LET’S MOVIE 242 – propone SAMBA e commenta MIA MADRE

LET’S MOVIE 242 – propone SAMBA e commenta MIA MADRE

SAMBA
di E. Toledano, O. Nakache
Francia, 2015, ‘118
Martedì 28/Tuesday 28
Ore 21:15/21:30 (Mastro ancora un po’ indeciso :-))
Astra/Dal Mastro

 

Farewell Fellows,

Confesso a voi un peccato che, in qualità di Board, non dovrei commettere. Mi ritrovo ad essere una nazionalista cinematografica ― in quanto tali, i Board dovrebbero essere super partes, super limes, super quark. Io che caldeggio l’imporsi dello stato di cultura sullo stato di natura, la sparizione delle razze dalle bocche dei parlanti prim’ancora che dai loro documenti, mi trovo ad essere un’ultrà da stadio che inneggia all’Italia con striscioni da curva sud.
Il fatto è che stiamo vivendo una congiuntura cinefila più unica che rara: gli ultimi film di Moretti, Garrone, Sorrentino hanno cominciato a riempire le sale: Moretti ha aperto le danze, poi toccherà a Garrone infine a Sorrentino, tutto nello spazio di 20 giorni. Che i tre giganti della cinematografia italiana escano pressoché in contemporanea è un evento da once-in-a-lifetime. Come se non bastasse, il trio ha già prenotato tre biglietti sull’intercity per Cannes, il che rafforza l’amor di patria ―nel 2008 schizzò ai picchi massimi quando Garrone vinse il Grand Prix per Gomorra, e Sorrentino il Premio della Giuria per Il Divo, mentre pensate, nel 2012 Moretti presiedeva la Giuria e “Reality” di Garrone vinse la Palma d’Oro.
Che tu tifi per la Maggggica o ti scaldi per il cine italiano, il meccanismo che fa di te un ultrà è il medesimo. L’ultrà tende a pensare che tutto il mondo aderisca al suo credo ―null’altro esiste all’infuori di esso, in totti i sensi (Board!). Per esempio gli ultrà cinefili di cui mi definisco rappresentante ad honorem, sono convinti che i film di Moretti-Garrone-Sorrentino siano da considerarsi al pari delle feste da santificarsi per i lettori delle Tavole della Legge, oppure Sanremo, o la Nazionale di Calcio. Eventi che riguardano la nazione e non si possono perdere ―la filosofia scolastica li definisce “Gli imperdibili”. 🙂
Pertanto, ero convinta che ci sarebbe stato il pienone lezmuviano da Moretti, lunedì sera. Del resto è un imperdibile, mi dicevo, lo dicono anche gli Scolastici.
Dimenticavo che la storia della filosofia è fatta anche dagli Scettici, da cui sembro non aver imparato nulla… L’unico presente è stato il WG Mat che, essendo cresciuto a pane e Film Theory, rientra nella categoria dei cinefili ultrà, e quindi non poteva mancare. Gli altri Moviers non sono ultrà, e non considerano il film di Moretti un imperdibile. I will face it, che vuol dire, me ne faccio una ragione.

Esci stanco da “Mia madre”. E’ come stare seduti in un gabbiotto di due metri per due, prendere scariche di botte a intermittenza e vedere il passaggio fuggitivo delle nuvole in cielo per pochi istanti. Praticamente Guantanamo.
E non è un film sulla morte della madre. E’ un film sulla vita che sta lasciando piano piano il corpo della madre e che costringe i due figli, Margherita (la Buy) e Giovanni (il nostro Nanni), a confrontarsi con la perdita. La radiografia di un lutto. Coinvolta in questo processo dolorosissimo è Margherita, una regista che cammina perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, sentendosi perennemente inadeguata. Margherita è un Nanni Moretti in gonnella, chiaro. Lo capisci subito, quando Nanni nei panni di Giovanni, avvicina la sorella in un incontro immaginario, e le chiede “Per una volta vuoi rompere uno dei tuoi 200 schemi mentali? Essere leggera??”. È come se Moretti lo chiedesse a se stesso, perché naturalmente questo è un film di Moretti che rifltte su Moretti.
E il nostro Nanni ha fatto un po’ quello che Woody Allen fa da parecchi anni: consegna i propri scomodi panni a un altro-da-sé che in qualche modo faccia le sue veci, e, forse, porti il fardello, almeno per un paio d’ore, di quello che è. Margherita Buy si accolla questo peso e lo gestisce con la stessa professionalità e la stessa maestria di Giulia Lazzarini, l’attrice chce interpreta la madre. Certo, la maggior parte dei registi sono narcisi eternamente in fiore, quindi non è che Nanni Moretti potesse scomparire dalla scena… Si cala nella parte di Giovanni, il fratello, personaggio marginale che gli permette di accentrare il film sul suo vero (alter) ego, Margherita.
In internet troverete laqualunque in riferimento ai giudizi sul film. Chi l’ha detestato, e ha bollato il film come “The Worst of”, il peggior film, come i bar di Caracas. Chi l’ha amato, e intessuto metri di lodi, definendolo “IL Film di Moretti” con la effe maiuscola, l’articolo maiuscolo, tutto molto maiuscolo. Personalmente io accolgo con vero piacere queste posizioni contrastanti: significa che il film ha i contorni forti che NON passare inosservati ―quanti film, Fellows, non si fanno sentire, e passano in sordina, incolori e insapori come l’acqua… Io preferisco che un film mi storca la faccia in una smorfia piuttosto che mi lasci con quell’espressione mah-boh-nonsò…

Dove mi schiero io? Io mi schiero dalla parte di chi ha apprezzato il film. Non penso che sia IL Film di Moretti con tutte le maiuscole. Ma penso che Moretti abbia fatto qualcosa di tremendamente nuovo, e da geni cinematografici, e che nemmeno lui si sia reso conto di aver fatto, e che magari solo io mi rendo conto che l’ha fatto oppure me lo sto semplicemente inventando, perché io sono quella che parte da A e per arrivare a B attraversa tutt’un alfabeto che chissà come c’è finito lì…
“Mia madre” è un film tutto al presente. Non ci sono flash-back o flash-forward, scalini o salti temporali. Il passato entra fisicamente nell’adesso ma senza annunciarsi. E’ come se fossimo in un unico flusso di esistenza ininterrotta in cui situazioni, vicende, momenti vissuti si manifestano nel presente della narrazione, per poi sparire, indisturbati. Questo presente infinito si accompagna anche a momenti “meta”, oppure apertamente onirici: scene in cui Giovanni si avvicina e parla a Margherita senza che questa se ne accorga, o momenti in cui Margherita adulta incontra se stessa adolescente. O ancora la sequenza in cui i due fratelli scelgono il vestito da infilare alla madre morta. Perché Moretti sceglie questa strada? E cosa c’è di “geniale”?
Be’, per come la vedo io, Moretti, sciogliendo il narrato in questo continuum atemporale, è in grado di cogliere e rappresentare il tempo del dolore. Il tempo del dolore è sempre presente: quando doliamo (doliamo??), il tempo non passa mai. Non c’è passato e soprattutto non c’è futuro; siamo paralizzati in uno stato senza contorni in cui tutto quello che vediamo è un campo bianco che ferisce gli occhi ―ognuno ha il proprio modo di tradurre in immagini il dolore, questo è un mio modo, UNO. Non è un caso che si dica proprio “paralizzati” dal dolore ―non c’è movimento, vita, in quella condizione, è un punto nero. “Mia madre”, come dicevo, è un film sul dolore. E come tale, deve far male. Non c’è verso.
Moretti si era già cimentato con questa patata bollente in “La stanza del figlio” ―e con esiti migliori, in termini di impatto emotivo sul pubblico, a mio avviso. Il fatto che ci ritorni sopra ci dice che la patata bollente gli fa ancora gola e che c’è ancora bisogno di offrirla al pubblico. E qui mi viene da fare un ragionamento, osservando lo stato delle cose in questo aprile 2015. Non si fa molta educazione al dolore, oggi, così come oggi non ci si ferma a riflettere sull’esistenziale ― branco di distratti dal virtuale che siamo. Cerchiamo di allontanare tutto, come se ci muovessimo in un quadratino attutito da paraspigoli. Moretti prende il nostro bel sederino morbido e lo cala su un letto di triangoli scaleni. La sensazione è spiacevole, come potrebbe essere altrimenti? Coi cateti son cavoli….
Sentivo il WG Mat dimenarsi sulla poltrona durante il film. A fine proiezione mi ha detto. “Dovevo muovermi per combattere il senso di claustrofobia” ―sopra vi ho parlato di gabbiotto e prigione, ma vi assicuro, io e il WG non ci siamo messi d’accordo 🙂 E in effetti tutto il pubblico presente in sala era particolarmente irrequieto. Si sentivano scoppi di risa isteriche nei rari momenti in cui John Torturro ― nel ruolo di un attore americano tanto famoso quanto idiota― buffoneggiava qua e là regalando una boccata d’aria fresca a noi ergastolani in poltrona. Moretti è una vecchia volpe. Sa che lo spettatore non può reggere a due ore di triangoli scaleni nel popò, quindi stempera la tensione con degli intermezzi pseudo-comici. L’ilarità, come dicevo, non è grasse-risate-a-Chinatown. E’ una specie di riso stridulo e nevrastenico, che ha la stessa consistenza neuro del personaggio di Margherita ―che tanto bene riesce alla Buy sin dai tempi di Billa&Bernie in “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”.
Per altro i panni vestiti da Turturro, sono sì da personaggio sopra le righe ―il ballo sfrenato sul set ricorda un po’ l’indimenticabile personaggio di Jesus in “Il grande Lebowski”― ma sono anche, in parte drammatici. A un certo punto esclama “Voglio tornare alla realtà! Ridatemi la realtà!”: un attore che vuole fuggire la finzione è un condannato senza speranza di salvezza.
Non dimentichiamo che “Mia madre” è anche una meta-riflessione sul fare cinema, e sul rapporto tra realtà, sogno e finzione ―temi classici all’universo morettiano. Lo stesso ruolo che si ricava Moretti, quello di ombra alter-ego di Margherita, ma anche di fratello che un po’ primeggia sempre ―quello che arriva sempre prima, quello che sa più cose rispetto alla sorella sempre un po’ sprovveduta, quello che prepara meglio la pasta per la madre e che ricorda il dativo di possesso― in realtà reifica quello che Margherita la regista consiglia sempre agli attori che interpretano i suoi personaggi: cercare di mostrare la tua persona accanto al personaggio dentro il quale stai recitando ―suggerimento che nessuno degli attori a cui viene proposto, realmente capisce: solo Moretti, forse lo capisce, e lo mette in pratica mettendosi a lato di Margherita, e mettendoci la faccia ―il narciso, del resto, non sfiorisce mai… Certi frammenti ripescati dalla giovinezza di entrambi i fratelli, come la sera di gioventù in fila per entrare alla prima de “Il cielo sopra Berlino”, oppure certe istantanee che mi hanno ricordato nitidamente “Amour” di Haneke, film sinanco (sinanco??) più straziante di “Mia madre” nel ritrarre il processo di cedimento di un corpo e una vita. Mi riferisco per esempio agli scatoloni nel corridoio dell’appartamento della madre, le pareti foderate di libri di latino, e l’ignoto destino che li attende.
Lo si ami o lo si odi, Moretti sa stare dietro la macchina da presa, non c’è proprio un cavolo di nulla da fare ―scaricoporti ogni tanto, sì. E non solo. Sa anche rendere l’esperienza riconoscibile e condivisibile. La scena in cui Margherita e l’ex marito regalano il motorino alla figlia teenager Livia, e la aiutano a fare pratica in una strada appartata, ecco, questa è la classica scena al contempo pratica e teorica, domestica e allegorica. Oppure sempre Livia, nipote, che si tuffa sotto le coperte e piange dopo aver appreso la notizia della morte della nonna dal padre, che risponde in un’altra stanza alla telefonata di Margherita, ci riporta a nostre esperienze d’infanzia, a nostri traumi. Lo stesso dicasi per dei dettagli piccoli. Le toppe che Giovanni recupera nel cestino da cucito della madre, sono le toppe che rammendavano i ginocchi lisi delle tute d’infanzia, e che finiranno poi sui gomiti degli intellettuali radicali degli anni ’70, di cui Moretti è esponente numéro un.
La radiografia di un lutto in vita, dicevo prima. Un addio lungo 106 minuti. E questo mi porta alla fine di questo pippone, che chiuderò in musica, perché se c’è una canzone che mi sta facendo perdere il senno in questi giorni tanto mi piace è “Good-bye” di Feder featuring Lyse. Questo good-bye è per la fine di una storia d’amore, ma anche quella dopo tutto è un piccolo (piccolo?) lutto, no? https://www.youtube.com/watch?v=RO4_g2wmFpA

E ora, rien ne va plus avec…

SAMBA
di E. Toledano, O. Nakache

​In realtà volevo farvi venire tutti a “I bambini sanno” di Walter Veltroni e con Walter Veltroni in sala, domani sera. Ma la sala è risultata sold-out dopo tipo due ore dall’RSVP, quindi nada.
Nada de problemas, comunques. Andrò in avanscoperta e vi racconterò.
Quanto a “Samba”, è una commedia sociale che sembrerebbe non far rimpiangere il primo successo dei due registi, quelli di “Quasi amici”. On y va et verra. 😉

E ora lasciatemi schiarire la voce e fare la signorina Buonasera.
Prende il via giovedì 30 aprile e si protrarrà fino a domenica 10 maggio, la 63esima edizione del TRENTO FILM FESTIVAL, http://trentofestival.it/.
L’Anarcozumi è già entrata in zona riscaldamento pre-delirio. La troveremo rimbalzante di evento in evento, facendo di tutto affinché tutto vada come deve andare. E vi assicuro, nei 5 anni di TFF che ho alle spalle, tutto è sempre andato come doveva andare. 🙂
Anche il Fellow Fant(), Sergio, Responsabile della programmazione del TFF, che per l’occasione è Fant(otum), sarà in prima fila ad accogliere il pubblico, introdurre film, moderare dibattiti, insomma, a fare il Fantotum… 😉
E sempre per l’occasione, il CdA di Lez Muvi torna a riunirsi: la Honorary Member Mic farà un Back-to-Trentoville per assistere al Festival! Quindi troverete anche noi due rimbalzanti in giro, programma alla mano, lingua molto tagliente, e molte risate in saccoccia 🙂
Consultate il programma che trovate sul sito e non aspettate che questo o quello vi dica cosa guardare. Sperimentate! O come mi piace dire in tre sillabe, TRY THE TFF, Fellows! TRY THE TFF!

E ora io finisco, voi vi fermate un istante nel Maelstrom, calpestate il riassunto e venite al cine. Non prima però di aver intascato questi saluti, oggi, distaccamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se dopo un inizio settimana al profumo di fanciullezza con “I bambini sanno” volete sporcarvi le mani nei bassifondi del rock, potete spararvi in vena “Cobain“, il docu che ha richiesto tipo 8 anni di lavorazione, e che pare diventerà una sorta di film cuRt (!!) per i nirvanisti… Mercoledì 29 alle 19:30 allo Smelly Modena.
Avvertimento: dovete essere dei nirvanisti molto convinti per investire 15 Euri per il biglietto d’ingresso… Lo suggerisco qui per i molto convinti, e perché l’accostamento Veltroni-Cobain mi pareva splendidamente disturbante 🙂

SAMBA: Un incontro fra due mondi, quello di Samba (Omar Sy), senegalese clandestino che vive in Francia da 10 anni e colleziona lavoretti per sopravvivere, e quello di Alice (Charlotte Gainsbourg), una dirigente d’azienda che dopo un crollo psico-fisico da stress decide di cambiare vita. Lui tenta tutte le strade per la regolarizzazione, mentre lei cerca di ricostruire se stessa attraverso il volontariato in un’associazione. Entrambi stanno provando ad uscire dal loro inferno personale fino a quando, un giorno, i loro destini si incrociano… in una storia che, fra umorismo ed emozione, potrebbe aprire un varco verso la felicità. E se la vita avesse più fantasia di loro?

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