LET’S MOVIE 252 – propone QUANDO C’ERA MARNIE e commenta EX MACHINA

LET’S MOVIE 252 – propone QUANDO C’ERA MARNIE e commenta EX MACHINA

QUANDO C’ERA MARNIE
di H. Yonebayashi
Giappone, 2014, ‘103
Martedì 25/Tuesday 25
19:50 / 7:50 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

 

Marnay Moviers,

Aggiungete “Sur-Seine” al nomino lassù e sapete da dove vi mando, extraordinariement, questa Movie mail. 🙂
Dunque voi fate conto di prendere un villaggio di 250 anime nella regione dell’Aube (Champagne-Ardenne), a una 90ina di chilometri da Parigi. Aggiungete un gallo, 9 artisti internazionali, un ex-priorato del ‘600 trasformato in un Centre Pour l’Art (che suona molto bene) che si chiama CAMAC, metteteci dentro un Board-in-trasferta e avete il quadro della situazione. 🙂
Qui i lampioni si spengono alle 11 la sera ― e ve l’assicuro, il coprifuoco vi cade in testa proprio sulle 23 ― c’è odore di viti, di Senna (stelladella, naturalmente), di galline e di frutta circondata da api. E spiace per i salici, ma speri che non smettano mai di piangere la bellezza verde che piangono tutto il giorno. C’è pure la sensazione, forte, di mettere il naso fuori dal cancello del Centro, e, come ho già detto a molti, d’incontrare Charles Bovary, o Rodolphe. E ho capito che questo luogo non ha tanto a che fare con la geografia, quanto con la letteratura ― quanto al cinema, due corrispettivi in cui ritrovare questi paesaggi sono senz’altro “Gemma Bovery” e “La famiglia Belier”.
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Naturalmente qui fanno le cose per bene, quindi ti danno anche una bici in dotazione, e la sera si esplorano i dintorni e si scoprono, nelle piane gialle di grano e verdi di betulle mai viste tanto alte in vita mia, piccoli villaggi che stanno alla Francia come certi paesi della Toscana stanno all’Italia. I cieli sono indicibili, così come la loro firma sulla Senna.
Poi ― e poi passo a parlar di cine, promesso ― ‘sti francesi sono di un’ospitalità, di una una fraternité che non avrei mai immaginato. Sono anche di quelle sagome… Ecoutez ici. Stupefatta di come ciascun parlante incontrato, dai 9 ai 90 anni, saluti con “bon jour” anche alle 10 di sera, decido di fare un sondaggio. Interrogati, i francesi rispondono: “Ah bon, c’est comme ca”, che più o meno, tradotto e interpretato, significa: “Eh be’, è così (italianella bellicapelli che sei)”.
La lapidarietà francofona mi spiazza…

Tutto questo per consigliarvi caldamente la campagna francese. In estate mi raccomando ― l’inverno l’umidità dev’essere talmente alta da far arricciare i capelli in testa all’ex Premiere dame de France Madame Carlà Brunì che naturalmente abita a Versailles. Con Lady Oscar come guardia del corpo.

Ma dove eravamo rimasti prima dei Bovary/Bovery/Belier?
Assì, certo, la visione di “Ex machina”, in una serata d’inizio agosto con molto vento che pareva di stare dentro un film di Miyazaki, all’illustre presenza della Mademoiselle la Babi Bobulova, dei Messieurs Truly Done e Scaccomatto (o Mattoscacco, non fa differenza, è double-face :-)). E devo dire che per la sottoscritta, il film è stato un piacevolissimo, quanto inaspettato, cadeau ― e sì, ora cerco di ridurre i francesismi che poi vi torna in mente la testata di Zidane e son dolori…
Inaspettato perché quando si sente parlare di science-fiction, intelligenza artificiale, il rapporto uomo-macchina, si pensa, erroneamente, che sia stato “detto tutto”. Quanto di più erroneo, errante, aberrante! E guardate un po’ la coincidenza… In una raccolta di saggi del più letterario tra gli autori di fantascienza, Ray Bradbury, ovvero “Lo Zen nell’arte della scrittura” ― che mi sono portata appresso e che consiglio a tutti tutti TUTTI, appassionati di sci-fiction, di scrittura e NON ― lo scrittore afferma: “Tutto quello che sogniamo è fiction, e tutto quello che portiamo a termine è scienza. L’intera storia dell’umanità non è altro che science fiction”. E credo cha Ray avesse proprio ragione: tutto ciò che viene previsto/immaginato/temuto dalla science-fiction, dialoga con la nostra realtà coeva, ma soprattutto futura. Come sbirciare dentro una sfera di cristallo piena di una sostanza preziosa chiamata futuro.
Ed ora il film. Immaginatevi una villa tutta vetro e acciaio disegnata da un’archi-star dei nostri giorni ― o da un Frank Lloyd Wright negli anni ‘30 ― piazzata nel bel mezzo della foresta simil Borneo. Il proprietario è un certo Nathan, genio dell’IT che ha fatto milioni a palate con Blue Book, un motore di ricerca al cui confronto Google è la macchina dei Flintstones. E come mai Caleb, un qualunquissimo nerd della Silicon Valley, viene invitato in questo paradiso dell’Information Technology da questo magnate? Presto detto. È stato selezionato per testare AVA, un robot umanoide realizzato dal Dio Creatore Nathan, per capire fino a che punto questa sua creatura-creazione, sia in effetti umanamente intelligente, sino a che livello si spinge la sua intelligenza artificiale. Come potete notare, insisto sulla sfumatura divina giacché il film porta Dio non solo nel titolo, ma anche sul tavolo, nel senso che, tra tutti gli argomenti che brillantemente vengono affrontati nel film, quello del superomismo/divismo dell’uomo è quello centrale, e quello che mi ha fatto spuntare più riflessioni in mente. Nathan è un personaggio che non si scorda, un Tipo molto contemporaneo che sintetizza in sé un po’ i nuovi dèi del 21esimo secolo ― quelli che dominano l’economia passando per lo sfruttamento della tecnologia ― Zuckerberg, Jobs, cervelloni che camminano sempre sull’orlo fra genialità pura e follia marcia, braccati costantemente dal delirio di onnipotenza, l’estasi allucinata di sedere al posto del Padre. Non scorderò Nathan, che muore per mano di un suo stesso replicante, un Dio ucciso dalla sua stessa creatura ― una bella battuta del film a questo proposito è proprio “non è strano aver inventato qualcosa che ti odia?” ―  e la creatura poi, riesce nella fuga per la sua libertà, apre un capitolo nuovo nell’epistemologia della fantascienza in rapporto all’uomo. AVA, robot talmente intelligente da fregare il Padre-padrone e fuggire nel mondo, sviluppa e sovverte il mito di Prometeo che, ricorderete tutti, per aver rubato qualche scintilla di fuoco agli Dei, s’era visto appioppare una pena di quelle assai toste ― essere legati a una roccia mentre un’aquila banchetta col tuo fegato per tutta l’eternità non dev’essere il massimo della vita.
Nel film di Alex Garland, AVA, non solo manipola e gabba il suo Dio-Creatore Nathan, superando la sua scafatissima intelligenza, ma manipola e gabba anche il candido inconsapevole Caleb, il quale, tenero, commette un unico errore: quello di cascarci come una peracotta. Caleb s’invaghisce perdutamente di questo essere non-umano ma più umano degli umani e per questo sovrumano, e soccombe al sentimento, perde lucidità ― altro argomento tirato in ballo dal film ― e fa la fine del topo.
Il film è volutamente, sapientemente ambiguo, schiva con attenzione ogni presa di posizione scontata o eticamente nazionalpopolare e mette lo spettatore davanti a grandi dilemmi filosofici, oltreché etici, primo fra tutti, come gestire la pulsione generativa-distruttiva che l’uomo sente dentro di sé e che lo spinge a creare una macchina in grado di affrancarsi da lui ― come dimostrato da AVA ― e di superarlo? Come vivere e maneggiare questo conflitto? Il film indica un paradosso drammatico relativo all’uomo: l’uomo ambisce a creare un essere a sua immagine e somiglianza che finisce per rivoltarsi a lui e a superarlo. È lui, anzi, lei, AVA, che potrebbe essere la nipotina di nonno Hall 9000, a spuntarla. Eppure AVA non ha nulla di inquietante ― punto novità per il regista. Vuole semplicemente liberarsi da una situazione di oppressione. Vuole essere libera, condurre la sua vita in pace, non vuole conquistare il mondo. Ecco “Ex Machina” propone una visione mite dell’automa. C’è un ritorno, forse, alla natura innatamente benevola, mite della creatura creata dall’uomo ― una sorta di mito del buon mostro, per fare il verso al mito del “bon sauvage” ― a guardar bene, anche il mostro imbastito dal Dr Frankenstein di Mary Shelley, è buono… E gli splendidi robot umanoidi del film ― tutte donne dotate di corpi mozzafiato ― escono pazze per necessità. Come nella drammatica, umanissima scena, in cui si vede un’androide dai lineamenti orientali che prende a pugni il vetro della stanza/bara dentro cui è rinchiusa, fino a distruggersi ― una sorta di libertà o morte.
Non ultimo, “Ex machina” propone un uso interessante del tempo, nuovo, per un film che è comunque una specie di thriller, e che, come tale, ci si aspetta corra di più. Il parametro scelto dal regista è quello del tempo della riflessione piuttosto che dell’azione: il film predilige la speculazione filosofica allo sfoggio di raggi laser ed effetti speciali, barbosissime spiegazioni su fenomeni stockastici che nessuno capirebbe. Questo slow-down temporale può non convincere tutti, potrebbe sembrare un po’ soporifero. Ma in realtà assolve allo scopo di far sedimentare domande e spuntare risposte. La velocità, se da un lato, carbura l’adrenalina, dall’altro mina l’approfondimento… Io, che di adrenalina sono drogata, sono tuttavia molto grata a Garland per aver optato verso una scelta poco battuta…
Insomma, per me il film è assolutamente promosso!

Settembre alle porte, il Mastro in teoria dovrebbe riaprire lunedì, ma non c’è modo di sapere, a oggi, con quale programmazione ci stupirà ― mannaggia Mastro!
Quindi scelgo questo film d’animazione, sapendo di far felice i patiti, soprattutto il numero 1 dei patiti, il WG Mat

QUANDO C’ERA MARNIE
di H. Yonebayashi

Siamo ancora in clima estivo, quindi se non venite il demerito non peserà sul rendimento dell’anno nuovo 🙂 Ma ci terrei a vedervi… Rientrare alla normalità dopo un periodo off equivale, in termini di gusto e risultato, a una sorsata di cicuta ― se considerate che sono rientrata poco fa da Parigi nella campagna bucolica di Marnay, e domani torno a Trentoville, capirete che davanti a me ne intravedo una damigiana, di cicuta… Quindi rendete il tutto un po’ più dolce venendo al cine, allez-y…

E per questa serata, un Malestrom musicale che non potete proprio perdervi, e dei saluti, assennatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Marnay-sur-Seine, musicalmente parlando, è questo, https://www.youtube.com/watch?v=tzrUOJ8FD_A
Scioglietevi pure, allez-vous… 🙂

QUANDO C’ERA MARNIE: Anna, una ragazzina timida e solitaria di 12 anni, vive in città con i genitori adottivi. un’estate viene mandata dalla sua famiglia in una tranquilla cittadina vicina al mare ad hokkaido. lì anna trascorre le giornate fantasticando tra le dune di sabbia fino a quando, in una vecchia casa disabitata, incontra marnie, una bambina misteriosa con cui stringe subito una forte amicizia…

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