LET’S MOVIE 240 – propone WILD e commenta L’AMORE NON PERDONA

LET’S MOVIE 240 – propone WILD e commenta L’AMORE NON PERDONA

WILD
di Jean-Marc Vallée
USA, 2015, ‘115
Lunedì 13/Monday 13
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

 

F.O.M.O. Fellows,

L’altro giorno mi è capitato di origliare una conversazione. Non nel senso che ho origliato involontariamente. Ho origliato proprio volontariamente. Quindi, sì, vostronore, confesso il reato e sono pronta a scontare il massimo della pena. Passeggiavano avanti a me questi due geek ― andatura dinoccolata e borsa porta tecno-meraviglie a tracolla ― e uno parlava della Fear Of Missing Out. La paura del perdersi qualcosa. Ho fatto la stalker più che potevo, e poi ho integrato online. E’ un fenomeno, questa FOMO, che si è diffuso molto negli ultimi anni ed è particolarmente legato ai social network: la paura di non essere connessi, di non sapere il what’s-going-on, di non avere accesso a questo o quel social, questo o quel facebook, e non essere informati sulle ultime dal mondo ― e con “mondo” intendo anche quello del tuo vicino, che ha appena postato l’ultimo scatto alla pizza con lievito madre che ha cucinato e ingrasserà la curiosità di chi bazzica il suo angolo di virtualità. La paura dell’essere tagliato fuori, ma che va ben oltre la spiacevole sensazione che vivevi alle medie se non ti sceglievano quando si facevano le squadre di pallavvelenata ―sarà capitato anche a voi (o no??). FOMO è l’ansia di rimanere indietro rispetto agli altri, rimanere fuori dal gregge. Di perdersi qualcosa, e quindi, di perdersi.
Dato il modo in cui ho appreso del fenomeno ―per la città, pedinando due poveri nerd inconsapevoli― credo che questo tipo di ansia si combatta spegnendo un social e accendendone un altro, quello vero, quello che siamo ― noi, THE Social. Banalmente scendendo in strada e ascoltando il mondo. Ma mentirei a voi e a me se dicessi che il terrore di non essere updated, di non aver letto di quella opportunità, di questa o quella notizia, non minacciasse anche noi. A me, banalmente, succede pure con i film. E garantito che se non avessi visto “L’amore non perdona”, avrei avuto un attacco di FOMO da ricovero urgente in una FOMO Rehab.

Innanzitutto io, la Movier More e la Fellow Vanilla cominciamo contrariate. Che non è possibile che si propone un titolo con “amore” dentro e c’è un fuggifuggi di Moviers maschi manco ci fosse l’ultimo episodio di Game of Thrones. Che davvero poi è così, basta si parli di sentimenti, e toh, il maschio alfa si volatilizza. Che perbacco il fatto che non sia presente nessun Movier alfa, beta o chicchessia, la dice lunga, è decisamente rappresentativo dello stato delle cose… E via a bibì-e-bibò-borbottare come tre franchevaleri al parco ―direi Sempione.
Veniamo smentite e letteralmente spazzate via a fine film, quando mi accorgo che lassù in alto, in sala, sono presenti il Movier The-Shoe-Must-Go-On, il Movier McDuck e lo Strawberry Fellow. I nostri castelli femministoidi crollano davanti all’evidenza. Noi si riconosce lo smacco e se ne fa pubblica ammissione 🙂

“L’amore non perdona” gioca su un depistaggio. Dal titolo ti aspetti la tragedia, le storie in cui l’amore distrugge, e non tanto o solamente alla Romeo&Giulietta, ma più che altro alla Stephen Fleming&Anna Burton ―protagonisti de “Il danno” di Louis Malle: tra un politico e la futura nuora scatta la viulenza in termini passionali e l’amore porta alla distruzione di tutto (famiglia/lavoro) e tutti (i due diretti interessati).
Essere depistata mi piace molto, come spettatrice. Tutto ciò che stupisce, colpisce, quindi il film già parte bene. E parte bene anche dal punto di vista formale. L’inquadratura sulla quale scorrono ancora i titoli di testa, è una ripresa dall’alto di Bari: la macchina da presa ci fa (sci)volare sopra la città, ribadendo un concetto che molto spesso si dà per scontato. Il film ci sta dicendo: vi sto per raccontare una storia, ma voi siete qui, avete questo posto privilegiato sopra le cose… “Vorrei che questa inquadratura durasse tutto il film”, vi confesso di aver bisbigliato alla Fellow Vanilla. 🙂
Adriana è vedova, fa l’infermiera. Ha una figlia amata, un nipotino amato. Un giorno al pronto soccorso arriva Mohamed. Ed ecco il classico colpo di fulmine. I classici colpi di fulmine infiammano i due soggetti coinvolti. Ma possono anche fare terra bruciata intorno a loro se due fattori entrano a far parte del quadro.
Adriana ha sessant’anni, Mohammed, trenta. Adriana è italiana ―e con un passato francese― Mohammed è arabo. Differenza d’età e di nazionalità sono i due fattori che rendono la questione ben più scottante. Adriana, a un passo dalla pensione, si ritrova ad affrontare una salita su più fronti. Deve convincere se stessa ―perché i primi da convincere quando ci troviamo alle prese con un amore “non convenzionale” siamo noi. E deve convincere gli altri, soprattutto la figlia, che non riesce proprio a scindere la figura della madre da quella della donna. E qui si pone sul tavolo la questione del rapporto genitore-figlio quando il figlio è adulto, e dovrebbe, come tale, considerare il genitore un suo pari; quando sei bambino rinchiudi mamma e papà in una bolla extra-terrena, li vedi creature che vivono solo ed unicamente in funzione nostra e che non hanno una vita all’infuori della vita che fanno per rendere la nostra possibile ―dell’egoismo dei figli non si parla mai abbastanza, prego Raffaele Morelli di dedicarvi un nuovo Oscar Mondadori.
Molto spesso le cose non cambiano quando i figli raggiungono l’età adulta, e riscontriamo reazioni come quella della figlia di Adriana, che non riesce a sopportare l’idea di vedersi un patrigno della sua stessa età e per giunta arabo. Non ci riesce al punto di portare la madre a lasciare Mohamed con la scusa di presunti legami di un cugino di lui con la Jihad. La reazione della figlia è talmente eccessiva da risultare tremendamante ―”tremendamente” in ogni sua accezione―vera. Se il regista avesse ceduto alla political correctness, avremmo avuto la solita pappetta all’odor di certo cinema americano/francese (vedasi, anzi NO, l’orrido “Nessuno sposi le mie figlie”), in cui, dopo un primo periodo di ostilità verso madre e patrigno, la figlia avrebbe compreso che dietro ogni presunto colluso alla Jihad può nascondersi un cittadino modello, sarebbe tornata sui suoi passi e avrebbero vissuto tutti multietnici e contenti. Stefano Consiglio non sceglie la strada dell’inverosimiglianza ―tanto semplice quanto inautentica― e fa fare ad Adriana quello che ogni madre italiana farebbe: scegliere la pace in famiglia, mettendo se stessa in secondo piano.
Fortunatamente l’amore, che non perdona e che pure francamente-se-ne-infischia degli psico-capricci dei figli, porta a un finale che non poteva essere che lieto. Ora, voi tutti sapete quanto sia cauta con gli happy-ending… Ma in questo caso altre strade non sarebbero state percorribili, e Consiglio lo sa. Sa che un brutto finale avrebbe fatto precipitare la pellicola nei facili abissi della tragedia preconfezionata (prendi due poveri sciagurati che s’innamorano, falli amare, poi contrastare, poi cadere nel baratro dell’impossibilità del loro amore, aggiungi colori smorti, colonna sonora con molto pianoforte e qualche violino, e sei bell’e che da Cannes). Sa anche che un finale aperto avrebbe indebolito troppo un film comunque di nicchia, piccolo ―”piccolo” non in senso spregiativo ma dimensionale― e l’avrebbe confinato nel recinto dei film drammatici e irrisolti. Il lieto fine era l’unica via percorribile, quindi. E a ogni modo, ci vuole coraggio a scegliere il trionfo dell’amore oggi, cinematograficamente ed esistenzialmente. Ben più numerose sono le volte in cui a trionfare sono i plot preconfezionati di cui sopra, e le piccole dinamiche quotidiane che non si vogliono cambiare.
Lodevole, dal mio punto di vista, la scelta di raccontare l’amore di una donna matura con un uomo più giovane. Non che non si siano visti, e apprezzati, “Diario di uno scandalo” e “The Mother”, in cui le protagoniste sono donne grandi che si innamorano di maschi piccoli (“piccoli” qui in senso spregiativo e dimensionale) ma “L’amore non perdona” ha come ulteriore complicanza, come si diceva, la questione religioso-culturale, oltre a quella dell’età, e questa stratificazione di rogne è un fenomeno a cui l’Italia del 2015 e dei prossimi anni deve abituarsi ad affrontare. E come ho detto nel bello spazio Q&A a fine proiezione con il regista, il film è un film sull’amore, ma anche sulla paura, ed entrambi, da forze paralizzanti quali sono, non perdonano. La paura che si materializza qui è a doppio senso: quella di Adriana verso gli altri (paura del ridicolo, della vergogna, del cosa-penseranno-gli-altri). E quella degli altri verso Adriana (chi-si-trascina-in-casa-quella, vuole-solo-farsi-intestare-la-casa-quello).
La paura è anche, e ANCORA, del musulmano con una cattolica, della vecchia con un giovane. Soprattutto anche, ANCORA, la paura del nero con una bianca. E mi stupisco di quanti km accidentati si siano calpestati fino a oggi e a quanti infiniti ce ne siano ancora da calpestare sulla strada del riconoscimento del diverso, in ottica sia individuale che sociale. “L’amore non perdona” ci fa consultare e riconoscere questo corredo di ansie ataviche che ci portiamo storicamente e culturalmente appresso a livello conscio e incoscio, ed è come se ci dicesse “sì, a livello istintivo, nel fondo del nostro profondo, siamo timorosi, pavidi, razzisti. Siamo così. Temiamo i neri, gli arabi terrorizzano e le vecchie devono stare coi vecchi”. Una volta che riconosciamo di essere portati istintivamente verso queste direzioni, ci pensa la conoscenza, a salvarci. Conoscenza, che si dice anche cultura. 🙂
Si parlava anche in sala della scelta di far parlare i due innamorati in francese, altro punto a favore, a mio avviso. L’idea che i due comunichino in una lingua comune, ma diversa da quella del paese in cui si trovano, rinsalda il rapporto esclusivo tra loro due ―autoalimentandosi, ogni amore esclude il resto intorno― e li distingue ancora di più dal mondo. La diversità linguistica descrive il loro amore e li circoscrive in quello spazio aereo e business-class che è il sentimento.
Ringrazio quindi Stefano Consiglio per aver portato questo film a Trentoville, e per aver impedito che cedessi l’attività lezmuviana ―dopo i disastri delle ultime proposte stavo valutando ogni opzione…

E questa settimana ci riserva un on-the-road a piedi

WILD
di Jean-Marc Vallée

Prometto solennemente di non fare paragoni con “Into the Wild” di Sean Penn, che tanto c’era piaciuto ―e tanto c’era piaciuto anche perché lo si vide in una sala di Santa Monica, Los Angeles, insieme al Fellow Bergamini, qualche annetto fa 🙂
Wilderness, tu nella winderness, tu nella wilderness e scomodità, tu nella wilderness, scomodità e percorso interiore…questi sono i punti del film.

Avverto inoltre che martedì 14 non rinuncerò a questo one-shot in inglese sottotitolato in italiano all’interno della Rassegna “La Grande Arte Al Cinema”: “VINCENT VAN GOGH – UN NUOVO MODO DI VEDERE“, uno special sul pittore girato all’interno del Van Gogh Museum di Amsterdam (un pensiero vola immediatamente al nostro Fellow TT, l’expat fra i tulipani!).
Come dicevo, è one-shot, ovvero per dirla prosaicamente, una botta e via. Avevo visto quello su Rembrandt un paio di mesi fa e mi era tanto piaciuto. Vincent, che è pure un amico d’infanzia, non lo perderei cascasse il tondo (Doni ovviamente… :-)).
Ore 21:00 al Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria. 😉

Eccomi giunta al capolinea che, vandala, non rispetto e proseguo oltre, fino al Maelstrom. Una volta nei pressi dei riassunti però mi fermerò, mi guarderò indietro e vi saluterò, uno per uno, con dei saluti ansioliticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

S’è visto una di queste serenere il film “Se Dio vuole”, opera prima di Matteo Falcone. Commedia non pretenziosa e divertente, non buonista e originale, a un tratto così inaspettata, ma così inaspettata, che il mio trasalimento s’ode (s’ode??) ancora nella sala dello Smelly… Giallini&Gassman coppia da ripetere… 😉

WILD: La vincitrice del Premio Oscar Reese Witherspoon (Quando l’amore brucia l’anima – Walk the line) porta sul grande schermo la straordinaria e intensa avventura di Cheryl Strayed, una giovane donna che ha percorso oltre mille miglia lungo la pista di trekking del Pacific Crest per elaborare un grave lutto familiare e il naufragio del suo matrimonio, affrontando e sconfiggendo, in un viaggio pericoloso e solitario, i suoi demoni e le sue paure.

VINCENT VAN GOGH – UN NUOVO MODO DI VEDERE: E’ probabilmente l’artista più amato di tutto il mondo. Il più studiato, copiato, ammirato. Ed è proprio il Museo Van Gogh di Amsterdam ad aprire per la prima volta le sue porte al cinema e mostrare i suoi tesori in un film evento sorprendente che celebrerà il 125° anniversario della morte dell’artista. Grazie alla stretta collaborazione con gli esperti del Museo, gli spettatori potranno gustarsi su grande schermo i capolavori coloratissimi dell’artista mentre gli ospiti appositamente invitati getteranno nuova luce sulla figura di Vincent Van Gogh.

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