettata, ma così inaspettata, che il mio trasalimento s’ode (s’ode??) ancora nella sala dello Smelly… Giallini&Gassman coppia da ripetere… 😉

WILD: La vincitrice del Premio Oscar Reese Witherspoon (Quando l’amore brucia l’anima – Walk the line) porta sul grande schermo la straordinaria e intensa avventura di Cheryl Strayed, una giovane donna che ha percorso oltre mille miglia lungo la pista di trekking del Pacific Crest per elaborare un grave lutto familiare e il naufragio del suo matrimonio, affrontando e sconfiggendo, in un viaggio pericoloso e solitario, i suoi demoni e le sue paure.

VINCENT VAN GOGH – UN NUOVO MODO DI VEDERE: E’ probabilmente l’artista più amato di tutto il mondo. Il più studiato, copiato, ammirato. Ed è proprio il Museo Van Gogh di Amsterdam ad aprire per la prima volta le sue porte al cinema e mostrare i suoi tesori in un film evento sorprendente che celebrerà il 125° anniversario della morte dell’artista. Grazie alla stretta collaborazione con gli esperti del Museo, gli spettatori potranno gustarsi su grande schermo i capolavori coloratissimi dell’artista mentre gli ospiti appositamente invitati getteranno nuova luce sulla figura di Vincent Van Gogh.

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LET’S MOVIE 239 – propone L’AMORE NON PERDONA e commenta HO UCCISO NAPOLEONE

LET’S MOVIE 239 – propone L’AMORE NON PERDONA e commenta HO UCCISO NAPOLEONE

L’AMORE NON PERDONA
di Stefano Consiglio
Italia, 2015, ’85 
Mercoledì/Wednesday 8
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/dal Mastro
Regista in sala!

 

Falluja Fellows,

Il panorama sulla programmazione lezmuviana degli ultimi tempi somiglia, quanto a conformazione ed entità dei danni subiti, all’Iraq binladeniano. E non mi è chiaro se la devastazione sia fuori o dentro di noi ―ora vi spiego questa affermazione che un artista post-Cattelan potrebbe raffigurare mettendo un giovane Leopardi al volante di un Caterpillar.
Si ragionava con l’Anarcozumi sul tema “intossicamento da cinemascopio”. L’eccesso di cinema non avrà certo gli effetti del mercurio o del piombo, ma può tuttavia causare effetti collaterali sgradevoli in termini di percezione dei film, i quali, da oggetti della visione passano a soggetti di ferocissime critiche.
Gli interrogativi si presentano molteplici. Vedere troppi film spoglia la visione dall’innocenza, quello stupore che un occhio meno allenato è in grado di mantenere? L’eccessiva pratica logora la critica? Siamo così cerebralizzati da spingere le nuove pellicole nel tritacarne del nostro giudizio, senza un ritegno, senza uno scupolo? Abbiamo perso lo stato di natura e siamo finiti nei bassifondi attitudinali del Cardinale Richelieu?? Da Venerdì a Robinson Crusoe senza nemmeno accorgercene??
Io non so se l’esperienza corrompa la rispondenza. O se noi siamo diventati banalmente troppo difficili da accontentare. Di certo, in questo discorso, un peso non indifferente viene esercitato dalla qualità e da quei micidiali ―esiziali, direi― piani promozionali che trasformano mediaticamente un filmetto non più grande d’un marcellinopaneevino in un Quarto Potere. Questa pratica di gonfiare le opere ―cinematografiche, letterarie, artistiche, cronachistiche e pure labiali considerando certi siliconi― sta assumendo forme sempre più estreme, tanto che termini quali “capolavoro” o “gioiello” sono talmente consumati da diventare trasparenti: ci guardi attraverso e non li vedi nemmeno… Quindi, pensandoci, il problema sta nel linguaggio. Quanto arriveremo a gonfiare prima di vederci scoppiare tutto in mano? E quel momento d’implosione, saremo ridotti, per contrappasso, a un silenzio cosmico?
Parlo da terra devastata più del solito, oggi, perché gli ultimi film hanno sterminato tutti i buoni propositi, tutte quelle speranzuole che cinguettavano passerotte sui rami dell’ottimismo. “The Repairman”, “Fino a qui tutto bene”, e ora “Ho ucciso Napoleone”, e ti ritrovi in pieno lungostige ―o adige, che poi un po’ si somigliano…
“Ho ucciso Napoleone”. Commedia dark? Commedia grottesca? Noir? Ritratto di una donna fuori dagli stereotipi? Figura femminile che non viene mai raccontata al pubblico?
Ma di che stiamo parlando, Fellows? Anche qui come per “Fino a qui tutto bene” siamo vittime di ipermetropia, o come si chiama, eccesso di visione. Qualcuno le chiama anche “allucinazioni”…
Anita, una business-woman in carriera rimasta incinta del suo capo (Paride), viene fatta fuori dal direttivo, organizza una vendetta ai danni dell’azienda, subisce lei stessa una vendetta da parte di un insospettabile lupo travestito da agnello (Biagio) che le raggira offrendole tutto ciò di cui una donna stereotipata ha bisogno ―cure, attenzioni, un anello intorno al dito― si rialza, si ri-rivendica e riottiene il suo posto di lavoro, e tutti vissero felici, assunti e contenti. Non scordiamoci il cameo che chiude il film: il lupo perde il pelo ma mai il vizio.
Se la trama, come vedete, non brilla per originalità, giacché l’evoluzione degli eventi è abbastanza prevedibile pur nel tentativo di stupire trasformando l’agnello in lupo, uno si aspetterebbe almeno che la carta con cui mi s’impacchetta il prodotto sfavilli. Invece, no, standard peggio dell’Oviesse. Porzioni di scene dai colori saturi che ormai siamo abituati a vedere nelle commedie dei registi italiani sulla trentina, inquadrature sghimbesce, split screen (qui vado sul tecnico giusto per darmi un tono, da stonata qual sono :-)).
Ma ciò che più mi lascia perplessa di questa commedia che vuole rappresentare una donna algida come il cornetto, tutta d’un pezzo, stregacattiva, materna meno di me, è la fine che fa. La fine della mamma mammona che si annulla per un uomo e rimane fregata.
Quindi, se non ho capito male, il destino della donna, persino di quella stregacattiva, è quello di trasformarsi in Biancaneve, sempre e comunque. Ma l’algida ha il cuore di panna allora! E allora vi prego, qualcuno mi spieghi come ne usciamo da QUESTO stereotipo, perché non mi pare che “Ho ucciso Napoleone” mi proponga una visione nuova, un modello evoluto, un’alternativa sorprendente della rappresentazione femmimile. Insomma, per come l’ho visto io, il film non solo non mantiene la promessa iniziale o il manifesto programmatico che la regista sbandiera a ogni intervista, ma finisce, un po’ paradossalmente, a rinsaldare le fondamenta dei cliché iconografici e di ruolo della donna contemporanea. Ed è un gran peccato…. Costruisci un personaggio forte, e dai contorni ben definiti, alternativo. Cavolo, tienimelo, vai fino in fondo! 🙁
Un altro problema in fatto proprio di sceneggiatura è lo sbilanciamento tra le forze del bene (=le donne) contro le forze del male (=gli uomini). Non c’è un solo personaggio maschile che esca incolume dal film. Paride, l’amante, è un mascalzone dalla cui schiena la moglie dittatora ha sfilato la spina dorsale; Biagio, l’amico poi marito, è un traditore contaballe vendicativo e pure schizzato. Di contro tutto l’assetto bellico di donne che aiutano Anita a realizzare il suo piano di vendetta e la riacquisizione del posto di lavoro è costituito da una serie di amazzoni buone e brave e brillanti e buffe ―l’avvocatessa strampalata ma in gamba, la venditrice di medicinali sottobanco che apre la sua umile stamberga e ospita Anita nel momento del bisogno, la baby-sitter paccioccona pronta ad entrare in azione…
Dunque. Se il femminismo ha messo il maschio sulla graticola, e il post-femminismo l’ha posto su un tavolo come corpo da osservare, vediamo di non tornare al barbecue, non facciamo passi indietro. Se torniamo indietro, finiamo per rappresentare streghecattive che nascondono animi da biancaneve ―che poi, guardacaso, è proprio quello che succede qui.
Un’altra cosa, se permettete. Non è che Anita sia il primo caso di donna cazzuta ―per altro, sempre piacuta― della storia del cinema. Avete mai visto quel capolavoro (e qui il termine ci sta tutto) di Mario Monicelli de “La donna con la pistola”, con una suprema Monica Vitti? Se non avete visto quello, senz’altro sapete chi è Black Mamba… “Kill Bill” è LA storia di vendetta al femminile in chiave drama-grottesca. E quanto al grottesco, ma dov’è nel film della Farina? DOVE??
E qui devo ammettere di essere stata ingannata dal trailer in cui si vede la Ramazzotti con un liquido rosso che le cola dalla testa. Ero convinta fosse sangue ―e mi son detta, mmm interessante la faccenda… Invece, uff, della banalissima vernice gocciolata giù da un tetto!
Ben diverso quello che era riuscito alla regista con il primo film, “Amiche da morire”, in cui sì la commedia era nera eccome, e pure un filo pulp.

Quindi, chessisalva da questo film?
1. Certe scarpe, un soprabito e una felpa della Ramazzotti ―dettagli disponibili sul prossimo numero di Vanity Fair
2. La battuta: “Non sono stupide le donne con le tette grosse. Sono le tette grosse che rendono stupidi gli uomini” ― che NON mi chiama direttamente in causa
3. La partecipazione del Fellow Candy Andy ehT ―che non manca di sottolineare, BONARIAMENTE, la collezione di film “sfortunati” scelti dal Board per gli ultimi Lez Muvi! ― e del WG Mat che, per tirare su il morale vista la totale assenza di risate in sala, ha condiviso questa storia dal suo schermo iphoniano:

Letteratura erotica per eiaculatori precoci

Capitolo 1

Lei lo guardò…

🙂 🙂

Così almeno una risata tonante durante il film s’è fatta!

E​ questa settimana, meno male che c’è il Mastro a salvarci dai guai con​

L’AMORE NON PERDONA
di Stefano Consiglio

Come vedete, il regista sarà presente, quindi avete l’obbligo MORALE di presentarvi, anche se de film non sappiamo nulla, e va bene così. 🙂

E anche questa domenica tocco il fondo ―fortuna che poi risalgo sempre 🙂
Non ho fatto gli auguri non perché sia una smemorata, che nell’era della cine-anglofonia si dice stillalice, ma perché la Pasqua è una specie di festa non-festa, un party senza Gloria Gaynor… Tuttavia se ci tenete, ve li faccio volentieri ―sono pur sempre perdutamente persa per i miei Moviers. 🙂
E ora, con o senza auguri, vi obbligo a uno Maelstrom da leccarsi i baffi ―altroché Lindor― vi dispenso dal riassunto e vi offro dei saluti sterminatamente cinematografici.

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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

E’ con un piacere quasi immobiliare che cedo il Maestrom in usucapione al WG Mat. Lo ringrazio sia per aver portato la mia raminga attenzione su un progetto ai limiti dell’inverosimile-ma-diamine-vero, sia perché vedo applicare la regola del 3 in calligrafia, e da gran sostenitrice della regola del 3 in calligrafia, me ne compiaccio grandemente ―cominciate anche voi, Moviers 🙂
Mi raccomando, quando cliccate il link, vedete di leggere tuuutto l’articolo tuuuutto ―non come fate con le mail lezmuviane quindi 😉
Nel terz’ultimo paragrafo c’è citata la nostra Anarcozumi!! 🙂
“Mila” mi fa continuare a sperare. E non sapete quanto ce ne sia bisogno, my Moviers…

“Ciao Fru!
ti segnalo questo articolo http://www.chefuturo.it/2015/04/mila-il-cartoon-cinematografico-italiano-che-sta-muovendo-il-mondo-dal-basso/
scritto da una startupper che conosco (di vista) e vive a SFO [San Francisco… Sapete, il WG Mat parla la lingua dei geeks, che sta a metà strada fra Eta Beta e Steve Wozniak…].
Parla di una 3ntina che dal 97 vive a los angeles dove fa animazione e ha fatto grossissimi film anche.
Questo progetto dell’articolo è un corto completamente autofinanziato con gente di tutto il mondo che parla del bombardamento su trento durante la seconda guerra visto dagli occhi di una bimba :O
c’è un 30 secondi di trailer sotto.

Mi sembrava fico per vari motivi:
1 – parla di un progetto bellissimo! autofinanziare un corto su questo tema!
2 – women power, è in gamba!
3 – pazzesco che è una 3ntina che fa un corto con artisti internazionali ambientato a 3nto! :O”

Concordo sul fico, sull’in gamba e sul pazzesco, e voi? 🙂

L’AMORE NON PERDONA: Adriana è una donna di quasi sessant’anni: francese di nascita, vive da molto tempo in Italia, ha una figlia, un nipote e un lavoro da infermiera nell’ospedale della sua città. Un giorno, in corsia, conosce Mohamed, un giovane arabo di trent’anni: tra i due nasce una storia destinata a dare scandalo. Riusciranno Adriana e Mohamed, così profondamente soli prima di incontrarsi, a difendere il loro amore, a farlo sopravvivere al fuoco incrociato del mondo che li circonda?

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