LET’S MOVIE 251 – propone SEI VIE PER SANTIAGO e commenta IXCANUL – VOLCANO

LET’S MOVIE 251 – propone SEI VIE PER SANTIAGO e commenta IXCANUL – VOLCANO

SEI VIE PER SANTIAGO
di Lydia B. Smith
Spagna-USA, 2015, ’84
Lunedì 29 / Monday 29
Ore 21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

 

SF: Mi dica Board, cosa l’angustia?
TB: I Moviers, dottore, i Moviers…
SF: I Moviers?
TB: Sì
SF: Cosa, nello specifico?
TB: Non mi partecipano
SF: Dentro di lei?
B: Mannnòòò, non mi partecipano a Lez Muvi! Il “mi” è enfatico-drammatico
SF: E come mai, non le partecipano?
TB: Credo presentino spiccate conflittualità incastrate fra Es e Super Es che impediscono loro l’accesso a Lez Muvi ―Lez Muvi come archetipo della casa d’infanzia, che loro rinnegano in quanto adulti…
SF: Ora non mescoliamo Es e Super Es con questi “archetipi” ― ‘ste junghiate, puah… Cos’era la proposta settimanale?
TB: Ixcanul
SF: A che ora lo proiettavano?
TB: Alle sette e un quarto
SF: Un film guatemalteco in orario aperitivo
TB: Eh
SF: I Moviers non presentano spiccate conflittualità fra Es e Super Es che impediscono loro l’accesso a Lez Muvi, Board. I Moviers si prendono semplicemente un aperitivo e rinviano la conoscenza del Guatemala a un domani non ancora stabilito.
TB: Dottore, coi Moviers mi trovo davanti a un dramma intrapsichico a livello comunitario. Cosa devo fare? Cosa devo fare?
SF: Non si preoccupi, proveremo con l’ipnosi.
TB: Su di me??
SF: Mannòòòòò! Su di loro….

Freud Fellows,

Nonostante Sigmund mi proponga, come vedete nel finale lassopra, una soluzione molto allettante e che sto valutando, devo fare i conti con le stelle che non hanno brillato nel cielo di lunedì sera. 🙁
E comunque, tra parentesi, chi lo dice che SF non stia per Sara Fruner e il dialogo lassopra non abbia messo in scena due delle mie personalità?? :-0
Scary…
🙂
Quanto al film, per carità, è vero. Un film guatemalteco a orario apertivo avrebbe fatto fuggire chiunque, figurarsi i Fellows, che sono maroon, e molti più di five ― e questa è per intenditori.
O forse voi siete più Cassandre di me e in qualche modo sapevate che perdere “Ixcanul – Volcano” non sarebbe stato come perdere “Il racconto dei racconti” o “Mommy”, per dire due imperdibili. Il film è un documentario come ne vedi a centinaia al Trento Film Festival sopra il quale è stato spalmato uno strato nemmeno troppo qualitativo di finzione vistarivistastravista e, ciliegina sulla torta, finale prevedibile.
Sbuffante, mi accingo a parlarvene.
Comunità rurale seclusa dal mondo industrializzato in cui il tempo “sembra essersi fermato” ―si dice così, no? Sgozzamento di maiale live ―strilli suini, un lungo coltello, e “mescola se no attacca sul fondo”, questa è la sintesi.
Lunghe camminate con impalcature di legna da ardere sopra la testa, la famiglia di coltivatori di caffé che dipende dal proprietario del campo di caffé ― una volta si chiamava “latifondista”, ma non so se si possa utilizzare anche per il caffé: siamo a rischio cappuccino― e il proprietario che vuole prendere in moglie la figlia dei due campesinos, Maria, ius prime noctis concordata e inclusa nel prezzo, naturalmente. Maria non vuole sapere di starsene nel bel mezzo del nulla guatemalteco, e anche se non ha mai sfogliato una brochure Alpitour o messo lo gli occhi sugli scenari mozzafiato proposti da Bing (www.bing.com), sente il desiderio di andare oltre il Vulcano. Cosa c’è “oltre il Vulcano”? Sua madre risponde: “acqua fredda” ― m’è sembrata la battuta più bella del film e ho fatto tutto quello che era in mio potere per riportarvela. Aldilà del vulcano ci sono gli Stati Uniti. L’Occidente. Quell’ignoto che attira e spaventa una ragazza di sedici anni, sia essa una discendente diretta dei Maya, o una residente di San Martino Buonalbergo. Più che la specificità del contesto estremo ed estremamente specifico che si vuole mostrare in questo film, io sono portata a cercare l’universale. E forse compio questo spostamento perché sono francamente nauseata da tutti questi docu-film neorealisti “bene” ovvero sempre lì a reiterare il solito pattern “minoranza etnica preda dell’orco sociale occidentale”: questo tipo di lavori non fanno altro che emarginare il marginale, esotizzare l’esotico, allontanarlo da noi. Continuare a vedere “loro” come diversi perché vivono in condizioni diverse dalle nostre, è, once again, applicare il nostro parametro, il nostro canone. Il pensiero che fai quando vedi questo tipo di operazioni è tutt’un tirendiconto: “Tirendiconto di come vivono questi? Mentre noi siamo qui a scegliere il tortora anticato per la tappezzeria del salotto e a maledire Windows 8, questi qui combinano ancora i matrimoni e vivono in 5 metri quadri e assegnano le figlie al valvassore (!) come nel Medioevo. Tirendiconto che corrono il rischio di morire per un raffreddore e che non hanno uno straccio di assistenza, né sanitaria né legale né linguistica, per non parlare poi di un’istruzione? E poi, tirendiconto che alla fine le donne sono sempre quelle che subiscono le conseguenze e i poveri rimangono sempre fregati? Cioè, matirendiconto”.
Okay, posto che siamo scioccati e che sì, cirendiamoconto, cerchiamo di andare oltre il livello 1. Il livello 1 è questo: generi alimentari, sopravvivenza, condizioni di vita. E qui trionfano i tirendiconto. Il livello 2 potrebbe essere: rapporti interpersonali e comportamenti del singolo. E lì già notiamo che la storia non si discosta poi molto da tante altre storie non ambientate lì: l’adolescente attaccata ai genitori e alla sua terra che tuttavia cerca l’occasione giusta per andarsene; cercandola si mette nei guai (figurativi e non), giacché seduce ma, unlucky of her, viene abbandonata; fa di tutto affinché gli eventi le precipitino addosso ―nello specifico, si getta nelle fauci di un boa costrictor convinta di bonificare la piantagione di caffé dai serpenti grazie all’energia della bimba che porta in grembo; arriva a un passo dal perdere tutto, e lo perde quasi tutto: le sottraggono la bimba e lei rimarrà con la sua vita, la sua terra non sua, il sogno non realizzato di andarsene. Ora, se voi non ci vedete “La casa nella prateria”, io ce la vedo stagliata come l’Overlook Hotel sopra le Montagne Rocciose.
Ecco, capite, il livello 2 riporta il film ad una dimensione già vista. Se passiamo al livello 3, che potrebbe incentrarsi sull’empatia che proviamo come spettatori nei confronti del personaggio, e più in generale, nei confronti di questa famiglia, e, allargandoci ancora, nei confronti di questa popolazione, io devo dire che non mi è scattata molto. Brucerò, eretica, su una pira d’insensibilità per espiare-et-colare il mio cuore di ghiaccio, ma purtoppo è così. Se vogliamo fare i chirurghi della trama, Maria, in fondo, è artefice delle proprie sventure: è una Margherita Gautier guatemalteca. Sa che tipo è Pepe, sa che è un poco di buono, che frega sulla quantità di caffé raccolto, che lascia debiti in giro, che beve e che di lei, alla fine, non gl’importa nulla. Eppure lo cerca. Maria è l’avventata che si trasforma in sventurata: io sto tutta la vita dalla parte delle sventurate, ma le avventate tendono a darmi un filo sui nervi.
Ho guardato più con tenerezza al rapporto che la lega alla madre, un legame tenerissimo e forte, mammifero, poco detto a parole ma moltissimo con i gesti, il tocco, le carezze. Anche il padre, che di ruvido ha solo i calli delle mani ma certo non l’affetto nei confronti di questa figlia e della moglie: cerca di fare il meglio che può per tenere insieme tutto, famiglia, casa, vita.
Se volete un film che, per certi versi, ricalca questo film, ma vi potrebbe arrivare là dove “Volcano” non arriva, consiglio “Maria Full of Grace”, di Joshua Marston, del 2003. Vedere per credere.
Infine, se volessimo raggiungere il Livello 4, esso potrebbe essere: considerazioni di carattere socio-antropologico derivate dalla visione del film, ci ritroveremo ancor più nel noto. Come dicevo, i documentari di questo stampo riempiono i festival e certi canali televisivi. E se vogliamo fare una riflessione antropologica sull’esistenza e lo stile di vita di questi discendenti dei Maya, possiamo aprire un dibattito intitolato alla memoria di Claude Levy-Strauss, ma non so quanto di nuovo aggiungeremo all’argomento. E poi guardate, mi dà noia anche definirli “discendenti dei Maya”, quasi dovessimo in qualche modo nobilitarli, cercare un che di mitico nella loro esistenza, collegandoli necessariamente ai loro antenati, storicamente e nazionalpopolarmente molto amati ―Maya, Atztechi e Inca suscitano da sempre quel misto di mistero, fascino e soggezione che proviamo di fronte ai popoli in bilico fra magico e tragico. Questo non è forse un gesto di preferenza etnografica? Il popolo cui Maria e i suoi genitori appartengono si chiama Kaqchikel. Etichettarli come “maya” è semplicistico e scorretto. E poi sì, vivono così. Subiscono soprusi, sì. E chi non ne subisce? Loro, se non altro, sentono e vivono ancora fortissimo il legame con la natura. Devono fare i conti con le regole del mondo occidentale. E anche noi ― noi ce le siamo auto inflitte, fessi che siamo, loro le subiscono. Pagheremo per tutto questo. Questo è poco ma sicuro.
Non voglio infierire ulteriormente sul film, non lo trovo carino nei confronti del regista, a cui va comunque il merito di aver conquistato una giuria come quella berlinese, e scusate se è poco. Rimane tuttavia da scoprire come mai si premino dei titoli così poco privi di nuovo, e così classici e stereotipanti nella rappresentazione che propongono. Se penso a un vulcano e a una storia travagliata, mi viene in mente “Stromboli” di Rossellini, e lì sì, oh lì sì, che avevamo dramma e pathos e una madrenatura poderosa e un personaggio femminile ―ah la Bergman! ― che presentava tutte le caratteristiche della sventurata non avventata…. Mi fermo altrimenti faccio la nostalgica, e non va bene.

Questa settimana, MI partecipate tutti a Lez Muvi: è l’ultimo della stagione. E’ come un galà ―non vorrete mancare a un galà?!
Il Mastro è lì pronto a calare la saracinesca, che ghigliottinerà la nostra voglia di cine, e noi, come ogni anno, abbassiamo il capo, in pieno stile Luigi XVI.
Per l’occasione, un documentario VERO

SEI VIE PER SANTIAGO
di Lydia B. Smith

Mettetevi da gara/gala quindi, e venite a Lez Muvi, così ci salutiamo.
Come gli altri anni, dico sempre che ci risentiremo a settembre, ma poi mi coglie la nostalgia e vi scrivo ―solitamente delle cose abbastanza inutili e che col cine non c’entrano molto. Vediamo se quest’anno riesco a impormi il silenzio ― il fallimento si aggira avvoltoio sopra la mia testa, ma voi abbiate pazienza, please.
A ogni modo, voi sapete dove trovarmi, giusto? [email protected]
E comunque, diamine, qualche cine-in-cortile lo faranno, in ‘sta diavola di Trentoville, o no?!? O dobbiamo aprirci un drive-in??
E ora vi lascio all’ultimo Maelstrom della stagione, e non sarete mica così senza cuore d’ignorarlo?!  Anche perché è una canzone di buon augurio e quindi basta solo un click…
Grazie, Fellows, per tutto. Spero di risentirvi a settembre. Spero tante cose.
E ora un ultimo riassunto marrano, e saluti, psichicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Solo lei, poteva cantarla così, e solo lui poteva accompagnarla così… Ella&Louis… https://www.youtube.com/watch?v=h3kQt14_5OQ
Per voi, Moviers… Wishing you all a summer of easiness 🙂

SEI VIE PER SANTIAGO: Il Cammino di Santiago non è solo un percorso che attraversa la Spagna settentrionale bensì un dedalo di sentieri che, da ogni parte d’Europa, conducono da secoli i pellegrini fino a Santiago di Compostela. E’ un’impresa ardua lunga 500 miglia che ogni anno coinvolge centinaia di migliaia di persone. Solo nel 2010 più di 270.000 hanno tentato l’impresa.

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