LET’S MOVIE 241 – propone MIA MADRE e commenta WILD

LET’S MOVIE 241 – propone MIA MADRE e commenta WILD

MIA MADRE
di Nanni Moretti

Italia, 2015, ‘106
Lunedì 20/ Monday 20
21:30 / 9:30 pm
Astra / Dal Mastro

 

Millecinquecento Moviers

è il numero totale di anime che, a quanto comunica l’Alto Commmissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sono disperse da inizio 2015 nel Mediterraneo. 1500 anime sono 3000 occhi, 30.000 dita. Una quantità imprecisata di idee abortite.
Se, come si è detto, stiamo assistendo a un graduale impauperimento semantico delle parole, facciamo in modo che i numeri mantengano inalterato il loro valore.
1500.

E ora fingo di non sentire le voci erranti che trasformano il Mediterraneo in un cimitero azzurro, e a fatica indosso i panni del giullare che sono.

Com’è che avevo detto?
Avevo detto: “Prometto solennemente di non fare paragoni tra “Wild” e “Into the Wild” di Sean Penn'”. Scripta manent, mannaggia, e i blog purent. Non manterrò fede alla parola data, sfoderate pure l’indice amish, quello “Tu, come osi tu, promettere e non mantenere, ora si spalancheranno i cieli e uno stormo di corvi neri dalle ali infuocate scenderà…e piaghe da decubito infesteranno…e il mondo finìrà per piangere lacrime di pece dall’alba al tramonto” ― scusate, mi hanno fatto ascoltare i King Crimson qualche giorno fa… 🙂
Più giù ritornerò sulla promessa di non confrontare i due film, che infrangerò manco fossi Popeye the sailor-man…

Per ora lasciatemi passare in rassegna il mio team di wild Moviers con cui abbiamo occupato una buona metà fila allo Smelly: il WG Mat, il Fellow Felix, il Movier Onassis Jr, il Fellow A_ _ y T_ e C_ _ _y (perché il gioco dell’impiccato piace a tutti, specie quando non finiamo impiccati ;-)) e con la sala già pronta, la pubblicità pre-film quasi sfumata, sull’orlo del precipizio dell’inizio, il Fellow Done ―vestito di filo di lana, quindi. 🙂

Il plot è presto detto. C’è ‘sta ragazza, Cheryl Strayed. E già qui mi tocca fermarmi e digredire. “Strayed” in inglese significa “randagio”. E questo è molto omen nomen, vista la storia che stanno per raccontarci ―ci riflette lei stessa, sulla bizzarra ironia toponomastica che scrive la sua indole caratteriale in un cognome.
Il plot, dicevamo… A causa di un tumore fulminante, la ventenne Cheryl perde l’amatissima madre e con lei, la bussola, la testa, il senno, la via, tutto quello che di perdibile potete elencare. Comincia a farsi di eroina, passare di letto in letto nonostante un marito innamorato a casa. Non può durare a lungo: e infatti ecco il divorzio. Cheryl capisce che non può andare avanti (=a fondo) così, capisce che deve fare qualcosa, ritrovarsi, o come dice lei, citando una frase della madre “trovare la strada della bellezza”.
Compra una guida specializzata sul Pacific Crest Trail, un sentiero che congiunge Messico e Canada e che non è esattamente la Via dell’Amore tra Manarola e Riomaggiore, se avete le Cinqueterre come metro di paragone… Il PCT sono circa 1100 miglia lungo i quali trovi, e Cheryl trova, di tutto: parchi nazionali, steppe desertiche tipo tundra ma che mi si dice essere il Mojave, i monti della Sierra Nevada, i laghi, gli acquitrini con attorno pochi-di-buono che sfortunatamente la importunano, le cittadine di provincia con buoni-ma-pochi che fortunatamente la importunano, i rifugi tipo Maranza, e tutto quello che potete immaginare tra quei sei centimetri di cartina Michelin che separano i mariachi e lo sciroppo d’acero ―e io comincerò a breve il distaccamento da luoghi comuni…
La storia è vera. La vera Sheryl Strayed ha vissuto per davvero quello che la finta Cheryl Strayed ha vissuto per finta. Ci sono libri, interviste a provarlo, e forse anche cicatrici ―le piaghe ai piedi non le saranno guarite MAI PIU’ dopo aver camminato 1.100 miglia, sicuro (segnatevi “piaghe ai piedi”).
E lo percorre tutto, dalla California fin su su a un posto che si chiama the Bridge of the Gods ―come gli americani riescano a trovare il sacro in un anonimo arco di cemento e nulla sospeso tra Oregon e Stato di Washington, rimane a oggi incomprensibile…

C’è molto Compostela, molto Santiago, nel cammino di Cheryl. Il viaggio è un viaggio dentro di sé, che ha la particolarità di esprimersi fisicamente con una passeggiata da mille-miglia. Però sentite, se Stephen Deadalus inondava Dublino con le sue 600 pagine di flusso di coscienza, Cheryl avrà pur diritto ai suoi benedetti 1600 km per ritrovare se stessa, no?
A ogni modo, fede e coscienza a parte, dietro questo viaggio non c’è nemmeno il desiderio di espiare. Cheryl ―e lo ammette a chiare lettere― non rinnega nulla di quello che ha fatto ―e si è fatta, aggiungo io… Il cammino è un modo che ha, credo, di guardare in faccia tutta la sofferenza sofferta, tutti i macelli disseminati qua e là, e arrivare al punto massimo di ogni sensazione, il massimo dello stremo corporeo, della sete bestia, della fame chimica, del puzzo fisico, per poi andare avanti. Quale miglior metafora se non quella di un percorso su sterrato?
E’ una storia vera e questo ci pone in una posizione un po’ scomoda. Fosse fiction, potremmo scagliarci liberamente contro il match che l’ovvio e il patetico combattono per aggiudicarsi la scena: un fiore di madre (brava, buona, entusiasta) strappato alla vita in modo brutale a 45 anni (oltreché maltrattato in vita da un marito bobbybrown), e poi tossicodipendenza, sessodipendenza, divorzio, una gravidanza abortita ―abbiamo tutti gli elementi per il melò da mille e una notte. Ma non puoi farlo, non puoi scagliarti contro la verità. I fatti non si possono questionare. Possiamo criticarne la gestione cinematografica, commentare la lunghezza di questa o quella scena, il montaggio. Ma la cronaca dura e pura è impermeabile al giudizio.
E quanto proprio al montaggio, nemmeno quello sento di criticarlo. E’ molto classico, fin elementare: più Cheryl si spinge avanti nel proprio cammino, più va indietro con la memoria, rivivendo il proprio passato attraverso flash-back e schegge di memoria che riemergono in sogno, o nel dormiveglia, o nella catatonia da fame&sete. Può sembrare banale, ma per qualche motivo, funziona. E se riuscite a svincolarvi dalla minaccia del patetico, riuscirete a trovare punti estremamente divertenti.

Tipo la seconda scena. Vigilia della partenza. Cheryl, in un motel, colta nella preparazione dello zaino. Avrete senz’altro presente come sono i bagagli di una donna media con un guardaroba medio (quindi Board escluso) in partenza per un viaggio? Il quiz “questo lo porto o non lo porto?” in cui la final answer è sempre, SEMPRE, “Massì lo porto che non si sa mai”… Ecco, trasponete il tutto in uno zaino, dimensioni autosilos, che Cheryl, tenta di mettersi in spalla. Lo spettacolo non sarà molto edificante per lei, ridotta a tartaruga-ninja con carapace roteante sul pavimento, ma è molto esilarante per noi spettatori ―specie quelli/e incapaci di viaggiare portandosi “lo stretto necessario”…
Certo la scena è servita anche per farci guarire dall’apertura (“piaghe ai piedi”), in cui il primo piano è fisso sull’alluce insanguinato di Cheryl da cui, assassina, strappa l’unghia… Il MIO alluce sta ancora pulsando di solidarietà. 🙁

Insomma un po’ si ride, un po’ ci si annoia ―alcuni tratti sono trascinati o ripetitivi― ma non ci si intristisce mai. Non è un film cupo. La malattia della madre non le oscura mai il sorriso, mentre balla e canta in cucina con i suoi figli, o sguazza felice in una pozzanghera.

E ora vengo alla promessa mancata…. Con “Into the Wild” di Sean Penn siamo su un altro livello di wilderness. Anche quella è una storia vera, ma in quel caso la sceneggiatura scava nello psicologico del personaggio, Chris, e nell’evoluzione della sua relazione con il paesaggio, che è sia un luogo di liberazione individuale dalla gabbia urbana-umana, che estensione di una natura ambigua, fatta di forti contrasti ―la sublime bellezza di certi panorami, la brutalità di certe leggi animali, la beffa amara, anzi velenosa, del finale… La scelta di fuga di Chris è anche politica, e radicale: la società m’incastra, bene-sai-che-c’è, io non ci sto e mollo tutto per l‘Alaska. Chris decide di lasciare tutto e tutti ma senza idea di tornare. Cheryl no, per lei il viaggio è un momento circoscritto, che avrà un inizio e una fine, affinché da una fine possa scaturire un nuovo inizio ―marzulliana che sono.
In “Wild” la protagonista è così, wild, ovvero scatenata ―”wild” significa anche questo, oltre a selvaggio. In “into the Wild” siamo così, DENTRO IL SELVAGGIO, nella foresta oscura della psiche segnata di un ragazzo che non trova più un senso nella routine precisetti della sua famiglia borghese. Quindi anche se la tentazione è quella di paragonare i due film, in realtà, sono due percorsi totalmente differenti e con esiti totalmente differenti, sia nella realtà che sullo shermo. E con differenti spessori, anche. Sean Penn è stato assai strepitoso nella regia, la sua natura rigogliosa e selvaggia, nemica e amica, ti invade l’ala sud della memoria e da lì non la esterpi più. Nel film di Vallée la natura non è poi così protagonista. La fotografia, se devo essere sincera, nulla ha di ché. Non trovi, per esempio, i paesaggi mozzafiato che, per esempio, trovi nell’ultimo film e lupo di Jean-Jacques Annaud.
Però “Wild” è dignitoso, e anche se ogni tanto si siede un po’, o diluisce troppo certe riprese che avrebbero potuto essere asciugate, lo si promuove 🙂 ―considerati gli ultimi disastri lezmuviani, il film di Vallée è oro che cola!

E ora, Fellows, eccolo qui

MIA MADRE
di Nanni Moretti

E qui non abbiamo (avete!) molta scelta o scuse. Moretti è come Sorrentino, Garrone, come la Madonna al termine di una mattata sportiva. Li vedi, devi ―che ne è pure l’anagramma… Fortunatamente il cine è l’unico caso in cui il dovere combacia con il piacere 🙂
Io personalmente sono curiosissima. Spero che la mia squadra di wild Moviers si rimaterializzi anche domani sera e resista alle malìe degli Humandroids…
Peraltro sono assai fiera dei Fellows che martedì si sono presentati numerosi al docu su Van Gogh, che Vincent sempre… 🙂 “La vita è breve, l’arte lunga”, scriveva al fratello… L’arte è lunga…

E ora invito alla lettura del Maelstrom, da cui per altro potremo pescare interessanti spunti per i prossimi Lez Muvi…
Riassunto ma anche no, e saluti, quelli sì, oggi, mestamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Facciamo girare volentieri nel pentolone del Maelstrom un’iniziativa segnalataci dal D-Bridge, rientrato dal soggiorno newyorkese e dall’incontro col collega di Brooklyn… 🙂

Cineforum sulla Storia del Cinema Europeo“, una rassegna organizzata dall’Associazione Club Alpbach Trentino, presso il Dipartimento di Sociologia, Aula Kessler, i mercoledì sera, ore 20:30, ingresso gratuito.
Il programma completo è disponibile qui:
https://dl.dropboxusercontent.com/u/1745037/CAT/Club%20Alpbach%20Trentino%20-%20Cineforum%20cinema%20europeo%20aprile-maggio%202015.pdf
Come NON vedere “Sciuscià”?? O Bergman?? Come??

MIA MADRE: Il film è dedicato alla figura di una regista di successo (Margherita Buy) impegnata sul set di un nuovo film che ha per protagonista un attore italoamericano interpretato da John Turturro. Mentre la sua vita privata si divide tra il capezzale della madre e una relazione che sta terminando, quella professionale è ad un punto morto. A spronarla e a sostenerla c’è il fratello, interpretato da Nanni Moretti, anche lui protagonista di un cambiamento in ambito lavorativo.

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