LET’S MOVIE 244 – propone RITORNO ALL’AVANA e commenta FORZA MAGGIORE

LET’S MOVIE 244 – propone RITORNO ALL’AVANA e commenta FORZA MAGGIORE

RITORNO ALL’AVANA
di Laurent Cantet
Francia, 2014, ‘90
Giovedì/Thursday 14
21:00 / 9:00 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Forza Maggiore Fellow Moviers,

Scusate potete scostarvi un po’? No è che c’ho qui questo red carpet da srotolare e su cui far sfilare uno dei candidati a film dell’anno 2015, e serve spazio.
Ormai l’avete capito come funziona qui. Se un film delude, viene gettato fra le fiamme de li danteschi Inferi, con la speranza che finisca incastrato fra l’ottavo e il nono girone, che per vostro rispolvero, sono quelli in cui soffriggono, sofficini, i fraudolenti e i traditori: un film che delude, è film che frega e tradisce, indi, merita l’incastro lì, così almeno legifera, anzi lucifera, il vosto Belzebù Board. Ma se un film esalta, be’, allora gli si spalancano i gates dell’Empireo, e prima dei quattro passi in Paradiso, conquista l’incipit della mail domenicale e rotola sul red carpet lezmuviano in mezzo a orde di Moviers in festa 🙂
Non aspettatevi quindi da me alcuna parchezza, alcun contegno, e assolutamente alcun ritegno, nei modi e nelle forme con cui comporrò il giudizio su un film, “Forza maggiore”, destinato a sedere alla destra del Padrino. 🙂

Fate conto che la famiglia del Mulino Bianco vada in settimana bianca ―le battute scontate non mi piacciono, quindi prendete la ridondanza cromatica come il frutto di un caso, non come una ricerca di umorismo dei mie stivali. Padre e madre con figlioletto e figlioletta da copertina in un posto da copertina sulle alpi francesi, tipo quei sogni montani che a me compaiono solo nell’immaginario linguistico sentendo nominare “Chamonix”, “Court Mayeur” e “Saint Moritz”. Albergo super-posh ma di quella poshness sobria ed essenziale che piace tanto a tutta l’architettura da Le Corbusier in avanti ―sull’albergo mica è finita qui eh, non illudetevi.
Dopo una sciata mattutina, la nostra bella famiglia felice, in un tripudio di occhi azzurri e capelli biondi e tute di marca, si appresta a gustarsi il pranzo sulla terrazza panoramica del ristorante. Veduta spettacolare sulle cime, tre stelle Michelin di cibo nel piatto, il sole in cielo, cosa puoi volere di più?
Dato che c’è sempre qualcosa in più da volere, l’albergo ha pensato di includere tra i servizi al cliente un sistema di valanghe controllate. Perché, cioè, immaginatevi di stare a 3000 metri d’altezza, al calduccio delle vostre tute di marca, un’aspic d’aragosta tra lapilli di melograno nel piatto, e vedervi pure una valanga staccarsi dalle cime e sfilare, bisbetica ma domata, a pochi metri da voi?
E la slavina s’avvicina. La reazione tra i clienti è d’entusiasmo, eccitazione, tutti a prendere lo smart-phone e a riprendere l’evento (anche sullo smart-phone non finisce qui eh). Ma la slavina si fa sempre più vicina, sempre più minacciosamente vicina, e l’eccitazione si trasforma prima in preoccupazione e poi in puro terrore. In tempo zero è  il panico, un fuggifuggi generale. E Tomas, il padre-marito perfetto Tomas, preso dalla paura, fugge a scarponi levati senza pensare al bonton del metto-in-salvo-la-mia-donna-e-i-miei-bambini. Fortunatamente anche l’effetto-panico fa parte del pacchetto all-inclusive, e ben presto tutto torna alla normalità, i clienti ritornano ai propri tavoli e al proprio pranzo, il cuore a mille diventa un aneddoto esclusivo da raccontare agli amici del Country-Club.
La normalità torna per gli altri clienti, ma non per i nostri Mulini Bianchi. Ebba, la moglie, rimane esterrefatta davanti al comportamento del marito, che non ha pensato ai figli ―non parliamo poi di lei― ed è scattato via ―be’, schettinato via, potremmo dire, e concordIerete con me…
Il film, suddiviso in sei capitoli corrispondenti ai sei giorni di permanenza nell’albergo, è la cartella clinica delle conseguenze che un evento di forza maggiore può causare in una coppia. E noi spettatori siamo il medico chiamato a osservare questi due poveracci, che raggiungono dei picchi di bassezza emotiva e infantilismo verso cui noi proviamo rossa vergogna: in qualche momento li abbiamo vissuti pure noi, e pure noi siamo, alla fine dei poveracci… Un marito e una moglie alle prese con il crollo dell’idea che si erano fatti di se stessi e del loro sistema famiglia: “Force Majeure” ha dentro i Buddenbrock, gli Usher, ha dentro i Malavoglia, e naturalmente i Forrester ―riuscite a pensare a degli scabinati più crollati di Ridge e Brooke?
Questo regista norvegese, Robert Ostlund ―di cui d’ora in avanti mi dichiaro vestale― avanza in un tono tra l’estremamente comico e l’estremamente penoso e ci costringe a seguirlo in questo suo controllatissimo dualismo che non viene mai intaccato. Ebba non riesce ad accettare il fatto che Tomas sia fuggito, e non riesce ad accettare il fatto che non voglia ammetterlo. Quando Tomas riesce finalmante a confessare a se stesso e a lei che, sì, ho tagliato la corda e me ne sono fregato della mia donna e dei miei bambini e sì sono un codardo e me ne vergogno, assistiamo a una delle scene più tragiche e comiche e grottesce e assurde cui possiate mai assistere. Un pianto da bambino smarrito, seguito a ruota da quello della moglie, e i due adulti che vengono in qualche modo assistiti dai figlioletti, sul pavimento della stanza d’albergo: un cumulo di macerie famigliari pietose, nel senso che fanno e al contempo suscitano pietà. Una scena, Fellows, che tra le tante riuscitissime di questo CAPOLAVORO (capital letters D’OBBLIGO), primeggia per la sua carica di disarmante verità, di disperazione esistenziale dell’umano che scende dal piedistallo superomistico su cui si è posto dopo Nietzsche e Pappalardo, e riconosce la sua umana piccineria.
Un’altra scena campale che potrebbe intitolarsi “lo smacco/lo scacco” ―a seconda che vi avanzi una M o una C ― e che potrebbe uscire da una penna cinica e affilata come quella d’un Moravia, vede Tomas e un amico riposare sulla terrazza dopo la sciata quotidiana. La modalità è maschio-sudato-e-appagato-post-sforzo-fisico, birra in mano, sorriso ebete. Si avvicina a Tomas una giovane ospite dell’albergo. “La mia amica laggiù dice che lei è l’uomo più bello di tutto l’hotel”. E una frazione di secondo e di mimica facciale ―bravo il vichingo attore qui eh― scrive un trattato antropologico che potrebbe titolare “Della pompa magna del maschio umano alfa quando lusingato dall’ammirazione della femmina beta e/o bedda”. E lo vedi, in un nanosecondo, il risveglio del gallo cedrone, il petto enfio d’orgoglio, la scritta “Er mejo” scintillare lasvegas sopra la testa.
Dopo un istante la ragazza torna.
“Le chiedo scusa, guardi sono mortificata… La mia amica non intendeva lei, ma l’uomo dietro di lei”…
Uahhhhhh!!!! In un nanosencondo, boom, il petto si sgonfia, lasvegas spegne tutte le luminarie, la coda finisce fra le gambe e il trattato antropologico è pronto per le stampe in tiratura illimitata.
Io non so dirvi quanto io e la mia nobile compagna di TFF in questi giorni, la Honorary Member Mic ―in trasferta a Trentoville per riunire il CdA durante il Festival― non so dirvi quanto abbiamo riso. “Tanto” non rende bene l’idea…

Questo film è tutto quanto così. Una raccolta di scene particolari in cui tutto l’universo delle reazioni e delle tipicherie umane riluce. E’ un tesoro inestimabile. Ne esce un ritratto durissimo dell’umanità, e non solo del genere maschile: il maschio alfa, Romeo con la sua Giulietta, sono entrambi massacrati. Perché anche Ebba cade vittima della Forza Maggiore.
A settimana bianca finita, i clienti dell’albergo salgono su un pullman che li riporterà a valle. Purtroppo la strada non è una strada provinciale qualsiasi, ma sono i 48 tornanti (danteschi pure loro) a me e al Fellow Pilo, ciclisti-matti-della-domenica, molto famigliari… La strada è la discesa dello Stelvio! Purtroppo, capita loro un autista impacciato. Dopo un paio di curve a sfioro sullo strapiombo (che vi assicuro essere molto strapiombante), Ebba, paralizzata dalla paura, fa fermare il pullman e scende. Scende di getto, senza curarsi, LEI questa volta, dei figli… Quindi vedete, non è tutto banalmente ridotto a “faccio vedere la rovina del maschio”.
Alla fine, i passeggeri scendeno tutti quanti dal pullman, tutti tranne un’unica cliente, la donna indipendente ed emancipata, voce fuori dal coro sin dall’inizio, e forse il personaggio “vincitore” del film: riesce a controllare le proprie paure (rimane sul pullman), pur riuscendo ad assecondare la sua natura (professare il libero amore).
Ed è mirabile, la camminata finale di questo gruppo di clienti, che scendono a piedi, ripresi di fronte: siamo noi, che avanziamo, piccoli e fragili viziati occidentali, il Quarto Stato del 2.0 ―ci vedesse Volpedo, si rifiuterebbe di dipingerci: noi manchiamo della nobiltà operaia dei suoi operai.

Per spiegare al meglio cosa “Force Majeure” sia dal punto di vista formale, avrei bisogno di un dottorando a disposizione, a cui affidare una tesi sul ruolo di Kubrik nel film di Ostlund. L’albergo in cui i coniugi Mulinibianchi è ospite è solo apparentemente un anonimo resort featuring IKEA d’alto bordo. In realtà è discendente diretto dell’Overlook Hotel, il luogo in cui Jack Torrence perse il lume e acquisì lo shining. A parte la scena in terrazza e pochissimi altri momenti, l’albergo appare vuoto, sgombro da qualsiasi umanità. Claustrofobicamente smisurato.
Kubrik spunta da ogni dove. Dalla colonna sonora, “l’Estate” di Vivaldi, https://www.youtube.com/watch?v=sL_K5Z1DeCc ―antitetico a dir poco, considerato il paesaggio innevato e la temperatura che si aggira intorno ai meno 20― che assume un tono sinistro come lo Strauss di “2001 Odissea nello Spazio” o il Ligeti di “Eyes Wide Shut”; all’uso massiccio del bianco come spazio che contiene il buio, il perverso, l’inguardabile/inudibile ―di che colore erano le tute dei drughi in “Arancia meccanica”? E il Discovery One di “2001 Odissea nello Spazio”? Think about it… Kubrik ha ridisegnato il bianco come armatura di silenzio visivo, una lezione imparata anche da Haneke, altro regista che aleggia nell’aria in “Force Majeure”, fosse anche solo per il senso di minaccia che aleggia tanto sopra le montagne mastodontiche dello sfondo quanto sulle spallucce cardelline di questi ometti in primo piano. Le piste innevate, il riverbero, la nebbia lattigginosa. Tutto è di un bianco che è nero, o rosso, tanto ferisce gli occhi e la sensazione che noi ―e anche i personaggi― ne traiamo.
Ad esso si accompagna un’igiene visiva ai limiti ospedalieri. C’è odor di Sorrentino, in qualche tratto, ma giusto un vago sentore. L’estetica di Ostlund non sconfina mai nel virtuosistico. Si mantiene sempre funzionale alla caratterizzazione del personaggio. Potremmo dire che la sua è un’estetica pratica, nordicamente pratica.
I quadretti che ci venogno proposti, sono sempre mobili, mai fissi, nulla a che vedere con il fratello teutonico Roy Anderson e i quadretti de “Piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”. Cè sempre un soggetto in movimento qui, anche solo un bambino che fa la pipì, o la coppia che si lava i denti allo specchio. C’è sempre il moto dentro, l’azione. E grande spazio è riservato ai magnifici quadretti parlanti, in cui i personaggi, soprattutto Ebba e Tomas, dialogano tra loro, oppure con una coppia di amici a loro speculare, e il confronto-scontro è a dir poco esilarante. La scena in cui Ebba accusa Tomas di essere fuggito via durante la valanga, e lui nega nega nega finché non viene incastrato dal video sul telefonino che aveva ripreso tutto, è tra le migliori del film.

Vedete Fellows, insisto tanto perché è raro trovare un’opera in cui si ride istericamente davanti al grottesco&farsesco di certe situazioni in cui ci siamo trovati o potremmo trovarci, e in cui ci si spaventa e ci si vergogna e si prova pietà, tutto insieme. E io vorrei tanto che provaste tutto questo, tutto insieme. Come prendere una pillola di vita e uscirne completamente fatti.

A provar tutto questo insieme a me sabato scorso, avevo la mia Honorary Member Mic, anche lei come me in stato di shock. E c’erano anche due Moviers nuovi nuovi, fantolin fantolini: Alessio, che d’ora innanzi e per sempre sarà il Fellow Col. Tenente per via di un evidente legame con Peter Falk, e la sua dolce metà, Belén, e no, non quella soubrette, intendo la Belenquellasmart, la nostra Fellow. 🙂 E lassù in galleria c’erano anche la Movier More e la Fellow Whynot, forse meno scioccate a fine proiezione, ma sicuramente preparate a ritrovare all’uscita un Board in evidente stato confusionale. 🙂
Ero tentata di riprorre il film come Lez Muvi per questa settimana, dato che è sbarcato all’Astra. Ma ci hanno pensato i miei Moviers, sempre avanti come domani, a togliermi dalla titubanza. Venerdì si è generato, quasi per mitosi (o meiosi, la differenza m’è sempre sfuggita), un Lez Muvi Special, che ha aggragato Fellows da ogni dove e che mi ha dato modo di rivedere questo capolavoro di scienza e tecnica che è “Forza Maggiore”. Tra loro, il Movier Onassis Jr con la Guest Barbara (bobulova che tacchi strepitosi!), il Fellow (Andy) Candy [The], il Fellow Felix, il D-Bridge, il Fellow Truly Done. Il post-proiezione ha visto un acceso dibattito condito da siparietti cabaret che riconfermano le capacità dei Fellows di dividersi non solo tra famiglia e carriera, ma anche fra avans- e spettacolo.

Ora, io mi rendo perfettamente conto di aver terminato lo spazio-pippone a mia disposizione. Ma essendo in mood “forza maggiore”, sia per il film testé idolatrato, sia per la 10-giorni del TFF appena conclusasi, in via del tutto eccezionale, vi rubo altri 2 minuti 2 per parlare benissimo di “Haider“. Ricordate? L’Amleto rivisitato in salsa Bollywood? Detto così non attirava molto ―quel miscuglio tra Stratford-upon-Avon e Kerala sapeva troppo da porridge affogato nel chicken Masala! E invece bam, Baord conquistato anche lì. 2 ore e 40 di colossal in cui trovi di tutto, e soprattutto: lettura attentissima della tragedia shakespeareana, con coraggiosissima rivisitazione (1000 punti al regista per il finale da mouth-wide-open), sequenze danzate molto cool ―niente scenette con la July Andrews di turno a zompettare nel Kashmir, ma intramezzi con sonorità indi-funk che ti vien voglia di infilarti un paio di baggy jeans, spararti un bindi in fronte e ballare con loro. E, dulcis in fundo, il protagonista, Haider, e non c’è fundo più dulcis, credetemi… 😉

E questa settimana, archiviato il Trento Film Festival sigh, dirottiamo su Cuba con

RITORNO ALL’AVANA
di Laurent Cantet

Ce l’eravamo perso, quando uscì, questo film di Cantet, premiato come miglior film alle Giornate degli Autori di Venezia 2014. Sì, lui, il Cantet di “La classe – entre les murs”. Le “Serate in forma di cinema” del Vittoria ripescano nei cestoni e ogni tanto trovano e ripropongono dei pezzi interessanti, tipo questo.
V’aspetto alla cassa. 🙂
Non potevo proporre Mad Max e The Avangers perché i Moviers dell’ala autogestente stanno tramando qualcosa… Staremo a vedere gli sviluppi… 😉

Ecco, sono arrivata anche oggi ― oggi un po’ prima del solito. Ora di fretta il Maelstrom, il riassunto che blasfema nomino invano, e saluti, improvvisamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Il Maesltrom è dedicato al Trento Film Festival che s’incarna per me nella mia bionica Anarcozumi, che oltre a essere la nostra Anarcoide, è la responsabile del programma “Non solo cinema” e delle relazioni esterne del TFF. Insieme a lei, Sergio Fant che non è solo il Fellow Fant(), ma anche il responsabile del programma del Festival. A loro, con loro tutta la macchina TFF un GRAZIE per aver risvegliato la catatonica Trentoville, per aver trottolato in giro 10 giorni senza perdere la lucidità (o aver finto magnificamente il contrario), e aver accettato tanto gli “wow”quanto i silenzi perplessi e il capo scosso della pestifera sottoscritta dopo certi spettacoli/proiezioni.

Mi preme segnalarvi in modo particolare il film vincitore del Premio CinemAMoRe all’interno della sezione Orrizzonti Vicini, assegnato a “Gente dei bagni”, di Stefania Bona e Francesca Scalisi. Essendo stata nella giuria del premio, mi sento piacevolmente responsabile, ed è con responsabile piacere che  lo promuovo 🙂 Se mai vi capiterà per le mani, non perdetelo!

RITORNO ALL’AVANA: Sopra una terrazza che domina i tetti de L’Avana, baciati dalla luce calda del sole, cinque amici si ritrovano per festeggiare il ritorno a casa di uno di loro, Armando, che rientra sull’isola dopo 16 anni di esilio a Madrid. Dal tramonto all’alba i cinque ballano, ridono, bevono, ricordano la giovinezza trascorsa insieme e si raccontano le proprie vite.

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