Posts made in agosto, 2015

LET’S MOVIE 253 – propone TAXI TEHERAN e commenta QUANDO C’ERA MARNIE

LET’S MOVIE 253 – propone TAXI TEHERAN e commenta QUANDO C’ERA MARNIE

TAXI TEHERAN
di Jafar Panahi
Iran, 2015, ‘82
Lunedi’ 31/ Monday 31
21:00 / 9 pm
Cinema Astra / Dal Mastro (eraoraeh! :-))

 

Flaneurs et Flaneuses Fellows,

Ho lasciato vagare ― flaner 😉 ―molto il pensiero nelle settimane scorse, complice il contesto franco (!) in cui stavo. E sono finita, a un certo punto, a chiedermi, ma cosa finirà nei libri del futuro? Cosa si studierà di oggi? Cosa portiamo noi, di storico, di mitico, laggiù?
Decido di non guardare alla cronaca di questi ultimi mesi. Ci vedo cose che fanno inorridire. Barche che sprofondano, piene di vite, e furgoni e TIR. Ogni mezzo possibile, una bara possibile. Quindi no, non guardo la cronaca. Guardo all’arte, e di certo nel 2104 si studierà Dismaland. What’s that?, mi chiedete voi, curiosi.
Dismaland è l’ultima follia di quell’amore matto di Banksy. Non vorrei ridondare e annoiarvi con informazioni che potete trovare tranquillamente in internet, ma da edonista della parola qual sono, mi arreca troppo piacere parlarvene in prima persona, quindi me la godo e ve ne parlo. 🙂
Banksy, quell’amore matto di, si è preso una spiaggia malinconica e abbandonata di un posto che sa di melanconico e abbandonato come Weston-super-Mare, nel sud ovest dell’Inghilterra, e ci ha piazzato Dismaland, un’istallazione artistica a forma di parco dei divertimenti degli orrori ―non perdetevi l’esilarante spot che ha realizzato per pubblicizzarla, http://www.focus.it/cultura/arte/lo-spot-di-dismaland
Una Disneyland alla rovescia, dove tutto è brutto, rotto, squallido, i colori sono smorti e le Cenerentole muoiono assediate dai paparazzi. Lo street-artist che rimane a tutt’oggi un mistero ―e per questo lo si ama, lo amo ― costruisce un luogo da incubo per distruggere i sogni delle favole.
Ce ne vuole, di fegato, per dar corpo a quello che stiamo osservando ogni giorno ― barchine giocattolo piene di migranti, castelli da fiaba ridotti a ruderi. Banksy sta dicendo, guardate un po’ qui, questo mondo che siamo. Stiamo uccidendo ciò che di fantastico c’era. E naturalmente lo fa utilizzando il linguaggio dell’ironia, anzi, della parodia. Il personale di Dismaland è sciatto, abbacchiato, un esercito di grami figuri che fa il verso ai Mickey Mouse dal sorriso paralizzato che ti accolgono a Orlando o a Eurodisney. Si respira un’aria di trash andato a male, puzza di fantastico cadaverico.
Dismaland si studierà sugli e-book di scuola del 2104. Non ci sono dubbi.
Ma per fortuna si studierà anche lo Studio Ghibli, quello che ha fondato e dirige Miyazaki e che ha prodotto così tanta bellezza nel corso di trent’anni, che per qualche tempo potremmo viverne di rendita. In realtà mi si stringe il cuore a scrivervi che questa fabbrica della fantasia è sull’orlo del fallimento e probabilmente chiuderà nel giro di qualche mese. Questa fucina che dovrebbe essere protetta dall’UNESCO, o da qualche lega per la protezione del fantastico ―nessuno avrà mai pensato a un WWF per la salvaguardia delle creature dell’immaginazione? I Totoro, i Gattobus, i Phileas Fogg leonini che ci hanno fatto crescere? Ma chi li protegge quelli? ― questa bottega delle meraviglie a un piede dalla fossa, a pensarci, potrebbe essere la 51esima delle installazioni presenti a Dismaland…
Ma senza incupirci troppo l’animo… Rallegriamoci pensando all’ultima fatica dello studio, “Quando c’era Marnie”, che poi è il Let’s Movie di lunedì. E lunedì non c’era nulla di cupo in area Smelly ―smell a parte, evidamment. C’erano le golose righe bianconere addosso all’Anarcozumi, con la sorella minore Aurora, ora e per sempre la Fellow Zunior ― eccome poteva chiamarsi senno’? 🙂 ― e poi Ugo The Boss, portatore sano di passione giapponauta, la Fellow Vanilla, con quel vestitino verdemela da far impallidire le Red Delicious, e il WG Mat, reduce dall’epica islandese e pronto a tuffarsi in quella nipponica.
Siamo partiti bene, io e la mia squadra 🙂

Una precisazione. “Quando c’era Marnie” è di Hiromasa Yonebayashi, il regista collega di Miyazaki, il padre di Arrietty, per intenderci, e se non conoscete Arrietty, be’, vi prego di fare qualcosa al più presto possibile perché una vita senza aver sbirciato nel magico mondo di Arrietty è una vita grama al pari della vita di colui che non ha sbirciato nel mondo favoloso di Amelie, e non è un caso che i loro nomi si amino così tanto al solo pronunciarli.
“In questo mondo esiste un invisibile cerchio magico, c’è chi sta dentro e chi fuori, e io ne sono fuori”. Così sentenzia da subito Anna, la ragazzina protagonista della storia. E aggiunge, con un carico di depressione da quarantenne, “Io mi detesto”. Capite già che cominciare un film così –un film d’animazione per giunta– ci drizza immediatamente le antenne sulla testa: non stiamo per guardare un “cartone” animato in cui tutto è chiarolimpididorecoaro. Siamo davanti a una ragazzina con un piede nell’infanzia e un piede nell’adolescenza, la posizione più scomoda che ti possa capitare ma allo stesso tempo la più magica, in cui ogni essere umano si ritrova a 13 anni. Androgina, solitaria, introversa, asmatica, orfana, Anna è tutto questo. Eppure, nonostante queste premesse da Rete 4, non strappalelacrime. Anna ha un profondità di pensiero e sentimento che hanno scolpito in lei un carattere fiero, e forte. Non ha paura, Anna, di dare del “grasso maiale” a una coetanea sovrappeso, né di esplorare una casa misteriosa sulle rive di un misterioso acquitrino nel paese di campagna degli zii, che la ospitano per vedere se l’asma, in campagna, migliora.
In quella villa misteriosa, Anna incontra una ragazzina, misteriosissima. Marnie. Marnie è tutto l’opposto di Anna. Biondobambola, estroversa, entusiasta, coccolata. Marnie è la ragazza che tutte noi avremmo voluto essere da ragazzine –capelli L’Oreal-perché-lei-vale, occhi azzurro Barbados, vestiti chevvelodicoaffare. Però vedete, Marnie non può allontanarsi dalla villa sull’acquitrino, e il perché, be’ il perché non può essere spiegato così facilmente…
“Quando c’era Marnie” è una favola in piena regola, soffonde nel fantastico certi dettagli spazio-temporali che la logica del reale ti porterebbe a voler incastrare nelle leggi del causa-ed-effetto ―altrimenti che fantastico sarebbe? E il nucleo che catalizza l’attenzione dello spettatore ―perlomeno la mia― non è tanto la trama del mistero dietro il passato di Marnie o di Anna, e la ricerca della verità. C’è anche quello, certo, ma non è il centro focale. Il centro focale è il rapporto che s’instaura fra queste due ragazzine, complesso e confuso ma al contempo semplicissimo, come tutti i legami che legano gli amici speciali. Non si smette mai di chiedersi, durante il film, cosa c’è fra Anna e Marnie? Ma credo che solo la critica letteraria e forse l’occhio troppo adulto andrebbe a leggere un presunto amore sensuale fra le due. L’amore che provano è quello che provi a quell’età quando trovi la tua anima gemella che nel 99% dei casi è del tuo stesso sesso e diventa la/il tua/o miglior amica/o. Un’amicizia pervasiva come un amore, ma che non è amore. E’ lo stadio precedente al tipo di amore che comporta anche il coinvolgimento fisico. E’ quel limbo bianco in cui non ti devi preoccupare del corpo. E’ solo incondizionato affetto nei confronti di un essere che è come te nella stessa misura in cui è altro da te. Sono certa che tutti sappiate di cosa sto parlando…
Ciò che mi piace dei film di Miyazaki o, in generale, dello Studio Ghibli, è la capacità che hanno di cogliere quello che provavi/vedevi nell’infanzia/pre-adolescenza, e di restituirtelo. Non ti fanno vedere “con gli occhi di un bambino”. Ti fanno vedere “con gli occhi che avevi TU quando eri bambino”. Questo cambia copernicanamente il tutto: ri-senti quello che sentivi. Questo capita così poco, è un privilegio così raro che manco Geordie con la sua corda d’oro. Per due ore ritorni puro, innocente, il pastrano sporco dell’esperienza, inerte, ai tuoi piedi.
Poi in effetti la trama, il banale svilupparsi e intrecciarsi dei fatti, il giochetto del questo-porta-a-quello non interessa mai molto allo Studio Ghibli. Tutto sta nell’alluso, nel trattino aggiunto a un’espressione che cambia il viso, lo stato d’animo a un personaggio e, per osmosi, a te spettatore. E tutto sta, come sempre, nel particolare definito con maniacale finitura. C’è un lusso ―posso arrischiare “lussuria”?― con cui la mano Ghibli approccia la rappresentazione dell’oggetto naturale. Pomodori da mille e una notte, carnosi come i baci degli amanti. Ciotole di cibo degne di stare dentro un museo accanto alle torte di Claes Oldenburg, seducenti spicchi di anguria sezionati con perizia chirurgica, e ancora tutti i piccoli dettagli della vita domestica ― un cestino da picnic con dentro una bottiglia di succo di frutta che potrebbe essere appartenuta a qualche regina del ‘700 borbonico. E se proprio proprio volessi leggere tutto ciò attraverso i quattrocchi di un critico, potrei intravedere lì, nel piacere in cui indugiano le mani dei disegnatori, lì potrei vedere il lato adulto/sensuale dell’opera ghibliniana ― per questo lussuria, figurativa, intendo. Immaginate un putto vestito di broccato rosso. Ecco.
Perché lo Studio Ghibli fa questo? Perché quella cura così maniacale di quegli oggetti? La risposta la ripeschiamo nella nostra infanzia. Da bambino tutto è così, intenso. I colori sono vividi, le curve più tonde, i particolari non sono fini a loro stessi ma schiudono a chissà quali mondi ―Arrietty sboccia da lì. Tutto, da piccoli, è animato ―e animabile. Sempre perseguendo il progetto di farci vedere “con gli occhi che avevi TU quando eri bambino”, lo Studio Ghibli disegna, con il suo cartone, l’animato che c’è nelle cose ―e il gioco di parole è assolutamente intenzionale, mi dichiaro colpevole 🙂
Se la forma quindi ci conquista per la casta sensualità che porta con sé, il contenuto, che deriva da un romanzo inglese dell”800 di Joan Robinson, tocca molte questioni care all’universo miyazakiano. La solitudine, fisica ed esistenziale, come quella di Anna, che è stata abbandonata da piccola, ma che sceglie di essere sola nella routine quotidiana, ritirandosi a disegnare in giro, oppure in camera sua ― la sua camera è la NOSTRA camera di quando eravamo come lei. E poi naturalmente il rapporto conflittuale con se stessi, ché a quell’età ―solo a quell’età??― non ci si va mai bene, cavolo. E allora Anna vorrebbe tanto essere Marnie, e Marnie vorrebbe tanto essere Anna. E alla fine, viene fuori che noi non siamo mai solo quello che crediamo di essere: c’è sempre del nuovo da scoprire, e Anna lo scopre, scoprendo ―guarda caso― parti del suo passato che le permetteranno di aggiungere dei tasselli al suo mosaico identitario appena appena iniziato, visti i 13 anni di vita. Il filo che la lega, sorprendentemente, a Marnie, è ben più che un’affinità elettiva d’infanzia… Onestamente questo è il punto che ho trovato più debole, o meglio, più tirato inutilmente per i capelli. Non c’era bisogno di far tornare tutto all’interno di un cerchio parentale. Non avevo bisogno di un vincolo di sangue. Avrei preferito l’affinità elettiva. Ma poco importa. Il peso poetico del film rimane invariato
E poi c’è tutta l’intensità di cui quell’età è capace. Qualcuno avrà mai scritto del panismo dell’adolescenza? Sicuramente sì. Temporali che sembrano cicloni, promesse alla cui solennità manca solo il letto di morte e piccolissime incomprensioni che hanno tutte le tinte della tragedia. Tutto grande, tutto forte, tutto incredibilmente potente.
Ed è con una gaia malinconia che esci dal cine. Quella proustiana nostalgia di un tempo perduto, che è come dire un luogo perduto, la cui geografia è ancora scritta distintamente dentro di noi e che noi torniamo a rivivere ogni volta che un Ghibli spunta da una locandina. Per questo il cuore è così stretto, quando pensiamo che quella fabbrica chiuderà e che quelle sensazioni dovranno trovare un altro modo per essere tirate fuori dal buio in cui stanno.
Non si capisce come mai queste perle di film siano messe a disposizione del pubblico solo per 3 giorni –come “S’alza il vento”, lo scorso anno, 3 piccolissimi giorni. Sarebbe bello pensare che sia per non darle in pasto ai porci, che non meritano di profittarne. In realtà sappiamo tutti che è una vil questione di distribuzione. Il vil danaro, toujours lui…

Starei qui a parlar di Marnie e Anna per tutta la sera, ma the show must go on, anzi deve ricominciare…Ora che il Mastro ha deciso di combattere la dipendenza da dolcefarniente, possiamo proclamare a gran voce, ‘siore e ‘siori, “Che la stagione abbia inizio”.

TAXI TEHERAN
di Jafar Panahi

Vincitore del Festival del Cinema di Berlino. Basterebbe questo a farvi scappare. E se aggiungessi anche documentario iraniano, wow, battereste qualche record, di sicuro… Ma voi non siete del tipo “scappo davanti agli Orsi e a un chador” no? Quindi non aggiungo altro. 🙂

Vi dico anche che, nella speranza di aprire un tavolo di trattative con gli Antimuviers, andremo a vedere i Minions, martedì, alle ore 20:30 al Viktor Vicktoria. Questo però non cannibalizzi la visione del docu di Jafar Panahi: sapete, Jafar è un eroe contemporaneo. Bandito dal suo paese perché il suo paese ha paura della sua arte, ha girato “Taxi Teheran” in totale clandestinità.
Un eroe contemporaneo che va sostenuto.

Siccome non mi riesce proprio di realizzare le dimensioni del mio dire prima che io arrivi a questo punto del testo e guardi indietro e veda un midwest di parole stendersi a perdita d’occhio, faccio quello che faccio ogni volta: metto il turbo e mi fiondo dritta nel Maelstrom, che vi prego di considerare: vi propone un appuntamento musicale-cinematografico da segnarvi sul calendario. È  da parte di quelli di Effettonotte, rappresentati in Lez Muvi dal nostro Giuseppe, il Fellow Impastato. 🙂

Dopo il Maelstrom, c’è il riassunto, che naturalmente è lì come carta da parati, e come la carta da parati potete anche ignorarla ―che poi è il mio consiglio, ma fate come volete, freedom pipl. 😉
Vi ringrazio, ora, sempre e per sempre, amen, e vi porgo dei saluti, vagabondantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dovete sapere che quelli di Effettonotte, il Cineforum del Teatro comunale di Pergine, hanno organizzato Scirocco, un festival di contaminazione tra il cinema e le altre arti, che sabato sera, per dirvi, ha proiettato “Il Gabinetto del Dr Caligari” (1919) in pieno Parco dei Tre Castagni. Il film è stato servito su un tappeto d’erba con contorno di candele e rimusicazione della band heavy metal Endamaged, straightaway from Rome.
Io vi consiglio di non perdere mai, MAI, queste iniziative. Non sai cosa ci trovi, fin quando non lo provi, quindi, provate.
Il prossimo appuntamento è per sabato 11 settembre, a Levico, con “Old Voices, New Sounds. Bianco e Galante“…Check it out and save the date, Fellows 😉
http://www.effettonotte.com/index.php?option=com_content&view=article&id=210:old-voices&catid=36:eventi&Itemid=711


TAXI TEHERAN
: Taxi è un documentario iraniano interpretato e diretto da Jafar Panahi. Si tratta di un ritratto della capitale iraniana ambientato in un taxi di Teheran che è guidato dallo stesso regista. Nel taxi, come passeggera una donna con pesci rossi in un sacchetto di plastica, simile ai pesci rossi del film The White Balloon dello stesso Panahi. Anche questo film, come i due precedenti, è stato realizzato nonostante il divieto di fare cinema per 20 anni imposto a Panahi.

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LET’S MOVIE 252 – propone QUANDO C’ERA MARNIE e commenta EX MACHINA

LET’S MOVIE 252 – propone QUANDO C’ERA MARNIE e commenta EX MACHINA

QUANDO C’ERA MARNIE
di H. Yonebayashi
Giappone, 2014, ‘103
Martedì 25/Tuesday 25
19:50 / 7:50 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

 

Marnay Moviers,

Aggiungete “Sur-Seine” al nomino lassù e sapete da dove vi mando, extraordinariement, questa Movie mail. 🙂
Dunque voi fate conto di prendere un villaggio di 250 anime nella regione dell’Aube (Champagne-Ardenne), a una 90ina di chilometri da Parigi. Aggiungete un gallo, 9 artisti internazionali, un ex-priorato del ‘600 trasformato in un Centre Pour l’Art (che suona molto bene) che si chiama CAMAC, metteteci dentro un Board-in-trasferta e avete il quadro della situazione. 🙂
Qui i lampioni si spengono alle 11 la sera ― e ve l’assicuro, il coprifuoco vi cade in testa proprio sulle 23 ― c’è odore di viti, di Senna (stelladella, naturalmente), di galline e di frutta circondata da api. E spiace per i salici, ma speri che non smettano mai di piangere la bellezza verde che piangono tutto il giorno. C’è pure la sensazione, forte, di mettere il naso fuori dal cancello del Centro, e, come ho già detto a molti, d’incontrare Charles Bovary, o Rodolphe. E ho capito che questo luogo non ha tanto a che fare con la geografia, quanto con la letteratura ― quanto al cinema, due corrispettivi in cui ritrovare questi paesaggi sono senz’altro “Gemma Bovery” e “La famiglia Belier”.
​​
Naturalmente qui fanno le cose per bene, quindi ti danno anche una bici in dotazione, e la sera si esplorano i dintorni e si scoprono, nelle piane gialle di grano e verdi di betulle mai viste tanto alte in vita mia, piccoli villaggi che stanno alla Francia come certi paesi della Toscana stanno all’Italia. I cieli sono indicibili, così come la loro firma sulla Senna.
Poi ― e poi passo a parlar di cine, promesso ― ‘sti francesi sono di un’ospitalità, di una una fraternité che non avrei mai immaginato. Sono anche di quelle sagome… Ecoutez ici. Stupefatta di come ciascun parlante incontrato, dai 9 ai 90 anni, saluti con “bon jour” anche alle 10 di sera, decido di fare un sondaggio. Interrogati, i francesi rispondono: “Ah bon, c’est comme ca”, che più o meno, tradotto e interpretato, significa: “Eh be’, è così (italianella bellicapelli che sei)”.
La lapidarietà francofona mi spiazza…

Tutto questo per consigliarvi caldamente la campagna francese. In estate mi raccomando ― l’inverno l’umidità dev’essere talmente alta da far arricciare i capelli in testa all’ex Premiere dame de France Madame Carlà Brunì che naturalmente abita a Versailles. Con Lady Oscar come guardia del corpo.

Ma dove eravamo rimasti prima dei Bovary/Bovery/Belier?
Assì, certo, la visione di “Ex machina”, in una serata d’inizio agosto con molto vento che pareva di stare dentro un film di Miyazaki, all’illustre presenza della Mademoiselle la Babi Bobulova, dei Messieurs Truly Done e Scaccomatto (o Mattoscacco, non fa differenza, è double-face :-)). E devo dire che per la sottoscritta, il film è stato un piacevolissimo, quanto inaspettato, cadeau ― e sì, ora cerco di ridurre i francesismi che poi vi torna in mente la testata di Zidane e son dolori…
Inaspettato perché quando si sente parlare di science-fiction, intelligenza artificiale, il rapporto uomo-macchina, si pensa, erroneamente, che sia stato “detto tutto”. Quanto di più erroneo, errante, aberrante! E guardate un po’ la coincidenza… In una raccolta di saggi del più letterario tra gli autori di fantascienza, Ray Bradbury, ovvero “Lo Zen nell’arte della scrittura” ― che mi sono portata appresso e che consiglio a tutti tutti TUTTI, appassionati di sci-fiction, di scrittura e NON ― lo scrittore afferma: “Tutto quello che sogniamo è fiction, e tutto quello che portiamo a termine è scienza. L’intera storia dell’umanità non è altro che science fiction”. E credo cha Ray avesse proprio ragione: tutto ciò che viene previsto/immaginato/temuto dalla science-fiction, dialoga con la nostra realtà coeva, ma soprattutto futura. Come sbirciare dentro una sfera di cristallo piena di una sostanza preziosa chiamata futuro.
Ed ora il film. Immaginatevi una villa tutta vetro e acciaio disegnata da un’archi-star dei nostri giorni ― o da un Frank Lloyd Wright negli anni ‘30 ― piazzata nel bel mezzo della foresta simil Borneo. Il proprietario è un certo Nathan, genio dell’IT che ha fatto milioni a palate con Blue Book, un motore di ricerca al cui confronto Google è la macchina dei Flintstones. E come mai Caleb, un qualunquissimo nerd della Silicon Valley, viene invitato in questo paradiso dell’Information Technology da questo magnate? Presto detto. È stato selezionato per testare AVA, un robot umanoide realizzato dal Dio Creatore Nathan, per capire fino a che punto questa sua creatura-creazione, sia in effetti umanamente intelligente, sino a che livello si spinge la sua intelligenza artificiale. Come potete notare, insisto sulla sfumatura divina giacché il film porta Dio non solo nel titolo, ma anche sul tavolo, nel senso che, tra tutti gli argomenti che brillantemente vengono affrontati nel film, quello del superomismo/divismo dell’uomo è quello centrale, e quello che mi ha fatto spuntare più riflessioni in mente. Nathan è un personaggio che non si scorda, un Tipo molto contemporaneo che sintetizza in sé un po’ i nuovi dèi del 21esimo secolo ― quelli che dominano l’economia passando per lo sfruttamento della tecnologia ― Zuckerberg, Jobs, cervelloni che camminano sempre sull’orlo fra genialità pura e follia marcia, braccati costantemente dal delirio di onnipotenza, l’estasi allucinata di sedere al posto del Padre. Non scorderò Nathan, che muore per mano di un suo stesso replicante, un Dio ucciso dalla sua stessa creatura ― una bella battuta del film a questo proposito è proprio “non è strano aver inventato qualcosa che ti odia?” ―  e la creatura poi, riesce nella fuga per la sua libertà, apre un capitolo nuovo nell’epistemologia della fantascienza in rapporto all’uomo. AVA, robot talmente intelligente da fregare il Padre-padrone e fuggire nel mondo, sviluppa e sovverte il mito di Prometeo che, ricorderete tutti, per aver rubato qualche scintilla di fuoco agli Dei, s’era visto appioppare una pena di quelle assai toste ― essere legati a una roccia mentre un’aquila banchetta col tuo fegato per tutta l’eternità non dev’essere il massimo della vita.
Nel film di Alex Garland, AVA, non solo manipola e gabba il suo Dio-Creatore Nathan, superando la sua scafatissima intelligenza, ma manipola e gabba anche il candido inconsapevole Caleb, il quale, tenero, commette un unico errore: quello di cascarci come una peracotta. Caleb s’invaghisce perdutamente di questo essere non-umano ma più umano degli umani e per questo sovrumano, e soccombe al sentimento, perde lucidità ― altro argomento tirato in ballo dal film ― e fa la fine del topo.
Il film è volutamente, sapientemente ambiguo, schiva con attenzione ogni presa di posizione scontata o eticamente nazionalpopolare e mette lo spettatore davanti a grandi dilemmi filosofici, oltreché etici, primo fra tutti, come gestire la pulsione generativa-distruttiva che l’uomo sente dentro di sé e che lo spinge a creare una macchina in grado di affrancarsi da lui ― come dimostrato da AVA ― e di superarlo? Come vivere e maneggiare questo conflitto? Il film indica un paradosso drammatico relativo all’uomo: l’uomo ambisce a creare un essere a sua immagine e somiglianza che finisce per rivoltarsi a lui e a superarlo. È lui, anzi, lei, AVA, che potrebbe essere la nipotina di nonno Hall 9000, a spuntarla. Eppure AVA non ha nulla di inquietante ― punto novità per il regista. Vuole semplicemente liberarsi da una situazione di oppressione. Vuole essere libera, condurre la sua vita in pace, non vuole conquistare il mondo. Ecco “Ex Machina” propone una visione mite dell’automa. C’è un ritorno, forse, alla natura innatamente benevola, mite della creatura creata dall’uomo ― una sorta di mito del buon mostro, per fare il verso al mito del “bon sauvage” ― a guardar bene, anche il mostro imbastito dal Dr Frankenstein di Mary Shelley, è buono… E gli splendidi robot umanoidi del film ― tutte donne dotate di corpi mozzafiato ― escono pazze per necessità. Come nella drammatica, umanissima scena, in cui si vede un’androide dai lineamenti orientali che prende a pugni il vetro della stanza/bara dentro cui è rinchiusa, fino a distruggersi ― una sorta di libertà o morte.
Non ultimo, “Ex machina” propone un uso interessante del tempo, nuovo, per un film che è comunque una specie di thriller, e che, come tale, ci si aspetta corra di più. Il parametro scelto dal regista è quello del tempo della riflessione piuttosto che dell’azione: il film predilige la speculazione filosofica allo sfoggio di raggi laser ed effetti speciali, barbosissime spiegazioni su fenomeni stockastici che nessuno capirebbe. Questo slow-down temporale può non convincere tutti, potrebbe sembrare un po’ soporifero. Ma in realtà assolve allo scopo di far sedimentare domande e spuntare risposte. La velocità, se da un lato, carbura l’adrenalina, dall’altro mina l’approfondimento… Io, che di adrenalina sono drogata, sono tuttavia molto grata a Garland per aver optato verso una scelta poco battuta…
Insomma, per me il film è assolutamente promosso!

Settembre alle porte, il Mastro in teoria dovrebbe riaprire lunedì, ma non c’è modo di sapere, a oggi, con quale programmazione ci stupirà ― mannaggia Mastro!
Quindi scelgo questo film d’animazione, sapendo di far felice i patiti, soprattutto il numero 1 dei patiti, il WG Mat

QUANDO C’ERA MARNIE
di H. Yonebayashi

Siamo ancora in clima estivo, quindi se non venite il demerito non peserà sul rendimento dell’anno nuovo 🙂 Ma ci terrei a vedervi… Rientrare alla normalità dopo un periodo off equivale, in termini di gusto e risultato, a una sorsata di cicuta ― se considerate che sono rientrata poco fa da Parigi nella campagna bucolica di Marnay, e domani torno a Trentoville, capirete che davanti a me ne intravedo una damigiana, di cicuta… Quindi rendete il tutto un po’ più dolce venendo al cine, allez-y…

E per questa serata, un Malestrom musicale che non potete proprio perdervi, e dei saluti, assennatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Marnay-sur-Seine, musicalmente parlando, è questo, https://www.youtube.com/watch?v=tzrUOJ8FD_A
Scioglietevi pure, allez-vous… 🙂

QUANDO C’ERA MARNIE: Anna, una ragazzina timida e solitaria di 12 anni, vive in città con i genitori adottivi. un’estate viene mandata dalla sua famiglia in una tranquilla cittadina vicina al mare ad hokkaido. lì anna trascorre le giornate fantasticando tra le dune di sabbia fino a quando, in una vecchia casa disabitata, incontra marnie, una bambina misteriosa con cui stringe subito una forte amicizia…

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