Posts made in settembre, 2015

LET’S MOVIE 257 – propone NON ESSERE CATTIVO e commenta L’ATTESA

LET’S MOVIE 257 – propone NON ESSERE CATTIVO e commenta L’ATTESA

NON ESSERE CATTIVO
di Claudio Caligari
Italia, 2015, ‘100
Lunedì 28/Monday 28
Ore 21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

 

Folksvaghen Fellows,

Eh eh eh…ecchisselo sarebbe mai aspettato, dai primi della classe? Quelli che fanno tutto sempre bene, tutto assennato (prima “Raus!” e poi “Wilkommen” agli Immigraten), tutto sempre puntuale come gli svizzeri, ma con quelle gote rosso Oktoberfest che li distingue dai visipallidi elvetici. Adesso vien fuori che i teteschi di Cemania truccavano i motori delle macchine del popolo! A momenti mi schiantavo contro la macchina del popolo davanti alla mia sentendo la notizia alla radio.
Allora in questa fine di settembre 2015 vien fuori che gli incorruttibili non sono incorruttibili. Siamo davanti al Crepuscolo degli Dei, all’epica nibelunga nell’automobilistica, Wagner uber Wagen! Se anche loro scendono a mezzucci che la stereotipia mondiale potrebbe imputare all’italianità ― noi, popolo di estremi, che oscilla tra eccellenze e delinquenze ― se anche loro diventano come noi, allora non c’è più un “loro” e un “noi”. Siamo tutti “noi”. Lo scandalo Volkswagen, oltre a farmi bullare della mia Toyota, mi fa capire che non si deve mai mescolare il nazionale con l’universale. Che certe debolezze sono semplicemente umane e non hanno a che fare con questa (in)civiltà piuttosto che quell’altra. Errare humanum est, etiam germanicum.

No tranquilli, non s’è parlato di questo a Let’s Movie martedì. A Let’s Movie, o meglio, dopo il Let’s Movie, ci mancavano sole le poltrone di pelle, luci soffuse, dipinti incomprensibili alle pareti e pareti coperte di libri: noi eravamo sul marciapiede fuori dal Mastro, ma si disquisiva come in un caffè culturale parigino al tempo dei caffè culturali parigini.
Siamo partiti tutti molto cauti, forse per questo lo stupore è stato ancor più stupefacente quando ci siamo ritrovati davanti a “L’attesa”, e con così tante cose da dire dopo “L’attesa”.
La Whynot, la More, il Felix, l’Andy {the Candy} ed io abbiamo preso posto circospetti, come se fossimo pronti al pacco che di lì a poco ci sarebbe piombato sulla testa. Con il pacco-proof attivato, abbiamo preso posto.
Il film s’ispira a un testo di Pirandello, “La vita che ti diedi” ― ringrazio la More, per la precisazione 🙂 ― che a sua volta si ispira a una sua novella “La camera in attesa”. Io aggiungo di aver sentito anche l’odore di un racconto di Dino Buzzati, “Il mantello”***, ma può essere che il mio naso sia viziato da troppa roba scritta, e al momento non so spiegarvi la relazione che lo lega all’opera di Piero Messina, il regista…Vediamo poi…
E’ importante sottolineare che il film si rifà a un testo scritto perché ne assorbe la natura e assume dei lineamenti molto letterari. Se avete visto “La scelta”, bassissimo film di Michele Placido tratto anch’esso da un testo pirandelliano, vedrete con i vostri occhi cosa significhi prendere un pezzo di letteratura e farne una fiction oppure farne un’opera d’ingegno ― no, tirar fuori un Pinocchio da un bel pezzo di ciliegio non riesce a tutti…
Anna è una madre che ha appena perso il figlio, Giuseppe. Abita in Sicilia, in un casolare di quelli che riempiono la nostra immaginazione quando pensiamo alla Sicilia e ai casolari: tende scostate dal vento, il lavandino in pietra della cucina, mobilio che ricorda vagamente  il Gattopardo, un cortile polveroso in cui crescono, nodosi e millenari, gli ulivi. Ed ecco che arriva dalla Francia Jeanne, la ragazza di Giuseppe: lei e lui rimasti d’accordo che lei avrebbe passato l’estate lì, anche se lui negli ultimi giorni non ha più risposto al cellulare… Jeanne non sa nulla della sua morte, e Anna non le dice nulla. Evita le domande, le mente ― “è morto mio cognato”, motiva così le persone piene di condoglianze in casa…
Tra le due nasce un legame, una strana complicità. Anna cucina per Jeanne, vanno insieme al lago, al bagno turco. Parlano. E non parlano di Giuseppe. Il film è tutto lì, nelle parole centellinate che lo spettatore aspetta come un assetato, e che beve con foga quando arrivano. È una scelta coraggiosa, quella di Messina: i silenzi fanno sempre paura nei film. Attirano le critiche, respingono il pubblico. Messina è andato dritto per la sua strada ― bravo.
Va detto che c’è tanto ― forse troppo, specie all’inizio ― del suo mentore: Messina è stato l’aiutoregista di Sorrentino per “This Must Be the Place” e “La grande bellezza”. E indubbiamente Messina sorrentina ― che buffa la geografia siculo-campana nei nomi :-)… Sorrentino è presente nell’estetismo spinto di certe inquadrature, nel loro virtuosismo fine a se stesso. Le scene subacquee, per esempio, oppure il bambino controcorrente sul tapis-roulant dell’aeroporto all’inizio inizio, sono indubbiamente delle sorrentinate, così come l’insistenza su alcuni dettagli ― certe sale da pranzo sprofondate in un buio ecclesiastico, certe uova sul punto di farsi occhio di bue, oppure l’uso di certi rallentì. Però mano a mano che il film procede ― è lento a carburare, all’inizio, un diesel non truccato ― Messina si svincola dalla mano che il maestro gli tiene poggiata sulla spalla e cammina per conto suo. La sceneggiatura è robusta e non solo per via di Pirandello. La trovata del cellulare ― “trovata” nel duplice senso di idea e ritrovamento ― attualizza e personalizza il canovaccio offerto dal testo d’ispirazione e porta il film da Girgenti a Messina…

“L’attesa” non è un film solo sul dolore per la perdita (morte) di un figlio, ma anche per la perdita (fine) di un amore. In un bellissimo confronto tra Anna e Jeanne, Anna prosegue sulla via della menzogna, pur porgendo alla ragazza un’ustionante verità: Giuseppe ha deciso di lasciarti, tu devi andare avanti con la tua vita, lui andrà avanti con la sua. Brucia, fa male, è dura, ma tutto va avanti, ti rinnamorerai, ritroverai la felicità. E lo capite, no? Siamo davanti a una coincidenza emotiva. Il lutto che si prova per la perdita di un caro si sovrappone perfettamente al lutto che si prova quando un amore finisce. Non serve un funerale a portarti via una persona: basta anche la bara di un ascensore… Ed è un film, questo, sul vuoto, la mancanza, e non avrebbe potuto esserci scelta migliore per il titolo: cos’è “l’attesa” se non un vuoto che ci testa, ci tortura e su cui non abbiamo il controllo? Eppure noi sospendiamo il giudizio nei confronti di Anna ― la grandiosità di Pirandello, Nobel micaperniente! ― noi non c’indigniamo con lei, niente indice puntato addosso, niente “perché non glielo dici?”. Capiamo. Capiamo che lei non vuole lasciar andare né il figlio né tutto quello che attorno a lui orbitava, sia che si tratti del piatto con gli avanzi di un suo pasto, di una tazza di tè lasciato a metà, di un materassino gonfiabile che lui ha gonfiato e che lei, Anna, sgonfia stringendolo al petto in un abbraccio disarmante, inspirando tutta l’aria che può perché l’aria è il suo respiro (è lui) ― una delle scene più toccanti e forti del film. Sia che si tratti, naturalmente, della sua ragazza. Anna non vuole lasciarlo andare ― così come la madre non vuol lasciar andare il figlio verso la Morte ne “Il mantello” di Buzzati, ecco dov’era il legame, eureka, Fellows!
A un certo punto, tuttavia, è costretta a farlo. E il punto è stato scelto ad arte da Messina: la Pasqua. E cos’è, allegoricamente la Pasqua, se non la dipartita ultima del Cristo dalla terra, la sua transustanziazione, la fine della sua passione? Nella processione notturna a cui Anna partecipa, la presenza del figlio in tutta la sua assenza al suo fianco, si vede la statua di una Madonna a cui viene tolto il velo nero che la ricopre. Solo lasciando andare suo figlio, ovvero il suo Cristo, il suo tutto, Anna può perdere il suo lutto.
Il linguaggio visivo cristiano di cui Messina si serve ― il film si apre con un crocifisso fluttuante nel buio e continua con pratiche funerarie care alla cattolicità, come la copertura degli specchi con dei drappi neri dopo una morte ― è bilanciato attraverso l’alto potere sensuale che carica certi momenti del film. Come la cena organizzata con i due ragazzi conosciuti da Jeanne al lago. Anna è bellissima, alla cena, così come Jeanne ― più che suocera e nuora sembrano due amiche che seducono una coppia di amici. Quindi, benché il film mantenga inalterata un’identità ieratica fino alla fine, è attraversato anche da una corrente sensoriale sotterranea che non passa inosservata, e che è tuttasalute per il film ― lo rende caldo di vita, salvandolo dai rigori dell’esperimento estetico-letterario.
Va detto che “L’attesa” poggia molto sulle spalle di Juliette Binoche, la quale non è semplicemente brava ― interpretare il ruolo della madre coraggio farebbe esclamare un “mangano-per-sogno!” a qualsiasi attrice ― ma è dotata di una presenza scenica da opera d’arte. Questa donna dà vera e propria vita all’inquadratura, cioè riempie di vita uno spazio, anche senza parlare anche senza muoversi, come succede con le opere d’arte. Può stare seduta immobile a bordo di un letto, oppure ridere sguaiata a una tavola, oppure guardare assente fuori da una finestra e tutto intorno riverbera della sua vita ― immaginate cosa dev’essere vederla di persona in una stanza vera… Brava anche la ragazza, Lou De l’Aaage ― recitare accanto a un’opera d’arte e non sfigurare, provateci voi… E un bravo anche a Giorgio Colangeli, in un ruolo piccolo e grande insieme ― tuttofare del casale, Pietro è in realtà la coscienza di Anna, quella che le ricorda cosa “sarebbe giusto fare”…

Oggi mi mantengo più leggera perché la settimana scorso ho messo a dura prova la vostra linea con due pipponi due… Ma mi piacerebbe moltissimo che gli amanti della letteratura andassero a vedere “L’attesa”. E anche gli amanti tutti, senza discriminazione alcuna. 🙂

Dalla Laguna ci arriva un cargo di film che siamo ben lieti di scaricare davanti alle vostre porte. Il primo della lista ― precedenza assoluta― è

NON ESSERE CATTIVO
di Claudio Caligari

Il regista di questo film, Claudio Caligari, è mancato lo scorso maggio. Nella sua carriera ha girato due film, considerati dei cult “difficili”, specie “Amore tossico”, del 1983. La sua è la storia dell’artista che trova tanti, troppi ostacoli sulla sua strada e a un certo punto un brutto male arriva e se lo porta via così, senza dargli il tempo di finire il discorso che aveva cominciato, ― il suo terzo film. Fortunatamente ci sono quelli che hanno sempre creduto nella sua opera e hanno portato a compimento il suo progetto. Valerio Mastandrea è uno di questi, e il film è uscito anche grazie ― o meglio, soprattutto ― al mazzo che si e fatto per farlo uscire.
Questa storia è già un film in sé… Andare a vedere il film da cui è partita, mi sembra il minimo.

Il Maelstrom stasera diventa il palco su cui si esibisce il nostro Magician Zadramat, Matteo, in uno spettacolo che ci piace moltissimo a cui vi prego di prestare attenzione: s’intitola WALKIN’ THROUGH THE DESERT. Quattro film sui luoghi disabitati 😉

Il riassunto invece non vale una cicca. “Skip summary watch wildly” sarà uno dei nuovi tormentoni lezmuviani, avvertiti 🙂
Per ora grazie, sempre, e saluti, stasera, macchinalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

***Please help yourself, http://www.aetnanet.org/scuola-news-13564.html  🙂

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Guardate qua sotto cosa si sono inventati quei locos del Locos Bar di Rovereto, come c’informa il nostro Magician Zadramat, una delle menti matte dietro la rassegna WALKIN’ THROUGH THE DESERT. Quattro film sui luoghi disabitati
…Adoro quando il pensiero diventa azione ― e dove le regole non esistono, esistono solo le eccezioni… va be’, scusatale dai…
Di seguito info e date…
Let’s Walk Through The Desert! 🙂

WALKIN’ THROUGH THE DESERT
Quattro film su luoghi apparentemente disabitati

È nota la storia di quel ricco ed eccentrico francese che volle allestire un cinema all’aperto nel deserto del Sinai. Fece dunque trasportare tutto il necessario: proiettore, schermo, poltroncine. Nonostante fosse tutto pronto per la prima proiezione, per motivi tuttora misteriosi, il cinema non venne mai inaugurato.
Non potendo portare il cinema nel deserto, sulla scia di questo moderno Fitzcarraldo abbiamo cercato di portare un po’ di deserti nel nostro cinema sottoterra.

21.9 Walkabout (L’inizio del cammino). Nicolas Roeg (1971) 100′
Un uomo va coi figli a fare una gita in auto nel deserto australiano. Durante una sosta dà fuoco all’auto e si uccide dopo aver sparato in direzione dei figli senza ferirli. La ragazza e il bambino cominciano a camminare nel deserto fino a che non trovano una piccola oasi che ben presto si prosciuga. Li aiuta un indigeno che trascorrerà con loro dei giorni felici.

28.9 Bitter Victory (Vittoria Amara). Nicholas Ray (1957) 97′
Durante la Seconda Guerra Mondiale a due ufficiali inglesi, il codardo Brand e il valoroso Leith, viene affidata una pericolosa missione al Cairo. Durante il ritorno, Brand fa di tutto per eliminare l’altro, di cui è anche geloso. Tratto dal libro di René Hardy (anche co-sceneggiatore), “Vittoria amara”.

5.10 Die Wand (La parete). Julian Pölsler (2012) 108′
Una donna si unisce ad una coppia per una gita ad un rifugio di montagna. La prima sera, la coppia scende a valle mentre la donna rimane a casa con il cane. La mattina dopo, accortasi che la coppia non ha fatto ritorno, scende verso il villaggio e fa una scoperta incredibile: un muro invisibile è comparso a separarla dal resto del mondo. Sola con un cane, un gatto e una mucca, si trova a dover tentare di sopravvivere nella foresta. Tratto dal romanzo Die Wand scritto nel 1961 da Marlen Haushofer.

12.10 Figures in a landscape (Caccia Sadica). Joseph Losey (1970) 106′
Due evasi, Ansell e Mac, del cui passato poco sappiamo, fuggono disperatamente attraverso pianure e montagne per raggiungere una vicina frontiera. Li sovrasta in continuazione un mostruoso elicottero del cui conducente non vedremo mai il volto. Gli stessi soldati che li inseguono hanno connotati imprecisi. Tutto risulta volutamente indeterminato.

Si inizia alle 21.15, siate puntuali.
L’ingresso è libero, i posti limitati.
Da un’idea di Loco’s bar, Matteo Zadra, Marco Segabinazzi.

NON ESSERE CATTIVO: È la storia di Cesare (Luca Martinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi), legati da «una forte amicizia virile. È un legame che resiste anche quando separano i loro destini, Vittorio cerca di salvarsi e di integrarsi attraverso il lavoro, mentre Cesare affonda nell’inferno della droga e dello spaccio, finché durante una rapina viene ferito. Non essere cattivo è ambientato a metà degli anni Novanta, perché, secondo il regista, «come Pasolini aveva intuito, è il momento in cui muore il mondo pasoliniano”.

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LET’S MOVIE 256 propone L’ATTESA e commenta SANGUE DEL MIO SANGUE e INSIDE OUT

LET’S MOVIE 256 propone L’ATTESA e commenta SANGUE DEL MIO SANGUE e INSIDE OUT

L’ATTESA
di Piero Messina
Italia, 2015, ‘100
Martedì 22 / Tuesday 22
Ore 21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

Muri Moviers,

Tutto lì, converge, questa settimana. L’Ungheria non ha capito che il cemento ha da trionfare nelle mani di Renzo Piano ma non lungo i confini di un paese: finisce sempre per crollare sotto le mazzate del darwinismo storico. Capisco il loro leggero attrito con i tedeschi, ora come ora, ma il ministro ungherese Orban non mi vorrà negare il caso Berlino 1989, e another brick in the wall! Lui fa lo gnorri e, in attesa del calcestruzzo, srotola km e km di filo spinato sul bel tappeto della sua terra. Lui srotola, e l’Europa rotola. Vorrei vedere se un giorno l’Oregon si svegliasse e decidesse di costruire un muro perché dalla California gli arrivano delle orde di clandestini chicani ― il filo spinato in America non si srotolerebbe mai tra stati federati, casomai lungo il confine con il Messico, ma quello è da keep-off, si sa…
Quando avremmo risolto l’urgenza di rimpallarci hotspot (?!),10.000 li prendo io, 20.000 li prendi tu, ci siederemo al capezzale dell’Europa e col fare impotente della colpevolezza, assisteremo l’agonia di quell’organismo che credevamo sarebbe sopravvissuto e invece no, muore per via d’insufficienza regolamentare tra gli stati membri. Il male dell’Europa, alla fine, siamo noi.
Più il mondo è questo, con la duplice violenza dello stato delle cose e della voracia con cui i media stanno pasteggiando sulle immagini di queste vite ― prima di “esodati-immigrati-disperati”, queste sono vite ― più viene voglia di scollarsi da tutto e affondare nelle acque del cinema e dell’arte. Cosa ci rimane, altrimenti? Cos’altro esiste, veramente? A parte l’amore, e le Melissa edizione Karl Lagerfeld? 😉

In linea con l’aria polverosa che respiriamo nel cantiere edile europeo, sono arrivata armata di mazza dal Mastro, lunedì sera. Un Bellocchio da demolire, cos’altro può desiderare uno, a fine giornata? 🙂 Tra l’altro, contro ogni previsione (soprattutto sul fronte Anti Muviers), mi trovo lì quel Burj Khalifa dello Scacco Matto e poi l’Anarcozumi post red-carpet e vintage market, l’Ugo The Boss (un Boss alla destra di un Board è delinquenziale anche solo a pensarlo!) e anche il Sommario ex Easy-RISEr ―visti i recenti sviluppi-inviluppi in area RISE, meglio virare sulla sua identità di scorta, comunque somma… 🙂
E lo ammetto, entro in sala con tutti i pregiudizi schierati da esercito romano in piena guerra punica ― scegliete voi quale. Perché Bellocchio è un personaggio umanamente difficile da digerire. Sta nell’empireo del cinema d’essai, ci sta da anni ― millenni!― e lui lo sa, e da lassù guarda quaggiù, noi, umanucoli che mai ca(r)piremo a pieno il su cine, mai lo coglieremo nella sua essenza, ma che tuttavia triboliamo a provarci, parziali, fallimentari. Poverini che siamo. Un Bellocchio così è una preda perfetta per il mio mirino. E invece, mannaggia, inversione delle parti: io schiantata al suo cospetto, lui trionfante dietro il suo film!
Bellocchio 1 – Board 0
Mannaggia! 🙂

“Sangue del mio sangue”  è spaccato in due. Nella prima parte, ambientata in un convento del ‘600, assistiamo a un classico caso di Monaca di Monza, Benedetta (occhio al nome), posta sotto il giudizio di una corte clericale che le intima di confessare il suo peccato: aver sedotto e portato al suicidio un prete. Se continua a rifiutarsi, il povero prete sedotto rimarrà per sempre sepolto da sconsacrato ― granderrima onta per la famiglia, capirete. La sventurata stavolta non risponde, e per questo viene sottoposta alle solite torture del caso: tagliatele i capelli, buttatela in un fiume con un collier di ghisa addosso, marchiatela a fuoco. Le solite maniere forti che la Chiesa non può evitare di adottare in presenza del Principe del Male, anche qui, capirete. Il prete morto ha un gemello, Federico Mai (occhio al cognome), che, nel tentativo di costringerla a pentirsi e riscattare l’anima del fratello, s’innamora di lei. Lei, naturalmente, finisce murata viva.

Tenete a mente che i personaggi viaggiano nel tempo e impersonano altri ruoli nella seconda parte, ambientata nel presente. Nello stesso convento in cui si svolgono i fatti, si nasconde ora il Conte Basta (occhio ancora al cognome), il Dracula di Bobbio ― che nella prima parte, badate bene, faceva il Cardinale Inquisitore. Un vampiro in fuga dalla pazza folla del mondo moderno. Ma non un vampiro classico,questo e’ un vampiro dell’amministrare: più che interessarsi al sangue ― nemmeno una goccia ne scenderà in tutto il corso del film ― il suo essere vampiro si esplica nell’appartenenza a una lobby di provinciali che regolano la vita del paese e di cui l’amico dentista fa parte. Ho trovato molto suggestiva la scelta di farne dei vampiri, e di accentrare nelle loro mani ― fra i loro canini! ― il potere che decide le sorti del paese…
Nella seconda parte Federico Mai diventa un ispettore ministeriale corrotto e corruttibile che cerca di far acquistare il convento, proprietà del pubblico demanio, a un miliardario russo.
Questa, buttata li un po’ alla cialtrona, la trama, che si sa, non è mai così importante, specie nei film di Bellocchio, in cui conta tutto quello che sta intorno all’osso nudo dei fatti, più che i nudi fatti.

Allora. Non è un film per tutti ― è un film per eletti, cosa vi aspettavate, il regista lo conosciamo. Ci sono dei difetti: la prima parte è troppo insistita, e di conseguenza la seconda appare troppo compressa, strozzata, come se non esprimesse tutto il potenziale che indiscutibilmente ha. C’è un cameo di Fabrizio Timi ― il matto del paese ― che è assolutamente inutile, fuori luogo, già visto stessa interpretazione del figlio pazzo di Mussolini in “Vincere”. C’è anche un eccesso di autocompiacimento, di intimismo autoriferito ― faccio un film che parla un sacco di roba mia, e gli altri dicano pure quello che je pare. Ma once again, stiamo parlando di un regista che sulla sua famiglia c’ha girato anche l’ultimo film, “Sorelle Mai” ― stesso cognome del Federico di prima, sì. Quindi non ci stupiamo.
Ma Fellows. Nonostante questi difetti. Nonostante tutto, questo film, per me, è arte ― un tentativo se non altro, e ci vuol coraggio. E c’è ben poco da dire, da sbuffare o aggrapparsi alle critiche da sceneggiatorini che ti dicono “qui il film non tiene”, “manca l’unità”, ignorando che l’unità qui è garantita in modi inconsueti, tipo dall’impalpabile, meravigliosa versione gregoriana di “Nothing else matters” dei Metallica riarrangiata dagli Scala & Kolacny Brothers, https://www.youtube.com/watch?v=SABPBly90Nk, un filo musicale che scorre in tutto il film ― una cucitura di note può non essere condivisa come legante, ma c’è, e per me lega eccome. L’arte non segue ricette, non ti dice mai quello che vuole dirti. Se cerchiamo tutto questo, se cerchiamo la linearità, prendiamoci una fiction, oppure leggiamoci l’elenco del telefono, più lineare di così. Bellocchio non fa spiegoni ― quando li fa, vedi “Bella addormentata” fallisce miseramente ― fa allusioni, semmai. Il film procede poggiandosi su un’aerea trama di rimandi intertestuali, cioè interni, come i personaggi che ritornano in ruoli apparentemente distanti, eppure legati tra loro, per contrasto, contrappasso o antitesi ― Herlitzka prima inquisitore poi vampiro, il capo dei frati prima capo dei frati poi finto cieco, Federico prima valoroso intento a riscattare il fratello e poi ispettore disonesto. Questo stratagemma del ritorno dei personaggi nel corso del tempo, per altro, è stato utilizzato in maniera egregia dai fratelli Wachowski in “Cloud Atlas” ― vedere per credere.
Ma il film procede anche su una trama di rimandi extratestuali, cioè rivolti alla produzione cinematografica e alla vita stessa di Bellocchio ― di qui l’accusa di autoreferenzialità. Bellocchio aveva un gemello, morto suicida. E il rapporto tra i due gemelli Mai è centrale all’opera, il gemello morto sembra non essere morto: rivive in Federico e nel desiderio che prova per Benedetta. Lo si vede, significativamente, aldilà della riva del fiume. Lo si vede, allegoricamente, nel secondo mazzo di chiavi sul fondo di un fiume ― due fratelli legati dal desiderio che faranno la stessa fine… Bellocchio è di Bobbio, e Bobbio è, senza alcun dubbio, il suo paese cinematografico e funge da collante geografico tra la prima e la seconda parte, che si affianca a quello musicale della colonna sonora di cui ho già detto.
“Sangue del mio sangue” è una rappresentazione artistica ― non cerebraloide ― sul tempo. Passato e presente sono solo superficialmente entità distaccate, diverse, ma in realtà non sono che forme sistemiche d’ingabbiare il tempo e il suo scorrere. Bellocchio ci dice, no guardate che il passato è NEL presente, che il passato È presente. Allora la casta ecclesiastica che dominava incontrastata nel ‘600, con i sistemi barbari di cui Benedetta fa le spese, ritornano nella cerchia contemporanea dei vampiri ― una misteriosa e stuzzicante sintesi fra mafia e Democrazia Cristiana ― avvinghiata al collo della società pur di mantenere il potere e “le cose come stanno”. Nello straordinario dialogo fra il Conte Basta e il dentista Quantunque  ― di nuovo, fate caso ai cognomi, che non sono a caso ― i due ribadiscono la loro avversione a internet, e a qualsiasi forma di apertura verso l’esterno. Esattamente come nel ‘600, quando la Chiesa comandava e il bigottismo imperava, e nuoceva, visto i danni che provocava. Un tempo sincretico è l’opposto del tempo distinto di Sorrentino, che distingueva il passato dal futuro in “Youth” e li poneva agli antipodi di un cannocchiale ― ricorderete.
A parte queste riflessioni molto stimolanti, il film mi ha steso emotivamente nel finale. “Steso emotivamente” significa tremarella nella voce e nelle mani, faccia sul rubicondo, aspetto complessivo da chiamiamo-qualcuno-e-aiutiamola 🙂
Il muro attorno al quale questo messaggio lezmuviano convergeva all’inizio, converge qui. Nell’ultima scena, dal presente torniamo per un attimo al passato. Sua santità il Cardinale Maximo ―insomma il leader supremo della Chiesa― va a far visita alla murata viva dopo anni e anni di muro. E lo fa abbattere.
Da una nuvola di polvere bianca, esce, come Afrodite dalla spuma del mare, Benedetta, biotta e bella come mamma l’ha fatta. Benedetta lo guarda, lui stramazza al suolo, e lei se ne va. Io non so bene spiegarvi, ma questa scena contiene l’anima del film, per me. La bellezza iscritta nel desiderio che la bigotteria clericale ha fatto murare come il più abominevole dei peccati, non invecchia mai, è imperitura e vince quelle barriere e quelle restrizioni costruite non già da un Dio vecchiotestamentario vendicativo e violento, ma dall’uomo pavido e castigamatti. Non c’è peccato nel desiderio, nell’amore, non c’è corruzione nel corpo di Benedetta ― per questo il suo fisico é intonso, perfetto.
E’ innescato qui, al contrario, il meccanismo di Dorian Gray: il ritratto di Dorian registra tutta la corruzione che il bel Dorian cumula nel corso della vtia, ma alla morte di Dorian, il quadro torna perfetto mentre il suo corpo è quello d’un vecchio orripilante (applausi per Wilde). Nel caso di “Sangue del mio  sangue”, nell’istante in cui Benedetta riguadagna la libertà di uscire per il mondo ed essere ciò che è, il suo corpo ritorna intatto, riacquista la bellezza del pre-punizione ― i capelli lunghi, la pelle senza marchi e ferite.
Questo happy-ending è rincarato nel presente, dove vediamo delle volanti della polizia fare ingresso a Bobbio, diretti, presumibilmente, a far piazza pulita dai vampiri. È l’’arrivo della giustizia.
Bellezza e Giustizia, due valori universali, chiudono un film assolutamente laico ma che utilizza il lessico allegorico del religioso per esprimerlo ― una tecnica familiare a Bellocchio, pensate un po’ a “L’ora di religione”.
Quindi in sintesi (!), mi costa ammetterlo, ma stavolta Bellocchio ha centrato, o meglio, MI ha centrato ― colpito e affondato. Questo è successo a me, ma non alla metà ― forse più ― di spettatori che l’hanno visto, e detestato. Si dice sempre che se un film spacca l’opinione pubblica allora spacca veramente…

Ma anche questo può non essere vero: se prendiamo INSIDE OUT, per esempio, abbiamo un’assoluta ― rarissima ― unanimità di giudizio sul fronte pubblico, critica e Moviers, eppure il film spacca, e di brutto! Mercoledì sera erano con noi il WG Mat, il Col Tenente con Giuliana, che in Let’s Movie si chiama Patrizia ― appartenente alla nobile stirpe della gens Giulia(na), ci fa il favore di mescolarsi a noi della plebe, e di queso la ringraziamo 🙂 ; l’Anarcozumi, lo Scacco Matto, il Bridge e la More.
Nota a margine: appunto al petto dello Scacco Matto e dell’Anarco la medaglia dei Movier che fecero l’impresa: due Let’s Movie in una settimana ― un’impresa da cavallieri, a detta di Olmi… 😉

Riley è una ragazzina di 11 anni che subisce un trasloco: dal tuttanatura Minnesota alle strade di San Fransisco… Ma a Pete Docter, il regista, non interessa tanto l’out, interessa l’inside di Riley. Allora fra le sue mani magiche, aiutate dagli incredibili strumenti della Pixar, cinque emozioni, Rabbia, Gioia, Paura, Disgusto e Tristezza, prendono corpo e colore. Cioè, prendono letteralmente corpo e colore e noi spettatori le vediamo agire inside Riley, nel quartier generale della sua testa, determinandone le reazioni, e di conseguenza i ricordi ― rappresentati da decine di migliaia di miGLIoni di sfere colorate. Solo che le emozioni non sono mai così nette come sembra, sono ambivalenti e titubanti, così Gioia e Tristezza dovranno affrontare un luuuungo viaggio insieme all’interno di Riley per restituirle la serenità.
“Inside Out” è come aver sintetizzato tutto il reparto Psicologia, Pedagogia, Filosofia del Pensiero e Scienze Neurocognitive della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze in poco più di 100 minuti. Le idee geniali sono talmente tante, talmente impreviste e talmente motivate sul piano psicologico da farmi chiedere se ci voleva la Pixar e il 2015 per farci un grafico preciso di come sentiamo/ragioniamo/reagiamo noi essere umani. E tutto questo non attraverso un blahblahbarbosissimo “Con il presente studio s’intende dimostrare che…”, ma attraverso del puro semplice massiccio fun.
L’animazione negli ultimi anni ci ha strabiliato, lo sappiamo. Ma qui sono le associazioni tra psicologia e immaginazione a farti rimanere a bocca aperta. Il Treno dei Pensieri, che sfiora il Mondo del Pensiero Astratto ― in cui è pericoloso entrare perché tutto lì si allontana dall’essenza delle cose, si smaterializza, fino a ridurre tutto, le rotondità e la fisicità del vivere in sterili angoli e rette, facendoti perdere il contatto con il reale…Sarafruner are you listening??― il Regno dell’Immaginazione, l’Inconscio ― una sorta di Cinecittà in cui i sogni vengono prodotti come dei film low-budget utilizzando elementi del vissuto riadattati in sceneggiature non-sense ― e ancora le Isole che sostengono la personalità della ragazzina: la Famiglia, l’Amicizia, l’Onestà, l’Hockey, la Stupidera ―l’isola della Stupidera dei Muviers ha dimensioni continentali, la mia di certo 🙂 ― e che corrono il rischio di colare a picco quando subiamo un cambiamento o quando un’emozione ha il sopravvento.
È un film ad alto rischio lacrime, perché tutti portiamo dentro di noi quelle cinque emozioni, tutti ci riconosciamo nel quartier generale della testa di Riley, e il fatto che le emozioni partono proprio dalla testa mi fa pensare che “Inside Out” faccia persino superare il conflitto mente-cuore ― ma stia tranquilla Jane Austen: non bruceremo il suo “Ragione e sentimento” :-). Per questo il livello d’empatia che il film riesce a toccare è così alto. Docter e il suo team sono stati abilissimi a tradurre in immagini il meccanismo dei ricordi: non sempre gioiosi o colorati, i ricordi possono anche tingersi di azzurro ― di nostalgia, di tristezza ― e farci piangere.
A proposito di tristezza, “Inside Out” la rivaluta come sentimento fondamentale nel percorso di vita di ogni essere umano. In un mondo occidentale tutto tablet, fun e smart-phone, tutto proiettato all’esaltazione della Gioia a tutti i costi, sfogare la tristezza guasta la festa e fa tornare in mente il flaconcino con dentro Gioia in pillole nell’armadietto di milioni di bagni… La Tristezza è censurata, zittita, bandita ― come rappresentato benissimo nel film. Ma “Inside Out” ci dice, Gioia senza Tristezza non va bene, non è possibile: tutte le emozioni servono. E non è una coincidenza che Gioia e Tristezza condividano lo stesso colore di capelli ― l’azzurro, tuguarda ― mentre tutti gli altri personaggi-emozioni sono cromaticamente ben distinti e connotati ―rosso Rabbia, verde Disgusto, viola Paura. In un film in cui ogni minimo dettaglio è iper curato e ragionato, questa scelta non può essere frutto del caso.
Proprio riguardo alla tristezza, il WG Mat consiglia la lettura di questo articolo di Gramellini, e io, da brava Board, agevolo, http://www.lastampa.it/2015/09/16/cultura/opinioni/buongiorno/elogio-della-tristezza-nBiJdfndLgTPaBxAcEABxO/pagina.html

Mi avete sentito dire tante volte “vi prego non perdetelo”, e temo sempre che questa preghiera perda di efficacia, come quando Pierino gridava attenti al Lupo e Lucio Dalla ci scrisse una canzone… 🙂 Spero non succeda proprio ora perché questo film, io vi prego sopra ogni cosa di non perderlo! Anche solo per Bing Bong, l’amico immaginario di Riley, un elefante di zucchero filato rosa che piange caramelle e si sacrifica sparendo nell’abisso dell’oblio pur di salvare la sanità emotiva della ragazzina…E per il fatto che trovare “La psicologia umana spiegata a piccoli e grandi” sullo schermo del cinematografo con tanta erudita sensibilità non capita spesso. No, non capita mai.
“Inside Out” rientra non solo negli happy-few del 2015, ma della vita.
Vorrei dirvi altro, ma già vi siete beccati due pipponi… e poi meglio non far aspettare ancora la prossima proposta…

L’ATTESA
di Piero Messina

Si va per due motivi: 1. Il film prende spunto da una spettacolare novella del Pirandello, “La camera in attesa” e noi si vuol vedere, con gli strumenti fornitici dall’antologia di quinta superiore, come il Messina la tratta; 2. La Binoche è un’attrice che ti fa venir voglia di andare a vedere cose in cui recita anche se poi quelle cose son robaccia (tipo “Sils Maria”, Dio ce ne scampi).

Ecco, mi pare sia tutto, e ora sparisco, sì… Mai più due pipponi insieme, non me li potete reggere, poveri…Dalla settimana prossima si cambia musica…

Ora Maelstrom, quindi riassunto (ma ancora si leggono?!), quindi ringraziamenti a tutti e saluti, stasera, perimetralmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Apprezzamenti a “Amy” son giunti da vari Movier, tra cui il Darth Veter, la Vanilla, il Woodstock (che lasciò anche una citazione nel Baby Blog ― imparate!
Brava la mia ciurma! 🙂

Se invece volete un film che vi ribadisca la versatilità e il talento di Meryl Streep, andate a vedervi “Dove eravamo rimasti”. Il film non entrerà negli annali, ma Meryl, nei panni di una rocker di mezza età filo-repubblicana anti-buonista, è un’autentica forza della natura. E canta quasi meglio del Boss…

L’ATTESA: Attendere il ritorno di una persona è un atto di fede. Anna e Jeanne, isolate in una villa dell’entroterra siciliano, aspettano l’arrivo di Giuseppe, figlio della prima, fidanzato della seconda. La loro attesa si trasforma in un misterioso atto di amore e di volontà.

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LET’S MOVIE 255 – propone SANGUE DEL MIO SANGUE e INSIDE OUT e commenta LA BELLA GENTE

LET’S MOVIE 255 – propone SANGUE DEL MIO SANGUE e INSIDE OUT e commenta LA BELLA GENTE

SANGUE DEL MIO SANGUE
di Marco Bellocchio
Italia, 2015, ‘107
Lunedì 14/Monday 14
Ore 21:00 / 9:00 pm
Astra / Dal Mastro

 

 

INSIDE OUT
di Pete Docter
USA, 2015, ‘102
Mercoledì 16 / Wednesday 16
Ore 21:00 / 9:00 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Frankie HI NRG MC Fellows,

Ve lo ricordate il 1997? La pecora Dolly, i paparazzi nell’Alma, “Titanic”?
​Musicalmente, noi s’impazziva per “Quelli che ben pensano” una canzone che racconta in rap ―rap-conta … rap-canta! ― quello che “La bella gente” racconta per immagini.
Concedetemi 4 minuti e 13 del vostro tempo e ascoltate bene il testo, https://www.youtube.com/watch?v=vrpJB7ucC5Y (dispongo di potenti e oscuri mezzi per sapere chi mi concede i 4 minuti e 13, quindi non negatemeli… :-)).

L’ipocrisia della gente che sembra “bene”, ma che poi sotto sotto è “male”, molto male, è la medesima. Come avete sentito, quelli che ben pensano nel 1997 cantati da Frankie vivevano “col timore di poter sembrare poveri, quel che hanno ostentano e tutto il resto invidiano, poi lo comprano, in costante escalation col vicino costruiscono: parton dal pratino e vanno fino in cielo, han più parabole sul tetto che S. Marco nel Vangelo” ― cioè “hanno più parabole che S. Marco nel vangelo”, ti adoro Frankie. A differenza di quelli, la bella gente portata sullo schermo 12 anni dopo dal regista De Matteo ― nello specifico Alfredo e Susanna la coppia colta, benestante, democratica ― vive col timore di poter sembrare ricca:​ ricco vuol dire materialista, vuol dire buzzurro, e loro invece no, loro sono colti, sensibili, impegnati, non sono come quella coppia di amici con la piscina e il filippino..​. Quindi scelgono di comportarsi da filantropi, di livellare quanto più possibile i gap tra le classi e avvicinare ​le frange della società opposte alle loro attraverso gesti altruistici, modi francescani. In realtà scopriremo, attraverso il film, che è proprio dentro questa patina di opportunistica generosità che s’incista il germe nuovo della sempreverde ipocrisia ―l’ipocrisia è verde sempre. E’ lì, proprio lì, che i gap si allargano.
Questo gemellaggio trans-temporale tra musica e cinema mi tira su un po’ il morale. Quello che vedi in questa bella gente non è affatto un bel vedere. Anche 6 Moviers presenti ti tirano indiscutibilmente su il morale, t’infondono un’energy più di quella di Frankie HI, se hai la fortuna di averli, e io, modestamente, la ebbi 🙂 Il D-Bridge, il WG Mat, il Magno Carlo, il Pizzo (mica macramé, intendiamoci), il Truly Done e, in extremis extremis che piu’ extremis non si puo’, la Babibobulova.

Come anticipavo poc’anzi, Alfredo e Susanna sono una coppia sulla cinquantina che appartiene alla bourgeoisie romana. Lui imprenditore, lei attiva in un centro protezione per le donne in difficoltà, si rifugiano nella tenuta umbra per scappare all’estate nella capitale. Un giorno Susanna ― un delirio di madreteresiana onnipotenza aleggiante intorno alla sua personalità con ambizioni 100% politically-correct ― vede sul ciglio della strada, una prostituta molto molto giovane che viene picchiata dal suo pappone. Nel giro di 300 metri, decide di salvarla ― madreteresiana onnipotenza si diceva, che è più forte di qualsiasi motivazione, anche dell’altruismo autentico. Una volta a casa convince il marito ad andare a riprenderla e portarla in casa, per ospitarla da loro, non si sa bene in quale veste. Nadja, la ragazza, lì per lì recalcitrante, accetta di provare la bambagia in cui i due coniugi la piazzano ― perché ditemi qualcuno che rifiuta un po’ di bambagia, tantopiù se sei entrata in contatto con le sozzure del clientelame a cui ti devi piegare (e il doppiosenso per una volta, ha senso…). Tra i tre sembra andare tutto bene, poi però arriva il figlio Giulio, viziatello figlio-di-papà, e questa versione laica del triangolo Maria + Giuseppe + Maddalena finisce per spezzarsi. La bella Nadja fa gola a Giulio ― abituato com’è a quella fotocopia di Paris Hilton pariolina della fidanzata ― e Giulio, dal canto suo, finisce per attirare Nadja, sempre abituata dal clientelame di cui sopra che certo non brilla per buone maniere. La catastrofe ― nel senso greco del termine ― è giusto dietro l’angolo…

“La bella gente” è un diesel. Impiega tutta la prima parte a carburare. Nella seconda acquista sicurezza e arriva a tagliare il traguardo assai dignitosamente. Devo confessare, tuttavia, che la metà iniziale ha dato del filo da torcere, e non solo a me ― sbuffava come un baio il WG Mat al mio fianco. Le sporcature a livello sceneggiatura sono assai macroscopiche e non occorre Giona Nazzaro (=nel gota della critica cinematografica spinta) a illuminarci su certa carenza di verosimiglianza che si respira dall’inizio e prosegue fino alla fine. L’inizio è troppo affrettato. Non capiamo perché Susanna, abituata ad anni di soprusi ai danni delle donne visto il lavoro che fa, si fissi a salvare questa ragazza. Sarebbero bastate un paio di scene in più, un po’ più di scavo nel suo personaggio a giustificare il desiderio di salvare proprio quella pecorella smarrita. Invece, nel modo frettoloso in cui tutto ci è presentato, è come se questa sua scelta piombasse dall’alto addosso allo spettatore: così stanno le cose, beccati questo senza farti troppe domande. Noi spettatori incassiamo e stiamo al gioco, ma ci rimane comunque quella domandina in testa “ma perché?” …
Questo tipo di atteggiamento registico è mantenuto anche nella caratterizzazione dei personaggi, che sembrano più messi lì per impersonare un ruolo, l’idea di un ruolo ― e per questo ad alto rischio stereotipia― più che se stessi. Il rischio, in un’operazione del genere, è quello di disegnare puppet-characters, personaggi-pupazzi che mancano d’humanitas, quell’indefinibile sostanza multicolore che tinge gli esseri umani e li salva dal manicheismo ― e manichinismo!― dell’o bianco o nero. La coppia di amici che abitano nella villa vicina ― quelli con piscina e filippino― purtroppo finiscono ingabbiati nel cliché: lui parvenu, lei con qualche goccia di sangue blu nel colesterolo (rumina in continuazione!), sono i classici borghesi che rimangono al livello base della comunicazione: parlano solo di cose, quantificabili attraverso il materiale ― soldi, immobili, mi avete capito.
Per fortuna il diesel, e per fortuna il corner in cui De Matteo si salva. Nella seconda metà, viene fuori l’ipocrisia di Susanna: finché Nadja rimane al suo posto e io posso impersonare la salvatrice che rimane fedele a quegli ideali di uguaglianza e altruismo studiati sui banchi universitari, va bene. Ma quando la ragazzina può minacciare l’equilibrio della mia famiglia, ovvero traviare il mio bambino ― piezz’e core de mammà ― allora non va più bene. E così il film, dopo aver scivolato qua e là, insicuro, si aggrappa saldamente a una triste realtà: le vie dello sfruttamento sono infinite. Qual è la prostituzione peggiore? Quella plateale del corpo, a cui il pappone sottoponeva Nadja, oppure quella sottile, dissimulata, travestita da bei vestiti, che Susanna esercita sulla ragazza? In entrambi i casi Nadja non è che un oggetto, e come tale è trattato. Quando Nadja dimostra di essere un Soggetto, cioè di avere dei desideri propri e l’ambizione di uscire dalla posizione subordinata del salvato ― in posizione di perenne sudditanza nei confronti del salvatore che l’ha tolto dai guai ― Susanna si stufa, non vuole più giocare a fare Madre Teresa. E così se ne sbarazza, o meglio lascia il dirty job al marito, così come all’inizio, quando era andato a bordo strada a salvarla dal marciapiede (l’urbanistica, come vedete, non è proprio il mio forte…).
È il trionfo del falso. Il democraticismo di Susanna è solo di facciata, ma si tratta, in effetti, di patrizio-snobismo, che nasconde, sotto sotto, una forma di razzismo verso quella plebe che vuole aiutare, ma che in verità guarda dall’alto in basso. Nadja non potrebbe mai diventare la nuova fidanzata di Giulio, non scherziamo. Per Giulio ci vuole una Paris Hilton, che magari qualche volta romperà pure i parioli, ma che certo non viene dalla strada. Con lei lo status quo è mantenuto.
Questa storia apparentemente semplice tira fuori questioni complesse e mai così scottanti come oggi. Mi riferisco per esempio all’altruismo. Al gesto del salvataggio e alle conseguenze che comporta. Chi salva una vita, e inserisce quella vita in un sistema codificato ― come una casa o, traslando, la società di un paese― è responsabile di quella vita. Non puoi caricarti qualcuno sulle spalle per regolare certi conti che hai con la tua coscienza oppure con il ruolo che ti piace impersonare agli occhi della società, e poi scaricarlo quando sei stanco. I danni che questo provoca, psicologicamente, nel soggetto scaricato, sono gravi, gravissimi, e mostrati ― NON spiegati ― in pochi fotogrammi ben assestati. Il trucco che ritorna sulle labbra di Nadja, alla fine, dopo che una vasca da bagno l’aveva portato via all’inizio. Nadja che accetta il denaro di Alfredo, alla stazione. Tutto questo ci fa capire che Nadja tornerà al marciapiede, ma ci tornerà con il cuore più duro. Nadja è cambiata. Ora è corazzata, e le corazze sono fatte di ferro.
“La bella gente” è la perdita di un’innocenza, quella che ti porta a fidarti delle persone ― così come lei si era fidata di Susanna― e che ti fa credere che un colpo di fortuna possa capitare e svoltarti l’esistenza. Una delle violenze più grandi che si possa rivolgere a un essere umano è sfilargli la speranza dalle mani e rimpiazzarla col cinismo.

Parentesi. Io mi auguro che la Germania o l’Inghilterra o qualunque paese civile abbia ben chiara questa dinamica: non si accolga per poi spedire via dopo un tot di tempo ― i paesi non sono stazioni di passaggio, ma che razza d’idea è mai quella, mi chiedo. Si accolga per tenere, se si accoglie.
Chiusa parentesi.

Quanto alle prestazioni attoriali, peccato per Monica Guerritore, di solito brava. Qui mi sembra perdere il personaggio per strada. Anche il marito, Antonio Catania, non riesce a entrare nella parte ― per quanto la sceneggiatura faccia di lui un bamboccio senza spina dorsale manovrato dalla moglie, quindi anche per l’attore immagino non ci sia stato molto margine d’(interpret)azione.
Però poi bastano 12 secondi di Elio Germano a riassestare tutti i pianeti nel cosmo del recitare. Elio, vola, semplicemente.
In conclusione, per quanto il film presenti dei difetti di gioventù ― del resto era il primo ― lascia intravedere, nella sua trama grezza e frettolosa, l’ordito raffinato che riserverà in un film come “I nostri ragazzi”, 7 anni dopo. Le due famiglie protagoniste sono discendenti dirette di Alfredo, Susanna e Giulio: oggi possiamo definirle “Aristodem”, un termine che nel 2009 forse non era stato ancora coniato, ma che oggi, con il senno/senso di poi, coglie alla perfezione questi tipi umani che popolano il secondo decennio del 2000: aristocratici democratici che nascondono dietro la democrazia di superficie una radical-chicness più spinta di quella degli aristocratici storici.
Per tornare a quelli che ben pensavano nel 1997, il grande Frankie concludeva così la sua canzone, e credo che valga anche per la “Bella gente” aristodem di De Matteo, 2009.

Ognun per sé, Dio per sé
mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica
mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano
altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano
Mani che poi firman petizioni per lo sgombero
mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon manganelli
che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei fratelli
Quelli che la notte non si può girare più
quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la tv
che fanno i boss, che compran Class
che son sofisticati da chiamare i NAS,
incubi di plastica

che vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara
ma l’unica che accendono è quella che dà loro l’elemosina ogni sera
quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera

Ah voglio anche ringraziare la More e la Whynot per aver recuperato il film martedì, e laMore per aver reclutato un pezzo da 90 di Movier: Ladies and Gentlemen, da mercoledì in mezzo a voi si cela un politologo ― ne avevamo di tutti i tipi e colori, ma di politologhi proprio no. Roberto, da ora e per sempre il Fellow Big Beauty, perché la grande bellezza non è solo roba di Sorrentino, ma anche cosanostra! 🙂

O niente o tutto… Siamo passati dalla carestia cinematografica estiva alla cuccagna dell’autunno, complice anche la Mostra del Cinema di Venezia, che ha sfornato titoli a tutto spiano. Quindi questa settimana vi propongo un Lez Muvi Strong e un Lez Muvi Light, per ogni palato, per ogni stomaco ― e per la gioia degli Antimuviers, mi sa… 🙂
Il Lez Muvi Strong e’

SANGUE DEL MIO SANGUE
di Marco Bellocchio

Non faccio i salti di gioia. Abbiamo già avuto modo di dire della spocchia di Bellocchio tempo addietro. Però un film non si giudica in base al valore +/- simpatico del regista ― anche perché altrimenti dovremmo lasciar perdere i Tarantino e Lars Von Trier della situazione, noti rognosi. E poi Bellocchio conosce il mestiere, c’è poco da dire. Quindi andiamo a vedere cosa ha combinato con questa nuova pellicola. E se poi c’è da massacrare, si massacra 🙂

Il Lez Muvi Light lo aspetto sin dal Festival di Cannes, dove ha incantato le platee

INSIDE OUT
di Pete Docter

Voi direte ma chedè tutta ‘sta fretta, è appena uscito. Eh, sì, è appena uscito, ma noi dobbiamo sempre fare i conti con la dittatura smellyforme del Cinema Modena che ci relega i film d’animazione a orari pomeridiani ― naturalmente perché li vedono come “roba da bambini” da relegare in orario Bim Bum Bam. Quindi cogliamo la palla al balzo e andiamo a vederlo in orario cinefilo.

Prima di salutare, vi anticipo che la Mostra del Cinema di Venezia ha regalato molte belle sorprese che passeranno anche per Lez Muvi. Sicuramente “Non essere cattivo”, “11 Minuts”, “Anomalisa”, “The Danish Girl”. Ha vinto un film latinoamericano, “Desde Allà”, di Lorenzo Vigas ― bah, vedremo. Meno male per la Coppa Volpi alla Golino e a Fabrice Luchini (volevo dire Le Roi Luchini). Gran Premio della Giuria ad “Anomalisa”, film d’animazione che conto i giorni per vedere.
Vi confesso di essere sollevata: temevo vincesse “Behemoth” l’agghiacciante documentario cinese sugli operai minatori nell’hinterland mongolo … Va bene il piccione svedese dello scorso anno, che faceva pure sorridere (a tratti, radi), ma gli stenti del minatore cinese no eh, no!

E ora correte giù nel Maelstrom, non perdetelo stasera ―non proseguite sparati verso la vostra domenica sera. I riassunti invece, quelli, who cares. 😉
E i saluti, energicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come dicevo o tutto o niente. Nel vostro tutto settimanale VI PREGO d’inserire anche “AMY”, anzi, di metterlo in cima. Il documentario realizzato su Amy Winehouse ― voce SUPREMA stroncata nel 2011 all’età di 27 anni ― verrà proiettato solo tre giorni, martedì-mercoledì-giovedì. Non fossi andata a vedermelo all’Opera-Gaumont a Parigi, questo sarebbe stato indiscutibilmente il Let’s Movie della settimana. Ma non ho resistito ― sia perché concedersi un film al Gaumont all’una di pomeriggio quando fuori Parigi piove, be’, è un piccolo cadeau che tutti i cinefili si sarebbero concessi, sia perché lo aspettavo sin dal Festival di Cannes.
Il regista Asif Kapadia non mette solo insieme filmati privati e inediti che mostrano la cantante prima di diventare Amy Winehouse, ma racconta la discesa agli inferi di questo talento attraverso i testi delle sue canzoni, tutti struggentemente legati alla sua vita. Il film dura 127 minuti, e vi assicuro che alla fine, vorreste averne altri 127.
Per celebrare questa black soul ― in tutti i sensi ― della musica di tutti i tempi, vi prego, andate a scoprire quanta fragilità, quanta autodistruzione possa contenere un corpicino tanto scricciolo.
Grazie!

SANGUE DEL MIO SANGUE: Federico, un giovane uomo d’armi, viene sedotto come il suo gemello prete da suor Benedetta che verrà condannata ad essere murata viva nelle antiche prigioni di Bobbio. Nello stesso luogo, secoli dopo, tornerà un altro Federico, sedicente ispettore ministeriale, che scoprirà che l’edificio è ancora abitato da un misterioso conte, che vive solo di notte.

INSIDE OUT: Crescere può essere faticoso e così succede anche a Riley, che viene sradicata dalla sua vita nel Midwest per seguire il padre, trasferito per lavoro a San Francisco. come tutti noi Riley è guidata dalle sue emozioni: gioia, paura, rabbia, disgusto e tristezza. le emozioni vivono nel centro di controllo che si trova all’interno della sua mente e da lì la guidano nella sua vita quotidiana. Mentre Riley e le sue emozioni cercano di adattarsi alla nuova vita a San Francisco, il centro di controllo è in subbuglio. Gioia, l’emozione principale di Riley, cerca di vedere il lato positivo delle cose ma le altre emozioni non sono d’accordo su come affrontare la vita in una nuova città, in una nuova casa e in una nuova scuola.

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LET’S MOVIE 254 – propone LA BELLA GENTE e commenta TAXI TEHERAN

LET’S MOVIE 254 – propone LA BELLA GENTE e commenta TAXI TEHERAN

LA BELLA GENTE
di Ivano de Matteo
Italia, 2009, ’98
Lunedì 7/ Monday 7
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

 

Minion Moviers,

Vi parla una che non ha visto “Cattivissimo me” ―lacune incolmabili colmano il mio essere, lo so― quindi mi manca la nascita cinematografica di questi cosini gialli che fanno letteralmente impazzire platee di spettatori, adulti e bambini. Non è un grosso problema, sappiatelo. “I Minions” non sono trama ―trametta, casomai, quella che c’è dietro al film. I Minions si vanno a vedere per la loro pura itterica e replicata esistenza. Perché ti fa stare fisicamente bene vedere quest’orda gialla di creature tra il pinolo e la patata che combinano un guaio dietro l’altro. Fa anche bene interrogarsi su COSA effettivamente siano; ma dopotutto questo succede con tutte le tribù di affarini che hanno popolato la nostra infanzia ―cos’erano i Puffi? E gli Snorky? …Ma cosa cavolo erano gli Snorky??
Fa star bene pure sentirli parlare, senza assolutamente capirli. I Minions parlano una specie di pastiche linguistico che unisce inglese, spagnolo, francese, tedesco, italiano e, mi dicono dal web, anche di russo, coreano e giapponese. Chissà che commozione sarebbe per Zamenhof, il padre dell’Esperanto, se potesse sentir parlare i Minions oggi, dopo che il suo esperimento linguistico è naufragato rovinosamente sulle spiagge dei nazionalismi linguistici ―di qui il famoso dipinto d’epoca Romantica “Il naufragio dell’Esperanto”… ok, basta Board 🙂
Forse i Mionion ci fanno sciogliere perché scatenano in noi la voglia di credere che siano possibili. Creaturai senza forma che sono buone e goffissime –combinazione esplosiva― e che riescono a sconfiggere il male senza ricorrere ad armi di distruzioni di massa o bere pozioni panoramixtiche…
Certo, io vi sarei grata se qualcuno, dopo avermi spiegato cosa cavolo fossero gli Snorky, mi spiegasse perché non ci siano Minions femmine e perché Scarlet Stermiantor, la cattiva, sia magra, mora, attaccabrighe e con dei tacchi molto carini –magra, mora, attaccabrighe e con dei tacchi molto carini…mi ricorda vagamente qualcuno… 🙂
Va be’, la critica femminista la lasciamo a un’altra volta, ora dobbiamo parlare del Lez Muvi di lunedì, che vedeva tra i partecipanti, lo Scacco-matto, il D-Bridge, la Vanilla detta anche Van per la rapidità. Inoltre, dopo tanti giorni fuori servizio il Col Tenente, che s’è portato appresso il potenziale di un nuovo Movier, Marco, il cui cognome declinato al participio presente giammai scorderò, e che per questo motivo battezzo, con felliniano giubilo, Movier AMarcord 🙂

L’Orso d’Oro a “Taxi Teheran” l’avremmo dato tutti, dopo averlo visto. M correggo, tutti tranne il D-Bridge a cui spiegheremo, un giorno, che il cinema gioca tra realtà e finzione sin da quando è nato, con quella locomotiva che bucava lo schermo, a long long time ago ―sarà vera o non sarà vera?― e i primi spettatori scappavano impauriti… 🙂 🙂
Anche il film di Panahi si serve della realtà per costruirci una finzione che di quella realtà fa un’opera d’arte e di critica. Grazie a una telecamera fissa piazzata dentro un taxi, lì, proprio sul cruscotto, noi spettatori finiamo dentro l’abitacolo insieme al regista, che si finge taxi-driver per un giorno, raccogliendo passeggeri per strada e scortandoli in giro per la città. Ovviamente non è un reality, non siamo dentro il Grande Fratello. C’è un canovaccio ragionato dietro: il regista vuole passare in rassegna le abitudini, le ingiustizie, le assurdità della sua madre patria. E non è mai volutamente chiarito allo spettatore il confine tra finzione e realtà riguardo i partecipanti al film che recitano, ma appaiono davvero spontanei ― e rimangono anonimi per evitare eventuali ripercussioni.
Ora, tenete conto che dal 2011 Panahi sta scontando una condanna di sei anni per propaganda anti islamica che gli impedisce di muoversi dall’Iran e gli vieta di girare “opere d’ignegno” per i prossimi vent’anni. Togliere la macchina da presa a un regista, capirete, è come spegnere i colori sulla tavolozza di un pittore, infilare le manette ai polsi di un poeta. Eppure Panahi, nonostante tutto, gira. E fa praticamente tutto da solo: sceneggiatore, attore, regista, macchinista ― non può permettersi di mettere in pericolo altre persone. Quindi s’ingegna. Ed è l’arma migliore… Mi togliete il diritto di girare secondo le vostre regole? Allora io le aggiro, e giro… Il coraggio, quando c’è, è come l’acqua: trova sempre la via.

Tornando ai passeggeri, ho letto che solo alcuni di loro, che non sono attori ma conoscenti o amici alla lontana, erano consapevoli dell’operazione ― il Bridge sarà contento :-). Tra questi la nipotina Hana ―tremendissima e con una parlantina che mi fa tremare di paura al pensarla, femmina e sveglia, in uno stato così― Omid, ossia il venditore di DVD, e l’avvocatessa Nasrin Sotoudeh, che sale in macchina e ricorda un fatto realmente successo ― “giovane arrestata mentre cercava di entrare allo stadio per assistere alla partita di volley Iran-Italia, poi liberata su cauzione” (internet serve, già).
E’ doveroso sapere che il regista, una volta finito di montare le parti giornaliere, nascondeva le copie in città diverse per non essere scoperto, e che il film è stato fatto arrivare segretamente al Festival di Berlino a bordo di una chiavetta USB… L’Iran non lo può vedere, ma 30 Paesi possono, fra cui, per una volta fortunella, l’Italia.
Per questo tengo in modo particolare che questo film venga visto, e visto il più possibile: è cinema che si fa militanza pur non scordando mai la sua natura artistica. Come ripeto, Panahi non ha girato un reality in presa diretta per condannare i soprusi di un paese imbrigliato in un sistema di regole talmente assurde da risultare persino comiche. Ci ragiona artisticamente sopra, e il prodotto ha un grande valore dal punto di vista teorico e meta-cinematografico, oltreché sociologico e politico.
Durante le diverse corse in taxi con i diversi personaggi si parla molto del far cinema, anche grazie alla nipotina, che permette al regista di spiegare in modo semplice la censura e di mostrarne l’assurdità. Hana legge allo zio le regole per la realizzazione di un film “secondo il regime” che la maestra ha dettato in classe, tra cui, inserire personaggi buoni solo in veste islamica, evitare abiti occidentali (tipo le cravatte!) e raccontare la realtà solo in chiave positiva, “evitando il sordido realismo” ―il “sordido realismo” mi è rimasto impresso… A noi spettatori sembra tutto così assurdo, grottescamente assurdo, che ridiamo. E questo è un riso strano, ambivalente, il riso dei privilegiati, forse, quelli che possono guardare questo sistema dall’esterno, giudicarne l’errore e lasciarsi andare ― il riso dei liberi. Ma per chi ci sta dentro, come le maestre di Hana e Hana stessa, il decalogo del bravo regista appare perfettamente logico.
E’ stato astuto, Panahi. Ha sfruttato l’abitacolo della macchina come luogo di passaggio dei personaggi che, a turno, esprimono la propria opinione sulle restrizioni della società in cui vivono, agevolando cosi’ la discussione di temi controversi, come per esempio la pirateria dei dvd da un lato e la loro funzione culturale dall’altro, la condizione femminile, la pena capitale e il furto. Tutti argomenti scottanti e anche pesanti, la cui serietà, tuttavia, è alleggerita da siparietti di puro umorismo che incontriamo cammin facendo. Mi riferisco per esempio alla scena in cui salgono a bordo due vecchiette con un’improbabile boccia di pesci rossi. Con la loro teatralità, le due ―che sembrano in tutto e per tutto due zitelle acide dell’Hampshire― servono a smorzare la tensione della corsa precedente: un uomo caduto in moto caricato in fin di vita sul taxi. Il vero dramma non nella gravità delle ferite riportate, quanto nell’urgenza di far dettare al moribondo due righe di testamento in cui dichiara di lasciare tutto alla moglie, altrimenti impossibilitata dalla legge, in quanto donna, ad ereditare.
Ho nominato la teatralità. Questo film potrebbe benissimo diventare una pièce per il palcoscenico. Noi ―gli spettatori― siamo ancorati al cruscotto della macchina, il nostro occhio è fermo lì. E questa è un’altra grande lezione cinematografica che ci dà Panahi. Teheran può benissimo essere rinchiusa in un abitacolo attraverso le storie dei passeggeri. Il che è come dire, astraendo, che il mondo può benissimo arrivare dentro uno stato-abitacolo come l’Iran. Per quanto il mio paese voglia tenerlo fuori, io lo faccio entrare attraverso il passaggio segreto dell’arte ―questo, ci dice, Panahi.
La scena conclusiva poi è un piccolo saggio d’inventiva metacinematografica [warning: pericolo spoiler!]: due poliziotti in borghese fanno irruzione nella macchina momentaneamente abbandonata dal regista e dalla nipote, alla ricerca di un “girato” ― che poi è il film stesso ― da distruggere o di cui servirsi contro il regista… La scena è privata delle immagini, lo schermo é nero, noi sentiamo i poliziotti armeggiare per entrare in macchina, e noi siamo lì, dentro la macchina (ricordate, noi siamo la telecamera piazzata sul cruscotto) noi diventiamo testimoni e subiamo allegoricamente la violenza dell’irruzione, il gesto del potere costituito che vuole a ogni costo zittire il zittibile. In questo caso, distruggere il girato.
Poteva esserci trovata migliore? No, perché in questo modo il regista ci permette di vivere sulla nostra pelle i metodi brutali di quello stato. Ma a questo lui si oppone: guardate, io, nonostante le mani legate, lotto, e questo film, che in terra mia farebbe questa fine, sprofonderebbe nel buio della censura, io, lo faccio arrivare nel cuore luminoso di Berlino e del vostro mondo. Affinché si veda com’è il mio paese.
Ora capite perché ho particolarmente a cuore che “Taxi Teheran” venga visto? 🙂

E per questa settimana, un altro film con un trascorso rocambolesco, rimasto fermo nel cafarneo della distribuzione italiana per 6 anni (6!)

LA BELLA GENTE
di Ivano de Matteo

Sentite un po’ che storia… Nel 2009 il film vince il Gran Premio della Giuria al Festival di Annency, in Francia, dove viene distribuito e riscuote un gran successo di pubblico e critica. Poi viene proiettato, un’unica volta, al Festival del Cinema di Torino di quell’anno. E poi, come usa dire, non se ne seppe più nulla… Un cavillo burocratico lo relega nel cafarneo e lì ci rimane, al freddo e al gelo, fino a oggi.
Ci lamentiamo delle assurdità del regime a Teheran, ma poi si sentono queste storie… benvenuti in Iranlia allora…
Per fortuna il regista ha girato altri film nel frattempo: “Gli equilibristi” e il recente “I nostri ragazzi”, che tanto piacque al Candy the [Andy] … 😉
Non vedere questo film dopo 6 anni di reclusione, mi sembrerebbe cinematograficamente disumano…

E ora sì, ho finito, Moviers, lascio il posto alla domenica sera…è quì che spintona da un po’… Prima però, il Malestrom ―in memoriam― e il riassunto, da utilizzare come bersaglio per le freccette di Zoran, e saluti, adorabilmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Avrete sentito tutti della scomparsa di Wes Craven, immagino.
Da qualche mese sto rivedendo il mio rapporto con l’horror, quindi dedicare un Maelstrom al papà di Freddy Fruner, ehm, Kruger, è davvero necessario. Non dimenticheremo mai la faccia filante, la mano lamata e il Borsalino sopra le ustioni… Né dimenticheremo “Scream”, film cult in cui Craven prende gli schemi e i meccanismi classici dell’horror e li smonta attraverso la parodia, con effetti esilaranti. Il film, all’epoca ―eravamo nel 1996 e ascoltavamo gli East Seventeen― mi aveva fatto mooolto ridere… Chissà come sarebbe rivederlo ora…
Gli diciamo ciao ciao intonando la filastrocca di Freddie…

One, Two, Freddy’s coming for you,
Three, Four, Better lock your door,
Five, Six, Grab your crucifix,
Seven, Eight, Gonna stay up late,
Nine, Ten, Never sleep again!

Brrr!


LA BELLA GENTE: Alfredo è un architetto. Susanna una psicologa. Cinquantenni dall’aria giovanile, dalla battuta pronta e lo sguardo intelligente. Vivono a Roma ma trascorrono i fine settimana e parte dell’estate nella loro casa di campagna all’interno di una tenuta privata. Un giorno Susanna, andando in paese, resta colpita da una giovanissima prostituta che viene umiliata e picchiata da un uomo sulla stradina che porta alla statale. In un attimo la vita di Susanna cambia, ha deciso che vuole salvare quella ragazza. Salvarla per salvare i propri ideali. Ma una ragazza straniera che fa la puttana, può diventare altro? Può migliorare la sua condizione? E una famiglia vissuta sempre nell’agiatezza, con dei solidi riferimenti intellettuali, può rischiare di mettere a repentaglio tutto ciò che ha avuto in eredità e tutto ciò che ha costruito per rispettare le proprie convinzioni? Forse…

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