LET’S MOVIE 249 – propone E’ ARRIVATA MIA FIGLIA! e commenta LE REGOLE DEL CAOS

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E’ ARRIVATA MIA FIGLIA!
di Anna Muylaert
Brasile, 2015, ‘115
Lunedì / Monday 15
Ore 21:15 / 9:15 pm
Astra / dal Mastro 

Milagros Moviers,

Non so cosa facevate voi negli anni tra i 9 e gli 11, ma io ero usa frequentare una cugina mia coetanea appassionata di soap-opera argentine ─magari voi siete stati più fortunati e l’avete scampata, ma a un certo punto della vita la fase “ingerenza di parenti e delle loro abitudini” tocca a tutti, quindi, forse, meglio smazzarsela in età scolare. E via di Grecia Colmenares e açiende e Guillermo e Blanca e “io sono tua madre” e “il nostro amore non morirà mai, Ines”.
Quel periodo m’insegnò che: 1. correre al rallentì in un ondeggiamento di bionde chiome fluenti e morbide curve e fianchi formosi ha un fascino indiscutibile che a noi secche morette con un taglio alla maschietta era precluso; 2. il “che ne sarà mai di me… ora che farò… ma in qualche modo ce la farò” era l’approccio distintivo e prediletto non solo da queste eroine belle e boare, ma anche di tante ragazzine, zie, compagne che vedevo intorno a me, e forse, uditeudite, anche da me; 3. la parodia che di queste telenovela ne facevano il trio Marchesini-Solenghi-Lopez, per quanto attirasse la disapprovazione della cugina, mi catapultava nel fragoroso mondo delle convulsioni da riso ─un mondo che, graçias a Dios, ho visitato molto spesso negli anni.
“Le regole del caos” è come tornare al 1990 e metter su Rete 4. Solo che al posto della pampa argentina nel 1800 abbiamo Versailles alla fine del 1600. Le chiome chiare e fluenti della protagonista le abbiamo. L’espressione “basita” ─gentil concessione del WG Mat─ anche. Abbiamo pure il lieto fine glicemico, la cattiva che è la gemella omozigotA della strega di Biancaneve (outfit incluso) e la stessa somma di componenti che ora vi elenco:

grave lutto nel passato che ha distrutto la felicità dell’eroina +
ce la faccio da sola nonostante il mobbing dei maschi +
incontro con un principe azzurro che all’inizio fa tutto il sostenuto ma poi love-is-in-the-air +
superamento di certi tirimancini tirati dai rosiconi di turno e che riguarda sia il percorso professionale della protagonista che l’amore con il principe azzurro +
raggiungimento dei target singoli e condivisi =
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tutti vissero fel(i)ci, giardinieri e contenti

Solo che non ti aspetti questa somma di banalità in un film per il cinema del 2015 starring un cast da tanti zeri e NON una soap del palinsesto preserale televisivo coevo di “Dallas”. Non mi aspettavo un livello così… bifolco. Quindi mi scuso con i Moviers presenti, insieme ai quali abbiamo sofferto 112 minuti. 112 minuti a desiderare i titoli di coda e la fine dello strazio. Avrei fatto cambio e mi sarei lasciata attirare nei nidi di trecce che adornavano la testa di quelle eroine boare degli anni ’90 piuttosto che rimanere in sala un secondo di più davanti a un film sbagliato in ogni sua singola componente, elementare in ogni sua piccola particella.
Mi scuso pertanto con la Cristina Casaclima ─che da botanica nostra esperta potrebbe scrivere un pamphlet sugli strafalcioni arboristici, oltreché a quelli strettamente cinematografici─ con la Fellow Vanilla, che aveva portato con sé la Guest Lorenza (come biasimarla, la Lorenza, se non metterà mai più piede in Lez Muvi? C’è solo d’affidarsi a Fra Cristoforo e sperare che la grazia giansenista discenda su di noi); il WG Mat, che cominciò a patire sin dal secondo minuto e che dovette dar fondo a tutta la sua Forza per non alzarsi, buttarsi quella robaccia spacciata per cine alle spalle e rifugiarsi nella ludoteca medievale di “Game of Thrones”.
A mia discolpa… No, niente discolpa: mi sono semplicemente, imperdonabilmente, lasciata traviare da Kate Winslet.
Ma keit cavolo mi combini, Winslet? Tu che mi hai scelto copioni da strappacervello. Tu in “Heavenly Creatures”, in “Jude”, in “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”. Tu in “Iris”, in “Carnage”, in “The Reader”, in “Quills”. E sì, tu in “Titanic”, perché giammai ti scorderò come Rose, giammai scorderò quanto ti vedevo bene in quel personaggio, giovane e rossa, formosa e talentuosa. Tu, proprio tu, che rifiuti copioni dalla mattina alla sera, tu che non ti sei (quasi) mai piegata alle logiche di mercato di Hollywood, che hai infilato qualche flop per questo, e che ti rifiuti anche di piegare la tua pancia alla taglia 40 delle attrici medie hollywoodiane. Tu mi scegli uno script COSI’?!? Ma come? Allora adesso ci vedremo Natalie Portman nei panni di una bionda? Kenneth Branagh regista di Pluto Nash Il ritorno??
🙁
L’unica attenuante che le concedo è un uso eccessivo di Lexotan ─ma necessito di ricetta medica che comprovi l’uso. Oppure, semplicemente, una scelta avventata: credi di partecipare a una grande produzione Louis XIV, una storia intrigante sulla carta, che compra il tuo amor di cinema in costume –in fondo avevi recitato in “Ragione e sentimento”, il costume ti piace. Forse, cara Kate, anche tu sei rimasta, semplicemente, fregata.

Come dicevo lunedì, è un peccato, un’occasione persa. L’idea delle regole del caos, felice ossimoro, era felice. Ma già anche solo se riassumo la trama con un “giardiniera vedova che sfida le convenzioni dell’architettura bonton dell’epoca con un progetto alternativo”, capite che non sta in piedi. Una land-architect nella Francia del Re Sole, quando le donne erano ammesse a palazzo solo per sfoggiare corsetti e petti strizzati al loro interno? Ma s’è mai vista?? Il film, quindi, parte già in deficit di verosimiglianza; in fondo lo sai fin dall’inizio, e con un po’ di fatica accetti il patto.
Poi però tutto continua a risultare privo di verosimiglianza, o visto e rivisto. Sai già tutto. Che tra i due scoppierà l’ammmmore ─per quanto la chemistry tra lui, il giardiniere capo Le Notre, e lei, la giardiniera Sabine de Barra, sia pressoché inesistente. Sai che di lei, l’eroina sofferente Sabine de Barra, tutti un po’ s’innamorano, persino lo stesso Re ─naturalmente travestito da plebeo, in un certo punto del film. Quello che non sai, se non lo provi sulla tua pelle, sono le musiche, fastidiosissime dal primo all’ultimo minuto. Non sai che Kate Winslet tiene un’unica espressione, sempre la stessa: forse gli intellettuali della posterità intravedranno in questo qualcosa di rivoluzionario, una tecnica anti-mainstream, ma per noi, sprofondati nella contemporaneità 2015, non è altro che un’unica imbalsamatissima espressione ─ nulla piu’ di una testa di stambecco sopra il caminetto in taverna. Non sai della prevedibilità dei dialoghi, dell’affettazione delle pose, del manierismo che corrompe tutto ─e guardate, mi sembra fin troppo sfoderare un termine d’un certo pregio quale “manierismo” per una paccottiglia cinematografica come questa.
Persino le ambientazioni e i costumi, che avrebbero fatto la goduria di qualsiasi Dante Ferretti, di qualsiasi Milena Canonero, sono sottotono, nothing special, un’occasione sprecata ─il confronto con un “Marie Antoinette” di Sophia Coppola risulta doloroso come una ferita aperta.

Tutto il tempo a pensare ─a parte al miraggio dell’uscita─ a cosa salvo in mezzo a tutta ‘sta robaccia. Di tutta ‘sta robaccia salvo forse il cameo comico di Stanley Tucci, il fratello gay del re ─ma forse Stanley Tucci è talmente abituato a interpretare il ruolo del metrosexual (vedi “Il diavolo veste Prada”) che trasportarlo a fine ‘600 non dev’essergli costato molta fatica. Forse il film serve per guardare gli altri film con occhi diversi. Sapere che là fuori c’è “Le regole del caos”, ti fa guardare Sorrentino come fosse il nuovo Meliès, i Vanzina come i Taviani…Ovviamente provoco… I film così nuocciono gravemente alla salute, dello spettatore e del cinema tutto. Perché diffondono il mediocre, lo stravisto, la faciloneria, nonché un morbo villoso e villano che va sotto il nome di barbaradursite… “Le regole del caos” non meriterebbe nemmeno il palinsesto televisivo: le telenovela argentine almeno non avevano pretese. Erano quello che erano: 50 minuti di svacco tra manzi e manze. Qui c’è la presunzione del cast galattico, della grande produzione.
Ecco, potrebbe tornar utile per cimentarsi con una pratica del tutto nuova per me: la richiesta del rimborso del biglietto.

Poi fortunatamente martedì ho recuperato con “Una storia sbagliata“, dal Mastro (non ci fosse lui a organizzare questi eventi, chi??), con la presenza in sala del regista Gianluca Maria Tavarelli e i protagonisti, Isabella Ragonese (sì quella di “Dieci inverni” e “Tutta la vita davanti”) e Francesco Scianna (sì quello di “Baharia” e “Latin lover”) ─Cinecittà a Trentoville, un martedì sera.
E’ la storia sbagliata di tanti soldati che hanno perso la vita in Iraq, e l’hanno fatta perdere ai loro cari ─quando ami qualcuno che poi muore in guerra, la tua vita muore con lui. Noi siamo abituati a vedere American Sniper, The Hurtlocker, Zero Dark Thirty, a sentire la campana americana. Nessuno ci aveva fatto ancora ascoltare quella italiana: ed è importante, storicamente ed eticamente, che suoni. Per permettere di leggere una Storia che sentiamo ancora troppo nuova, e su cui riflettere è operazione assai complessa.
Roberto e Francesca sono due giovani siciliani molto innamorati. La testa piena di sogni, piccoli o grandi dipende da che prospettiva guardi: il mutuo, un appartamento, un bimbo. Poi c’è l’Iraq, e non serva che aggiunga molto ─sappiamo come va a finire… Ma non solo Roberto in Iraq: anche Francesca, che ci andrà per scovare chi ha spezzato il suo amore. E troverà uno specchio: una donna, compagna del kamikaze che ha ucciso il suo Roberto, un uomo che lei ha amato, come lei ha amato il suo Roberto. La guerra scombina tutto e scrive storie storte. Sta a noi dirle, leggerle, farle circolare ─questo sta dietro al film. Perché noi non abbiamo F-15 e missili a lunga gittata, ma abbiamo le parole e le immagini ─questo sta dietro alle parole del regista.
Del film apprezzerete le scene piccole, quelle che s’incastrano dentro in quelle più grandi della missione che intraprende Francesca. Mozart diceva che la musica è quello che c’è fra le note. Be’, forse il cinema è quello che c’è fra le macro scene su cui si sviluppa la narrazione principale. Le scene “piccole”. Come quella in cui Francesca spiega a Roberto quanto Gela sia stata piagata dal petrolchimico negli anni e quanto piombo, nichel, arsenico e schifezze simili siano passati per le bocche degli abitanti provocando danni enormi alla loro salute e a quella dei loro figli. “Posso darti un bacio?” ─Roberto, d’improvviso, perché Roberto l’ascolta ma non l’ascolta. L’amore funziona proprio così.
Oppure quando Roberto torna a casa in licenza, e dà via i biglietti del concerto di Vasco. “Non mi va più”, commenta. Quattro sillabe, e capiamo tutto: il cambiamento, irreversibile, tra il prima e il dopo con un mezzo bellico nel mezzo ─quello che valeva prima, dopo, non vale più.
“Una storia sbagliata” traccia un legame tra Iraq e Sicilia e non solo per via della guerra, ma anche di quel petrolio di cui si diceva prima: un lungo nastro nero che unisce due terre e determina ripercussioni su vari fronti, non solo quello bellico o economico.
Lasciate perdere le americanate franco-centriche 100% polyestere, e andate a vedervi “Una storia sbagliata”, che non sbagliate.
E scusate il doppio pippone, ma avevo voglia di parlare di un film che meritasse.

E questa settimana ci pensa Berlino con i suoi Orsi ─meglio lasciarli a loro: noi trentini solo casini coi plantigradi!─ a consigliarci

E’ ARRIVATA MIA FIGLIA!
di Anna Muylaert

Vincitore del Premio Speciale della Giuria al Sundance Festival, oltre che del Premio del Pubblico alla scorsa Berlinale, il film ispira il nostro gusto e diventa il prossimo Lez Muvi.
Ora, dopo “Le regole del caos” avreste ogni diritto di titubare sull’attendibilità di giudizio che diparte dal vostro Board, ma voi non eravate dei giansenisti? Avrete grazia da vendere… 🙂
Se cadi dalla bici, rimonti in sella. Se canni un Lez Muvi, ne sforni un altro. Che problema c’è? 🙂

E adesso bye-bye my Moviers, niente Maelstrom per questo invio stranamente notturno ma della zavorra riassuntiva si’, quella si’…piu’ dei saluti, sudamericamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

E’ ARRIVATA MIA FIGLIA!: Val lavora a San Paolo come tata di Fabinho da 13 anni e vive con il senso di colpa d’aver lasciato sua figlia Jessica, a Pernambuco, nel nord del Brasile, allevata dai parenti. Superati gli esami per l’ammissione al college, Jessica si reca dalla madre a San Paolo. La convivenza non è facile, ma tutti rimangono affascinati dalla personalità e dal candore della ragazza.

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