Posts made in maggio, 2015

LET’S MOVIE 246 – propone YOUTH e commenta IL RACCONTO DEI RACCONTI

LET’S MOVIE 246 – propone YOUTH e commenta IL RACCONTO DEI RACCONTI

YOUTH – LA GIOVINEZZA
di Paolo Sorrentino
Italia, 2015, ‘118
Lunedì/Monday 25
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

Muoio Moviers

mi ripetevo quando ho capito la beata fine che mi stava facendo fare “Il racconto dei racconti”. Muoio adesso muoio qui, al cine, dentro questo buio, circondata da questi Fellows. Muoio perché tanto ingegno artistico, tanto estro filologico, tutti insieme, stenderebbero anche il più borghezio di tutti i salvini, figurarsi io, che mi dichiaro vestale di uno svedese perché ha fatto della Forza Maggiore un capolavoro che speriamo non rimanga figlio unico.
Muoio qui, e sarà la più bella di tutte le morti che potrebbero capitare a me, Sarafruner detta Lafru e di Lez Muvi il Board ―la morte al cine. Venisse pure la monotona dal mantello nero ―riuscite a pensare a qualcosa di più monotono della morte, sempre immutata dalla notte dei tempi? Accoglierla al cine per mano di Matteo (ovviamente lui, Garrone, d’ora innanzi Matteo) sarebbe stata la più dolce delle conoscenze.
Ho vissuto tutta la giornata di lunedì immersa in uno stato di pestifera agitazione ―quanti ampère, mi si fosse misurato il voltaggio! Poi è arrivato il tragitto casa-cine, accompagnato da una liturgia un po’ da stadio ripetuta senza sosta. “Dai Matteo, dai Matteo eh, dai Matteo che ce la fai”… Arrivo dal Mastro e trovo un’accoglienza lezmuviana tale da farmi capire che il film ha colpito al cuore ―o forse io ho esagerato con la promozione. L’Anarcozumi post vacanze romane e con il Guest Ugo The Boss, appena entro in possesso della sua email ih ih ih― la Fellow Vanilla che è riuscita nell’opera di movimentazione della Fellow Cristina Casaclima dai paradisi del green-living e delle certificazioni LLED :-), e poi il Movier Onassis Jr, che non mi perdonerà per averlo coinvolto in un film che non ha incontrato il suo gusto milionario, il Movier Scaccomatto, scampato alle grinfie di quel postaccio tra il meneghino e il beghino che le cartine chiamano Milano, e ultimissimo, a luci già buie, il Movier Magnocarlo, che non avrebbe potuto mancare data la sua vicinanza storica col Barocco ―dai lo so che i carolingi son venuti prima dei barocchi!
🙂
Il 3.2% della popolazione lezmuviana sta attendendo ― ci crediate o meno ― questi 4 km di pippone che si parano qui sotto di voi. Gli altri li temono.
Be brave…

Non lo capisco subito, “Il racconto dei racconti”. Mi ci vuole una mezz’ora ―sono abbastanza lenta, scusatela. Dopo una mezz’ora però, lux fiat est, e io non sono più seduta in poltrona, dentro l’Astra. Finisco esattamente nel posto in cui Garrone vuole trascinare i suoi spettatori. Fra le selve oscure del favoloso, e lasciamo ogni speranza noi ch’entriamo. E persino la gestazione del film, mi sa di favoloso… Matteo avrà trovato in qualche angolino virtuale di cui ignoriamo l’esistenza, un vecchio manoscritto, “Lo cunto de li cunti”, una raccolta di fiabe scritte da un certo Giambattista Basile, nella Napoli del 1600… Matteo ne rimane incantato ma scriverne una banale trasposizione cinematografica, aggiungendo un altro fantasy alla lista di titoloni americani, con e senza 3D, non interessa al giovane partenopeo ―la banalità è frutto che disdegna da sempre. Allora cheffà, Matteo? Matteo prende carta e penna e si inventa un genere nuovo. Tutto suo, che io nomino oggi, 24 maggio 2015, “Favoloso realistico”, o “Realismo favoloso”. Che non ha niente di niente del Realismo magico attribuito a Garcia Marquez, né del fantastico che il vate Todorov teorizzò, o del fantasy mainstream che siamo abituati a vedere ―ed è per questo che “Il racconto dei racconti” potrà non essere amato dagli amanti de “La storia infinita” o “ET” e forse anche “Star Wars”… il fantasy ha tante facce, non solo quella di Donnie Darko…
In un atto d’iconoclastismo filologico, Matteo prende il meraviglioso, con cui il mio vate Todorov nominò il mondo della fiaba ―nella quale non ci stupiamo di trovare orchi, draghi e pulci giganti perché perfettamente inseriti nella realtà non-reale dei protagonisti― e lo reifica, cioè lo porta giù sulla terra, gli dà la nostra stessa materia, rendendolo carne e sangue. Matteo ha fatto quello che Dio ha fatto con Cristo, solo che al posto di Gesù ci ha messo un genere artistico. Così noi ci confrontiamo con l’orrido di corpi sanguinolenti, cuori vivi pulsanti, pelli scuoiate e crani sbregati. E naturalmente con il bestiale all’interno della favola, ma anche e soprattutto all’interno di noi.
Parte scegliendo tre racconti: una regina che vuole diventare madre a tutti i costi e finirà vittima del suo stesso amore; una bella principessa con un padre bislacco e meschino che alleva pulci giganti e finisce per darla in sposa a un orco ―dal quale si salverà usando la tecnica che Giuditta usò con Oloferne, e Black Mamba coi i suoi aguzzini; un principe libertino cade innamorato di una bellissima fanciulla dai fulvidi capelli, che in realtà è una vecchia di un duo di vecchie sorelle trasformata in femme fatale da un incantesimo…
Ma nemmeno questo ―e già sarebbe stato tanta roba― bastava a Matteo. No perché lui non si accontenta di un prototesto, ovvero un testo di origine da cui partire. Matteo parte dalla notte de tempi della favola e del raccontare― Odissea e Iliade e Vite dei Santi comprese ― proprio agli albori, quando il genere non era ancora tale, mangia tutto, introietta tutto e poi risputa fuori, magicamente, questa creatura dai lineamenti bellissimi e dal cuore di tenebra: una favola che contiene tutte le favole. Una bibbia delle meraviglie.
Perché il film può NON piacere? E’ come mettervi dentro un a stanza buia con tante porte. Più chiavi hai in mano, più porte riesci ad aprire e più mondi ti si schiudono davanti. Tradotto significa che più conoscenza hai, più ti viene svelato. E non soltanto in ambito letterario ―e già sarebbe stato tantissima roba― ma anche pittorico, architettonico, musicale.
Per capire e godere de “Il racconto dei racconti” ne devi sapere di letteratura, di pittura, di architettura, di musica e di cinema, di geografia, di storia, d’Italia e di Monteverdi. Ma non c’è il citazionismo sterile e finalizzato al divertissement intellettualoidale del regista pavone con la coda in bella mostra. Prima dicevo, è una bibbia, NON un’enciclopedia. E di bibliotecomico, di didascalico e inventariale (inventariale??), spiacente per i detrattori, questo film non ha proprio nulla. Il lavoro operato ―anche grazie a 4 sceneggiatori e chissà quanti consulenti― utilizza la rielaborazione sincretica (sì, ho detto sincretica), e sei TU che vedi quello che riesci a vedere. Niente “Soluzioni” in fondo al testo.
Quindi trovi i tre scrigni de “Il mercante di Venezia” nella gara allestita dal padre bislacco per dare la figlia in sposa, e trovi una giustizia shylockiana nella tenacia con cui l’orco rivendica il diritto d’intascare quanto pattuito, la sua libbra di  carne ha capelli biondi e occhi azzurri; e trovi la follia di “Riccardo III” nel re bislacco, ma non tanto perché alleva pulci giganti, ma perché obbliga la figlia a sposare chi non ama; e trovi tutte le donne, all’inizio agnellini e poi cuor di leoni, nella parabola percorsa da quella principessa che alla fine, con un gesto sensazionale, si libera del suo male ―perché alla fine solo TU puoi liberarti dalle tue paure; e trovi Calibano nei suoni inarticolati dell’orco ―che poi CHI è il vero orco? Lui o un padre che lascia una figlia nelle mani di uno sconosciuto dai dubbi trascorsi? E trovi l’atmosfera tra il Sogno di una notte di mezz’estate e la Tempesta, quei luoghi belli però con quel je-ne-sais-quoi di minaccioso che incombe; Quindi Shakespeare è presente ma certo non è un film su Shakespeare. E Boccaccio? Boccaccio è profondamente lì, nel principe così succube dei propri istinti carnali da non vedere nulla all’infuori di un buco e un dito ―Boccaccio presente sopra ogni cosa, sì!― e da non rendersi conto che la giovinezza, altri non è che la vecchiaia con un bel vestito addosso che molto presto si toglierà. Boccaccio è Fiammetta e tutte le pagine erotiche che abbiamo letto con tanto piacere nel Decamerone, e pensate un po’, “Pentamerone” è l’altro nome con cui “Lo Cunto de li cunti” è conosciuto ―cinquanta fiabe raccontate nel corso di cinque giornate.
E naturalmente Charles Perrault: chi non ha subodorato “ucci ucci sento odor di cristianucci”, nell’orco che annusa l’aria in cerca della sua principessa? E Lewis Carrol? Chi non vede un po’ della Regina di Cuori nella madre ossessiva che vuole a tutti i costi l’amore del figlio? E naturalmente i fratelli Grimm: nell’immaginario del bosco popolato da strane creature, non sempre negative ―la strana donna che allatta la vecchia sorella gettata giù dalla torre e finita in mezzo al bosco non vi richiama nell’immaginario anche Mowgli a cui dei lupi restituiscono una nuova vita attraverso il loro latte? E naturalmente Mark Twain nella coppia di fratelli albini che sono il principe e il povero del film. E naturalmente Andersen nel brutto anatroccolo che diventa una gnocca da paura e finisce per diventare una principessa sul pisello… E naturalmente, o forse questo non così naturale, ma ve lo dico comunque. Per me c’’è “Le figlie del fuoco” di Gerard de Nerval ―leggetevi “Sylvie” e vedete quanto delle due vecchie sorelle c’è lì dentro. E nell’albino povero che lascia il principe per vagare tre giorni nel bosco, ma senza ricordare nulla una volta di ritorno a casa, c’è indubbiamente Meaulnes, il grande, di Alain Fourier. E naturalmente, per via entomologica, c’è Kafka: Gregor Samsa rifiutato dalla famiglia si trasformava in uno scarafaggio, mentre qui c’è una pulce ignorata dal mondo che viene adottata da un padre che ha una figlia sul punto di abbandonarlo ―ebbene sì, le vie delle Metamorfosi sono infinite… E naturalmente  c’è “La belle Dame Sans Mercie” di Keats, e naturalmente “Christabel” di Coleridge, nella fanciulla trovata sperduta in mezzo al bosco. E cosa mi dite di Lancillotto e Ginevra? Per altro citati, in un’operazione iper-metaletteraria, nel racconto della pulce gigante: la principessa chiede alla sua dama di compagnia di leggerle “ancora e ancora” la storia dei due amanti bretoni resi famosi dai due amanti danteschi, entrambe le coppie fregate dal galeotto d’un libro e chi lo scrisse…
E potrei andare avanti così, e se mettessimo insieme tutte le nostre teste e tutti i nostri singoli bagagli culturali sapete quanto lungo diventerebbe quest’elenco? Altroché pippone lezmuviano!

E con lo stesso zelo con cui redigeremmo l’elenco relativo ai rimandi letterari del testo, così potremmo fare con l’arte. Il film è una galleria di quadri che vi scorrono davanti agli occhi, e voi non fate nemmeno in tempo ad attribuirne uno che subito vi trovate davanti a quello successivo. And here, once again, non è un semplice sfoggio di arte barocca, per quanto, ovviamente, il Barocco sia presente, l’abbiamo capito, tra velluti drappeggaiti e ori e fregi e calzemaglie, comedianti e venghino-signori-venghino. Le nature morte, come no, ma Escher, ragazzi miei, non avete visto Escher nel sali-e-scendi dei personaggi da torri, scale, tetti, labirinti? E Giotto, sì Giotto, in quelle atmosfere sospese di castelli algidi e inquietanti da togliervi il fiato? Ma potrebbe esserci anche De Chirico, lì, o no? Come dite? Mimmo Paladino? Sì  ma artista o regista? No perché io ci ho rivisto anche il suo mirabile “Quijote”, lì…. E Hyeronymus Bosch, no? Io non l’ho mai visto così tanto come qui…E il rosso Valentino del velluto vermiglio sopra il verde smeraldo della foresta? Quello non è forse il colore puro di Kandinsky? O ricorda forse un arazzo di Miro? O le selve di Henri Rousseau? Magari sbaglio eh…
Tutti questi autori/artisti che si sono citati si son cimentati con l’archetipo del soprannaturale: è come se queste opere fossero tutte gemme appuntate a un drappo larghissimo che si stende sulla storia della letteratura e dell’arte: se prendete un angolo del drappo e lo scuotete, vedrete il luccichio di rimando da più parti. Se fossimo degli strutturalisti ―ma non lo siamo― parleremo di isotopie, ovvero la ridondanza di determinati riferimenti (semi, per dirla bene) dentro un testo che ne garantisce la compattezza e la coerenza strutturale. Ma siccome noi siamo gente semplice, lasciamo i Pagnini dentro i loro labirinti e continuiamo per la nostra strada…

E avremmo bisogno di un’altra pagina da dedicare al cinema, nel nostro elenco. I rimandi di Matteo al cinema non si contano. Tarantino, e non solo per il profluvio di scempi sanguinolenti, quanto per quel fermo immagine sulla principessa con la testa dell’orcoloferne in mano, l’espressione fra lo sgomento estremo per l’omicidio compiuto e la lucidità con cui l’ha compiuto e la libertà che da esso consegue ―Black Mamba e Giovanna d’Arco e la Madonna e Lara Croft respirano all’unisono dentro la principessa. E poi l’atmosfera dell’Armata Brancaleone, no? E la morte di nero incappucciata de “Il settimo sigillo” non è forse presente nell’oscuro figuro che si aggira nel film, e che altri non è secondo me, che il destino? E Fellini, coi suoi teatranti, i suoi Franco&Ciccio, le sue atmosfere circensi, non è forse lì, fra giullari e saltimbanchi? E mi rendo conto che voi volate alto fra Kurosawa e Sokurov, ma io sono cresciuta guardando roba televisiva tipo Fantaghirò e “Desideria e il mistero del lago”, che sembreranno scenaggiati televisivi di ben poco conto ma in realtà escono da un certo Bava Lamberto, figlio di cotanto Mario, che secondo me c’è molto nel film di Matteo.

E un’altra pagina andrebbe alla citazione di tutti i tesori architettonici e naturali che sono stati scovati e resi eterni nel film. Luoghi e costruzioni di cui io non ho conoscenza alcuna, ma che la Movier Cristina Casaclima potrebbe sciorinarvi dalla a alla zeta. Castelli  e borghi da far strabuzzare gli occhi, canyon naturali toscani più fantasy di qualsiasi effetto speciale la Pixar potrà mai inventarsi. E selve rigogliose dalle tinte nordiche, accanto a grotte marine che sembrano di cartapesta. E ancora strapiombi che sembrano dolomitici ma che in realtà sono pugliesi, così come le pietre color crema con cui è stato costruito un castello ottogonale che dovrebbe diventare, a mio avviso, l’ottava meraviglia del mondo. Se siete interessati a “tutti i luoghi del film” vedete un po’ http://www.ilpost.it/2015/05/19/il-racconto-dei-racconti-dove-e-stato-girato-luoghi-del-film/
Matteo ha nobilitato il product placement, sostituendo il product con il landscape, dimostrando che lo sguardo fantastico trova in questo nostro paese, una controporte di location che si prestano splendidamente, per conformazione e struttura, a dialogare con lui, e a rappresentarlo. E ci dice guardate dove viviamo, in mezzo alle meraviglie….

E finora non s’è parlato che della forma. E il contenuto?
Le tre storie impiegate, e intrecciate nel finale, utilizzano gli uomini mortali per affrontare grandi temi universali ―le favole fanno un po’ questo. Ma se dovessi scegliere un tema centrale, senz’altro è il desiderio e le tinte lugubri che assume se spinto all’eccesso. Il desiderio d’amore rinchiude la regina Salma Ayek in una prigione ―o labirinto― di ossessione per il figlio da cui uscirà soltanto per trasformarsi in un orribile mostro che vuole cibarsi, tuguarda, proprio del figlio ―peraltro, generato dopo aver mangiato il CUORE di un drago… Ed è stato lì, nella trasformazione da donna a madre a mostro, che “lux fiat est”: ho capito dove mi stava portando il racconto di Matteo. Basta un nonnulla per passare da essere madre, il simbolo dell’amore per eccellenza, a gargoyle. Un nonnulla per cadere, passare dall’altra parte. E non è proprio un caso che il film si chiuda sull’immagine del funambolo e sulla sua timida avanzata sopra una corda infuocata, sospeso a mezz’aria, attirato dalla terra, ma teso verso il cielo, ogni passo un possibile piede in fallo.
Il film ti indica tutto e non ti spiega nulla. Impiega metafore, non similitudini e c’è una differenza abissale, che ci riporta a intendere l’arte e la letteratura per simboli, proponendo allegorie che ci spingono a pensare al “nostro” attraverso “l’altro” e ad attivare dei meccanismi di associazione e rifrazione che la moderna fiction ha dismesso o ipersemplificato. Oggi viviamo nell’epoca della pornografia visiva. Tutto è svelato, tutto pop-artisticamente chiaro anche quando volutamente ermetico –sai già che un’installazione di arte contemporanea iperessenziale e assolutamente incomprensibile indica il “disagio psichico dell’uomo moderno”… Matteo ci riporta al “think-allegorical” ma attraverso la materia, la carne, e lo fa in grande: sintetizza secoli e secoli di “cuntato”, li rielabora, costruisce un sistema di rimandi fortemente visivi (ma non visionari) che funziona sia nel caso la tua cultura personale ti porti a leggere Habermas aspettando il turno in posta, sia che la tua cultura personale sia grigia in 50 sfumature diverse. Once again, il grado di profondità della tua personale mise-en-abyme dipende da te –ok, mise-en-abyme avevo promesso di non dirlo più, scusate.

E fatemi riprendere il filo del desiderio…Siamo spinti dal desiderio nella vita, ma occhio eh, dal desiderio siamo spinti giù da un precipizio: pensate al principe Cassel, schiavo del bello che finisce a letto con la summa del brutto… Siamo orchi, vittime d’orchi, uccisori di orchi. Siamo tutto, e siamo messi davanti a contraddizioni che ci tengono sempre in bilico, sempre su quella corda infuocata. La vecchiaia è l’ombra della giovinezza, il degrado mangia i piedi alla statua di marmo, la bellezza corre via, braccata dal brutto ―pensate alla scena finale, una fanciulla in fuga da una vecchia da cui non potrai MAI fuggire.
E l’amore? L’amore fa fare follie al sapore di martirio ―aggiungete San Giorgio e il Dragone alla lista di rimandi letterari lassopra― tipo porta un marito a infilare una tuta da palombaro, sondare i fondali marini e seviziare un drago per servire 15 kg di pescato cardiaco fresco alla moglie smaniosa di diventare mamma… E le donne come sono? Possono essere ingrate come le mogli a cui viene dato tutto su un piatto d’argento ―perfino 15 kg di pescato cardiaco fresco-― e che non degnano il cadavere del marito morto nell’impresa nemmeno di uno sguardo, per poi finire sole solissime, a banchettare a un tavolone vuoto, cibandosi, in fondo del loro stesso desiderio… E possono essere romantiche e piene di principi azzurri per la testa, e poi, all’evenienza, trasformarsi in Nikita e poi in Elisabetta I o in Vittoria dell’Età Vittoriana, e regnare da sole la propria vita and Long Live the Queen…
E quindi sapete che c’è? C’è che siamo noi, alla fine, lu cunto de lu cunti, siamo o possiamo essere tutti i racconti del mondo. E il film di Matteo è un trattato di filosofia dell’uomo scritto su pagine di sogno e incubo.
Come dite? Entra più nel dettaglio? Va bene, se proprio insistete…
Prendete la scena in cui la principessa rifiuta la bistecca. È troppo cruda, commenta, scansando il piatto. Il padre prende il piatto e lo porta alla pulce gigante…think about it…
E pensate a che fine fa la principessa: nella tana di un orco che no, non è il primo orco vegano della Storia, è un classico orco che si ciba di carne cruda.
Nulla è messo a caso nelle favole, nulla. La bistecca poco cotta non è solo una bistecca poco cotta. È un veicolo che porta avanti il racconto e rimanda, metà nemesi metà preconnitrice metonimia, a un destino che l’attenderà di lì a poco ― lei pezzo di carne di proprietà dell’orco e lei mangiatrice di carne in quanto donna dell’orco.
Altra scena bel-lis-si-ma. I due gemelli albini che si nascondono sott’acqua per sfuggire alle guardie. Again, l’acqua non è semplice acqua, è un paradiso amniotico post-nascita che li vede finalmente uniti, una volta celeste rovesciata in una culla alternativa, e mi ha fatto pensare che ogni tanto capita di nascere uguali uguali, albini albini, da madri diversissime, e di essere separati alla nascita e di prendere strade diverse, per poi ritrovarsi…

Ora forse capite perché io avrei anche potuto morire, lunedì sera. Dopo che sei entrato in contatto un’opera così, puoi anche morire, e ciao.
Eppure no, non muori, non sono morta. Sono qui che tento di farvi capire il dono di aver visto l’arte nel suo farsi e di farvi capire l’operazione culturale porttaa a compimento da questo regista ―che lo dico a chiare lettere, può fare di me ciò che vuole. Perché lui non ha linkato “Lo cunto de lu cunti” alla sua pagina face book ― e sarebbe stato comunque apprezzabile… Lui l’ha fatto rivivere, l’ha tirato fuori dalle borse degli addetti ai lavori, dalle tane dei topi da biblioteca. God Garrone l’ha risorto.
Mi rendo sempre più conto che “fare Cultura” non vuol dire inventarsi la app che ti fa scaricare Basile anche se stai a 3000 m sopra o sotto il livello del mare e che twitta alla tua community a che pagina sei arrivato. Fare Cultura vuol dire prendere opere dimenticate, o meno note, come questa, e farle vivere sulle labbra delle persone 500 anni dopo la loro nascita. Vuol dire ridisegnare con il cinema i contorni di un testo mastro, calandoli dentro la propria personale visione del mondo. Il cinema di Garrone è sempre stato molto affascinato dall’animalità e dalla carnalità (prendete “L’imbalsamatore”), così come dal suo opposto, la scarnificazione (prendete “Primo amore”). “Il racconto dei racconti” non è da meno: sa tutti gli odori dell’umanità, e primo fra tutti quello del sangue, del crudo, dell’essere bestia prima che si travesta da uomo. E Matteo ci prende per il collarino e ci sbatte col muso in mezzo alla sostanza di ciò che siamo fatti nell’istante in cui ci troviamo davanti a situazioni diverse e questioni “grandi”: l’amore, il desiderio, la libertà, la morte.
Lui ha fatto questo e io, nel mio piccolissimo, faccio un cunto di quell’esperienza, la condivido articolandola con delle parole, e non rinchiudendola nel police all’insù di un laik ―che nell’era post-facebook che ci attende passerà alla storia come il segno più insignificante e nullifero della comunicazione.
Questo è fare Cultura. Intrattenendo, perché “Il racconto dei racconti” è prima di tutto e sopra tutto un grandissimo spettacolo per gli occhi e l’immaginazione, un regalo per la fantasia di ognuno.
E non ve lo dico nemmeno quanto altro ci sarebbe da andare avanti, ma credo di aver cuntato abbastanza 😉

E ora, favellanti Fellows, se siete ancora vivi, continuiamo a volare alto anche questa settimana con

YOUTH – LA GIOVINEZZA
di Paolo Sorrentino

17 i minuti con cui è stato accolto a Cannes. Qualche fischio c’è stato, ma lo dico solo per non passare così sfacciatamente per manipolatrice contenutistica, che peraltro sono 🙂
Non c’è bisogno di dire nulla. Andiamo. Guardiamo. Poi parliamo ―spero per voi meno di quanto ho sbrodolato dopo “Il racconto dei racconti” lunedì sera: un’invasata avrebbe brillato di lucidità al mio confronto.
Se ancora non fosse chiaro:

1. Il morale della favola è: recuperare il film di Matteo 🙂
2. Matteo può far di me ciò che vuole
3. Matteo può far di me ciò che vuole (repetita iuvant)

Grazie della pazienza, Fellows. Se siete arrivati fin qui senza perdervi o desistere o morire, avete fegato, tempo e follia ―che poi sono gli ingredienti del vivere bene, no? 😉
Spero per voi che “Youth” mi piaccia un po’ meno del film di Garrone. Altrimenti io passerò altri cinque giorni con la testa inchiodata in un mondo di meraviglia fra gemelli albini, drappi rossi dentro foreste smeraldo con dentro fattezze di latte e capelli di fuoco…
Ai nostri tre eroi Moretti-Garrone-Sorrentino in trasferta fra i Galli, tutto il sostegno del mondo. Il film di Sorrentino non sì è ancora visto, ma onestamente, dopo aver visto l’avventura in cui Garrone si è gettato ―12 milioni di Euri sonanti per realizzarlo― e i territori fantastici che ha percorso PER LA PRIMA VOLTA, la Palma d’Oro, e tutto il Giardino dell’Eden, per me vanno a lui. 🙂

E ora my Moviers, riassunti ostracizzati, Maelstrom con dentro un esclusivo Martedì da Moviers da non perdere, e saluti, fatalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

E per voi un “Martedì da Moviers“, il 26, con un doppio appuntamento:

Ore 16:00, Associazione Dante Alighieri, Via Dordi 8: LET’S MOVIE ALLA DANTE propone, attraverso il Board, il terzo film della micro-rassegna tra cinema e letteratura: “NELLA CASA” di François Ozon, 2012, ‘110. Per tutti quelli che oziano alle 4 pm di un martedì e per gli amanti dei thriller…letterari… Non perdeteci!

Ore 21:00, Multisala Modena detto Losmelly, IL REGNO DEI SOGNI E DELLA FOLLIA, un documentario girato dal giapponauta Mami Sunada nel periodo che il Maestro Miyazaki ha dedicato alla lavorazione di “S’alza il vento”. Di questo docu si dice: “Con un ritratto intimo ed emozionante, il documentario ci offre per la prima volta l’opportunità di compiere un viaggio affascinante e indimenticabile all’interno di uno dei laboratori di animazione più amati al mondo. Un luogo unico dove il sogno e la passione rasentano la follia.”
Pertanto io e il WG Mat pensiamo valga la pena affrontare i miasmi dello Smelly.

YOUTH – LA GIOVINEZZA: Fred e Mick, due vecchi amici, sono in vacanza in un elegante albergo ai piedi delle Alpi in compagnia di Leda, figlia di Fred. Mick, un regista, sta ancora lavorando. Fred, un compositore e direttore d’orchestra, è ora in pensione. Guardano con curiosità e tenerezza alla vita dei loro figli, ancora confusi. Mentre Mick s’impegna per finire la sceneggiatura di quello che immagina sarà il suo ultimo film importante, Fred non ha alcuna intenzione di riprendere la sua carriera musicale. Ma qualcuno vuole a tutti i costi convincerlo a dirigere un concerto a Buckingham Palace, in occasione del compleanno del principe Filippo

NELLA CASA: Saggio sul voyeurismo, parabola sulla creazione letteraria, storia di formazione a incastri, dramma, commedia, thriller, il film è la storia di un professore di lettere che scopre lo spiccato talento nella scrittura di un suo studente e decide di incoraggiarlo, senza tuttavia rendersi conto che il suo intervento scatenerà una serie di eventi incontrollabili.

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LET’S MOVIE 245 – propone IL RACCONTO DEI RACCONTI e commenta RITORNO ALL’AVANA

LET’S MOVIE 245 – propone IL RACCONTO DEI RACCONTI e commenta RITORNO ALL’AVANA

IL RACCONTO DEI RACCONTI
di Matteo Garrone
Italia 2015, ‘125
Lunedì 18 / Monday 18
21:30 / 9:30 pm
Astra / Dal Mastro

 

Foody Fellows,

Il primo maggio scorso eravamo in altre faccende festivaliere affaccendati, e non abbiamo dato spazio all’evento dell’anno. Sì, quello, Expo 2015.
Non essendo una slow-fooder, e tendendo piuttosto al fast-running davanti ai tavoli del catering, potrei sembrare la voce meno adatta per supportare l’evento. E invece NO. Non vi faccio lo spottone sulle perle casearee dell’alta Val Badia o della bassa Val Venosta che potrete trovare nei rispettivi stand. Né vi spingerò al workshop calabrese “‘nduia chi viene a cena?” ―un workshop così dovrà esserci sicuramente, dai.
Io vi spingo ad andare ―e ci andrò― per un motivo principale, accompagnato da un corollario di motivi corollaterali. Il motivo principale è: il padiglione degli Emirati Arabi Uniti di Norman Foster (ave a Lui). Sicuramente l’avrete adocchiato nelle immagini scialaquate durante i giorni eufioria post-opening. A me ricorda l’interno dei mitocondri, e trovo che sia molto originale dedicare il padiglione alla struttura interna dei mitocondri, ché uno non ci pensa mai, a loro. Naturalmente non è che Foster poteva dire, mi sono ispirato alle membrane mitocondriali ―avrebbe generato della perplessità. Allora ha semplificato un po’ il tutto e ha fatto buttar giù una versione ufficiale… “Lo spazio evoca da un lato le strette strade pedonali delle città della penisola arabica e dall’altro le forme morbide e sinuose del deserto”…Certo Norman, come no… Tanto noi sappiamo che quello è un monumento a ciò che la mitocondrialità ha fatto per la specie. I press-realease rilascino un po’ quello che vogliono. 🙂
Accanto al capolavoro di Foster, ci sono altre bellezze padiglionari a cui andremo a rivolgere il nostro stupore. Qui li trovate tutti in versione tascabile, http://www.expo2015.org/it/partecipanti. Sinuosi, rugosi, affilati, tondeggianti, non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Ho sentito che a fine Expo tutte queste opere d’arte verranno smantellate ―forse qualcuna rimarrà, forse. Io non so come si possa anche solo lontanamente concepire la demolizione del monumento al mitocondrio (!), quindi spero che farà fede il precedente della Tour Eiffel, eretta in occasione dell’Exposition Universelle del 1889, e 125 anni dopo è ancora lì a dirigere il traffico parigino, con quel suo nasino all’insù. I precedenti avranno la precedenza, o no??!
Riaggiorniamoci a fine Expo per fare il punto.

Quassopra mi sono soffermata nel milanese perché ne valeva la pena e perché il Lez Muvi di giovedì mi ha lasciato un po’ così. Non male, intendiamoci. Al mio fianco avevo un Fellow da fuori regione ―be’, da fuori galassia― il Fellow Darth Veter, che nonostante domini il lato oscuro della Forza, ha fatto il bravo Movier e ha lavorato per seminare il verbo luzmuviano trascinandosi appresso il Guest Nicola ―che sperei di far finire nelle segrete lezmuviane molto presto. Non mi sono meravigliata dell’assenza di certi beneamati solito noti; immaginavo il malcontento suscitato dal titolo proposto. Ciononostante, molto heidi, ci speravo. Ritenterò.

Sì, il film mi ha lasciato un po’ così. Quattro, no cinque amici non al bar ma su una terrazza dell’Avana organizzano una rimpatriata dopo 15 anni di lontananza in occasione del ritorno a Cuba di uno di loro, Amadeo, emigrato a Madrid nel 1998. Queste due righe già vi portano a collocare il film accanto a certi suoi predecessori ― più meritevoli ― che hanno roteato intorno al motivo centrale della “reunion” . Penso al “Grande freddo”, a “Le invasioni barbariche” oppure “a Compagni di scuola” di Carlo Verdone ― di quest’ultimo si consiglia caldamente la ri-visione. Tutti film, questi predecessi, concentrati su un gruppo di amici che si ritrovano un tot d’anni dopo essersi conosciuti e aver condiviso una parte di gioventù. In storie così, il revivalismo è inevitabile, e inevitabilmente condito da quella nostalgitudine e da quella mitizzazione del passato di cui cadiamo vittime quando ne parliamo, come se il passato fosse sempre gli anni d’oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph ― 883 la cifra stilistica, l’avete indovinato sì.
Nel film il ritorno alla dimensione del ieri si affianca, abbiamo detto, al ritorno all’Avana di Amadeo, che comporta la revisione del rapporto di questi personaggi fra loro, e tra loro e la propria terra, Cuba, un luogo particolare cui tornare, con la sua storia post-embargo di cui noi sappiamo poco ― di cui IO so poco.
E forse è proprio lì che il film mi ha perso, o che io ho perso lui. È stato come entrare in una conferenza a dieci minuti dalla fine. Ho colto le conclusioni, ma mi mancavano le premesse e l’argomentazione. Non riuscivo a vedere oltre quello che gli indici dei personaggi indicavano, i fatti storici riguardanti Cuba cui alludevano e che io non conoscevo. Ovviamente Cantet è un regista sapiente e non ha ceduto allo spiegone, né tantomeno ha inserito “devices” esterni che avrebbero potuto permettere dei flash-back e colmare le lacune dello spettatore medio ignorante (tipo la qui presente). Quindi lascia tutto non-detto: se sai, bene, se non sai recuperi dopo il film. E infatti così ho fatto, scoprendo, per esempio, che negli anni ’90 Cuba ha vissuto una situazione d’isolamento e di grande crisi, fin peggiori di quelle conseguenti allo storico Embargo. Rafforzando il controllo dello Stato, nazionalizzando l’industria, e collettivizzando l’agricoltura, Castro ha praticamente eretto un nuovo regime, reprimendo ogni forma di dissenso politico, esercitando un pesante controllo sull’informazione e praticando intimidazioni di ogni sorta. Dopo aver spulciato vari Bignami online sulla storia cubana ed essermi fatta un quadro un po’ più chiaro, ho capito meglio le dinamiche fra i personaggi e la malinconia che li contraddistingueva. Giovedì mi sembravano cinque disperati con molti rimpianti, molto senso del tempo passato e troppi (davvero TROPPI) “ti ricordi…?”, con cui non mi riusciva proprio di empatizzare 🙁
In verità non so se questo dipendesse dal 4 che mi sarei beccata in Storia Cubana, o dal fatto che Cantet non abbia saputo universalizzare quei loro stati d’animo: rinserrandoli entro i confini di un passato e di un paese specifici, sono lì che finiscono per rimanere, purtroppo, non vengono verso di noi. Insomma, delle gran chiacchiere, ma che restano tali, non ti toccano.
Se non altro il film non mostra e non fa sentire la solita Cuba. Niente spiagge da cartolina, niente Buena Vista Social Club in sottofondo. È interamente girato sulla terrazza di un condominio squallido, in un quartiere di condomini squallidi, tantoché la mia prima domanda è stata “ma Cuba è così??”, con quel tono tra disappunto e delusione che ti strizza la voce quando scopri che Jesolo, cavolo, è così…
Il cine ci aiuta anche a stracciare le cartoline con cui siamo cresciuti e inserire nuovi scorci, nuove realtà –a questo punto potrei ricorrere a una commistione anglo-austrungarica ed escalmare “God save the Kino”! 🙂
E proprio vista l’unita di tempo e luogo, “Ritorno all’Avana” potrebbe essere benissimo una pièce teatrale. Anzi, forse il teatro sarebbe stato il luogo più adatto in cui allestire questo dramma del ritorno e del “nostos” ― non a caso il titolo originale del film è “Retour à Itaque”…
Ma in fondo il film di Cantet, per quanto non ci abbia entusiasmato, ci è servito da camera iperbarica, uno spazio di decompressione fra un capolavoro (“Forza maggiore”) e il prossimo Lez Muvi, che naturalmente è

IL RACCONTO DEI RACCONTI
di Matteo Garrone

Cheddire di Matteo? Nulla, al momento, se non che lo si ama sin da quando girò “Ospiti” nel 1998… È a Cannes, ora, e speriamo ci rimanga il più a lungo possibile, dato che è in concorso. Noi si va a vedere il film tenendo a bada quell’idra che alimenta le aspettative di tanti noi Moviers che parteggiamo spudoratamente per il team italiano schierato sulla Croisette ―Garrone-Moretti-Sorrentino le tre punte di sfondamento che tante Nazionali Cineasti c’invidiano. 🙂

Dopo l’eccesso di zuccheri a cui mi sono lasciata andare la settimana scorsa sul film di Ostlund, oggi mi sono moderata ― la dieta Dukan applicata a Lez Muvi… E concludo con 180 ml di Movie Maelstrom, evitiamo di appesantirci col riassunto, e porgiamo saluti, moderatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dedico il Maelstrom ai 10 minuti di applausi piovuti su “Mia Madre” di Nanni Moretti alla proiezione al Festival di Cannes, l’altroieri. Alla faccia di chi dice che il cine italiano arranca, che non è più quello di Scola, De Sica e Corbucci… Ai signori del penso-negativo dico che questo squarcio di secolo a cavallo fra due millenni ci ha dato Moretti, Garrone, Sorrentino. Ogni tempo, i suoi dei…

IL RACCONTO DEI RACCONTI: Fantasy ambientato nel 1600, liberamente tratto da “Lo Cunto de li cunti” di Giambattista Basile, autore napoletano del XVII secolo, precursore di tutta la letteratura fiabesca dei secoli successivi. Sono tre storie diverse che si intrecciano, relative alla descrizione di tre regni con tre sovrani diversi, ciascuna con un protagonista diverso: Salma Hayek nel primo episodio, Vincent Cassel nel secondo e Toby Jones nel terzo.

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LET’S MOVIE 244 – propone RITORNO ALL’AVANA e commenta FORZA MAGGIORE

LET’S MOVIE 244 – propone RITORNO ALL’AVANA e commenta FORZA MAGGIORE

RITORNO ALL’AVANA
di Laurent Cantet
Francia, 2014, ‘90
Giovedì/Thursday 14
21:00 / 9:00 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Forza Maggiore Fellow Moviers,

Scusate potete scostarvi un po’? No è che c’ho qui questo red carpet da srotolare e su cui far sfilare uno dei candidati a film dell’anno 2015, e serve spazio.
Ormai l’avete capito come funziona qui. Se un film delude, viene gettato fra le fiamme de li danteschi Inferi, con la speranza che finisca incastrato fra l’ottavo e il nono girone, che per vostro rispolvero, sono quelli in cui soffriggono, sofficini, i fraudolenti e i traditori: un film che delude, è film che frega e tradisce, indi, merita l’incastro lì, così almeno legifera, anzi lucifera, il vosto Belzebù Board. Ma se un film esalta, be’, allora gli si spalancano i gates dell’Empireo, e prima dei quattro passi in Paradiso, conquista l’incipit della mail domenicale e rotola sul red carpet lezmuviano in mezzo a orde di Moviers in festa 🙂
Non aspettatevi quindi da me alcuna parchezza, alcun contegno, e assolutamente alcun ritegno, nei modi e nelle forme con cui comporrò il giudizio su un film, “Forza maggiore”, destinato a sedere alla destra del Padrino. 🙂

Fate conto che la famiglia del Mulino Bianco vada in settimana bianca ―le battute scontate non mi piacciono, quindi prendete la ridondanza cromatica come il frutto di un caso, non come una ricerca di umorismo dei mie stivali. Padre e madre con figlioletto e figlioletta da copertina in un posto da copertina sulle alpi francesi, tipo quei sogni montani che a me compaiono solo nell’immaginario linguistico sentendo nominare “Chamonix”, “Court Mayeur” e “Saint Moritz”. Albergo super-posh ma di quella poshness sobria ed essenziale che piace tanto a tutta l’architettura da Le Corbusier in avanti ―sull’albergo mica è finita qui eh, non illudetevi.
Dopo una sciata mattutina, la nostra bella famiglia felice, in un tripudio di occhi azzurri e capelli biondi e tute di marca, si appresta a gustarsi il pranzo sulla terrazza panoramica del ristorante. Veduta spettacolare sulle cime, tre stelle Michelin di cibo nel piatto, il sole in cielo, cosa puoi volere di più?
Dato che c’è sempre qualcosa in più da volere, l’albergo ha pensato di includere tra i servizi al cliente un sistema di valanghe controllate. Perché, cioè, immaginatevi di stare a 3000 metri d’altezza, al calduccio delle vostre tute di marca, un’aspic d’aragosta tra lapilli di melograno nel piatto, e vedervi pure una valanga staccarsi dalle cime e sfilare, bisbetica ma domata, a pochi metri da voi?
E la slavina s’avvicina. La reazione tra i clienti è d’entusiasmo, eccitazione, tutti a prendere lo smart-phone e a riprendere l’evento (anche sullo smart-phone non finisce qui eh). Ma la slavina si fa sempre più vicina, sempre più minacciosamente vicina, e l’eccitazione si trasforma prima in preoccupazione e poi in puro terrore. In tempo zero è  il panico, un fuggifuggi generale. E Tomas, il padre-marito perfetto Tomas, preso dalla paura, fugge a scarponi levati senza pensare al bonton del metto-in-salvo-la-mia-donna-e-i-miei-bambini. Fortunatamente anche l’effetto-panico fa parte del pacchetto all-inclusive, e ben presto tutto torna alla normalità, i clienti ritornano ai propri tavoli e al proprio pranzo, il cuore a mille diventa un aneddoto esclusivo da raccontare agli amici del Country-Club.
La normalità torna per gli altri clienti, ma non per i nostri Mulini Bianchi. Ebba, la moglie, rimane esterrefatta davanti al comportamento del marito, che non ha pensato ai figli ―non parliamo poi di lei― ed è scattato via ―be’, schettinato via, potremmo dire, e concordIerete con me…
Il film, suddiviso in sei capitoli corrispondenti ai sei giorni di permanenza nell’albergo, è la cartella clinica delle conseguenze che un evento di forza maggiore può causare in una coppia. E noi spettatori siamo il medico chiamato a osservare questi due poveracci, che raggiungono dei picchi di bassezza emotiva e infantilismo verso cui noi proviamo rossa vergogna: in qualche momento li abbiamo vissuti pure noi, e pure noi siamo, alla fine dei poveracci… Un marito e una moglie alle prese con il crollo dell’idea che si erano fatti di se stessi e del loro sistema famiglia: “Force Majeure” ha dentro i Buddenbrock, gli Usher, ha dentro i Malavoglia, e naturalmente i Forrester ―riuscite a pensare a degli scabinati più crollati di Ridge e Brooke?
Questo regista norvegese, Robert Ostlund ―di cui d’ora in avanti mi dichiaro vestale― avanza in un tono tra l’estremamente comico e l’estremamente penoso e ci costringe a seguirlo in questo suo controllatissimo dualismo che non viene mai intaccato. Ebba non riesce ad accettare il fatto che Tomas sia fuggito, e non riesce ad accettare il fatto che non voglia ammetterlo. Quando Tomas riesce finalmante a confessare a se stesso e a lei che, sì, ho tagliato la corda e me ne sono fregato della mia donna e dei miei bambini e sì sono un codardo e me ne vergogno, assistiamo a una delle scene più tragiche e comiche e grottesce e assurde cui possiate mai assistere. Un pianto da bambino smarrito, seguito a ruota da quello della moglie, e i due adulti che vengono in qualche modo assistiti dai figlioletti, sul pavimento della stanza d’albergo: un cumulo di macerie famigliari pietose, nel senso che fanno e al contempo suscitano pietà. Una scena, Fellows, che tra le tante riuscitissime di questo CAPOLAVORO (capital letters D’OBBLIGO), primeggia per la sua carica di disarmante verità, di disperazione esistenziale dell’umano che scende dal piedistallo superomistico su cui si è posto dopo Nietzsche e Pappalardo, e riconosce la sua umana piccineria.
Un’altra scena campale che potrebbe intitolarsi “lo smacco/lo scacco” ―a seconda che vi avanzi una M o una C ― e che potrebbe uscire da una penna cinica e affilata come quella d’un Moravia, vede Tomas e un amico riposare sulla terrazza dopo la sciata quotidiana. La modalità è maschio-sudato-e-appagato-post-sforzo-fisico, birra in mano, sorriso ebete. Si avvicina a Tomas una giovane ospite dell’albergo. “La mia amica laggiù dice che lei è l’uomo più bello di tutto l’hotel”. E una frazione di secondo e di mimica facciale ―bravo il vichingo attore qui eh― scrive un trattato antropologico che potrebbe titolare “Della pompa magna del maschio umano alfa quando lusingato dall’ammirazione della femmina beta e/o bedda”. E lo vedi, in un nanosecondo, il risveglio del gallo cedrone, il petto enfio d’orgoglio, la scritta “Er mejo” scintillare lasvegas sopra la testa.
Dopo un istante la ragazza torna.
“Le chiedo scusa, guardi sono mortificata… La mia amica non intendeva lei, ma l’uomo dietro di lei”…
Uahhhhhh!!!! In un nanosencondo, boom, il petto si sgonfia, lasvegas spegne tutte le luminarie, la coda finisce fra le gambe e il trattato antropologico è pronto per le stampe in tiratura illimitata.
Io non so dirvi quanto io e la mia nobile compagna di TFF in questi giorni, la Honorary Member Mic ―in trasferta a Trentoville per riunire il CdA durante il Festival― non so dirvi quanto abbiamo riso. “Tanto” non rende bene l’idea…

Questo film è tutto quanto così. Una raccolta di scene particolari in cui tutto l’universo delle reazioni e delle tipicherie umane riluce. E’ un tesoro inestimabile. Ne esce un ritratto durissimo dell’umanità, e non solo del genere maschile: il maschio alfa, Romeo con la sua Giulietta, sono entrambi massacrati. Perché anche Ebba cade vittima della Forza Maggiore.
A settimana bianca finita, i clienti dell’albergo salgono su un pullman che li riporterà a valle. Purtroppo la strada non è una strada provinciale qualsiasi, ma sono i 48 tornanti (danteschi pure loro) a me e al Fellow Pilo, ciclisti-matti-della-domenica, molto famigliari… La strada è la discesa dello Stelvio! Purtroppo, capita loro un autista impacciato. Dopo un paio di curve a sfioro sullo strapiombo (che vi assicuro essere molto strapiombante), Ebba, paralizzata dalla paura, fa fermare il pullman e scende. Scende di getto, senza curarsi, LEI questa volta, dei figli… Quindi vedete, non è tutto banalmente ridotto a “faccio vedere la rovina del maschio”.
Alla fine, i passeggeri scendeno tutti quanti dal pullman, tutti tranne un’unica cliente, la donna indipendente ed emancipata, voce fuori dal coro sin dall’inizio, e forse il personaggio “vincitore” del film: riesce a controllare le proprie paure (rimane sul pullman), pur riuscendo ad assecondare la sua natura (professare il libero amore).
Ed è mirabile, la camminata finale di questo gruppo di clienti, che scendono a piedi, ripresi di fronte: siamo noi, che avanziamo, piccoli e fragili viziati occidentali, il Quarto Stato del 2.0 ―ci vedesse Volpedo, si rifiuterebbe di dipingerci: noi manchiamo della nobiltà operaia dei suoi operai.

Per spiegare al meglio cosa “Force Majeure” sia dal punto di vista formale, avrei bisogno di un dottorando a disposizione, a cui affidare una tesi sul ruolo di Kubrik nel film di Ostlund. L’albergo in cui i coniugi Mulinibianchi è ospite è solo apparentemente un anonimo resort featuring IKEA d’alto bordo. In realtà è discendente diretto dell’Overlook Hotel, il luogo in cui Jack Torrence perse il lume e acquisì lo shining. A parte la scena in terrazza e pochissimi altri momenti, l’albergo appare vuoto, sgombro da qualsiasi umanità. Claustrofobicamente smisurato.
Kubrik spunta da ogni dove. Dalla colonna sonora, “l’Estate” di Vivaldi, https://www.youtube.com/watch?v=sL_K5Z1DeCc ―antitetico a dir poco, considerato il paesaggio innevato e la temperatura che si aggira intorno ai meno 20― che assume un tono sinistro come lo Strauss di “2001 Odissea nello Spazio” o il Ligeti di “Eyes Wide Shut”; all’uso massiccio del bianco come spazio che contiene il buio, il perverso, l’inguardabile/inudibile ―di che colore erano le tute dei drughi in “Arancia meccanica”? E il Discovery One di “2001 Odissea nello Spazio”? Think about it… Kubrik ha ridisegnato il bianco come armatura di silenzio visivo, una lezione imparata anche da Haneke, altro regista che aleggia nell’aria in “Force Majeure”, fosse anche solo per il senso di minaccia che aleggia tanto sopra le montagne mastodontiche dello sfondo quanto sulle spallucce cardelline di questi ometti in primo piano. Le piste innevate, il riverbero, la nebbia lattigginosa. Tutto è di un bianco che è nero, o rosso, tanto ferisce gli occhi e la sensazione che noi ―e anche i personaggi― ne traiamo.
Ad esso si accompagna un’igiene visiva ai limiti ospedalieri. C’è odor di Sorrentino, in qualche tratto, ma giusto un vago sentore. L’estetica di Ostlund non sconfina mai nel virtuosistico. Si mantiene sempre funzionale alla caratterizzazione del personaggio. Potremmo dire che la sua è un’estetica pratica, nordicamente pratica.
I quadretti che ci venogno proposti, sono sempre mobili, mai fissi, nulla a che vedere con il fratello teutonico Roy Anderson e i quadretti de “Piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”. Cè sempre un soggetto in movimento qui, anche solo un bambino che fa la pipì, o la coppia che si lava i denti allo specchio. C’è sempre il moto dentro, l’azione. E grande spazio è riservato ai magnifici quadretti parlanti, in cui i personaggi, soprattutto Ebba e Tomas, dialogano tra loro, oppure con una coppia di amici a loro speculare, e il confronto-scontro è a dir poco esilarante. La scena in cui Ebba accusa Tomas di essere fuggito via durante la valanga, e lui nega nega nega finché non viene incastrato dal video sul telefonino che aveva ripreso tutto, è tra le migliori del film.

Vedete Fellows, insisto tanto perché è raro trovare un’opera in cui si ride istericamente davanti al grottesco&farsesco di certe situazioni in cui ci siamo trovati o potremmo trovarci, e in cui ci si spaventa e ci si vergogna e si prova pietà, tutto insieme. E io vorrei tanto che provaste tutto questo, tutto insieme. Come prendere una pillola di vita e uscirne completamente fatti.

A provar tutto questo insieme a me sabato scorso, avevo la mia Honorary Member Mic, anche lei come me in stato di shock. E c’erano anche due Moviers nuovi nuovi, fantolin fantolini: Alessio, che d’ora innanzi e per sempre sarà il Fellow Col. Tenente per via di un evidente legame con Peter Falk, e la sua dolce metà, Belén, e no, non quella soubrette, intendo la Belenquellasmart, la nostra Fellow. 🙂 E lassù in galleria c’erano anche la Movier More e la Fellow Whynot, forse meno scioccate a fine proiezione, ma sicuramente preparate a ritrovare all’uscita un Board in evidente stato confusionale. 🙂
Ero tentata di riprorre il film come Lez Muvi per questa settimana, dato che è sbarcato all’Astra. Ma ci hanno pensato i miei Moviers, sempre avanti come domani, a togliermi dalla titubanza. Venerdì si è generato, quasi per mitosi (o meiosi, la differenza m’è sempre sfuggita), un Lez Muvi Special, che ha aggragato Fellows da ogni dove e che mi ha dato modo di rivedere questo capolavoro di scienza e tecnica che è “Forza Maggiore”. Tra loro, il Movier Onassis Jr con la Guest Barbara (bobulova che tacchi strepitosi!), il Fellow (Andy) Candy [The], il Fellow Felix, il D-Bridge, il Fellow Truly Done. Il post-proiezione ha visto un acceso dibattito condito da siparietti cabaret che riconfermano le capacità dei Fellows di dividersi non solo tra famiglia e carriera, ma anche fra avans- e spettacolo.

Ora, io mi rendo perfettamente conto di aver terminato lo spazio-pippone a mia disposizione. Ma essendo in mood “forza maggiore”, sia per il film testé idolatrato, sia per la 10-giorni del TFF appena conclusasi, in via del tutto eccezionale, vi rubo altri 2 minuti 2 per parlare benissimo di “Haider“. Ricordate? L’Amleto rivisitato in salsa Bollywood? Detto così non attirava molto ―quel miscuglio tra Stratford-upon-Avon e Kerala sapeva troppo da porridge affogato nel chicken Masala! E invece bam, Baord conquistato anche lì. 2 ore e 40 di colossal in cui trovi di tutto, e soprattutto: lettura attentissima della tragedia shakespeareana, con coraggiosissima rivisitazione (1000 punti al regista per il finale da mouth-wide-open), sequenze danzate molto cool ―niente scenette con la July Andrews di turno a zompettare nel Kashmir, ma intramezzi con sonorità indi-funk che ti vien voglia di infilarti un paio di baggy jeans, spararti un bindi in fronte e ballare con loro. E, dulcis in fundo, il protagonista, Haider, e non c’è fundo più dulcis, credetemi… 😉

E questa settimana, archiviato il Trento Film Festival sigh, dirottiamo su Cuba con

RITORNO ALL’AVANA
di Laurent Cantet

Ce l’eravamo perso, quando uscì, questo film di Cantet, premiato come miglior film alle Giornate degli Autori di Venezia 2014. Sì, lui, il Cantet di “La classe – entre les murs”. Le “Serate in forma di cinema” del Vittoria ripescano nei cestoni e ogni tanto trovano e ripropongono dei pezzi interessanti, tipo questo.
V’aspetto alla cassa. 🙂
Non potevo proporre Mad Max e The Avangers perché i Moviers dell’ala autogestente stanno tramando qualcosa… Staremo a vedere gli sviluppi… 😉

Ecco, sono arrivata anche oggi ― oggi un po’ prima del solito. Ora di fretta il Maelstrom, il riassunto che blasfema nomino invano, e saluti, improvvisamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Il Maesltrom è dedicato al Trento Film Festival che s’incarna per me nella mia bionica Anarcozumi, che oltre a essere la nostra Anarcoide, è la responsabile del programma “Non solo cinema” e delle relazioni esterne del TFF. Insieme a lei, Sergio Fant che non è solo il Fellow Fant(), ma anche il responsabile del programma del Festival. A loro, con loro tutta la macchina TFF un GRAZIE per aver risvegliato la catatonica Trentoville, per aver trottolato in giro 10 giorni senza perdere la lucidità (o aver finto magnificamente il contrario), e aver accettato tanto gli “wow”quanto i silenzi perplessi e il capo scosso della pestifera sottoscritta dopo certi spettacoli/proiezioni.

Mi preme segnalarvi in modo particolare il film vincitore del Premio CinemAMoRe all’interno della sezione Orrizzonti Vicini, assegnato a “Gente dei bagni”, di Stefania Bona e Francesca Scalisi. Essendo stata nella giuria del premio, mi sento piacevolmente responsabile, ed è con responsabile piacere che  lo promuovo 🙂 Se mai vi capiterà per le mani, non perdetelo!

RITORNO ALL’AVANA: Sopra una terrazza che domina i tetti de L’Avana, baciati dalla luce calda del sole, cinque amici si ritrovano per festeggiare il ritorno a casa di uno di loro, Armando, che rientra sull’isola dopo 16 anni di esilio a Madrid. Dal tramonto all’alba i cinque ballano, ridono, bevono, ricordano la giovinezza trascorsa insieme e si raccontano le proprie vite.

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LET’S MOVIE 243 – propone FORCE MAJEURE AND MORE FROM THE TRENTO FILM FESTIVAL e commenta SAMBA

LET’S MOVIE 243 – propone FORCE MAJEURE AND MORE FROM THE TRENTO FILM FESTIVAL e commenta SAMBA

FORCE MAJEURE
di Ruben Ostlund
Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, 2014, ‘118
Sabato 2/ Satruday 2
Ore 21:15 / 9:15 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

 

 

First May Fellow Moviers,

Eh eh vi spiazzo…Di venerdì…
Ma vedete, se il primo maggio i lavoratori Moviers fanno festa, o un picnic, o sventolano bandiere rosse in un parco di periferia ascoltando Guccini, i Board lavorano per voi 🙂
In realtà con foga pressoché taurina busso alle vostre porte oggi perché, come già accennato la settimana scorsa, il Trento Film Festivalhttp://trentofestival.it/ – ha preso Trentoville, e noi tutti ci pieghiamo al suo volere. 🙂
Spulciando il programma ho trovato tre film che voglio ASSOLUTAMENTE vedere insieme ai miei Fellows, e che saranno proiettati domani (sabato), domenica e lunedì. Quindi ho pensato, saicheccè, cambio, scrivo oggi, propongo un trittico, e li spiazzo… 😉
Su un muro di Rotterdam, il dicembre scorso, ho trovato una scritta, “I have to change to stay the same”.
Qundi scrivo oggi. Così cambio, ma rimango il Board 🙂

In area Bronx laggiù in fondo, troverete, as usual, ora&luogo del trittico. Per ora, rimanete qui con me in zona Central Park, su questa panchina, e sì fatevi pure un coffee&pretzel mentre io parlo. Devo raccontarvi un po’ di cose. 🙂

Io potrei anche ignorare il film di Veltroni, certo. In fondo i contenuti su “Samba” non mancano: frantumazione dell’identità nel soggetto migrante, maglie burocratiche alienanti entro cui il soggetto diventato oggetto clandestino perde se stesso e assume un simulacro identitario che non sente proprio. Pfui, di argomenti altisonanti che nascondo realtà quotidiane desolanti e ai limiti della decenza ―anzi, diciamolo pure, ben aldilà della decenza― ce n’è a bizzeffe.
Ma siccome tacere è una virtù che non mi appartiene, e credo che dopo 5 anni di lezmuving si sia capito, persevero nel vizio, e parlo ― con o senza stra- davanti, quello lo stabilirete voi. 🙂
Ciò che mi preme di “I bambini sanno“, non è tanto fare pubblicità al documentario, che non ne ha bisogno. Veltroni è pur sempre Veltroni, non il primo esordiente che s’è spremuto il cervello per tirar fuori la trovata crowd-funding che lo distinguesse dalla massa e finanziasse il suo primo sudatissimo lungometraggio ―scatole di pizza e stampi del caffé sui copioni sparsi per il monolocale, se vogliamo aggiungere dei particolari alla scena per colorare un po’ il plot del regista emergente del 2015. Il suo tour promozionale in giro per l’Italia, nonché la première in pompa magna alla presenza di ben due capi di stato, e tanta cine-intellighenzia capitolina, hanno permesso al documentario di suscitare quel “se ne parla”, che poi si traduce in biglietti spiccati al botteghino e popolarità.
E guardate nemmeno dei bambini in sé, mi preme troppo dirvi, sebbene siano speciali, davvero avanti-anni-luce, e lo dico suonando scontata, lo so, ma è così.
Mi preme dirvi invece della sequenza di spezzoni cinematografici che Veltroni, ha cucito a inizio film. Questo collage di frammenti che ritraggono corse di bambini nel cinema ― “I 400 colpi”, “Io non ho paura”, “La vita è bella”, e tanti tantissimi altri ― ci trascina fisicamente dentro il documentario e scrive, formalmente e sensorialmente, la cifra di quello che da lì a poco vedremo, ovvero, la spensieratezza dell’infanzia. Perché se è vero che dal documentario vengono fuori tante realtà duredure ―il bambino rom, quello sbarcato a Lampedusa dalla cui bocca ogni parola caduta sembra avere il peso d’un macigno, la ragazzina che ha perso il padre all’improvviso― il senso del film sta nella gioia che origina da queste intelligenze in erba, e che lascia. Come quando corri in un campo di grano a 8 anni e cavolo, ti par di spiccare il volo su quel mare d’oro ―e poi chiedetevi perché non ho ancora smesso di correre… 🙂
Per me l’unica nota stonata, è stata, paradossalmente, la musica. Eccesso di pianoforte. E guardate non ce n’era bisogno. Nemmeno i Black Sabbath, se Veltroni li avesse scelti per la colonna sonora, avrebbero scalfito l’effetto tra gioia e poesia del film. 🙂

Comunque “I bambini sanno” non era il Lez Muvi ufficale della settimana; “Samba” era il Lez Muvi ufficale della settimana. E mi spiace di non aver azzeccato il giorno giusto per la programmazione, perché SOLO questo misero inghippo d’agenda ha impedito ai Moviers di presentarsi, vero Moviers?? 🙁
Del resto lanciare un mega-Doodle con tutti voi 174 iscritti sarebbe un po’ difficile; prima acquisisco l’algoritmo per customizzare il meccanismo Doodle alle necessità di Lez Muvi, e poi lo attivo ― ho ridetto “customizzare”, riperdonatemi.

Samba è un senegalese che vive in Francia da 10 anni. Sgobba onestamente, ma “il n’a pas de papiers”, come dicono da quelle parti. Gli mancano i documenti, nonostante l’onestamente, la retta via su cui cammina da 10 anni. Un giorno gli arriva una lettera: guarda, nonostante l’onestamente, respingiamo la tua domanda per un permesso di soggiorno e qui in allegato trovi il foglio di via, tanti saluti.
Samba si rivolge a un Centro Umanitario di supporto agli immigrati e conosce Alice. Alice non se la passa molto bene, e non è che c’est plus facile per lei perché è francese da cinque generazioni e ha le carte in regola. Ha da poco superato un esaurimento: un lavoro iperstressante le ha discretamente polverizzato i nervi, e ora Alice spera di riuscire a ritrovare un po’ di salute e senso, assistendo gli immigrati e cercando di mettere pezze alle loro grane.
Non potreste pensare due individui più diversi. Samba, una montagna umana di passionalità e joie-de-vivre senegalese; malgrado i piatti da lavare, i muri da smaltare, le strade da asfaltare, possiede un élan-à-la-vie ― bello “élan” eh? Vuol dire “slancio”, ma sono certa che l’avevate capito ― un élan che distingui dopo pochi fotogrammi, e questo forse dipende anche dalla bravura dell’attore che lo interpreta, Omar Sy.
Immaginate Alice come una Margherita Buy d’oltralpe: impacciata, nevrotica, contorta, e lesa ― lo vedi che sta combattendo un malessere interiore, e anche questo forse dipende dalla bravura dell’attrice che la interpreta, Charlotte Gainsbourg. Ammetto di nutrire un’ammirazione sincera per Charlotte sin dai tempi in cui fece “Jayne Eyre”. Ma devo riconoscere che al cospetto di Omar Sy, impallidisce ― in senso figurato eh, i correttori politici non ne facciano una questione razziale, per carità!
Una montagna di talento, due occhi profondi e una naturalezza che spero porteranno Omar Sy a recitare in tanti altri film, e non solo commedie ― per chi non sa chi sia Omar Sy e sta vagolando nel buio dell’ignoranza, è il badante di “Quasi amici”, film cult degli stessi registi di “Samba” che risale a tre anni fa. 😉

Torniamo al film… Siamo in un paese democratico, par bleu, una soluzione ci sarà… E viene fuori che Samba può ripresentare domanda per un altro permesso di soggiorno, ma deve trascorrere un anno. Nell’arco di quest’anno, sarà a tutti gli effetti un clandestino illegale. Lo scopo è far passare questi 365 giorni, in cui gli viene suggerito di usare “discrezione”, ovvero evitare luoghi in cui potrebbe essere beccato dalla polizia ―tipo stazioni, aeroporti, ecc― rimanere coinvolto in situazioni che potrebbero farlo entrare in contatto con la polizia, ridurre al minimo le occasioni di esporsi al rischio di farsi incastrare indovinate-da-chi, dalla polizia ― bravi.
Dove sta l’originalità del film? Nell’aver messo sotto il riflettore le falle della burocrazia francese, che risulta lontana miles&more dalla realtà che dovrebbe regolarizzare. La legge dice, io ti espello, ma siccome siamo in Francia, patria dell’Iluminsmo che ci ha illuminati tutti, et nous avons fait la Révolution mon Dieu, e strilliamo “liberté, egalité, fraternité” ogni 2×3, ti diamo la possibilità di rifare domanda. La burocrazia non ha pensato che, se esci dal paese, non ci puoi più rientrare, e se rimani nel paese, infrangi la legge.
La conseguenza è lo spuntare di questo sottobosco di invisibili, di soggetti che aspettano la benedizione di un permesso di soggiorno e nel frattempo devono votarsi al dogma del “più sparisco, meglio è”. Ovviamente questi, sempre nel frattempo, devono vivere ― ehm “sopravvivere”. E c’è un solo modo per farlo, procurarsi documenti falsi, comprarsi nuove identità, passare di nome in nome e così lavorare.
Samba e l’amico Wilson ― che si spaccia per brasiliano, ma in realtà è arabo ― passano di lavoro in lavoro, di carta d’identità in carta d’identità; nessun film, prima di questo, mi aveva proposto questo infame destino presentandomelo in chiave comica. La scena in cui i due amici, per sfuggire a una retata della polizia, scappano sui tetti di Parigi, non è soltanto una scenetta di una buddy-couple come tante che cercano di districarsi dai guai con la legge. I due clandestini che scappano SOPRA Parigi richiama, per antitesi, i bassifondi SOTTO Parigi in cui sono costretti a vivere. Come se la città, quella vera e propria, quella che sta in mezzo al SOPRA e al SOTTO, fosse inaccessibile a loro. E interpreto l’ultima scena, in cui Samba cammina IN MEZZO alla città, come un gesto di speranza dei due registi, che collocano il giovane al centro di uno spazio urbano, che gli sarebbe dovuto non per via dei papiers che (non) ha in tasca e per un’idea di illegalità regolamentarizzata da una macchina burocratica sorda alle voci dell’umano, ma perché la legalità di un individuo dovrebbe dipendere dalla sua integrità come persona, dal suo “onestamente” stare in mezzo agli altri… Les papiers ne sont que des papiers! (in francese “papier” vuol dire sia documento che carta, quindi capite il doppiosenso…)

Certo i francesi avranno anche i loro bei problemi con la burocrazia, ma si riconfermano dei professionisti del cinema. Ci provino i registi italiani, a fare una commedia ― e si ride, ve lo garantisco― che abbia per oggetto la cancellazione del proprio io, la frantumazione dell’identità nel soggetto migrante, maglie burocratiche alienanti entro cui il soggetto diventato oggetto clandestino perde se stesso e assume un simulacro identitario che non sente proprio… 😉
Quindi, malgrado il Camembert, Zidane e la Gendarmerie, vive la cine-France!

E adesso, subitissimo i tre film all’interno del TFF che NON DOVETE perdere ― e se proprio proprio ne dovete perdere uno, fate in modo che non siano i primi due…

FORCE MAJEURE
di Ruben Ostlund
Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, 2014, ‘118
Sabato 2/ Satruday 2
Ore 21:15 / 9:15 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Dopo essere stato presentato all’ultimo Festival di Cannes, questo film verrà proiettato fra qualche settimana dall’Astra, quindi ha l’approvazione del Mastro, quindi è da vedere ― alla logica non si sfugge eh.

HAIDER
Di Vishal Bhardwaj
India, 2014, ‘101
Domenica 3 / Sunday 3
Ore 21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2014 selezione ufficiale, il film è una rivisitazione in chiave Bollywood dell’Amleto di Shakespeare. Dio, anzi, Shiva, come adoro ‘sti miscugli trans-gender… 😉

COME TO MY VOICE
Di Huseyin Karabey
Turchia, 2014, ‘101
Lunedì 4 / Monday 4
Ore 21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Il film è stato scelto dal pubblico del Milano Film Festival 2014 come miglior lungometraggio. Allora andiamo a vederlo e se poi non ci piace, facciamo i conti con il pubblico milanese. 🙂

Mi raccomando, procuratevi i biglietti in anticipo!
La biglietteria del Vittoria è aperta dalle 16 alle 22, e sabato dalle 14 alle 22. 😉

E ora io me la batto, perché vi vedo puntarmi, orda imbizzarrita di Fellows… Mi sono intrufolata nel territorio vergine del vostro venerdì… Merito la vostra viuuuulenza!
Maelstrom brevissimo, riassunti  brevissimi, e saluti, sindacalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ho scordato, la settimana scorsa, di gettare nella pozza rigogliosa del Maelstrom la bella rassegna che ci ha segnalato la Movier More.
Fram(m)enti in gioco” – http://heyevent.com/event/389698407883435/cineforum-frammenti-in-gioco-atto-secondo

Siamo ancora in tempo per

L’Eclisse
di Michelangelo Antonioni (1962/ITALIA, 118′)
Martedì 12 maggio ore 21:00
AULA KESSLER – Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale
Ingresso Libero

Grazie More! 🙂

FORCE MAJEURE: Una benestante famiglia svedese si ritrova per trascorrere alcuni giorni di vacanza sulle Alpi francesi e godersi alcuni giorni di sci e relax. Ma durante un pranzo in un ristorante d’alta quota una valanga semina il panico tra i presenti e in particolare in Tomas, il padre, che di fronte alla slavina si disinteressa di moglie e figli per darsi alla fuga. L’episodio genera una profonda frattura all’interno del nucleo familiare, rivelando tutte le fragilità di un rapporto, e di un ruolo, ormai irrimediabilmente in crisi.

HAIDER: Tornando a casa in Kashmir, Haider viene raggiunto dalla notizia della morte del padre. Sconvolto, scopre che il genitore era stato incarcerato dai servizi segreti dopo che questi aveva concesso asilo politico a un gruppo di militanti politici ostili al governo. La madre di Haider, dopo l’eliminazione del marito, ha intrecciato una relazione con suo zio, un uomo avido di potere. Disperato, Haider scopre che è lo zio il responsabile della morte di suo padre: la vendetta diventa allora la sua ossessione. Una visionaria e affascinante rilettura dell’Amleto di William Shakespeare in chiave Bollywood.

COME TO MY VOICE: In un villaggio curdo sperduto tra le montagne, la piccola Jiyan assiste all’arresto del padre da parte della polizia turca. L’uomo è sospettato, insieme ad altri, di essere un terrorista e verrà rilasciato solo se la famiglia consegnerà l’arma in suo possesso. Ma il padre di Jiyan non ha mai avuto un’arma. Determinate a recuperarne una, la bambina e la nonna iniziano allora un viaggio avventuroso che si snoderà attraverso posti di blocco, discriminazioni razziali e cantastorie ciechi.

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