LET’S MOVIE 247 – propone SARA’ IL MIO TIPO? e commenta YOUTH

LET’S MOVIE 247 – propone SARA’ IL MIO TIPO? e commenta YOUTH

SARA’ IL MIO TIPO? E ALTRI DISCORSI SULL’AMORE
di Lucas Belvaux
Francia, 2015, ‘111
Martedi 2 / Tuesday 2
Ore 21:15 / 9:15 pm
Astra/Dal Mastro

 

 

Marx-on-Maradona Moviers,

Eh.
Era prevedibile.
No, non “Youth”, cioè sì, anche lui un po’. Ma intendevo il calo di estasi verso un film dopo la visione de “Il racconto dei racconti”. Non è che uno può andare sempre a mille. Ogni tanto vanno bene anche i 50 all’ora. Non è che si possa trovare sempre la grande bellezza. Ogni tanto si trova la giovinezza ─ i 50 all’ora di Sorrentino.
Se c’è una cosa che mi ha fatto piacere lunedì è stato il cinema pieno. Effetto post-Oscar, o post-Croisette, certo. A questo proposito, lasciatemi dire a quelle teste di Cannes, ehm di Coen, che un premio al trio italiano, obbiettivamente andava assegnato ─ho svestito la maglia da ultrà italiana, giuro. Visti i tre film, vista la varietà e la qualità, i verdetti mi sono rimasti criptici… Insomma, un certain regard ai nostri tre…
Certo, voi avete ragione a ricordarmi che nel 2014 la Palma d’Oro e’ finita a “Winter Sleep” ─ il cui titolo doveva essere “Pellegrinaggio sul monte Tavor” se il regista non avesse avuto problemi di diritti.
Avete sempre ragione voi alla fine, eh 🙂
Dal Mastro la Sala 3 era piena, dicevo, omettendo di aggiungere “di Moviers”, il dettaglio più gudurioso. Il WG Mat, il Magnocarlo, il Felix, lo Scaccomatto, e per l’occasione anche il Giussenzaccento e il Granpa. E come dimenticare lei, la Fra-ae.f., che a veder bene avrebbe dovuto comprare un biglietto e mezzo, considerati quei 5 mesi di pancino lì sul davanti ─vedesse di regolare i conti col Mastro 🙂 Tutti lì, puntuali e ritardatari, just on time o fairly in time, parecchio vaganti, sicuramente mine. E cosa vogliamo di più, contiamo pure un Let’s Movie in Sync, con l’Onassis Jr in contemporanea al Viktor Viktoria 😉
Ci sono questi due amici agés ─vecchi, diciamo vecchi dai ─ in un resort ultra chic fra le montagne svizzere. La versione 2015 dei sanatori in cui andava a curare la tisi o il mal di vivere l’aristocrazia dell’800. Naturalmente si odora odor di “Montagna incantata” ─quella di Mann Thomas intendo. Un luogo speciale, popolato da personaggi “speciali”. Perché Sorrentino punta sempre allo speciale, non e’ che ci trovi l’operaio della Whirpool, nei suoi film, ecco. Se volessi far della parodia ─devo trattenermi─ i due potrebbero sembrare la copia upgraded, cioè deluxe, cioè posh-spice, della coppia Mattau-Lemmon, o la più recente Freeman-Nickolson (“Non è mai troppo tardi”). Fred è un famoso direttore d’orchestra che ha dato l’addio alle scene e Mick è un regista alle prese con il film che dovrebbe rimanere come il suo “testamento spirituale” ─i due anziani amici sono legati anche dal punto di vista parentale dato che la figlia di Fred, Lena, è la nuora di Mick.
Altro ospite dell’albergo, Jimmy, un giovane regista che, dopo il gran film di Inarritu possiamo definire un birdman: un attore che vuole liberarsi dall’eroe di cui ha vestito i panni e che gli ha dato dozzinale popolarità, e sta per cimentarsi come regista “in un progetto più impegnato”. Tra gli altri guests, gonfio del proprio stesso io nonche’ di pizza e paeilla, la figura che mi ha colpito di più, il sosia di Diego Armando. Gia’, quel Diego Armando che Sorrentino ringrazio’ al ritiro dell’Oscar consacrandolo come una sorta di mito personale, e che diventa, in questo film, una sorta di montagna tra la caricatura e l’iper-realismo. Ecco è così che mi piace Sorrentino, quando ricostruisce sul demolito; quando, tatuando Marx sulla schiena portaerei di un Maradona alla frutta, riesce a combinare il sacro e il profano, trasformandoli in politico e calcistico, dislocandoli in maniera del tutto inaspettata. ll nemico del capitalismo scritto in groppa come un numero di una divisa di calcio, o santino extra-large e testimonial del “Yo estoy con el pueblo” da salvatore Guevara, un’identità che alla Mano de Dios piace molto indossare.
Tutto questo con un tatuaggio. Sorrentino, complimenti, per me questa è arte.
Altri ospiti includono un alpinista che è la quintessenza del troll trentino ─vedere per credere─ a cui la raffinatissima figlia del raffinatissimo direttore d’orchestra finirà per affidarsi ─l’immagine di loro due calati su uno strapiombo alto più o meno quanto la fossa delle Marianne è obbiettivamente molto impressionante.
E poi molti anonimi. Corpi anonimi. Inflacciditi dal tempo, smaltati di fanghi o cotti al vapore. Corpi anestetizzati dalla bambagia ed estetizzati dal regista.
Non è che succeda molto in questo albergo. Molti bagni in molte piscine di marmo ─giammai il Travertino, così “visto”, molto meglio il Bardiglio. Passeggiate fra i verdi elvetici e concerti di campanacci bovini perche’ quando la Scala non è più, orchestre di mucche giungano in nostro soccorso… Ma rieccola qui, la voglia di parodiare…
Allora meglio che mi levi il sassolino dalla scarpa una volta per tutte. Mi manca l’anima in questo film. Ha tutto quello che la mia dipendenza da ricerca estetica urbi et orbi agogna. Immagini curatissime, movimenti di camera estremamente eleganti e accattivanti ─prendete la giostra della scena iniziale, la cantante che gira e gira e gira in tondo, ma in realta’ no, non gira da nessuna parte, e’ il palco a roteare, ma l’idea e’ quella di una monotona vertigine, come se della vertigine avessero risucchiato via il vital terrore e ci avessero lasciata solo con la vil nausea…
Ma la pulizia ospedaliera delle scene, l’assoluta assenza di qualsiasi odore, rendono il prodotto un prodotto ─un bellissimo oggetto da vetrina. Come già citai in passato, Van Gogh diceva che, guardando “I mangiatori di patate” l’odore dei contadini doveva trasudare dalla tela e tu, spettatore, sentirlo. Se vai al Van Gogh Museum e’ proprio cosi’, tu spettatore senti il tanfo di chiuso e fumo e fame e letame e terra e patate, che sono una bella sintesi in formato edibile di tutto questo. Il film di Sorrentino non odora di nulla. Come quando spalanchi una finestra in pieno inverno, e l’aria fredda ammazza qualsiasi tepore/afrore/colore. “Eh ma e’ l’effetto di sublimazione operato dalla poesia sulle cose del mondo”, vi diranno certi con il manuale del bravo poeta sul comodino, ignorando che poesia NON è scacciare dal mondo le cose del mondo ─ ché, il quadro di Van Gogh non è poesia allora?
I corpi degli ospiti dell’albergo ─svigoriti, invecchiati, provati dalla vita ma evocanti confezioni da tanti zeri─ sono come svuotati di umanità e non mi è chiaro se questa sia un’operazione scientemente perseguita da Sorrentino ─”ora prendo un corpo e gli spengo la scintilla vitale”─ oppure un risultato macroscopicamente evidente per via dell’esubero che ne viene mostrato. Cioe’. Se Sorrentino non avesse esagerato ─come aveva fatto in “This Must Be the Place”─ e se avesse trovato un livello di soglia estetica sotto cui attenersi efficacemente (“Le conseguenze dell’amore”) l’effetto sarebbe stato diverso? Omettendo tanti orpelli, sarei riuscita a seguire il filo dell’idea alla base del film?
E qui arriviamo al domandone dei domandoni, c’è poi un filo preciso alla base del film?
L’impressione che mi sono fatta ─che un po’ tutti ci siamo fatti─ è che il titolo sia una provocazione, un paradosso ─ e poi “senilità” l’aveva già rubato qualcuno d’italo-svevo a fine ‘800 quindi, ciccia. La giovinezza è presente nella sua assenza: la mancanza è la sostanza del film. La mancanza dell’amore, della spensieratezza, la mancanza di quello che eravamo e che non è più, e più banalmente la mancanza di tonicità dei fisici, resa ancora più platealmente evidente dal raffronto con il Dio della pellicola: una Miss Universo che nessuno spettatore e nessuna spettatrice potranno mai scordare ─ una Miss che usa il verbo “depotenziare” e sfata il mito della bellona senza cervello (grazie, Sorrentino, per aver fatto diventare dio una donna e pure dotata di favella…).
Il titolo del film, spogliato di provocazioni, avrebbe potuto essere “passato”, o semplicemente “tempo”, giacche’ “Youth” e’ una riflessione sulla relativita’ piu’ che sullo scorrere del tempo. Se proprio proprio ci piacciono i contrasti, potremmo proporre un “futuro”. E’ proprio questa la risposta di Maradona alla compagna che gli chiede, “a cosa stai pensando?”. Lui, “Al futuro”, quando invece sta pensando a se stesso da giovanissimo, davanti alla sua squadra, 30 anni prima, “quando ancora tutto era possibile”, as they say. No, caro Dieghito, i tuoi occhi sono rivolti al passato…
E’ questo che vuole dirmi Sorrentino? Arrivati a una certa età guardiamo indietro più che avanti, e invece dobbiamo guardare avanti, anche a 80 anni suonati, come Fred alla fine? Fred alla fine decide di andare a trovare la moglie affetta da ictus che noi crediamo morta per buona parte del film. Decide di dirigere quel benedetto concerto per Queen Elizabeth the Second per cui lo imploravano sin dall’inizio. Fred si muove verso il futuro, al contrario di Mick, che si tuffa nel buco nero che annulla ogni movimento ─lo stesso tuffo scelto, in maniera più sbalorditiva, dalla zia di una Ida figlia di un Palinowski padre… E’ questo che mi vorrà dire Sorrentino? Tentare il futuro, nonostante noi, le nostre deficienze, e la nostra manchevolezza? Manchevolezza in qualità di padre amorevole e padre devoto, nel caso di Fred, come gli spiattella la figlia con una ramanzina dai toni eccessivamente melò, durante una seduta di fanghi? Sì forse mi sta dicendo “il futuro è l’unica strada che ci rimane”. E va bene allora, e si allineerebbe anche con il finale de “La grande bellezza”, con quei ─discutibili─ aironi che volavano incontro all’orizzonte. Parlare per 110 minuti o giù di passato, con toni abbastanza malinconici, e poi virare così sul finale può essere una strategia. Non so fino a che punto riuscita per me.
Se da un lato ci sono zone che mi rimangono nell’ombra, dall’altra ho notato un eccesso di leggibilità ─certo non ti va mai bene niente, eh Board. Di prevedibilità semantica e ridondanza iconografica, se vogliamo… La scena in cui Mick omaggia/saccheggia Shakespeare “siamo tutte comparse”, per esempio; oppure il sogno in cui si trova davanti a tutti i personaggi femminili che ha creato e/o che hanno popolato il suo immaginario ─una schiera di ruoli in cui ritroviamo Marilyn Monroe, Julia Roberts, Greta Garbo, etc. Sono riflessioni certo semprevere e verdi, ma scontate, se me le racconti citando così pedissequamente “8 e mezzo”… Lo stesso dicasi per il versante letterario. Jimmy a un certo punto dice a Fred: “Novalis scrisse: ‘Io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre.'”. Credo non ci sia niente di più vero al mondo, ma vorrei che un regista me lo facesse vedere nel personaggio, questo. Questo mi aspetto da un regista…
E poi naturalmente ci sono i tormentoni di Sorrentino, quei temi che ritornano. Un esempio su tutti. Il fascino per l’innocenza. Così come Jep Gambardella rivedeva nel suo primo amore adolescenziale l’istante puro e forse più autentico della sua vita, e ritornava fisicamente su quei luoghi di giovinezza, allo stesso modo Mick ricerca quel candore pre-corruzione passeggiando con una ragazzotta, sgraziata e goffa, nel parco dell’albergo. Non c’è niente di male nei temi ricorrenti ─qualcuno una volta disse che lo scrittore scrive sempre la stessa opera. Certo la modalità dovrebbe mostrare dei cambiamenti, altrimenti finisce che il lettore legge sempre la stessa opera… In questo caso mi pare che Sorrentino non abbia innovato molto. Aggiungete vent’anni a Jep e avremmo Mick ─me lo vedo proprio bene Jep, a vagare il lungotorrente fra i boschi…
Ma ci sono anche momenti di grande cinema, quelli in cui guardi Sorrentino e gli strizzi l’occhio ─vecchia volpe che sei… Oltre al citato Diego Armando con Marx sulla schiena, una combinazione che parla di questo nostro secolo più di mille statue di Cattelan, ecco che compare un personaggio che par uscito da una mostra ─di Cattelan, appunto. In mezzo a un ristorante total white, durante un pranzo ultra light (di colore e calorie), ecco giungere, nero e spaventoso, Adolf Hitler. Che shock, Moviers! Sia perché tutto ti aspetteresti ma il padre del nero nel cuore del bianco, proprio no. Scopriamo presto che si tratta di Jimmy, travestitosi così per raggiungere la conclusione che tra desiderio e orrore lui sceglie il desiderio. Ecco, quando Sorrentino viene fuori così, allora spreme bene. Perché quei momenti non sono esercizi di stile, picchi d’incontrollato virtuosismo, ma sintetizzano un’idea. E vi si piantano dentro e non le schiodi più.
Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Un Hitler nero in una sala da pranzo bianca. Non c’è altro da dire.
Quanto ai dialoghi, idem con patate, come si diceva un tempo. Alcuni sono alti: Fred che confessa a Mick, mentre fa un budget finale della sua vita “Sforzi immani per risultati modesti”…quanto pesa marmoreo questo universale. Poi però in altri momenti le battute risultano un po’ rigide, inceralaccate (??). E anche il duello verbale tra Mick e Jane Fonda, che dovrebbe avere un sapore epico di “sfida finale”, non funziona tanto. Il Personaggio della Fonda è una Marilyn Melò non troppo convincente.
Quindi in conclusione applaudo Sorrentino per l’impegno e lo sforzo, e per la bellezza che ricerca spasmodicamente, ma gli direi una cosa che temo lo farebbe uscire dai gangheri se la sentisse. “Puoi fare di meglio”…E gliela direi senza velature critiche o sarcastiche.
Ora sarà un casino Fellows, io ve lo anticipo. Intendo, ritornare alla cine-routine dopo questi 3 grandi film ─”grandi” sono grandi, piacciano o meno. Ci proviamo con questa commedia… non so bene dove, ma ne ho sentito parlare in termini entusiastici…

SARA’ IL MIO TIPO?
di Lucas Belvaux

Ma chi sara’ mai questo Belvaux? Andiamo a scoprirlo?
Si’, dai 🙂

Forse vi mancheranno queste kilometrate di critica, ma mi riprometto –per l’ennesima volta─ di accorciarmi. Abbiate pazienza, sono una povera peccatrice, ehm, scrittrice 🙂
E ora per una volta vi abbuono il Maelstrom (ma non fateci l’abitudine :-)), vi ri-filo il riassunto, e vi saluto, porgendovi dei saluti capitalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

SARA’ IL MIO TIPO? E ALTRI DISCORSI SULL’AMORE: Clément, giovane professore di filosofia parigino viene trasferito ad Arras per un anno. Lontano da Parigi e dalle sue luci, Clément non sa come occupare il suo tempo libero. Incontra Jennifer, una parrucchiera, che diventa presto la sua amante. Se la vita di Clément è scandita da Kant e Proust, Jennifer è interessata alla lettura di romanzi popolari, alle riviste e alle serate karaoke con le amiche. Cuori e corpi sono liberi di vivere l’amore più bello, ma questo sarà sufficiente ad abbattere le barriere sociali e culturali?

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