LET’S MOVIE 243 – propone FORCE MAJEURE AND MORE FROM THE TRENTO FILM FESTIVAL e commenta SAMBA

LET’S MOVIE 243 – propone FORCE MAJEURE AND MORE FROM THE TRENTO FILM FESTIVAL e commenta SAMBA

FORCE MAJEURE
di Ruben Ostlund
Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, 2014, ‘118
Sabato 2/ Satruday 2
Ore 21:15 / 9:15 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

 

 

First May Fellow Moviers,

Eh eh vi spiazzo…Di venerdì…
Ma vedete, se il primo maggio i lavoratori Moviers fanno festa, o un picnic, o sventolano bandiere rosse in un parco di periferia ascoltando Guccini, i Board lavorano per voi 🙂
In realtà con foga pressoché taurina busso alle vostre porte oggi perché, come già accennato la settimana scorsa, il Trento Film Festivalhttp://trentofestival.it/ – ha preso Trentoville, e noi tutti ci pieghiamo al suo volere. 🙂
Spulciando il programma ho trovato tre film che voglio ASSOLUTAMENTE vedere insieme ai miei Fellows, e che saranno proiettati domani (sabato), domenica e lunedì. Quindi ho pensato, saicheccè, cambio, scrivo oggi, propongo un trittico, e li spiazzo… 😉
Su un muro di Rotterdam, il dicembre scorso, ho trovato una scritta, “I have to change to stay the same”.
Qundi scrivo oggi. Così cambio, ma rimango il Board 🙂

In area Bronx laggiù in fondo, troverete, as usual, ora&luogo del trittico. Per ora, rimanete qui con me in zona Central Park, su questa panchina, e sì fatevi pure un coffee&pretzel mentre io parlo. Devo raccontarvi un po’ di cose. 🙂

Io potrei anche ignorare il film di Veltroni, certo. In fondo i contenuti su “Samba” non mancano: frantumazione dell’identità nel soggetto migrante, maglie burocratiche alienanti entro cui il soggetto diventato oggetto clandestino perde se stesso e assume un simulacro identitario che non sente proprio. Pfui, di argomenti altisonanti che nascondo realtà quotidiane desolanti e ai limiti della decenza ―anzi, diciamolo pure, ben aldilà della decenza― ce n’è a bizzeffe.
Ma siccome tacere è una virtù che non mi appartiene, e credo che dopo 5 anni di lezmuving si sia capito, persevero nel vizio, e parlo ― con o senza stra- davanti, quello lo stabilirete voi. 🙂
Ciò che mi preme di “I bambini sanno“, non è tanto fare pubblicità al documentario, che non ne ha bisogno. Veltroni è pur sempre Veltroni, non il primo esordiente che s’è spremuto il cervello per tirar fuori la trovata crowd-funding che lo distinguesse dalla massa e finanziasse il suo primo sudatissimo lungometraggio ―scatole di pizza e stampi del caffé sui copioni sparsi per il monolocale, se vogliamo aggiungere dei particolari alla scena per colorare un po’ il plot del regista emergente del 2015. Il suo tour promozionale in giro per l’Italia, nonché la première in pompa magna alla presenza di ben due capi di stato, e tanta cine-intellighenzia capitolina, hanno permesso al documentario di suscitare quel “se ne parla”, che poi si traduce in biglietti spiccati al botteghino e popolarità.
E guardate nemmeno dei bambini in sé, mi preme troppo dirvi, sebbene siano speciali, davvero avanti-anni-luce, e lo dico suonando scontata, lo so, ma è così.
Mi preme dirvi invece della sequenza di spezzoni cinematografici che Veltroni, ha cucito a inizio film. Questo collage di frammenti che ritraggono corse di bambini nel cinema ― “I 400 colpi”, “Io non ho paura”, “La vita è bella”, e tanti tantissimi altri ― ci trascina fisicamente dentro il documentario e scrive, formalmente e sensorialmente, la cifra di quello che da lì a poco vedremo, ovvero, la spensieratezza dell’infanzia. Perché se è vero che dal documentario vengono fuori tante realtà duredure ―il bambino rom, quello sbarcato a Lampedusa dalla cui bocca ogni parola caduta sembra avere il peso d’un macigno, la ragazzina che ha perso il padre all’improvviso― il senso del film sta nella gioia che origina da queste intelligenze in erba, e che lascia. Come quando corri in un campo di grano a 8 anni e cavolo, ti par di spiccare il volo su quel mare d’oro ―e poi chiedetevi perché non ho ancora smesso di correre… 🙂
Per me l’unica nota stonata, è stata, paradossalmente, la musica. Eccesso di pianoforte. E guardate non ce n’era bisogno. Nemmeno i Black Sabbath, se Veltroni li avesse scelti per la colonna sonora, avrebbero scalfito l’effetto tra gioia e poesia del film. 🙂

Comunque “I bambini sanno” non era il Lez Muvi ufficale della settimana; “Samba” era il Lez Muvi ufficale della settimana. E mi spiace di non aver azzeccato il giorno giusto per la programmazione, perché SOLO questo misero inghippo d’agenda ha impedito ai Moviers di presentarsi, vero Moviers?? 🙁
Del resto lanciare un mega-Doodle con tutti voi 174 iscritti sarebbe un po’ difficile; prima acquisisco l’algoritmo per customizzare il meccanismo Doodle alle necessità di Lez Muvi, e poi lo attivo ― ho ridetto “customizzare”, riperdonatemi.

Samba è un senegalese che vive in Francia da 10 anni. Sgobba onestamente, ma “il n’a pas de papiers”, come dicono da quelle parti. Gli mancano i documenti, nonostante l’onestamente, la retta via su cui cammina da 10 anni. Un giorno gli arriva una lettera: guarda, nonostante l’onestamente, respingiamo la tua domanda per un permesso di soggiorno e qui in allegato trovi il foglio di via, tanti saluti.
Samba si rivolge a un Centro Umanitario di supporto agli immigrati e conosce Alice. Alice non se la passa molto bene, e non è che c’est plus facile per lei perché è francese da cinque generazioni e ha le carte in regola. Ha da poco superato un esaurimento: un lavoro iperstressante le ha discretamente polverizzato i nervi, e ora Alice spera di riuscire a ritrovare un po’ di salute e senso, assistendo gli immigrati e cercando di mettere pezze alle loro grane.
Non potreste pensare due individui più diversi. Samba, una montagna umana di passionalità e joie-de-vivre senegalese; malgrado i piatti da lavare, i muri da smaltare, le strade da asfaltare, possiede un élan-à-la-vie ― bello “élan” eh? Vuol dire “slancio”, ma sono certa che l’avevate capito ― un élan che distingui dopo pochi fotogrammi, e questo forse dipende anche dalla bravura dell’attore che lo interpreta, Omar Sy.
Immaginate Alice come una Margherita Buy d’oltralpe: impacciata, nevrotica, contorta, e lesa ― lo vedi che sta combattendo un malessere interiore, e anche questo forse dipende dalla bravura dell’attrice che la interpreta, Charlotte Gainsbourg. Ammetto di nutrire un’ammirazione sincera per Charlotte sin dai tempi in cui fece “Jayne Eyre”. Ma devo riconoscere che al cospetto di Omar Sy, impallidisce ― in senso figurato eh, i correttori politici non ne facciano una questione razziale, per carità!
Una montagna di talento, due occhi profondi e una naturalezza che spero porteranno Omar Sy a recitare in tanti altri film, e non solo commedie ― per chi non sa chi sia Omar Sy e sta vagolando nel buio dell’ignoranza, è il badante di “Quasi amici”, film cult degli stessi registi di “Samba” che risale a tre anni fa. 😉

Torniamo al film… Siamo in un paese democratico, par bleu, una soluzione ci sarà… E viene fuori che Samba può ripresentare domanda per un altro permesso di soggiorno, ma deve trascorrere un anno. Nell’arco di quest’anno, sarà a tutti gli effetti un clandestino illegale. Lo scopo è far passare questi 365 giorni, in cui gli viene suggerito di usare “discrezione”, ovvero evitare luoghi in cui potrebbe essere beccato dalla polizia ―tipo stazioni, aeroporti, ecc― rimanere coinvolto in situazioni che potrebbero farlo entrare in contatto con la polizia, ridurre al minimo le occasioni di esporsi al rischio di farsi incastrare indovinate-da-chi, dalla polizia ― bravi.
Dove sta l’originalità del film? Nell’aver messo sotto il riflettore le falle della burocrazia francese, che risulta lontana miles&more dalla realtà che dovrebbe regolarizzare. La legge dice, io ti espello, ma siccome siamo in Francia, patria dell’Iluminsmo che ci ha illuminati tutti, et nous avons fait la Révolution mon Dieu, e strilliamo “liberté, egalité, fraternité” ogni 2×3, ti diamo la possibilità di rifare domanda. La burocrazia non ha pensato che, se esci dal paese, non ci puoi più rientrare, e se rimani nel paese, infrangi la legge.
La conseguenza è lo spuntare di questo sottobosco di invisibili, di soggetti che aspettano la benedizione di un permesso di soggiorno e nel frattempo devono votarsi al dogma del “più sparisco, meglio è”. Ovviamente questi, sempre nel frattempo, devono vivere ― ehm “sopravvivere”. E c’è un solo modo per farlo, procurarsi documenti falsi, comprarsi nuove identità, passare di nome in nome e così lavorare.
Samba e l’amico Wilson ― che si spaccia per brasiliano, ma in realtà è arabo ― passano di lavoro in lavoro, di carta d’identità in carta d’identità; nessun film, prima di questo, mi aveva proposto questo infame destino presentandomelo in chiave comica. La scena in cui i due amici, per sfuggire a una retata della polizia, scappano sui tetti di Parigi, non è soltanto una scenetta di una buddy-couple come tante che cercano di districarsi dai guai con la legge. I due clandestini che scappano SOPRA Parigi richiama, per antitesi, i bassifondi SOTTO Parigi in cui sono costretti a vivere. Come se la città, quella vera e propria, quella che sta in mezzo al SOPRA e al SOTTO, fosse inaccessibile a loro. E interpreto l’ultima scena, in cui Samba cammina IN MEZZO alla città, come un gesto di speranza dei due registi, che collocano il giovane al centro di uno spazio urbano, che gli sarebbe dovuto non per via dei papiers che (non) ha in tasca e per un’idea di illegalità regolamentarizzata da una macchina burocratica sorda alle voci dell’umano, ma perché la legalità di un individuo dovrebbe dipendere dalla sua integrità come persona, dal suo “onestamente” stare in mezzo agli altri… Les papiers ne sont que des papiers! (in francese “papier” vuol dire sia documento che carta, quindi capite il doppiosenso…)

Certo i francesi avranno anche i loro bei problemi con la burocrazia, ma si riconfermano dei professionisti del cinema. Ci provino i registi italiani, a fare una commedia ― e si ride, ve lo garantisco― che abbia per oggetto la cancellazione del proprio io, la frantumazione dell’identità nel soggetto migrante, maglie burocratiche alienanti entro cui il soggetto diventato oggetto clandestino perde se stesso e assume un simulacro identitario che non sente proprio… 😉
Quindi, malgrado il Camembert, Zidane e la Gendarmerie, vive la cine-France!

E adesso, subitissimo i tre film all’interno del TFF che NON DOVETE perdere ― e se proprio proprio ne dovete perdere uno, fate in modo che non siano i primi due…

FORCE MAJEURE
di Ruben Ostlund
Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, 2014, ‘118
Sabato 2/ Satruday 2
Ore 21:15 / 9:15 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Dopo essere stato presentato all’ultimo Festival di Cannes, questo film verrà proiettato fra qualche settimana dall’Astra, quindi ha l’approvazione del Mastro, quindi è da vedere ― alla logica non si sfugge eh.

HAIDER
Di Vishal Bhardwaj
India, 2014, ‘101
Domenica 3 / Sunday 3
Ore 21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2014 selezione ufficiale, il film è una rivisitazione in chiave Bollywood dell’Amleto di Shakespeare. Dio, anzi, Shiva, come adoro ‘sti miscugli trans-gender… 😉

COME TO MY VOICE
Di Huseyin Karabey
Turchia, 2014, ‘101
Lunedì 4 / Monday 4
Ore 21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Il film è stato scelto dal pubblico del Milano Film Festival 2014 come miglior lungometraggio. Allora andiamo a vederlo e se poi non ci piace, facciamo i conti con il pubblico milanese. 🙂

Mi raccomando, procuratevi i biglietti in anticipo!
La biglietteria del Vittoria è aperta dalle 16 alle 22, e sabato dalle 14 alle 22. 😉

E ora io me la batto, perché vi vedo puntarmi, orda imbizzarrita di Fellows… Mi sono intrufolata nel territorio vergine del vostro venerdì… Merito la vostra viuuuulenza!
Maelstrom brevissimo, riassunti  brevissimi, e saluti, sindacalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ho scordato, la settimana scorsa, di gettare nella pozza rigogliosa del Maelstrom la bella rassegna che ci ha segnalato la Movier More.
Fram(m)enti in gioco” – http://heyevent.com/event/389698407883435/cineforum-frammenti-in-gioco-atto-secondo

Siamo ancora in tempo per

L’Eclisse
di Michelangelo Antonioni (1962/ITALIA, 118′)
Martedì 12 maggio ore 21:00
AULA KESSLER – Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale
Ingresso Libero

Grazie More! 🙂

FORCE MAJEURE: Una benestante famiglia svedese si ritrova per trascorrere alcuni giorni di vacanza sulle Alpi francesi e godersi alcuni giorni di sci e relax. Ma durante un pranzo in un ristorante d’alta quota una valanga semina il panico tra i presenti e in particolare in Tomas, il padre, che di fronte alla slavina si disinteressa di moglie e figli per darsi alla fuga. L’episodio genera una profonda frattura all’interno del nucleo familiare, rivelando tutte le fragilità di un rapporto, e di un ruolo, ormai irrimediabilmente in crisi.

HAIDER: Tornando a casa in Kashmir, Haider viene raggiunto dalla notizia della morte del padre. Sconvolto, scopre che il genitore era stato incarcerato dai servizi segreti dopo che questi aveva concesso asilo politico a un gruppo di militanti politici ostili al governo. La madre di Haider, dopo l’eliminazione del marito, ha intrecciato una relazione con suo zio, un uomo avido di potere. Disperato, Haider scopre che è lo zio il responsabile della morte di suo padre: la vendetta diventa allora la sua ossessione. Una visionaria e affascinante rilettura dell’Amleto di William Shakespeare in chiave Bollywood.

COME TO MY VOICE: In un villaggio curdo sperduto tra le montagne, la piccola Jiyan assiste all’arresto del padre da parte della polizia turca. L’uomo è sospettato, insieme ad altri, di essere un terrorista e verrà rilasciato solo se la famiglia consegnerà l’arma in suo possesso. Ma il padre di Jiyan non ha mai avuto un’arma. Determinate a recuperarne una, la bambina e la nonna iniziano allora un viaggio avventuroso che si snoderà attraverso posti di blocco, discriminazioni razziali e cantastorie ciechi.

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