Posts made in giugno, 2015

LET’S MOVIE 251 – propone SEI VIE PER SANTIAGO e commenta IXCANUL – VOLCANO

LET’S MOVIE 251 – propone SEI VIE PER SANTIAGO e commenta IXCANUL – VOLCANO

SEI VIE PER SANTIAGO
di Lydia B. Smith
Spagna-USA, 2015, ’84
Lunedì 29 / Monday 29
Ore 21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

 

SF: Mi dica Board, cosa l’angustia?
TB: I Moviers, dottore, i Moviers…
SF: I Moviers?
TB: Sì
SF: Cosa, nello specifico?
TB: Non mi partecipano
SF: Dentro di lei?
B: Mannnòòò, non mi partecipano a Lez Muvi! Il “mi” è enfatico-drammatico
SF: E come mai, non le partecipano?
TB: Credo presentino spiccate conflittualità incastrate fra Es e Super Es che impediscono loro l’accesso a Lez Muvi ―Lez Muvi come archetipo della casa d’infanzia, che loro rinnegano in quanto adulti…
SF: Ora non mescoliamo Es e Super Es con questi “archetipi” ― ‘ste junghiate, puah… Cos’era la proposta settimanale?
TB: Ixcanul
SF: A che ora lo proiettavano?
TB: Alle sette e un quarto
SF: Un film guatemalteco in orario aperitivo
TB: Eh
SF: I Moviers non presentano spiccate conflittualità fra Es e Super Es che impediscono loro l’accesso a Lez Muvi, Board. I Moviers si prendono semplicemente un aperitivo e rinviano la conoscenza del Guatemala a un domani non ancora stabilito.
TB: Dottore, coi Moviers mi trovo davanti a un dramma intrapsichico a livello comunitario. Cosa devo fare? Cosa devo fare?
SF: Non si preoccupi, proveremo con l’ipnosi.
TB: Su di me??
SF: Mannòòòòò! Su di loro….

Freud Fellows,

Nonostante Sigmund mi proponga, come vedete nel finale lassopra, una soluzione molto allettante e che sto valutando, devo fare i conti con le stelle che non hanno brillato nel cielo di lunedì sera. 🙁
E comunque, tra parentesi, chi lo dice che SF non stia per Sara Fruner e il dialogo lassopra non abbia messo in scena due delle mie personalità?? :-0
Scary…
🙂
Quanto al film, per carità, è vero. Un film guatemalteco a orario apertivo avrebbe fatto fuggire chiunque, figurarsi i Fellows, che sono maroon, e molti più di five ― e questa è per intenditori.
O forse voi siete più Cassandre di me e in qualche modo sapevate che perdere “Ixcanul – Volcano” non sarebbe stato come perdere “Il racconto dei racconti” o “Mommy”, per dire due imperdibili. Il film è un documentario come ne vedi a centinaia al Trento Film Festival sopra il quale è stato spalmato uno strato nemmeno troppo qualitativo di finzione vistarivistastravista e, ciliegina sulla torta, finale prevedibile.
Sbuffante, mi accingo a parlarvene.
Comunità rurale seclusa dal mondo industrializzato in cui il tempo “sembra essersi fermato” ―si dice così, no? Sgozzamento di maiale live ―strilli suini, un lungo coltello, e “mescola se no attacca sul fondo”, questa è la sintesi.
Lunghe camminate con impalcature di legna da ardere sopra la testa, la famiglia di coltivatori di caffé che dipende dal proprietario del campo di caffé ― una volta si chiamava “latifondista”, ma non so se si possa utilizzare anche per il caffé: siamo a rischio cappuccino― e il proprietario che vuole prendere in moglie la figlia dei due campesinos, Maria, ius prime noctis concordata e inclusa nel prezzo, naturalmente. Maria non vuole sapere di starsene nel bel mezzo del nulla guatemalteco, e anche se non ha mai sfogliato una brochure Alpitour o messo lo gli occhi sugli scenari mozzafiato proposti da Bing (www.bing.com), sente il desiderio di andare oltre il Vulcano. Cosa c’è “oltre il Vulcano”? Sua madre risponde: “acqua fredda” ― m’è sembrata la battuta più bella del film e ho fatto tutto quello che era in mio potere per riportarvela. Aldilà del vulcano ci sono gli Stati Uniti. L’Occidente. Quell’ignoto che attira e spaventa una ragazza di sedici anni, sia essa una discendente diretta dei Maya, o una residente di San Martino Buonalbergo. Più che la specificità del contesto estremo ed estremamente specifico che si vuole mostrare in questo film, io sono portata a cercare l’universale. E forse compio questo spostamento perché sono francamente nauseata da tutti questi docu-film neorealisti “bene” ovvero sempre lì a reiterare il solito pattern “minoranza etnica preda dell’orco sociale occidentale”: questo tipo di lavori non fanno altro che emarginare il marginale, esotizzare l’esotico, allontanarlo da noi. Continuare a vedere “loro” come diversi perché vivono in condizioni diverse dalle nostre, è, once again, applicare il nostro parametro, il nostro canone. Il pensiero che fai quando vedi questo tipo di operazioni è tutt’un tirendiconto: “Tirendiconto di come vivono questi? Mentre noi siamo qui a scegliere il tortora anticato per la tappezzeria del salotto e a maledire Windows 8, questi qui combinano ancora i matrimoni e vivono in 5 metri quadri e assegnano le figlie al valvassore (!) come nel Medioevo. Tirendiconto che corrono il rischio di morire per un raffreddore e che non hanno uno straccio di assistenza, né sanitaria né legale né linguistica, per non parlare poi di un’istruzione? E poi, tirendiconto che alla fine le donne sono sempre quelle che subiscono le conseguenze e i poveri rimangono sempre fregati? Cioè, matirendiconto”.
Okay, posto che siamo scioccati e che sì, cirendiamoconto, cerchiamo di andare oltre il livello 1. Il livello 1 è questo: generi alimentari, sopravvivenza, condizioni di vita. E qui trionfano i tirendiconto. Il livello 2 potrebbe essere: rapporti interpersonali e comportamenti del singolo. E lì già notiamo che la storia non si discosta poi molto da tante altre storie non ambientate lì: l’adolescente attaccata ai genitori e alla sua terra che tuttavia cerca l’occasione giusta per andarsene; cercandola si mette nei guai (figurativi e non), giacché seduce ma, unlucky of her, viene abbandonata; fa di tutto affinché gli eventi le precipitino addosso ―nello specifico, si getta nelle fauci di un boa costrictor convinta di bonificare la piantagione di caffé dai serpenti grazie all’energia della bimba che porta in grembo; arriva a un passo dal perdere tutto, e lo perde quasi tutto: le sottraggono la bimba e lei rimarrà con la sua vita, la sua terra non sua, il sogno non realizzato di andarsene. Ora, se voi non ci vedete “La casa nella prateria”, io ce la vedo stagliata come l’Overlook Hotel sopra le Montagne Rocciose.
Ecco, capite, il livello 2 riporta il film ad una dimensione già vista. Se passiamo al livello 3, che potrebbe incentrarsi sull’empatia che proviamo come spettatori nei confronti del personaggio, e più in generale, nei confronti di questa famiglia, e, allargandoci ancora, nei confronti di questa popolazione, io devo dire che non mi è scattata molto. Brucerò, eretica, su una pira d’insensibilità per espiare-et-colare il mio cuore di ghiaccio, ma purtoppo è così. Se vogliamo fare i chirurghi della trama, Maria, in fondo, è artefice delle proprie sventure: è una Margherita Gautier guatemalteca. Sa che tipo è Pepe, sa che è un poco di buono, che frega sulla quantità di caffé raccolto, che lascia debiti in giro, che beve e che di lei, alla fine, non gl’importa nulla. Eppure lo cerca. Maria è l’avventata che si trasforma in sventurata: io sto tutta la vita dalla parte delle sventurate, ma le avventate tendono a darmi un filo sui nervi.
Ho guardato più con tenerezza al rapporto che la lega alla madre, un legame tenerissimo e forte, mammifero, poco detto a parole ma moltissimo con i gesti, il tocco, le carezze. Anche il padre, che di ruvido ha solo i calli delle mani ma certo non l’affetto nei confronti di questa figlia e della moglie: cerca di fare il meglio che può per tenere insieme tutto, famiglia, casa, vita.
Se volete un film che, per certi versi, ricalca questo film, ma vi potrebbe arrivare là dove “Volcano” non arriva, consiglio “Maria Full of Grace”, di Joshua Marston, del 2003. Vedere per credere.
Infine, se volessimo raggiungere il Livello 4, esso potrebbe essere: considerazioni di carattere socio-antropologico derivate dalla visione del film, ci ritroveremo ancor più nel noto. Come dicevo, i documentari di questo stampo riempiono i festival e certi canali televisivi. E se vogliamo fare una riflessione antropologica sull’esistenza e lo stile di vita di questi discendenti dei Maya, possiamo aprire un dibattito intitolato alla memoria di Claude Levy-Strauss, ma non so quanto di nuovo aggiungeremo all’argomento. E poi guardate, mi dà noia anche definirli “discendenti dei Maya”, quasi dovessimo in qualche modo nobilitarli, cercare un che di mitico nella loro esistenza, collegandoli necessariamente ai loro antenati, storicamente e nazionalpopolarmente molto amati ―Maya, Atztechi e Inca suscitano da sempre quel misto di mistero, fascino e soggezione che proviamo di fronte ai popoli in bilico fra magico e tragico. Questo non è forse un gesto di preferenza etnografica? Il popolo cui Maria e i suoi genitori appartengono si chiama Kaqchikel. Etichettarli come “maya” è semplicistico e scorretto. E poi sì, vivono così. Subiscono soprusi, sì. E chi non ne subisce? Loro, se non altro, sentono e vivono ancora fortissimo il legame con la natura. Devono fare i conti con le regole del mondo occidentale. E anche noi ― noi ce le siamo auto inflitte, fessi che siamo, loro le subiscono. Pagheremo per tutto questo. Questo è poco ma sicuro.
Non voglio infierire ulteriormente sul film, non lo trovo carino nei confronti del regista, a cui va comunque il merito di aver conquistato una giuria come quella berlinese, e scusate se è poco. Rimane tuttavia da scoprire come mai si premino dei titoli così poco privi di nuovo, e così classici e stereotipanti nella rappresentazione che propongono. Se penso a un vulcano e a una storia travagliata, mi viene in mente “Stromboli” di Rossellini, e lì sì, oh lì sì, che avevamo dramma e pathos e una madrenatura poderosa e un personaggio femminile ―ah la Bergman! ― che presentava tutte le caratteristiche della sventurata non avventata…. Mi fermo altrimenti faccio la nostalgica, e non va bene.

Questa settimana, MI partecipate tutti a Lez Muvi: è l’ultimo della stagione. E’ come un galà ―non vorrete mancare a un galà?!
Il Mastro è lì pronto a calare la saracinesca, che ghigliottinerà la nostra voglia di cine, e noi, come ogni anno, abbassiamo il capo, in pieno stile Luigi XVI.
Per l’occasione, un documentario VERO

SEI VIE PER SANTIAGO
di Lydia B. Smith

Mettetevi da gara/gala quindi, e venite a Lez Muvi, così ci salutiamo.
Come gli altri anni, dico sempre che ci risentiremo a settembre, ma poi mi coglie la nostalgia e vi scrivo ―solitamente delle cose abbastanza inutili e che col cine non c’entrano molto. Vediamo se quest’anno riesco a impormi il silenzio ― il fallimento si aggira avvoltoio sopra la mia testa, ma voi abbiate pazienza, please.
A ogni modo, voi sapete dove trovarmi, giusto? [email protected]
E comunque, diamine, qualche cine-in-cortile lo faranno, in ‘sta diavola di Trentoville, o no?!? O dobbiamo aprirci un drive-in??
E ora vi lascio all’ultimo Maelstrom della stagione, e non sarete mica così senza cuore d’ignorarlo?!  Anche perché è una canzone di buon augurio e quindi basta solo un click…
Grazie, Fellows, per tutto. Spero di risentirvi a settembre. Spero tante cose.
E ora un ultimo riassunto marrano, e saluti, psichicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Solo lei, poteva cantarla così, e solo lui poteva accompagnarla così… Ella&Louis… https://www.youtube.com/watch?v=h3kQt14_5OQ
Per voi, Moviers… Wishing you all a summer of easiness 🙂

SEI VIE PER SANTIAGO: Il Cammino di Santiago non è solo un percorso che attraversa la Spagna settentrionale bensì un dedalo di sentieri che, da ogni parte d’Europa, conducono da secoli i pellegrini fino a Santiago di Compostela. E’ un’impresa ardua lunga 500 miglia che ogni anno coinvolge centinaia di migliaia di persone. Solo nel 2010 più di 270.000 hanno tentato l’impresa.

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LET’S MOVIE 250 – propone VOLCANO e commenta E’ ARRIVATA MIA FIGLIA!

LET’S MOVIE 250 – propone VOLCANO e commenta E’ ARRIVATA MIA FIGLIA!

VOLCANO – IXCANUL
di Jayro Bustamante
Guatemala-Francia, 2015, ’93
Lunedì 22 / Monday 22
Ore 19:15 / 7:15 pm
Astra/ Dal Mastro
In lingua originale sottotitolato

 

Mariekondo Moviers,

Da qualsiasi parte mi giri, non faccio altro che sentir parlare di lei, la giapponesina che ha fatto yen a palate con un libretto, “Il magico potere del riordino – Il metodo giapponese che trasforma i vostri spazi e la vostra vita”. Da brava giapponauta qual è, la nostra Miss Kondo sostiene che, riordinando l’armadio e, gradualmente, tutta casa nostra, raggiungiamo la serenità ─attenzione, alto contenuto zen. Ora vi sembrerà il solito tormentone estivo, e invece nonnò, la kondo-mania impazza dall’inizio dell’anno minimo, soprattutto nella terra in cui le manie attecchiscono con virulenza tubercolotica ─Lammerica. Pensate che lì il cognome di questa magrettina made-in-Tokyo è diventato un verbo, come spesso accade quando i fenomeni virali prendono talmente tanto piede da necessitare un veicolo linguistico tutto loro. Quindi potete tranquillamente buttar lì al vostro interlocutore amico del Tennessee un “I spent the night kondoing my closet” se volete informarlo che avete passato la notte a riordinare l’armadio, vademecum della cara Marie alla mano.
Questo naturalmente non è uno spot: la filosofia che sta dietro al “kondoing” come pratica di riordino ed eliminazione del superfluo non mi pare tutta ‘sta novità ─in fondo il “less is more” della scuola lecorbusieriana, e la stessa architettura funzionalista di 100 anni fa prevedeva per gli spazi quello che la nipponica predica oggi da Tokyo. E’ il rapporto con la casa, a farmi riflettere un po’ ─e anche il fatto che in Giappone ci si specializzi all’università in questa disciplina, magari chennesò, attraverso esami come “Fenomenologia del cassetto I” o simili…
Come stiamo messi noi italiani, rocchibarocchi che non siamo altro? Facciamo tanto quelli affascinati dal look minimal, il sogno di appartamenti con mobili ridotti all’osso, tutto “pulito”, “tutto essenziale”. Un televisore ultraflat a sguazzare nel mar bianco di una parete nuda, un divano ─meglio se Fluo─ una piantana ─meglio se Floss─ che spunta da un angolo. E poi abbiamo cantine e soffitte e ripostigli e cassapanche che straripano di roba! Noi siamo un po’ così, animisti, affezionati viscerali, accumulatori seriali ─io sono così. Ma secondo voi ci riempiamo per sentirci meno vuoti e ci fingiamo minimal per non sembrare sentimental?
La casa è il luogo in cui si svolge tutto “E’ arrivata mia figlia”, il Lez Muvi di lunedì, e forse è per quello che il discorso sul kondoing è uscito fuori ora. Il legame rimane in effetti un po’ oscuro, così come l’impulso che ha sospinto 10 Moviers al cine 🙂
Ovviamente scherzo, sono rimasta molto piacevolmente di stucco davanti al Mar Rosso di Fellows che s’è spalancato all’Astra. Il WG Mat, l’Anarcozumi, il (Candy)+[the Andy], il Felixl’Onassis Jr, il D-Bridge, l’Easy Riser che dopo agli inquietanti sviluppi in ambito lavorativo a Povo convertiamo premurosamente in Sommario, e una coppia di Fellows lustri e illustri, d’oro e platino, che ci aspettavano già dentro: Silvia, la Movier Mecenatessa, perché mécèna, e quando uno mécèna c’è poco altro di nobilitante da aggiungere 🙂 e Roberto, il Fellow Woodstock ─no non la tre-giorni dello sballo a Bethel, New York, ma il Peanuts, che aveva qualche problemuccio con il volo ad alta quota. 🙂
“E’ arrivata mia figlia” ha lasciato il parterre di Moviers abbastanza freddini, e questo lo dico subito per evitare querele o talk televisivi in cui la trasparenza dell’informazione sarebbe l’oggetto dell’inquisire, e io l’inquisita. A parte il (Candy)+[the Andy], con cui ci siamo trovati in inaspettato accordo, il mood generale lezmuviano è stato ben espresso da quegli sguardi “mmm sì però mica un granché”, o prese di posizione più nette, argomentate con piglio convinto ─la Mecenatessa molto piglio, molto convinto 🙂
A me, del film hanno divertito molti aspetti, e credo che “divertimento” fosse il nucleo centrale della ricerca di questa regista brasiliana che naturalmente non avevo mai sentito nominare prima ─gradirei digredire (la cacofonia è sopra di noi): quando ci sono voci femminili da promuovere, state pur certi che Lez Muvi corre.
Il gioco degli scambi. Questo è il gioco che mi ha divertito di più. Val è una tata/domestica sulla sessantina che lavora pressa una famiglia dell’alta borghesia di San Paolo. Villa con piscina e frigo farcito di schifezze posh, moglie brutta e grassa che si crede bella e magra e con una carriera di cartapesta giacché è il marito, un ricco di famiglia, a mantenere il livello della mansion. Tanto “business” è la woman, Donna Barbara, quanto lui inetto: un nostalgico portatore di t-shirt dei Ramones che fa la spola tra il letto allo studio in cui (non) dipinge. Ovviamente non poteva mancare il figlio, l’adorato Fabinho, viziato e insicuro, un uccellino con le possibilità di un’aquila reale, ma in fondo, un uccellino. Val vive con loro nella camera della servitù e come viene intelligemente fatto notare alla moglie business “è COME una di famiglia”. Non è “una di famiglia”, ma “COME una”. Guardate il modo in cui un paragone possa scrivere secoli di differenze di classe… Dato che l’affetto, tuttavia, non conosce dichiarazioni dei redditi, Fabinho vede in Val una sorta di madre: è a lei che si rivolge per farsi consolare, o semplicemente coccolare. E’ da lei che sgattaiola nel cuore della notte, un bambino di un metro e ottanta, rannicchiato nel letto della domestica, come se l’amore di Barbara ─la barbara─ non fosse sufficientemente caldo, ma rimanesse solo a livello superficiale, sulla carta.
Il molle ordine della famiglia è sovvertito dall’arrivo di Jessica ─quella del titolo─ la figlia di Val, che Val ha mantenuto a distanza senza poter allevare direttamente. E’ un triste paradosso, quello che si crea con il crescere in certe situazioni di ristrettezze: per poter crescere tuo figlio sei costretto a emigrare nella tua America del momento (San Paolo nel caso di Val), evitare di crescerlo tu direttamente e farlo per interposta persona, e il denaro che spedisci a questa terza parte coinvolta diventa il legame che ti unisce a tuo figlio, con le evidenti conseguenze del caso. Di contro, abbiamo l’esperienza genitoriale ribaltata con il caso di Barbara, che potrebbe benissimo allevare il figlio, ma che delega Val, perdendo così l’occasione d’instaurare un legame profondo con lui, e accontentandosi di un rapporto regolato unicamente dalla pratica ─il numero di risposte azzeccate e sbagliate al test, il viaggio-studio in Australia per riparare all’onta della bocciatura…
Jessica si presenta in città per provare il test d’ingresso alla facoltà di architettura, e ha bisogno di un posto dove stare. La cameretta di Val sembra la soluzione perfetta per Val, che ha fatto i conti senza Jessica. Jessica mira ─e ottiene─ la camera degli ospiti. Jessica mangia al tavolo a cui mangia la famiglia. Jessica sguazza in piscina ─luogo su cui ritornerò, stiatemi preparati. Jessica mette in discussione lo status quo di un ambiente che si professa liberale e democratico, ma che nella realtà di certe piccole azioni e battute si rivela ancora fortemente classista. E lo status quo per qualche tempo è rimesso in discussione. Ma naturalmente non può durare a lungo, e non tanto perche’ Jessica sia il popolo che agogna a Versailles ma perché Jessica non ci sta. Jessica, ripetiamo, non è Val, non accetta il “COME”. Ed è LEI, a lasciare Versailles. Il film non è così buonista o scontato come potrebbe apparire. Jessica rappresenta la nuova generazione, che non si pone più in atteggiamento prono nei confronti delle classi superiori.
“Il paese sta cambiando” dice a un certo punto la matrona Barbara. E da un lato è vero: Jessica ha accesso al test d’ingresso all’università, che supererà brillantemente. Val può prendere la decisione di lasciare il lavoro e cambiare vita. Ma dall’altro, le dinamiche che si disegnano in una casa borghese sono sempre le stesse, e che ci parlano di un 1600-700-800 mai veramente passati. C’è molta ipocrisia, in quel “Il paese sta cambiando”, e ironia, ma verità, anche.
Gli scambi non sono finiti lì. Se Val non ha potuto fare da madre a Jessica e ha trovato un oggetto sostitutivo in forma di rampollo su cui riversare il suo affetto, veniamo a sapere che Jessica ha dato alla luce un figlio il cui destino sembrerebbe ricalcare il suo: per poter frequentare l’università e farlo crescere lo lascia ai parenti in periferia. E invece no, le cose non vanno così ─ si cambia la rotta. Il bambino di Jessica verrà a San Paolo e Val aiuterà la figlia a crescerlo, una nonna-mamma come tante oggi: Val si prende questa seconda chance che la vita le riserva evitando al nipotino, lo stesso percorso della figlia. Per quanto il finale possa rientrare nella categoria “happy-ending” e il superamento del test da parte di Jessica ─così come il fallimento del test da parte di Fabinho─ sappiano inequivocabilmente un odore di cine-giustizia divina calata sui personaggi per portarli verso la spiaggia happy dell’ending, il film mi sta simpatico per la comicità bislacca che propone. Non saprei bene come definirla, né come spiegarla, ma diciamo che si serve di argomenti feticcio, quadri-tormentoni esasperati che si posizionano sul filo tra buffo e nonsense, e che hanno molto ascendente su di me ─ma qui sta alla sensibilità personale. Tipo. Val regala a Barbara un set di tazzine da caffé per il suo compleanno. Per 5 minuti buoni la cinepresa è fissa su Val che interloquisce con le tazzine, i piattini, la caffettiera, il vassoio. Ci parla, parla a se stessa, metà bambina metà psicopatica, e voi potete chiedermi “ma che senso ha?” e io vi dico “Non ce l’ha, ma non posso fare a meno di ridermela”… E a questo punto potrei farvi pure un metapippone ─pippone nel pippone─ sull’uso della parodia e dell’eccesso nell’assurdo di certa produzione drammaturgica moderna, da Ionesco a Stoppard passando per Pinter, ma poi che senso avrebbe? 😉
Il film è anche tecnicamente attento. La macchina da presa molto spesso è fissa, molto spesso nella cucina, luogo in cui Val si trova la maggior parte del tempo. Come a dire, stazioniamo in uno spazio che di solito rimane fuori dallo sguardo altrui. Guardiamo quello che di solito non si vede, come la domestica che si prova la crema della padrona o che rassetta il tavolo.
Ecco, ciò che Jessica fa, è quello che la macchina da presa fa. Jessica rende pubblico quello che i domestici desidererebbero fare e non fanno (anche per ovvi motivi di mantenimento del posto di lavoro eh): mangiare il gelato riservato al piccolo Lord Fontleroy Fabinho ─anche lui, Fabinho, o solo il suo nome, diventato uno spassosissimo tormentone─ entrare in piscina, mangiare al tavolo padronale.
E veniamo alla piscina…Il cuore azzurro dello status, il simbolo della differenza di classe (“io ce l’ho” vs “tu non potrai mai averla”), il luogo dell’inaccessibile massimo per le Val di tutto il Brasile. E’ interessante notare come Jessica ubbidisca alla madre e non faccia il bagno di sua spontanea volontà. E’ Fabinho che la spinge in acqua. Lei avrebbe due strade: potrebbe uscire in tutta fretta, oppure rimanerci e divertircisi pure. Lei opta per la seconda ─attirandosi l’ira della signora Barbara, che dopo qualche ora, tugguarda, darà ordine di far svuotare la vasca perché “ci ha visto un topo”… E lei, proprio lei, è quella che ha detto “il paese sta cambiando”…
Posso capire che il film non susciti grandissimi entusiasmi. Ma io, sarà per la bravura dell’attrice protagonista ─che leggo essere considerata un monumento della recitazione in Brasile─ sarà per il ruolo della protagonista, quello della donna semplice, materna, buona, ma dotata di grande spirito pratico ─ovvero tutto l’opposto della vostra interlocutrice─ io promuovo il film.
Ogni tanto si leggono libri o si guardano film che magari, lì per lì, “non ci servono”. Poi un giorno arriva vostro figlio, o nipote, o figlio di, e viene fuori che deve fare un confronto tra il ruolo delle domestiche nel ‘700 e nei giorni nostri. E voi, dopo avergli parlato della famosa Moll Flanders, delle sue fortune e sfortune, li stupite con un ardito e quanto mai pertinente raffronto con Val di “E’ arrivata mia figlia!” facendo guadagnare a loro un buon voto e assicurando al mondo il ricircolo della cultura…. 😉

E questa settimana il Mastro testa la nostra resistenza proponendoci un orario improponibile, che noi tuttavia ci propiniamo

VOLCANO – IXCANUL
di Jayro Bustamante

Potrebbe essere l’ultimo giorno di programmazione per questo film, che ha vinto l’Orso d’Argento a Berlino. Quindi per una volta raccogliamo la sfida del Mastro, ci facciamo andare bene l’orario “merenda” e andiamo. Non avete nemmeno bisogno di passare da casa: arrivate diretti dal lavoro ─non vi preoccupate, Lez Muvi non ha un dress code, andate bene in qualsiasi outfit. 🙂
Prima di salutarvi, date un bello sguardo al Maelstrom. Lo dedico a “L’occhio quadrato: quattro film sulla fotografia” un’iniziativa tra cinema e fotografia che coinvolge in prima persona il Movier Magician, al secolo Matteo Zadra ─ricordo che Zadramat sta a Matteo come Superman sta a Clark Kent. La rassegna potrebbe mandare in solluchero tutti gli appassionati di cine e fotografia, e anche quelli che sguazzano nel mezzo…
Poi vi aggiungo il riassunto solo perché siete stati bravi ad arrivare fin qui nonostante il kondoing e Ionesco… 🙂
E poi vi saluto dei saluti ordinatamente cinematografici.
E poi, basta 🙂

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ecco che butto nel gorgo “L’occhio quadrato: quattro film sulla fotografia” ovvero un film a settimana più mostra fotografica 🙂

Data: da Martedì 16 a Martedì 30 giugno 2015
Dove: Locos Bar, Via Valbusa Grande, Rovereto
Orario: ore 21.15
Costo/note: Ingresso libero

Chiedere al cinema di raccontare il suo punto di vista sulla fotografia non è stata una buona idea.
Appena nato, il cinema si è schierato senza esitazioni a favore del racconto e dello spettacolo, lasciando alla fotografia il compito di documentare, testimoniare, provare. Da allora il cinema continua ossessivamente a riproporre un ritratto della fotografia (e dei fotografi) che affonda in quel profondo senso di colpa per una sorella rinnegata alla nascita. Sarà per questo che quando una cinepresa incontra una macchina fotografica, rimane sempre un morto alle loro spalle?

PROGRAMMA
23.6 / War photographer. Christian Frei (2001) 97′: Un ritratto del fotografo di guerra James Nachtwey che ci dice poco dell’uomo ma molto della sua opera e dei problemi che solleva. Christian Frei ha fissato una mini-camera sull’apparecchio fotografico di Nachtwey per far combaciare il più possibile l’asse della propria cinepresa con lo sguardo del suo protagonista.

30.6 / Gli occhi di Laura Mars. Irvin Kershner (1978) 104′: Laura Mars è una fotografa ricca e annoiata che trascorre le sue giornate componendo un album di fotografie che ha per soggetto la violenza, la pornografia e lo snobismo. Durante l’assassinio di Doris, Laura scopre di possedere dei poteri sensoriali che le permettono di vedere l’omicidio della donna prima che accada. Spaventata dell’accaduto, Laura decide di rivolgersi alla polizia dove conoscerà il tenente Neville.

24.7 / La Jetée. Chris Marker (1962) 29′: Una storia di viaggi temporali in cui la tragedia personale si scontra con il destino dell’umanità, il tutto narrato da una voce off che guida lo spettatore nel succedersi di fotogrammi fissi di un indefinito futuro prossimo in cui la terra devastata da una terza guerra mondiale e contaminata da un olocausto nucleare consente il rifugio ai pochi umani superstiti solamente in gallerie sotterranee. Come ratti nel sottosuolo di una Parigi ridotta a rovine pochi scienziati cercano una soluzione alla catastrofe già avvenuta percorrendo l’unico sentiero rimasto aperto: il tempo.

Un progetto di Francesco Pernigo, Marco Segabinazzi, Matteo Zadra, Loco’s in occasione di PARIS, LOCOS, esposizione fotografica di Francesco Pernigo, visitabile fino al 24/7 mart-giov 20.00-01.00 e ven-sab 18.00-01.00.

VULCANO: Ambientato in Guatemala, nel cuore di comunità di etnia maya, Vulcano racconta un mondo sospeso tra credenze ancestrali ed echi lontani di modernità. Protagonista del film è la giovanissima María, che vive e lavora con la sua famiglia in una piantagione di caffè alle pendici di un vulcano. Nonostante sogni di andare nella “grande città”, la sua condizione non le permette di cambiare il proprio destino: a breve la aspetta un matrimonio combinato con Ignacio, il supervisore della piantagione. L’unica via d’uscita si chiama Pepe, un giovane raccoglitore di caffè che vorrebbe andare negli Stati Uniti: Maria lo seduce per poter fuggire insieme a lui, ma dopo promesse e incontri clandestini Pepe se ne va e la abbandona incinta. Più tardi, il morso di un serpente la costringerà a raggiungere quel “mondo moderno” che ha sognato così tanto, e che le salverà la vita. Ma a che prezzo…

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LET’S MOVIE 249 – propone E’ ARRIVATA MIA FIGLIA! e commenta LE REGOLE DEL CAOS

LET’S MOVIE 249 – propone E’ ARRIVATA MIA FIGLIA! e commenta LE REGOLE DEL CAOS

E’ ARRIVATA MIA FIGLIA!
di Anna Muylaert
Brasile, 2015, ‘115
Lunedì / Monday 15
Ore 21:15 / 9:15 pm
Astra / dal Mastro 

Milagros Moviers,

Non so cosa facevate voi negli anni tra i 9 e gli 11, ma io ero usa frequentare una cugina mia coetanea appassionata di soap-opera argentine ─magari voi siete stati più fortunati e l’avete scampata, ma a un certo punto della vita la fase “ingerenza di parenti e delle loro abitudini” tocca a tutti, quindi, forse, meglio smazzarsela in età scolare. E via di Grecia Colmenares e açiende e Guillermo e Blanca e “io sono tua madre” e “il nostro amore non morirà mai, Ines”.
Quel periodo m’insegnò che: 1. correre al rallentì in un ondeggiamento di bionde chiome fluenti e morbide curve e fianchi formosi ha un fascino indiscutibile che a noi secche morette con un taglio alla maschietta era precluso; 2. il “che ne sarà mai di me… ora che farò… ma in qualche modo ce la farò” era l’approccio distintivo e prediletto non solo da queste eroine belle e boare, ma anche di tante ragazzine, zie, compagne che vedevo intorno a me, e forse, uditeudite, anche da me; 3. la parodia che di queste telenovela ne facevano il trio Marchesini-Solenghi-Lopez, per quanto attirasse la disapprovazione della cugina, mi catapultava nel fragoroso mondo delle convulsioni da riso ─un mondo che, graçias a Dios, ho visitato molto spesso negli anni.
“Le regole del caos” è come tornare al 1990 e metter su Rete 4. Solo che al posto della pampa argentina nel 1800 abbiamo Versailles alla fine del 1600. Le chiome chiare e fluenti della protagonista le abbiamo. L’espressione “basita” ─gentil concessione del WG Mat─ anche. Abbiamo pure il lieto fine glicemico, la cattiva che è la gemella omozigotA della strega di Biancaneve (outfit incluso) e la stessa somma di componenti che ora vi elenco:

grave lutto nel passato che ha distrutto la felicità dell’eroina +
ce la faccio da sola nonostante il mobbing dei maschi +
incontro con un principe azzurro che all’inizio fa tutto il sostenuto ma poi love-is-in-the-air +
superamento di certi tirimancini tirati dai rosiconi di turno e che riguarda sia il percorso professionale della protagonista che l’amore con il principe azzurro +
raggiungimento dei target singoli e condivisi =
_____________________________________

tutti vissero fel(i)ci, giardinieri e contenti

Solo che non ti aspetti questa somma di banalità in un film per il cinema del 2015 starring un cast da tanti zeri e NON una soap del palinsesto preserale televisivo coevo di “Dallas”. Non mi aspettavo un livello così… bifolco. Quindi mi scuso con i Moviers presenti, insieme ai quali abbiamo sofferto 112 minuti. 112 minuti a desiderare i titoli di coda e la fine dello strazio. Avrei fatto cambio e mi sarei lasciata attirare nei nidi di trecce che adornavano la testa di quelle eroine boare degli anni ’90 piuttosto che rimanere in sala un secondo di più davanti a un film sbagliato in ogni sua singola componente, elementare in ogni sua piccola particella.
Mi scuso pertanto con la Cristina Casaclima ─che da botanica nostra esperta potrebbe scrivere un pamphlet sugli strafalcioni arboristici, oltreché a quelli strettamente cinematografici─ con la Fellow Vanilla, che aveva portato con sé la Guest Lorenza (come biasimarla, la Lorenza, se non metterà mai più piede in Lez Muvi? C’è solo d’affidarsi a Fra Cristoforo e sperare che la grazia giansenista discenda su di noi); il WG Mat, che cominciò a patire sin dal secondo minuto e che dovette dar fondo a tutta la sua Forza per non alzarsi, buttarsi quella robaccia spacciata per cine alle spalle e rifugiarsi nella ludoteca medievale di “Game of Thrones”.
A mia discolpa… No, niente discolpa: mi sono semplicemente, imperdonabilmente, lasciata traviare da Kate Winslet.
Ma keit cavolo mi combini, Winslet? Tu che mi hai scelto copioni da strappacervello. Tu in “Heavenly Creatures”, in “Jude”, in “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”. Tu in “Iris”, in “Carnage”, in “The Reader”, in “Quills”. E sì, tu in “Titanic”, perché giammai ti scorderò come Rose, giammai scorderò quanto ti vedevo bene in quel personaggio, giovane e rossa, formosa e talentuosa. Tu, proprio tu, che rifiuti copioni dalla mattina alla sera, tu che non ti sei (quasi) mai piegata alle logiche di mercato di Hollywood, che hai infilato qualche flop per questo, e che ti rifiuti anche di piegare la tua pancia alla taglia 40 delle attrici medie hollywoodiane. Tu mi scegli uno script COSI’?!? Ma come? Allora adesso ci vedremo Natalie Portman nei panni di una bionda? Kenneth Branagh regista di Pluto Nash Il ritorno??
🙁
L’unica attenuante che le concedo è un uso eccessivo di Lexotan ─ma necessito di ricetta medica che comprovi l’uso. Oppure, semplicemente, una scelta avventata: credi di partecipare a una grande produzione Louis XIV, una storia intrigante sulla carta, che compra il tuo amor di cinema in costume –in fondo avevi recitato in “Ragione e sentimento”, il costume ti piace. Forse, cara Kate, anche tu sei rimasta, semplicemente, fregata.

Come dicevo lunedì, è un peccato, un’occasione persa. L’idea delle regole del caos, felice ossimoro, era felice. Ma già anche solo se riassumo la trama con un “giardiniera vedova che sfida le convenzioni dell’architettura bonton dell’epoca con un progetto alternativo”, capite che non sta in piedi. Una land-architect nella Francia del Re Sole, quando le donne erano ammesse a palazzo solo per sfoggiare corsetti e petti strizzati al loro interno? Ma s’è mai vista?? Il film, quindi, parte già in deficit di verosimiglianza; in fondo lo sai fin dall’inizio, e con un po’ di fatica accetti il patto.
Poi però tutto continua a risultare privo di verosimiglianza, o visto e rivisto. Sai già tutto. Che tra i due scoppierà l’ammmmore ─per quanto la chemistry tra lui, il giardiniere capo Le Notre, e lei, la giardiniera Sabine de Barra, sia pressoché inesistente. Sai che di lei, l’eroina sofferente Sabine de Barra, tutti un po’ s’innamorano, persino lo stesso Re ─naturalmente travestito da plebeo, in un certo punto del film. Quello che non sai, se non lo provi sulla tua pelle, sono le musiche, fastidiosissime dal primo all’ultimo minuto. Non sai che Kate Winslet tiene un’unica espressione, sempre la stessa: forse gli intellettuali della posterità intravedranno in questo qualcosa di rivoluzionario, una tecnica anti-mainstream, ma per noi, sprofondati nella contemporaneità 2015, non è altro che un’unica imbalsamatissima espressione ─ nulla piu’ di una testa di stambecco sopra il caminetto in taverna. Non sai della prevedibilità dei dialoghi, dell’affettazione delle pose, del manierismo che corrompe tutto ─e guardate, mi sembra fin troppo sfoderare un termine d’un certo pregio quale “manierismo” per una paccottiglia cinematografica come questa.
Persino le ambientazioni e i costumi, che avrebbero fatto la goduria di qualsiasi Dante Ferretti, di qualsiasi Milena Canonero, sono sottotono, nothing special, un’occasione sprecata ─il confronto con un “Marie Antoinette” di Sophia Coppola risulta doloroso come una ferita aperta.

Tutto il tempo a pensare ─a parte al miraggio dell’uscita─ a cosa salvo in mezzo a tutta ‘sta robaccia. Di tutta ‘sta robaccia salvo forse il cameo comico di Stanley Tucci, il fratello gay del re ─ma forse Stanley Tucci è talmente abituato a interpretare il ruolo del metrosexual (vedi “Il diavolo veste Prada”) che trasportarlo a fine ‘600 non dev’essergli costato molta fatica. Forse il film serve per guardare gli altri film con occhi diversi. Sapere che là fuori c’è “Le regole del caos”, ti fa guardare Sorrentino come fosse il nuovo Meliès, i Vanzina come i Taviani…Ovviamente provoco… I film così nuocciono gravemente alla salute, dello spettatore e del cinema tutto. Perché diffondono il mediocre, lo stravisto, la faciloneria, nonché un morbo villoso e villano che va sotto il nome di barbaradursite… “Le regole del caos” non meriterebbe nemmeno il palinsesto televisivo: le telenovela argentine almeno non avevano pretese. Erano quello che erano: 50 minuti di svacco tra manzi e manze. Qui c’è la presunzione del cast galattico, della grande produzione.
Ecco, potrebbe tornar utile per cimentarsi con una pratica del tutto nuova per me: la richiesta del rimborso del biglietto.

Poi fortunatamente martedì ho recuperato con “Una storia sbagliata“, dal Mastro (non ci fosse lui a organizzare questi eventi, chi??), con la presenza in sala del regista Gianluca Maria Tavarelli e i protagonisti, Isabella Ragonese (sì quella di “Dieci inverni” e “Tutta la vita davanti”) e Francesco Scianna (sì quello di “Baharia” e “Latin lover”) ─Cinecittà a Trentoville, un martedì sera.
E’ la storia sbagliata di tanti soldati che hanno perso la vita in Iraq, e l’hanno fatta perdere ai loro cari ─quando ami qualcuno che poi muore in guerra, la tua vita muore con lui. Noi siamo abituati a vedere American Sniper, The Hurtlocker, Zero Dark Thirty, a sentire la campana americana. Nessuno ci aveva fatto ancora ascoltare quella italiana: ed è importante, storicamente ed eticamente, che suoni. Per permettere di leggere una Storia che sentiamo ancora troppo nuova, e su cui riflettere è operazione assai complessa.
Roberto e Francesca sono due giovani siciliani molto innamorati. La testa piena di sogni, piccoli o grandi dipende da che prospettiva guardi: il mutuo, un appartamento, un bimbo. Poi c’è l’Iraq, e non serva che aggiunga molto ─sappiamo come va a finire… Ma non solo Roberto in Iraq: anche Francesca, che ci andrà per scovare chi ha spezzato il suo amore. E troverà uno specchio: una donna, compagna del kamikaze che ha ucciso il suo Roberto, un uomo che lei ha amato, come lei ha amato il suo Roberto. La guerra scombina tutto e scrive storie storte. Sta a noi dirle, leggerle, farle circolare ─questo sta dietro al film. Perché noi non abbiamo F-15 e missili a lunga gittata, ma abbiamo le parole e le immagini ─questo sta dietro alle parole del regista.
Del film apprezzerete le scene piccole, quelle che s’incastrano dentro in quelle più grandi della missione che intraprende Francesca. Mozart diceva che la musica è quello che c’è fra le note. Be’, forse il cinema è quello che c’è fra le macro scene su cui si sviluppa la narrazione principale. Le scene “piccole”. Come quella in cui Francesca spiega a Roberto quanto Gela sia stata piagata dal petrolchimico negli anni e quanto piombo, nichel, arsenico e schifezze simili siano passati per le bocche degli abitanti provocando danni enormi alla loro salute e a quella dei loro figli. “Posso darti un bacio?” ─Roberto, d’improvviso, perché Roberto l’ascolta ma non l’ascolta. L’amore funziona proprio così.
Oppure quando Roberto torna a casa in licenza, e dà via i biglietti del concerto di Vasco. “Non mi va più”, commenta. Quattro sillabe, e capiamo tutto: il cambiamento, irreversibile, tra il prima e il dopo con un mezzo bellico nel mezzo ─quello che valeva prima, dopo, non vale più.
“Una storia sbagliata” traccia un legame tra Iraq e Sicilia e non solo per via della guerra, ma anche di quel petrolio di cui si diceva prima: un lungo nastro nero che unisce due terre e determina ripercussioni su vari fronti, non solo quello bellico o economico.
Lasciate perdere le americanate franco-centriche 100% polyestere, e andate a vedervi “Una storia sbagliata”, che non sbagliate.
E scusate il doppio pippone, ma avevo voglia di parlare di un film che meritasse.

E questa settimana ci pensa Berlino con i suoi Orsi ─meglio lasciarli a loro: noi trentini solo casini coi plantigradi!─ a consigliarci

E’ ARRIVATA MIA FIGLIA!
di Anna Muylaert

Vincitore del Premio Speciale della Giuria al Sundance Festival, oltre che del Premio del Pubblico alla scorsa Berlinale, il film ispira il nostro gusto e diventa il prossimo Lez Muvi.
Ora, dopo “Le regole del caos” avreste ogni diritto di titubare sull’attendibilità di giudizio che diparte dal vostro Board, ma voi non eravate dei giansenisti? Avrete grazia da vendere… 🙂
Se cadi dalla bici, rimonti in sella. Se canni un Lez Muvi, ne sforni un altro. Che problema c’è? 🙂

E adesso bye-bye my Moviers, niente Maelstrom per questo invio stranamente notturno ma della zavorra riassuntiva si’, quella si’…piu’ dei saluti, sudamericamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

E’ ARRIVATA MIA FIGLIA!: Val lavora a San Paolo come tata di Fabinho da 13 anni e vive con il senso di colpa d’aver lasciato sua figlia Jessica, a Pernambuco, nel nord del Brasile, allevata dai parenti. Superati gli esami per l’ammissione al college, Jessica si reca dalla madre a San Paolo. La convivenza non è facile, ma tutti rimangono affascinati dalla personalità e dal candore della ragazza.

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LET’S MOVIE 248 – propone LE REGOLE DEL CAOS e commenta SARA’ IL MIO TIPO?

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LE REGOLE DEL CAOS
di Alan Rickman
UK, 2015, ‘112
Lunedì/Monday 8
Ore 21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria

Morandi Moviers,

A volte mi faccio i film prima di viverli. Il mio film per martedì mi vedeva nei panni di me stessa mentre maledico me stessa, e i miei panni, per aver fissato Lez Muvi il 2, Festa della Repubblica, immaginando pinne, fucile ed occhiali sbucare dai finestrini delle macchinine dei Moviers, mentre rientrano dal ponte, cotti e felici e un filo frustrati dal traffico del mini contro-esodo ―Dio parlo come Studio Aperto, puniscimi.
E allora non faccio Carl Lewis, mi prendo il mio tempo e arrivo con l’andatura I-am-taking-it-easy-man, tanto ci sarà il buio ad aspettarmi, forse quattro o cinque spettatori che sono rimasti a Trento per il Festival dell’Economia, si sono stufati di mobilità sociale e hanno optato per un cinemino. Come sempre sbaglio. L’Onassis Jr è lì fuori a gestire il flusso di Moviers che stanno per riversarsi nei pressi dell’Astra. E infatti di lì a poco si riversano: l’Andy Candy {The} e il Felix, il primo con appresso l’euforia post-festival, postiglitz ―”come far entrare un Nobel nel lessico corrente”― il secondo, con appresso Francesca, passata da Guest a nuova Movier in un batter d’occhio. A lei invidio ferocemente la cine-identità, BB: non è che tutti possono chiamarsi BB senza essere Brigitte Bardot(Bardot) con tanto successo. 🙂 Ma c’è pure la Movier More, e lei, recruiter ormai di professione, si porta appresso Katja, anche lei passata subito da Guest a nuova Movier, e diventata la Fellow Chimney: la casa lezmuviana mancava di camino che, ricordiamolo, è il trait-d’union tra il mattone e il cielo. 🙂

Può una parrucchiera bionda della provincia francese che si chiama Jennifer ― Jennifer è come dire DeboraH e SamantHa― conquistare un professore di filosofia che che fa le dejeuner non sur l’herbe come Manet, ma a Les Deux Magots in Saint Germain des Près? Les Deux Magots in Saint Germain des Près, per chi ha bazzicato un po’ Parigi e la sua filosofia, era il bar dove si ritrovavano gli Esistenzialisti a disquisire sull’esistenzialismo, Jean-Paul Sartre e Simone De Beauvoir a baruffare sul loro amore libero. Ci bastano quindici secondi, il modo in cui il cameriere saluta Clement, il professore di filosofia, trattandolo come un habitué del posto, per capire l’abisso che lo separa da Jennifer, la parrucchiera ammiratrice della sua omonima Aniston. Anche per lei ci bastano quindici secondi della sua colazione in un appartamento di provincia, nella cittadina di Arras ― tipo una Trentoville, ma nel dipartimento del Passo di Calais. Latte e biscotti per il figlio, una risatona sotto i baffi di cioccolata per cominciare la giornata. Lui nel quartier generale dell’intellighentia del secondo ‘900, un saggio appena scritto con lucido distacco intitolato “Dell’Amore e dell’eros” e che fa il verso, forse, a Roland Barthes con i suoi (splendidi!) “Frammenti di un discorso amoroso”, e lei in una cucina di un condominio di provincia, le bollette nel cestino all’ingresso e i disegni del figlio sul frigorifero.
Il regista mette da subito le cose in chiaro. Questo è un cinema di opposti, basato sul contrasto: ecco, ve lo faccio vedere sin dalle prime scene ―e poi non mi si dica che sono ermetico.
“Sarà il mio tipo?” non è la solita commedia sentimentale starring una Marilyn Monroe made-in-Arras in procinto di trovare la felicità sposando un Arthur Miller made-in-Paris. Anche se le premesse ―bionda + intellettuale― sarebbero un po’ quelle. Il film è una commedia triste, e se il genere non esiste, ce lo inventiamo noi: sia perché prova quanto uomo e donna possano non trovarsi nell’istante in cui dovrebbero avere il coraggio e la sconsideratezza necessarie per trovarsi, e sia perché mostra come le dinamiche tra un certo tipo di uomo e un certo tipo di donna siano riconoscibili universalmente e portino, nel 99,9% dei casi, allo stesso andamento che seguiamo nel rapporto tra i due personaggi.
Immaginate Clement come il 110 e lode del maschio: intelligente, pareti ricoperte di libri in una casa senza televisore, carriera tra un simposio all’altro, fascino da vendere, e una dose da cavallo di cinismo nei confronti dell’amore che lo fa tenere alla larga da relazioni lunghe e soprattutto finalizzate a matrimonio e famiglia. Immaginate Jennifer come la primavera. Sbarazzina, biondina, sorriso facile e ad alto rischio contagio. Una mamma che gioca alla Play col figlio e che lo usa come pubblico per provare i pezzi per il Karaoke del sabato sera. La sua attrice preferita, l’abbiamo detto, è Jennifer Aniston, legge romanzi che Clement definirebbe -ucoli o -etti se avesse il coraggio di dirlo a voce alta. Ma la differenza che separa i due, non sta tanto nelle letture diverse, e nelle frequentazioni diverse ―una discoteca in un centro commerciale per lei, vernissages in club hipster-chic per lui. La differenza tra i due sta nella libertà. E non è un caso che Clement le spieghi proprio Kant, all’inizio… Jennifer si dimostra libera dal pregiudizio e pronta a cambiare. E non soltanto per il fatto che cominci a leggere Kant (appunto), Dostojevsky, Flaubert, Zola, tutti i romanzi che Clement Pigmalione le somministra, ma perché lei riconosce il sentimento fra loro. Quando glielo dice, gli dice “Senti Clement, c’è questo e questo fra noi, lo vedi? Io sono pronta”, lui, nonostante riconosca la verità dietro questa semplice enunciazione, ancora una volta ripropone il se stesso di sempre, oppone resistenza al sentimento/cambiamento per via dei propri pregiudizi, e cade vittima di quello che pensa di dover essere ancora prima di quello che è davvero.
E qui, ahi ahi ahi, il docteur Clement dimostra di non aver letto approfonditamente gli Esistenzialisti, dacché per loro, l’esistenza precede l’essenza: cioè l’uomo prima esiste, poi costruisce da sé la propria essenza…Il pre-giudizio è proprio l’opposto di questo principio, e Clement, ahi ahi ahi, ne è succube. In altri termini, rimanendo legato all’idea che ha di sé, Clement nega l’esistenza (=il suo amore con Jennifer) ed è schiavo della sua essenza (=allergico alle relazioni, moglie&figli Dio ce ne scampi), e da quella non si schioda. Il climax è la scena in cui dovrebbe presentare Jennifer a una coppia di conoscenti e al posto di un “Vi presento Jennifer, la mia ragazza” rimane drammaticamente zitto. E nonostante Jennifer provi a fargli capire quanto stia sbagliando e buttando via tutto ―bellissimo quando gli urla addosso, “Voglio che tu sia geloso, ca**o! Fammi vedere che t’importa, che lotti, che non ti sia indifferente se ci sono o non ci sono” ―Clement è totalmente incapace di uscire dal suo silenzio, dall’identità che si è fabbricato. Poi alla fine capisce. Ma, come in ogni dramma e realtà che si rispetti, è troppo tardi: è sempre troppo tardi, Fellows, non lasciatevi trarre in inganno dai detti popolari, inutili in amore, è sempre troppo tardi ― uno strappo, pur rammendato, rimane uno strappo. Il finale traduce magistralmente il treno perso di Clement. Lui che gira a vuoto, in una piazza a lui estranea ―che LUI ha sempre voluto mantenere estranea― chiamando invano un cellulare che non risponderà più. E la cinepresa fissa sull’appartamento di Jennifer, sgombro. Il frigorifero senza disegni, le bollette pagate. Noi Moviers tutti scioccati/entusiasti per questo geniale colpo di coda del film ―il finale che non ti aspetti ma che risulta il più giusto dei giusti.
Se Clement rimane zitto e impantanato nell’idea che ha di se stesso, Jennifer canta, e si muove, nel senso locatario del termine. 🙂 Dà un’ultima magistrale interpretazione di “I will survive” ―un monumento sia eretto a Gloria Gaynor the Goddess, e un bel “bravò” al regista per aver fatto un uso narrativo della musica, che racconta in note la decisione di Jennifer. E dopo aver cantato che sopravviverà perché ha tutta la vita da vivere e tutto l’amore da dare, Jennifer si trasferisce. Armi e bagagli, pargolo e paiellettes, tutto. Avrei la tentazione di aggiungere “le donne fanno così”, ma mi freno, non è sempre vero, e non mi va di farne una questione di genere. Ma vero è che questo film accende una luce nuova con cui leggere la presunta ―e stereotipata― voglia di “sistemarsi” delle donne seguita dalla solita fuga-da-Alcatraz del maschio. Non è che le donne vogliano a tutti i costi costruire prigioni intorno agli uomini, e regolarizzare una situazione per smania di family-building. Ma perché semplicemente sentono totale e pervasivo un sentimento e vogliono coglierlo e viverlo e celebrarlo al massimo in QUEL momento. Time in love is EVERYTHING. A Jennifer non può fregar di meno che lui la sposi ―lei è appagata in quello che fa, è autonoma, she minds and runs her own business, come si dice a nord di Brunico. A lei interessa che lui sia coerente con il sentimento che prova. Quando lei sente la sua viltà, il suo distacco, le si rompe qualcosa dentro.
E uno strappo è uno strappo, pur rammendato…
Quindi il maschio che temporeggia ―condendo il tutto con scusette di meschina fattura― finisce per perdere il treno, e infatti Clement rimane a piedi.
Col Fellow Andycandyano parlavamo della struttura interessante del film e di come il prologo contenga, di fatto, l’epilogo, il germe della fine. Il film si apre sulla chiusura di una storia di Clement: un primo piano ai limiti del tragico di una sua ex-compagna, in lacrime. Lui, impassibile. Il film finisce sulla casa vuota di Jennifer. La coazione a ripetere che affligge Clement è sviluppata chiaramente: all’inzio chiude una storia perché la donna “chiedeva di più”, alla fine chiude una storia perché la donna “chiede di più” ―con la differenza che stavolta la donna “will survive” e lui, forse, si mangerà le mani per essersi lasciato scappare una così, o forse perseverà ancora e ancora, chissà…. Due parole di plauso proprio a lei, Émilie Dequenne, l’attrice che interpreta Jennifer. Perfettamente calata nella parte, quel giusto misto di ingenuità, innocenza, leggerezza, verve, testa sulle spalle da madre, occhi da sognatrice quando è sul palco o davanti a quello che potrebbe essere il suo amore, consapevole malinconia quando comprende come stanno le cose. Anche l’attore che interpreta Clement, Loïc Corbery, non è male ―ed è un discreto belvedere― ma è lei, frizzante e dolce come una gommosa alla Coca Cola, e mai ridicola/patetica, è lei che ci conquista.
Non lasciatevi trarre in inganno dalla locandina colorata, che può erroneamente farvi pensare a una commediola “senza pretese”. Pas du tout. Le pretese le ha, le ha eccome, e ben vengano giacché portano esattamente dove il regista vuole portarci: a riflettere su cosa sono i luoghi comuni, i preconcetti, e le conseguenze non già dell’amore ma della spocchia. Clement è un anaffettivo spocchioso che non ha mai veramente lasciato Parigi per provare la provincia ― e Parigi, lo capite davvoi, non è semplicemente la capitale, così come la provincia non è semplicemente il Pas de Calais: anche della geografia, il regista ha fatto qui un uso narativo.
I Moviers erano tutti contenti alla fine del film, tanto che mi sono meritata un “Vedi che una volta su un milione ne imbrocchi uno!”… 🙂 🙂 E davanti a me, in quell’istante di risatone collettive, s’è materializzato il Gianni nazionale con “Uno su mille ce la faaaaa”… Dai che uno su mille ce la faccio, dai che uno su mille ce la faccio, mi sono cantata 🙂 🙂
Avverto i nuovi Moviers che non mi conoscono: oltre ad essere un buffone di professione, il Board è un masochista di natura, quindi non è che il sarcasmo dei malandrini Moviers scalfisca la corazza(tapotemkin)…. 😉

Ci stiamo avviando verso l’estate, e l’estate ha un unico neo sulla sua pelle da immacolata invenzione: il cine sparisce dalle sale e si rifugia chissà dove ―il cine è vampiro, dopotutto, teme la luce, bramastoker le tenebre. Quindi dobbiamo accontentarci di quello che troviamo. E stavolta non ci va malaccio: un film in costume è pur sempre un’occasione per criticare i costumi.

LE REGOLE DEL CAOS
di Alan Rickman

Poi dite quello che volete ma per me il titolo è tutto frutto di un refuso colossale: in origine avrebbe dovuto essere “Le regole del caso” ma galeotto fu il fast spelling… Tuttavia questa è una mia teoria, non è che adesso dovete mettervi lì con carta e penna a dimostrarla, tranquilli Fibonacci! 🙂
E se siete incerti, tenete a mente che Kate Winslet vale sempre il prezzo del biglietto.

Ed ora vi costringo a leggervi tutto il Maelstrom tutto perché oggi il Maelstrom è culla del dissenso! Finalmente del DISSENSO! Ah scenda il DISSENSO su Lez Muvi e su di me. TACETEMI, vi prego! 🙂
Tutto merito della Fellow Fra-ae.f. che ringrazio dal profondo del mio sud.
E poi vi butto lì un riassunto che vale un soldo di caos e vi mando dei saluti, oggi, canzonissimamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come anticipatovicivi, eccovi della Fra-ae.f., il DISSENSO! 🙂

Cara Sara,
su “Youth” non concordo del tutto con te.
Io mi sono commossa, e non credo sia stato solo per l’ormone pazzo. Trovo sia un film esteticamente meraviglioso che affronta anche un tema difficile: cosa lasciamo agli altri quando abbiamo passato gli “-anta”, come viviamo nei ricordi dei nostri familiari, come siamo percepiti agli occhi di quei figli che tanto abbiamo amato e per i quali abbiamo fatto di tutto, al solo scopo di essere ricordati… Per me Sorrentino non ci parlava della “manchevolezza di Fred come padre” ma piuttosto di come siamo bravi, con le parole, a “uccidere” l’io degli altri, a negare che loro abbiano amato, a svilire il loro valore. E di come spesso questo abbia delle conseguenze che un briciolo di lungimiranza avrebbe potuto evitare.
Nel caso di Mick, la ramanzina della sua Musa di sempre che nega la sua capacità come regista e lo priva di qualsiasi sentimento di gratitudine dà il via alla girandola di allucinazioni che sfocerà nella sua scelta estrema. Mentre forse nel caso di Fred la sfuriata della figlia sull’orlo di una crisi di nervi, che nega che lui abbia mai amato la madre cantante, è forse uno dei perni sui quali ruota il cambiamento di Fred, che decide di andare a trovare nuovamente la moglie “assente” e di accettare l’offerta di dirigere di fronte alla Regina le “Canzoni semplici” composte per lei e che aveva giurato di non lasciare che nessun altro cantasse al posto suo.
L’ho consigliato e lo consiglio a tutti, e chissenefrega di Cannes e compagnia bella dei critici!

LE REGOLE DEL CAOS: Anno 1682. Sabine De Barra (Kate Winslet), donna volitiva e talentuosa, lavora come paesaggista nei giardini e nelle campagne francesi. Finché un giorno riceve un invito inaspettato: Sabine è in lizza per l’assegnazione di un incarico alla corte di Luigi XIV (Alan Rickman). Se, al primo incontro, l’artista di corte André Le Notre (Matthias Schoenaerts) appare disturbato e indispettito dall’occhio attento di Sabine e dalla sua lungimirante natura, alla fine sceglie proprio lei per realizzare uno dei giardini principali del nuovo Palazzo di Versailles. Malgrado – e forse proprio grazie – al poco tempo a disposizione, il valore della ricerca artistica individuale di Sabine, del suo “piccolo caos” sarà presto riconosciuto anche da Le Notre e i rapporti personali e professionali tra André e Sabine regaleranno a entrambi comprensione, creatività e appagamento.

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LET’S MOVIE 247 – propone SARA’ IL MIO TIPO? e commenta YOUTH

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SARA’ IL MIO TIPO? E ALTRI DISCORSI SULL’AMORE
di Lucas Belvaux
Francia, 2015, ‘111
Martedi 2 / Tuesday 2
Ore 21:15 / 9:15 pm
Astra/Dal Mastro

 

 

Marx-on-Maradona Moviers,

Eh.
Era prevedibile.
No, non “Youth”, cioè sì, anche lui un po’. Ma intendevo il calo di estasi verso un film dopo la visione de “Il racconto dei racconti”. Non è che uno può andare sempre a mille. Ogni tanto vanno bene anche i 50 all’ora. Non è che si possa trovare sempre la grande bellezza. Ogni tanto si trova la giovinezza ─ i 50 all’ora di Sorrentino.
Se c’è una cosa che mi ha fatto piacere lunedì è stato il cinema pieno. Effetto post-Oscar, o post-Croisette, certo. A questo proposito, lasciatemi dire a quelle teste di Cannes, ehm di Coen, che un premio al trio italiano, obbiettivamente andava assegnato ─ho svestito la maglia da ultrà italiana, giuro. Visti i tre film, vista la varietà e la qualità, i verdetti mi sono rimasti criptici… Insomma, un certain regard ai nostri tre…
Certo, voi avete ragione a ricordarmi che nel 2014 la Palma d’Oro e’ finita a “Winter Sleep” ─ il cui titolo doveva essere “Pellegrinaggio sul monte Tavor” se il regista non avesse avuto problemi di diritti.
Avete sempre ragione voi alla fine, eh 🙂
Dal Mastro la Sala 3 era piena, dicevo, omettendo di aggiungere “di Moviers”, il dettaglio più gudurioso. Il WG Mat, il Magnocarlo, il Felix, lo Scaccomatto, e per l’occasione anche il Giussenzaccento e il Granpa. E come dimenticare lei, la Fra-ae.f., che a veder bene avrebbe dovuto comprare un biglietto e mezzo, considerati quei 5 mesi di pancino lì sul davanti ─vedesse di regolare i conti col Mastro 🙂 Tutti lì, puntuali e ritardatari, just on time o fairly in time, parecchio vaganti, sicuramente mine. E cosa vogliamo di più, contiamo pure un Let’s Movie in Sync, con l’Onassis Jr in contemporanea al Viktor Viktoria 😉
Ci sono questi due amici agés ─vecchi, diciamo vecchi dai ─ in un resort ultra chic fra le montagne svizzere. La versione 2015 dei sanatori in cui andava a curare la tisi o il mal di vivere l’aristocrazia dell’800. Naturalmente si odora odor di “Montagna incantata” ─quella di Mann Thomas intendo. Un luogo speciale, popolato da personaggi “speciali”. Perché Sorrentino punta sempre allo speciale, non e’ che ci trovi l’operaio della Whirpool, nei suoi film, ecco. Se volessi far della parodia ─devo trattenermi─ i due potrebbero sembrare la copia upgraded, cioè deluxe, cioè posh-spice, della coppia Mattau-Lemmon, o la più recente Freeman-Nickolson (“Non è mai troppo tardi”). Fred è un famoso direttore d’orchestra che ha dato l’addio alle scene e Mick è un regista alle prese con il film che dovrebbe rimanere come il suo “testamento spirituale” ─i due anziani amici sono legati anche dal punto di vista parentale dato che la figlia di Fred, Lena, è la nuora di Mick.
Altro ospite dell’albergo, Jimmy, un giovane regista che, dopo il gran film di Inarritu possiamo definire un birdman: un attore che vuole liberarsi dall’eroe di cui ha vestito i panni e che gli ha dato dozzinale popolarità, e sta per cimentarsi come regista “in un progetto più impegnato”. Tra gli altri guests, gonfio del proprio stesso io nonche’ di pizza e paeilla, la figura che mi ha colpito di più, il sosia di Diego Armando. Gia’, quel Diego Armando che Sorrentino ringrazio’ al ritiro dell’Oscar consacrandolo come una sorta di mito personale, e che diventa, in questo film, una sorta di montagna tra la caricatura e l’iper-realismo. Ecco è così che mi piace Sorrentino, quando ricostruisce sul demolito; quando, tatuando Marx sulla schiena portaerei di un Maradona alla frutta, riesce a combinare il sacro e il profano, trasformandoli in politico e calcistico, dislocandoli in maniera del tutto inaspettata. ll nemico del capitalismo scritto in groppa come un numero di una divisa di calcio, o santino extra-large e testimonial del “Yo estoy con el pueblo” da salvatore Guevara, un’identità che alla Mano de Dios piace molto indossare.
Tutto questo con un tatuaggio. Sorrentino, complimenti, per me questa è arte.
Altri ospiti includono un alpinista che è la quintessenza del troll trentino ─vedere per credere─ a cui la raffinatissima figlia del raffinatissimo direttore d’orchestra finirà per affidarsi ─l’immagine di loro due calati su uno strapiombo alto più o meno quanto la fossa delle Marianne è obbiettivamente molto impressionante.
E poi molti anonimi. Corpi anonimi. Inflacciditi dal tempo, smaltati di fanghi o cotti al vapore. Corpi anestetizzati dalla bambagia ed estetizzati dal regista.
Non è che succeda molto in questo albergo. Molti bagni in molte piscine di marmo ─giammai il Travertino, così “visto”, molto meglio il Bardiglio. Passeggiate fra i verdi elvetici e concerti di campanacci bovini perche’ quando la Scala non è più, orchestre di mucche giungano in nostro soccorso… Ma rieccola qui, la voglia di parodiare…
Allora meglio che mi levi il sassolino dalla scarpa una volta per tutte. Mi manca l’anima in questo film. Ha tutto quello che la mia dipendenza da ricerca estetica urbi et orbi agogna. Immagini curatissime, movimenti di camera estremamente eleganti e accattivanti ─prendete la giostra della scena iniziale, la cantante che gira e gira e gira in tondo, ma in realta’ no, non gira da nessuna parte, e’ il palco a roteare, ma l’idea e’ quella di una monotona vertigine, come se della vertigine avessero risucchiato via il vital terrore e ci avessero lasciata solo con la vil nausea…
Ma la pulizia ospedaliera delle scene, l’assoluta assenza di qualsiasi odore, rendono il prodotto un prodotto ─un bellissimo oggetto da vetrina. Come già citai in passato, Van Gogh diceva che, guardando “I mangiatori di patate” l’odore dei contadini doveva trasudare dalla tela e tu, spettatore, sentirlo. Se vai al Van Gogh Museum e’ proprio cosi’, tu spettatore senti il tanfo di chiuso e fumo e fame e letame e terra e patate, che sono una bella sintesi in formato edibile di tutto questo. Il film di Sorrentino non odora di nulla. Come quando spalanchi una finestra in pieno inverno, e l’aria fredda ammazza qualsiasi tepore/afrore/colore. “Eh ma e’ l’effetto di sublimazione operato dalla poesia sulle cose del mondo”, vi diranno certi con il manuale del bravo poeta sul comodino, ignorando che poesia NON è scacciare dal mondo le cose del mondo ─ ché, il quadro di Van Gogh non è poesia allora?
I corpi degli ospiti dell’albergo ─svigoriti, invecchiati, provati dalla vita ma evocanti confezioni da tanti zeri─ sono come svuotati di umanità e non mi è chiaro se questa sia un’operazione scientemente perseguita da Sorrentino ─”ora prendo un corpo e gli spengo la scintilla vitale”─ oppure un risultato macroscopicamente evidente per via dell’esubero che ne viene mostrato. Cioe’. Se Sorrentino non avesse esagerato ─come aveva fatto in “This Must Be the Place”─ e se avesse trovato un livello di soglia estetica sotto cui attenersi efficacemente (“Le conseguenze dell’amore”) l’effetto sarebbe stato diverso? Omettendo tanti orpelli, sarei riuscita a seguire il filo dell’idea alla base del film?
E qui arriviamo al domandone dei domandoni, c’è poi un filo preciso alla base del film?
L’impressione che mi sono fatta ─che un po’ tutti ci siamo fatti─ è che il titolo sia una provocazione, un paradosso ─ e poi “senilità” l’aveva già rubato qualcuno d’italo-svevo a fine ‘800 quindi, ciccia. La giovinezza è presente nella sua assenza: la mancanza è la sostanza del film. La mancanza dell’amore, della spensieratezza, la mancanza di quello che eravamo e che non è più, e più banalmente la mancanza di tonicità dei fisici, resa ancora più platealmente evidente dal raffronto con il Dio della pellicola: una Miss Universo che nessuno spettatore e nessuna spettatrice potranno mai scordare ─ una Miss che usa il verbo “depotenziare” e sfata il mito della bellona senza cervello (grazie, Sorrentino, per aver fatto diventare dio una donna e pure dotata di favella…).
Il titolo del film, spogliato di provocazioni, avrebbe potuto essere “passato”, o semplicemente “tempo”, giacche’ “Youth” e’ una riflessione sulla relativita’ piu’ che sullo scorrere del tempo. Se proprio proprio ci piacciono i contrasti, potremmo proporre un “futuro”. E’ proprio questa la risposta di Maradona alla compagna che gli chiede, “a cosa stai pensando?”. Lui, “Al futuro”, quando invece sta pensando a se stesso da giovanissimo, davanti alla sua squadra, 30 anni prima, “quando ancora tutto era possibile”, as they say. No, caro Dieghito, i tuoi occhi sono rivolti al passato…
E’ questo che vuole dirmi Sorrentino? Arrivati a una certa età guardiamo indietro più che avanti, e invece dobbiamo guardare avanti, anche a 80 anni suonati, come Fred alla fine? Fred alla fine decide di andare a trovare la moglie affetta da ictus che noi crediamo morta per buona parte del film. Decide di dirigere quel benedetto concerto per Queen Elizabeth the Second per cui lo imploravano sin dall’inizio. Fred si muove verso il futuro, al contrario di Mick, che si tuffa nel buco nero che annulla ogni movimento ─lo stesso tuffo scelto, in maniera più sbalorditiva, dalla zia di una Ida figlia di un Palinowski padre… E’ questo che mi vorrà dire Sorrentino? Tentare il futuro, nonostante noi, le nostre deficienze, e la nostra manchevolezza? Manchevolezza in qualità di padre amorevole e padre devoto, nel caso di Fred, come gli spiattella la figlia con una ramanzina dai toni eccessivamente melò, durante una seduta di fanghi? Sì forse mi sta dicendo “il futuro è l’unica strada che ci rimane”. E va bene allora, e si allineerebbe anche con il finale de “La grande bellezza”, con quei ─discutibili─ aironi che volavano incontro all’orizzonte. Parlare per 110 minuti o giù di passato, con toni abbastanza malinconici, e poi virare così sul finale può essere una strategia. Non so fino a che punto riuscita per me.
Se da un lato ci sono zone che mi rimangono nell’ombra, dall’altra ho notato un eccesso di leggibilità ─certo non ti va mai bene niente, eh Board. Di prevedibilità semantica e ridondanza iconografica, se vogliamo… La scena in cui Mick omaggia/saccheggia Shakespeare “siamo tutte comparse”, per esempio; oppure il sogno in cui si trova davanti a tutti i personaggi femminili che ha creato e/o che hanno popolato il suo immaginario ─una schiera di ruoli in cui ritroviamo Marilyn Monroe, Julia Roberts, Greta Garbo, etc. Sono riflessioni certo semprevere e verdi, ma scontate, se me le racconti citando così pedissequamente “8 e mezzo”… Lo stesso dicasi per il versante letterario. Jimmy a un certo punto dice a Fred: “Novalis scrisse: ‘Io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre.'”. Credo non ci sia niente di più vero al mondo, ma vorrei che un regista me lo facesse vedere nel personaggio, questo. Questo mi aspetto da un regista…
E poi naturalmente ci sono i tormentoni di Sorrentino, quei temi che ritornano. Un esempio su tutti. Il fascino per l’innocenza. Così come Jep Gambardella rivedeva nel suo primo amore adolescenziale l’istante puro e forse più autentico della sua vita, e ritornava fisicamente su quei luoghi di giovinezza, allo stesso modo Mick ricerca quel candore pre-corruzione passeggiando con una ragazzotta, sgraziata e goffa, nel parco dell’albergo. Non c’è niente di male nei temi ricorrenti ─qualcuno una volta disse che lo scrittore scrive sempre la stessa opera. Certo la modalità dovrebbe mostrare dei cambiamenti, altrimenti finisce che il lettore legge sempre la stessa opera… In questo caso mi pare che Sorrentino non abbia innovato molto. Aggiungete vent’anni a Jep e avremmo Mick ─me lo vedo proprio bene Jep, a vagare il lungotorrente fra i boschi…
Ma ci sono anche momenti di grande cinema, quelli in cui guardi Sorrentino e gli strizzi l’occhio ─vecchia volpe che sei… Oltre al citato Diego Armando con Marx sulla schiena, una combinazione che parla di questo nostro secolo più di mille statue di Cattelan, ecco che compare un personaggio che par uscito da una mostra ─di Cattelan, appunto. In mezzo a un ristorante total white, durante un pranzo ultra light (di colore e calorie), ecco giungere, nero e spaventoso, Adolf Hitler. Che shock, Moviers! Sia perché tutto ti aspetteresti ma il padre del nero nel cuore del bianco, proprio no. Scopriamo presto che si tratta di Jimmy, travestitosi così per raggiungere la conclusione che tra desiderio e orrore lui sceglie il desiderio. Ecco, quando Sorrentino viene fuori così, allora spreme bene. Perché quei momenti non sono esercizi di stile, picchi d’incontrollato virtuosismo, ma sintetizzano un’idea. E vi si piantano dentro e non le schiodi più.
Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Un Hitler nero in una sala da pranzo bianca. Non c’è altro da dire.
Quanto ai dialoghi, idem con patate, come si diceva un tempo. Alcuni sono alti: Fred che confessa a Mick, mentre fa un budget finale della sua vita “Sforzi immani per risultati modesti”…quanto pesa marmoreo questo universale. Poi però in altri momenti le battute risultano un po’ rigide, inceralaccate (??). E anche il duello verbale tra Mick e Jane Fonda, che dovrebbe avere un sapore epico di “sfida finale”, non funziona tanto. Il Personaggio della Fonda è una Marilyn Melò non troppo convincente.
Quindi in conclusione applaudo Sorrentino per l’impegno e lo sforzo, e per la bellezza che ricerca spasmodicamente, ma gli direi una cosa che temo lo farebbe uscire dai gangheri se la sentisse. “Puoi fare di meglio”…E gliela direi senza velature critiche o sarcastiche.
Ora sarà un casino Fellows, io ve lo anticipo. Intendo, ritornare alla cine-routine dopo questi 3 grandi film ─”grandi” sono grandi, piacciano o meno. Ci proviamo con questa commedia… non so bene dove, ma ne ho sentito parlare in termini entusiastici…

SARA’ IL MIO TIPO?
di Lucas Belvaux

Ma chi sara’ mai questo Belvaux? Andiamo a scoprirlo?
Si’, dai 🙂

Forse vi mancheranno queste kilometrate di critica, ma mi riprometto –per l’ennesima volta─ di accorciarmi. Abbiate pazienza, sono una povera peccatrice, ehm, scrittrice 🙂
E ora per una volta vi abbuono il Maelstrom (ma non fateci l’abitudine :-)), vi ri-filo il riassunto, e vi saluto, porgendovi dei saluti capitalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

SARA’ IL MIO TIPO? E ALTRI DISCORSI SULL’AMORE: Clément, giovane professore di filosofia parigino viene trasferito ad Arras per un anno. Lontano da Parigi e dalle sue luci, Clément non sa come occupare il suo tempo libero. Incontra Jennifer, una parrucchiera, che diventa presto la sua amante. Se la vita di Clément è scandita da Kant e Proust, Jennifer è interessata alla lettura di romanzi popolari, alle riviste e alle serate karaoke con le amiche. Cuori e corpi sono liberi di vivere l’amore più bello, ma questo sarà sufficiente ad abbattere le barriere sociali e culturali?

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