Posts made in giugno 7th, 2015

LET’S MOVIE 248 – propone LE REGOLE DEL CAOS e commenta SARA’ IL MIO TIPO?

LET’S MOVIE 248 – propone LE REGOLE DEL CAOS e commenta SARA’ IL MIO TIPO?

LE REGOLE DEL CAOS
di Alan Rickman
UK, 2015, ‘112
Lunedì/Monday 8
Ore 21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria

Morandi Moviers,

A volte mi faccio i film prima di viverli. Il mio film per martedì mi vedeva nei panni di me stessa mentre maledico me stessa, e i miei panni, per aver fissato Lez Muvi il 2, Festa della Repubblica, immaginando pinne, fucile ed occhiali sbucare dai finestrini delle macchinine dei Moviers, mentre rientrano dal ponte, cotti e felici e un filo frustrati dal traffico del mini contro-esodo ―Dio parlo come Studio Aperto, puniscimi.
E allora non faccio Carl Lewis, mi prendo il mio tempo e arrivo con l’andatura I-am-taking-it-easy-man, tanto ci sarà il buio ad aspettarmi, forse quattro o cinque spettatori che sono rimasti a Trento per il Festival dell’Economia, si sono stufati di mobilità sociale e hanno optato per un cinemino. Come sempre sbaglio. L’Onassis Jr è lì fuori a gestire il flusso di Moviers che stanno per riversarsi nei pressi dell’Astra. E infatti di lì a poco si riversano: l’Andy Candy {The} e il Felix, il primo con appresso l’euforia post-festival, postiglitz ―”come far entrare un Nobel nel lessico corrente”― il secondo, con appresso Francesca, passata da Guest a nuova Movier in un batter d’occhio. A lei invidio ferocemente la cine-identità, BB: non è che tutti possono chiamarsi BB senza essere Brigitte Bardot(Bardot) con tanto successo. 🙂 Ma c’è pure la Movier More, e lei, recruiter ormai di professione, si porta appresso Katja, anche lei passata subito da Guest a nuova Movier, e diventata la Fellow Chimney: la casa lezmuviana mancava di camino che, ricordiamolo, è il trait-d’union tra il mattone e il cielo. 🙂

Può una parrucchiera bionda della provincia francese che si chiama Jennifer ― Jennifer è come dire DeboraH e SamantHa― conquistare un professore di filosofia che che fa le dejeuner non sur l’herbe come Manet, ma a Les Deux Magots in Saint Germain des Près? Les Deux Magots in Saint Germain des Près, per chi ha bazzicato un po’ Parigi e la sua filosofia, era il bar dove si ritrovavano gli Esistenzialisti a disquisire sull’esistenzialismo, Jean-Paul Sartre e Simone De Beauvoir a baruffare sul loro amore libero. Ci bastano quindici secondi, il modo in cui il cameriere saluta Clement, il professore di filosofia, trattandolo come un habitué del posto, per capire l’abisso che lo separa da Jennifer, la parrucchiera ammiratrice della sua omonima Aniston. Anche per lei ci bastano quindici secondi della sua colazione in un appartamento di provincia, nella cittadina di Arras ― tipo una Trentoville, ma nel dipartimento del Passo di Calais. Latte e biscotti per il figlio, una risatona sotto i baffi di cioccolata per cominciare la giornata. Lui nel quartier generale dell’intellighentia del secondo ‘900, un saggio appena scritto con lucido distacco intitolato “Dell’Amore e dell’eros” e che fa il verso, forse, a Roland Barthes con i suoi (splendidi!) “Frammenti di un discorso amoroso”, e lei in una cucina di un condominio di provincia, le bollette nel cestino all’ingresso e i disegni del figlio sul frigorifero.
Il regista mette da subito le cose in chiaro. Questo è un cinema di opposti, basato sul contrasto: ecco, ve lo faccio vedere sin dalle prime scene ―e poi non mi si dica che sono ermetico.
“Sarà il mio tipo?” non è la solita commedia sentimentale starring una Marilyn Monroe made-in-Arras in procinto di trovare la felicità sposando un Arthur Miller made-in-Paris. Anche se le premesse ―bionda + intellettuale― sarebbero un po’ quelle. Il film è una commedia triste, e se il genere non esiste, ce lo inventiamo noi: sia perché prova quanto uomo e donna possano non trovarsi nell’istante in cui dovrebbero avere il coraggio e la sconsideratezza necessarie per trovarsi, e sia perché mostra come le dinamiche tra un certo tipo di uomo e un certo tipo di donna siano riconoscibili universalmente e portino, nel 99,9% dei casi, allo stesso andamento che seguiamo nel rapporto tra i due personaggi.
Immaginate Clement come il 110 e lode del maschio: intelligente, pareti ricoperte di libri in una casa senza televisore, carriera tra un simposio all’altro, fascino da vendere, e una dose da cavallo di cinismo nei confronti dell’amore che lo fa tenere alla larga da relazioni lunghe e soprattutto finalizzate a matrimonio e famiglia. Immaginate Jennifer come la primavera. Sbarazzina, biondina, sorriso facile e ad alto rischio contagio. Una mamma che gioca alla Play col figlio e che lo usa come pubblico per provare i pezzi per il Karaoke del sabato sera. La sua attrice preferita, l’abbiamo detto, è Jennifer Aniston, legge romanzi che Clement definirebbe -ucoli o -etti se avesse il coraggio di dirlo a voce alta. Ma la differenza che separa i due, non sta tanto nelle letture diverse, e nelle frequentazioni diverse ―una discoteca in un centro commerciale per lei, vernissages in club hipster-chic per lui. La differenza tra i due sta nella libertà. E non è un caso che Clement le spieghi proprio Kant, all’inizio… Jennifer si dimostra libera dal pregiudizio e pronta a cambiare. E non soltanto per il fatto che cominci a leggere Kant (appunto), Dostojevsky, Flaubert, Zola, tutti i romanzi che Clement Pigmalione le somministra, ma perché lei riconosce il sentimento fra loro. Quando glielo dice, gli dice “Senti Clement, c’è questo e questo fra noi, lo vedi? Io sono pronta”, lui, nonostante riconosca la verità dietro questa semplice enunciazione, ancora una volta ripropone il se stesso di sempre, oppone resistenza al sentimento/cambiamento per via dei propri pregiudizi, e cade vittima di quello che pensa di dover essere ancora prima di quello che è davvero.
E qui, ahi ahi ahi, il docteur Clement dimostra di non aver letto approfonditamente gli Esistenzialisti, dacché per loro, l’esistenza precede l’essenza: cioè l’uomo prima esiste, poi costruisce da sé la propria essenza…Il pre-giudizio è proprio l’opposto di questo principio, e Clement, ahi ahi ahi, ne è succube. In altri termini, rimanendo legato all’idea che ha di sé, Clement nega l’esistenza (=il suo amore con Jennifer) ed è schiavo della sua essenza (=allergico alle relazioni, moglie&figli Dio ce ne scampi), e da quella non si schioda. Il climax è la scena in cui dovrebbe presentare Jennifer a una coppia di conoscenti e al posto di un “Vi presento Jennifer, la mia ragazza” rimane drammaticamente zitto. E nonostante Jennifer provi a fargli capire quanto stia sbagliando e buttando via tutto ―bellissimo quando gli urla addosso, “Voglio che tu sia geloso, ca**o! Fammi vedere che t’importa, che lotti, che non ti sia indifferente se ci sono o non ci sono” ―Clement è totalmente incapace di uscire dal suo silenzio, dall’identità che si è fabbricato. Poi alla fine capisce. Ma, come in ogni dramma e realtà che si rispetti, è troppo tardi: è sempre troppo tardi, Fellows, non lasciatevi trarre in inganno dai detti popolari, inutili in amore, è sempre troppo tardi ― uno strappo, pur rammendato, rimane uno strappo. Il finale traduce magistralmente il treno perso di Clement. Lui che gira a vuoto, in una piazza a lui estranea ―che LUI ha sempre voluto mantenere estranea― chiamando invano un cellulare che non risponderà più. E la cinepresa fissa sull’appartamento di Jennifer, sgombro. Il frigorifero senza disegni, le bollette pagate. Noi Moviers tutti scioccati/entusiasti per questo geniale colpo di coda del film ―il finale che non ti aspetti ma che risulta il più giusto dei giusti.
Se Clement rimane zitto e impantanato nell’idea che ha di se stesso, Jennifer canta, e si muove, nel senso locatario del termine. 🙂 Dà un’ultima magistrale interpretazione di “I will survive” ―un monumento sia eretto a Gloria Gaynor the Goddess, e un bel “bravò” al regista per aver fatto un uso narrativo della musica, che racconta in note la decisione di Jennifer. E dopo aver cantato che sopravviverà perché ha tutta la vita da vivere e tutto l’amore da dare, Jennifer si trasferisce. Armi e bagagli, pargolo e paiellettes, tutto. Avrei la tentazione di aggiungere “le donne fanno così”, ma mi freno, non è sempre vero, e non mi va di farne una questione di genere. Ma vero è che questo film accende una luce nuova con cui leggere la presunta ―e stereotipata― voglia di “sistemarsi” delle donne seguita dalla solita fuga-da-Alcatraz del maschio. Non è che le donne vogliano a tutti i costi costruire prigioni intorno agli uomini, e regolarizzare una situazione per smania di family-building. Ma perché semplicemente sentono totale e pervasivo un sentimento e vogliono coglierlo e viverlo e celebrarlo al massimo in QUEL momento. Time in love is EVERYTHING. A Jennifer non può fregar di meno che lui la sposi ―lei è appagata in quello che fa, è autonoma, she minds and runs her own business, come si dice a nord di Brunico. A lei interessa che lui sia coerente con il sentimento che prova. Quando lei sente la sua viltà, il suo distacco, le si rompe qualcosa dentro.
E uno strappo è uno strappo, pur rammendato…
Quindi il maschio che temporeggia ―condendo il tutto con scusette di meschina fattura― finisce per perdere il treno, e infatti Clement rimane a piedi.
Col Fellow Andycandyano parlavamo della struttura interessante del film e di come il prologo contenga, di fatto, l’epilogo, il germe della fine. Il film si apre sulla chiusura di una storia di Clement: un primo piano ai limiti del tragico di una sua ex-compagna, in lacrime. Lui, impassibile. Il film finisce sulla casa vuota di Jennifer. La coazione a ripetere che affligge Clement è sviluppata chiaramente: all’inzio chiude una storia perché la donna “chiedeva di più”, alla fine chiude una storia perché la donna “chiede di più” ―con la differenza che stavolta la donna “will survive” e lui, forse, si mangerà le mani per essersi lasciato scappare una così, o forse perseverà ancora e ancora, chissà…. Due parole di plauso proprio a lei, Émilie Dequenne, l’attrice che interpreta Jennifer. Perfettamente calata nella parte, quel giusto misto di ingenuità, innocenza, leggerezza, verve, testa sulle spalle da madre, occhi da sognatrice quando è sul palco o davanti a quello che potrebbe essere il suo amore, consapevole malinconia quando comprende come stanno le cose. Anche l’attore che interpreta Clement, Loïc Corbery, non è male ―ed è un discreto belvedere― ma è lei, frizzante e dolce come una gommosa alla Coca Cola, e mai ridicola/patetica, è lei che ci conquista.
Non lasciatevi trarre in inganno dalla locandina colorata, che può erroneamente farvi pensare a una commediola “senza pretese”. Pas du tout. Le pretese le ha, le ha eccome, e ben vengano giacché portano esattamente dove il regista vuole portarci: a riflettere su cosa sono i luoghi comuni, i preconcetti, e le conseguenze non già dell’amore ma della spocchia. Clement è un anaffettivo spocchioso che non ha mai veramente lasciato Parigi per provare la provincia ― e Parigi, lo capite davvoi, non è semplicemente la capitale, così come la provincia non è semplicemente il Pas de Calais: anche della geografia, il regista ha fatto qui un uso narativo.
I Moviers erano tutti contenti alla fine del film, tanto che mi sono meritata un “Vedi che una volta su un milione ne imbrocchi uno!”… 🙂 🙂 E davanti a me, in quell’istante di risatone collettive, s’è materializzato il Gianni nazionale con “Uno su mille ce la faaaaa”… Dai che uno su mille ce la faccio, dai che uno su mille ce la faccio, mi sono cantata 🙂 🙂
Avverto i nuovi Moviers che non mi conoscono: oltre ad essere un buffone di professione, il Board è un masochista di natura, quindi non è che il sarcasmo dei malandrini Moviers scalfisca la corazza(tapotemkin)…. 😉

Ci stiamo avviando verso l’estate, e l’estate ha un unico neo sulla sua pelle da immacolata invenzione: il cine sparisce dalle sale e si rifugia chissà dove ―il cine è vampiro, dopotutto, teme la luce, bramastoker le tenebre. Quindi dobbiamo accontentarci di quello che troviamo. E stavolta non ci va malaccio: un film in costume è pur sempre un’occasione per criticare i costumi.

LE REGOLE DEL CAOS
di Alan Rickman

Poi dite quello che volete ma per me il titolo è tutto frutto di un refuso colossale: in origine avrebbe dovuto essere “Le regole del caso” ma galeotto fu il fast spelling… Tuttavia questa è una mia teoria, non è che adesso dovete mettervi lì con carta e penna a dimostrarla, tranquilli Fibonacci! 🙂
E se siete incerti, tenete a mente che Kate Winslet vale sempre il prezzo del biglietto.

Ed ora vi costringo a leggervi tutto il Maelstrom tutto perché oggi il Maelstrom è culla del dissenso! Finalmente del DISSENSO! Ah scenda il DISSENSO su Lez Muvi e su di me. TACETEMI, vi prego! 🙂
Tutto merito della Fellow Fra-ae.f. che ringrazio dal profondo del mio sud.
E poi vi butto lì un riassunto che vale un soldo di caos e vi mando dei saluti, oggi, canzonissimamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come anticipatovicivi, eccovi della Fra-ae.f., il DISSENSO! 🙂

Cara Sara,
su “Youth” non concordo del tutto con te.
Io mi sono commossa, e non credo sia stato solo per l’ormone pazzo. Trovo sia un film esteticamente meraviglioso che affronta anche un tema difficile: cosa lasciamo agli altri quando abbiamo passato gli “-anta”, come viviamo nei ricordi dei nostri familiari, come siamo percepiti agli occhi di quei figli che tanto abbiamo amato e per i quali abbiamo fatto di tutto, al solo scopo di essere ricordati… Per me Sorrentino non ci parlava della “manchevolezza di Fred come padre” ma piuttosto di come siamo bravi, con le parole, a “uccidere” l’io degli altri, a negare che loro abbiano amato, a svilire il loro valore. E di come spesso questo abbia delle conseguenze che un briciolo di lungimiranza avrebbe potuto evitare.
Nel caso di Mick, la ramanzina della sua Musa di sempre che nega la sua capacità come regista e lo priva di qualsiasi sentimento di gratitudine dà il via alla girandola di allucinazioni che sfocerà nella sua scelta estrema. Mentre forse nel caso di Fred la sfuriata della figlia sull’orlo di una crisi di nervi, che nega che lui abbia mai amato la madre cantante, è forse uno dei perni sui quali ruota il cambiamento di Fred, che decide di andare a trovare nuovamente la moglie “assente” e di accettare l’offerta di dirigere di fronte alla Regina le “Canzoni semplici” composte per lei e che aveva giurato di non lasciare che nessun altro cantasse al posto suo.
L’ho consigliato e lo consiglio a tutti, e chissenefrega di Cannes e compagnia bella dei critici!

LE REGOLE DEL CAOS: Anno 1682. Sabine De Barra (Kate Winslet), donna volitiva e talentuosa, lavora come paesaggista nei giardini e nelle campagne francesi. Finché un giorno riceve un invito inaspettato: Sabine è in lizza per l’assegnazione di un incarico alla corte di Luigi XIV (Alan Rickman). Se, al primo incontro, l’artista di corte André Le Notre (Matthias Schoenaerts) appare disturbato e indispettito dall’occhio attento di Sabine e dalla sua lungimirante natura, alla fine sceglie proprio lei per realizzare uno dei giardini principali del nuovo Palazzo di Versailles. Malgrado – e forse proprio grazie – al poco tempo a disposizione, il valore della ricerca artistica individuale di Sabine, del suo “piccolo caos” sarà presto riconosciuto anche da Le Notre e i rapporti personali e professionali tra André e Sabine regaleranno a entrambi comprensione, creatività e appagamento.

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