LET’S MOVIE 255 – propone SANGUE DEL MIO SANGUE e INSIDE OUT e commenta LA BELLA GENTE

LET’S MOVIE 255 – propone SANGUE DEL MIO SANGUE e INSIDE OUT e commenta LA BELLA GENTE

SANGUE DEL MIO SANGUE
di Marco Bellocchio
Italia, 2015, ‘107
Lunedì 14/Monday 14
Ore 21:00 / 9:00 pm
Astra / Dal Mastro

 

 

INSIDE OUT
di Pete Docter
USA, 2015, ‘102
Mercoledì 16 / Wednesday 16
Ore 21:00 / 9:00 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Frankie HI NRG MC Fellows,

Ve lo ricordate il 1997? La pecora Dolly, i paparazzi nell’Alma, “Titanic”?
​Musicalmente, noi s’impazziva per “Quelli che ben pensano” una canzone che racconta in rap ―rap-conta … rap-canta! ― quello che “La bella gente” racconta per immagini.
Concedetemi 4 minuti e 13 del vostro tempo e ascoltate bene il testo, https://www.youtube.com/watch?v=vrpJB7ucC5Y (dispongo di potenti e oscuri mezzi per sapere chi mi concede i 4 minuti e 13, quindi non negatemeli… :-)).

L’ipocrisia della gente che sembra “bene”, ma che poi sotto sotto è “male”, molto male, è la medesima. Come avete sentito, quelli che ben pensano nel 1997 cantati da Frankie vivevano “col timore di poter sembrare poveri, quel che hanno ostentano e tutto il resto invidiano, poi lo comprano, in costante escalation col vicino costruiscono: parton dal pratino e vanno fino in cielo, han più parabole sul tetto che S. Marco nel Vangelo” ― cioè “hanno più parabole che S. Marco nel vangelo”, ti adoro Frankie. A differenza di quelli, la bella gente portata sullo schermo 12 anni dopo dal regista De Matteo ― nello specifico Alfredo e Susanna la coppia colta, benestante, democratica ― vive col timore di poter sembrare ricca:​ ricco vuol dire materialista, vuol dire buzzurro, e loro invece no, loro sono colti, sensibili, impegnati, non sono come quella coppia di amici con la piscina e il filippino..​. Quindi scelgono di comportarsi da filantropi, di livellare quanto più possibile i gap tra le classi e avvicinare ​le frange della società opposte alle loro attraverso gesti altruistici, modi francescani. In realtà scopriremo, attraverso il film, che è proprio dentro questa patina di opportunistica generosità che s’incista il germe nuovo della sempreverde ipocrisia ―l’ipocrisia è verde sempre. E’ lì, proprio lì, che i gap si allargano.
Questo gemellaggio trans-temporale tra musica e cinema mi tira su un po’ il morale. Quello che vedi in questa bella gente non è affatto un bel vedere. Anche 6 Moviers presenti ti tirano indiscutibilmente su il morale, t’infondono un’energy più di quella di Frankie HI, se hai la fortuna di averli, e io, modestamente, la ebbi 🙂 Il D-Bridge, il WG Mat, il Magno Carlo, il Pizzo (mica macramé, intendiamoci), il Truly Done e, in extremis extremis che piu’ extremis non si puo’, la Babibobulova.

Come anticipavo poc’anzi, Alfredo e Susanna sono una coppia sulla cinquantina che appartiene alla bourgeoisie romana. Lui imprenditore, lei attiva in un centro protezione per le donne in difficoltà, si rifugiano nella tenuta umbra per scappare all’estate nella capitale. Un giorno Susanna ― un delirio di madreteresiana onnipotenza aleggiante intorno alla sua personalità con ambizioni 100% politically-correct ― vede sul ciglio della strada, una prostituta molto molto giovane che viene picchiata dal suo pappone. Nel giro di 300 metri, decide di salvarla ― madreteresiana onnipotenza si diceva, che è più forte di qualsiasi motivazione, anche dell’altruismo autentico. Una volta a casa convince il marito ad andare a riprenderla e portarla in casa, per ospitarla da loro, non si sa bene in quale veste. Nadja, la ragazza, lì per lì recalcitrante, accetta di provare la bambagia in cui i due coniugi la piazzano ― perché ditemi qualcuno che rifiuta un po’ di bambagia, tantopiù se sei entrata in contatto con le sozzure del clientelame a cui ti devi piegare (e il doppiosenso per una volta, ha senso…). Tra i tre sembra andare tutto bene, poi però arriva il figlio Giulio, viziatello figlio-di-papà, e questa versione laica del triangolo Maria + Giuseppe + Maddalena finisce per spezzarsi. La bella Nadja fa gola a Giulio ― abituato com’è a quella fotocopia di Paris Hilton pariolina della fidanzata ― e Giulio, dal canto suo, finisce per attirare Nadja, sempre abituata dal clientelame di cui sopra che certo non brilla per buone maniere. La catastrofe ― nel senso greco del termine ― è giusto dietro l’angolo…

“La bella gente” è un diesel. Impiega tutta la prima parte a carburare. Nella seconda acquista sicurezza e arriva a tagliare il traguardo assai dignitosamente. Devo confessare, tuttavia, che la metà iniziale ha dato del filo da torcere, e non solo a me ― sbuffava come un baio il WG Mat al mio fianco. Le sporcature a livello sceneggiatura sono assai macroscopiche e non occorre Giona Nazzaro (=nel gota della critica cinematografica spinta) a illuminarci su certa carenza di verosimiglianza che si respira dall’inizio e prosegue fino alla fine. L’inizio è troppo affrettato. Non capiamo perché Susanna, abituata ad anni di soprusi ai danni delle donne visto il lavoro che fa, si fissi a salvare questa ragazza. Sarebbero bastate un paio di scene in più, un po’ più di scavo nel suo personaggio a giustificare il desiderio di salvare proprio quella pecorella smarrita. Invece, nel modo frettoloso in cui tutto ci è presentato, è come se questa sua scelta piombasse dall’alto addosso allo spettatore: così stanno le cose, beccati questo senza farti troppe domande. Noi spettatori incassiamo e stiamo al gioco, ma ci rimane comunque quella domandina in testa “ma perché?” …
Questo tipo di atteggiamento registico è mantenuto anche nella caratterizzazione dei personaggi, che sembrano più messi lì per impersonare un ruolo, l’idea di un ruolo ― e per questo ad alto rischio stereotipia― più che se stessi. Il rischio, in un’operazione del genere, è quello di disegnare puppet-characters, personaggi-pupazzi che mancano d’humanitas, quell’indefinibile sostanza multicolore che tinge gli esseri umani e li salva dal manicheismo ― e manichinismo!― dell’o bianco o nero. La coppia di amici che abitano nella villa vicina ― quelli con piscina e filippino― purtroppo finiscono ingabbiati nel cliché: lui parvenu, lei con qualche goccia di sangue blu nel colesterolo (rumina in continuazione!), sono i classici borghesi che rimangono al livello base della comunicazione: parlano solo di cose, quantificabili attraverso il materiale ― soldi, immobili, mi avete capito.
Per fortuna il diesel, e per fortuna il corner in cui De Matteo si salva. Nella seconda metà, viene fuori l’ipocrisia di Susanna: finché Nadja rimane al suo posto e io posso impersonare la salvatrice che rimane fedele a quegli ideali di uguaglianza e altruismo studiati sui banchi universitari, va bene. Ma quando la ragazzina può minacciare l’equilibrio della mia famiglia, ovvero traviare il mio bambino ― piezz’e core de mammà ― allora non va più bene. E così il film, dopo aver scivolato qua e là, insicuro, si aggrappa saldamente a una triste realtà: le vie dello sfruttamento sono infinite. Qual è la prostituzione peggiore? Quella plateale del corpo, a cui il pappone sottoponeva Nadja, oppure quella sottile, dissimulata, travestita da bei vestiti, che Susanna esercita sulla ragazza? In entrambi i casi Nadja non è che un oggetto, e come tale è trattato. Quando Nadja dimostra di essere un Soggetto, cioè di avere dei desideri propri e l’ambizione di uscire dalla posizione subordinata del salvato ― in posizione di perenne sudditanza nei confronti del salvatore che l’ha tolto dai guai ― Susanna si stufa, non vuole più giocare a fare Madre Teresa. E così se ne sbarazza, o meglio lascia il dirty job al marito, così come all’inizio, quando era andato a bordo strada a salvarla dal marciapiede (l’urbanistica, come vedete, non è proprio il mio forte…).
È il trionfo del falso. Il democraticismo di Susanna è solo di facciata, ma si tratta, in effetti, di patrizio-snobismo, che nasconde, sotto sotto, una forma di razzismo verso quella plebe che vuole aiutare, ma che in verità guarda dall’alto in basso. Nadja non potrebbe mai diventare la nuova fidanzata di Giulio, non scherziamo. Per Giulio ci vuole una Paris Hilton, che magari qualche volta romperà pure i parioli, ma che certo non viene dalla strada. Con lei lo status quo è mantenuto.
Questa storia apparentemente semplice tira fuori questioni complesse e mai così scottanti come oggi. Mi riferisco per esempio all’altruismo. Al gesto del salvataggio e alle conseguenze che comporta. Chi salva una vita, e inserisce quella vita in un sistema codificato ― come una casa o, traslando, la società di un paese― è responsabile di quella vita. Non puoi caricarti qualcuno sulle spalle per regolare certi conti che hai con la tua coscienza oppure con il ruolo che ti piace impersonare agli occhi della società, e poi scaricarlo quando sei stanco. I danni che questo provoca, psicologicamente, nel soggetto scaricato, sono gravi, gravissimi, e mostrati ― NON spiegati ― in pochi fotogrammi ben assestati. Il trucco che ritorna sulle labbra di Nadja, alla fine, dopo che una vasca da bagno l’aveva portato via all’inizio. Nadja che accetta il denaro di Alfredo, alla stazione. Tutto questo ci fa capire che Nadja tornerà al marciapiede, ma ci tornerà con il cuore più duro. Nadja è cambiata. Ora è corazzata, e le corazze sono fatte di ferro.
“La bella gente” è la perdita di un’innocenza, quella che ti porta a fidarti delle persone ― così come lei si era fidata di Susanna― e che ti fa credere che un colpo di fortuna possa capitare e svoltarti l’esistenza. Una delle violenze più grandi che si possa rivolgere a un essere umano è sfilargli la speranza dalle mani e rimpiazzarla col cinismo.

Parentesi. Io mi auguro che la Germania o l’Inghilterra o qualunque paese civile abbia ben chiara questa dinamica: non si accolga per poi spedire via dopo un tot di tempo ― i paesi non sono stazioni di passaggio, ma che razza d’idea è mai quella, mi chiedo. Si accolga per tenere, se si accoglie.
Chiusa parentesi.

Quanto alle prestazioni attoriali, peccato per Monica Guerritore, di solito brava. Qui mi sembra perdere il personaggio per strada. Anche il marito, Antonio Catania, non riesce a entrare nella parte ― per quanto la sceneggiatura faccia di lui un bamboccio senza spina dorsale manovrato dalla moglie, quindi anche per l’attore immagino non ci sia stato molto margine d’(interpret)azione.
Però poi bastano 12 secondi di Elio Germano a riassestare tutti i pianeti nel cosmo del recitare. Elio, vola, semplicemente.
In conclusione, per quanto il film presenti dei difetti di gioventù ― del resto era il primo ― lascia intravedere, nella sua trama grezza e frettolosa, l’ordito raffinato che riserverà in un film come “I nostri ragazzi”, 7 anni dopo. Le due famiglie protagoniste sono discendenti dirette di Alfredo, Susanna e Giulio: oggi possiamo definirle “Aristodem”, un termine che nel 2009 forse non era stato ancora coniato, ma che oggi, con il senno/senso di poi, coglie alla perfezione questi tipi umani che popolano il secondo decennio del 2000: aristocratici democratici che nascondono dietro la democrazia di superficie una radical-chicness più spinta di quella degli aristocratici storici.
Per tornare a quelli che ben pensavano nel 1997, il grande Frankie concludeva così la sua canzone, e credo che valga anche per la “Bella gente” aristodem di De Matteo, 2009.

Ognun per sé, Dio per sé
mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica
mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano
altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano
Mani che poi firman petizioni per lo sgombero
mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon manganelli
che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei fratelli
Quelli che la notte non si può girare più
quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la tv
che fanno i boss, che compran Class
che son sofisticati da chiamare i NAS,
incubi di plastica

che vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara
ma l’unica che accendono è quella che dà loro l’elemosina ogni sera
quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera

Ah voglio anche ringraziare la More e la Whynot per aver recuperato il film martedì, e laMore per aver reclutato un pezzo da 90 di Movier: Ladies and Gentlemen, da mercoledì in mezzo a voi si cela un politologo ― ne avevamo di tutti i tipi e colori, ma di politologhi proprio no. Roberto, da ora e per sempre il Fellow Big Beauty, perché la grande bellezza non è solo roba di Sorrentino, ma anche cosanostra! 🙂

O niente o tutto… Siamo passati dalla carestia cinematografica estiva alla cuccagna dell’autunno, complice anche la Mostra del Cinema di Venezia, che ha sfornato titoli a tutto spiano. Quindi questa settimana vi propongo un Lez Muvi Strong e un Lez Muvi Light, per ogni palato, per ogni stomaco ― e per la gioia degli Antimuviers, mi sa… 🙂
Il Lez Muvi Strong e’

SANGUE DEL MIO SANGUE
di Marco Bellocchio

Non faccio i salti di gioia. Abbiamo già avuto modo di dire della spocchia di Bellocchio tempo addietro. Però un film non si giudica in base al valore +/- simpatico del regista ― anche perché altrimenti dovremmo lasciar perdere i Tarantino e Lars Von Trier della situazione, noti rognosi. E poi Bellocchio conosce il mestiere, c’è poco da dire. Quindi andiamo a vedere cosa ha combinato con questa nuova pellicola. E se poi c’è da massacrare, si massacra 🙂

Il Lez Muvi Light lo aspetto sin dal Festival di Cannes, dove ha incantato le platee

INSIDE OUT
di Pete Docter

Voi direte ma chedè tutta ‘sta fretta, è appena uscito. Eh, sì, è appena uscito, ma noi dobbiamo sempre fare i conti con la dittatura smellyforme del Cinema Modena che ci relega i film d’animazione a orari pomeridiani ― naturalmente perché li vedono come “roba da bambini” da relegare in orario Bim Bum Bam. Quindi cogliamo la palla al balzo e andiamo a vederlo in orario cinefilo.

Prima di salutare, vi anticipo che la Mostra del Cinema di Venezia ha regalato molte belle sorprese che passeranno anche per Lez Muvi. Sicuramente “Non essere cattivo”, “11 Minuts”, “Anomalisa”, “The Danish Girl”. Ha vinto un film latinoamericano, “Desde Allà”, di Lorenzo Vigas ― bah, vedremo. Meno male per la Coppa Volpi alla Golino e a Fabrice Luchini (volevo dire Le Roi Luchini). Gran Premio della Giuria ad “Anomalisa”, film d’animazione che conto i giorni per vedere.
Vi confesso di essere sollevata: temevo vincesse “Behemoth” l’agghiacciante documentario cinese sugli operai minatori nell’hinterland mongolo … Va bene il piccione svedese dello scorso anno, che faceva pure sorridere (a tratti, radi), ma gli stenti del minatore cinese no eh, no!

E ora correte giù nel Maelstrom, non perdetelo stasera ―non proseguite sparati verso la vostra domenica sera. I riassunti invece, quelli, who cares. 😉
E i saluti, energicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come dicevo o tutto o niente. Nel vostro tutto settimanale VI PREGO d’inserire anche “AMY”, anzi, di metterlo in cima. Il documentario realizzato su Amy Winehouse ― voce SUPREMA stroncata nel 2011 all’età di 27 anni ― verrà proiettato solo tre giorni, martedì-mercoledì-giovedì. Non fossi andata a vedermelo all’Opera-Gaumont a Parigi, questo sarebbe stato indiscutibilmente il Let’s Movie della settimana. Ma non ho resistito ― sia perché concedersi un film al Gaumont all’una di pomeriggio quando fuori Parigi piove, be’, è un piccolo cadeau che tutti i cinefili si sarebbero concessi, sia perché lo aspettavo sin dal Festival di Cannes.
Il regista Asif Kapadia non mette solo insieme filmati privati e inediti che mostrano la cantante prima di diventare Amy Winehouse, ma racconta la discesa agli inferi di questo talento attraverso i testi delle sue canzoni, tutti struggentemente legati alla sua vita. Il film dura 127 minuti, e vi assicuro che alla fine, vorreste averne altri 127.
Per celebrare questa black soul ― in tutti i sensi ― della musica di tutti i tempi, vi prego, andate a scoprire quanta fragilità, quanta autodistruzione possa contenere un corpicino tanto scricciolo.
Grazie!

SANGUE DEL MIO SANGUE: Federico, un giovane uomo d’armi, viene sedotto come il suo gemello prete da suor Benedetta che verrà condannata ad essere murata viva nelle antiche prigioni di Bobbio. Nello stesso luogo, secoli dopo, tornerà un altro Federico, sedicente ispettore ministeriale, che scoprirà che l’edificio è ancora abitato da un misterioso conte, che vive solo di notte.

INSIDE OUT: Crescere può essere faticoso e così succede anche a Riley, che viene sradicata dalla sua vita nel Midwest per seguire il padre, trasferito per lavoro a San Francisco. come tutti noi Riley è guidata dalle sue emozioni: gioia, paura, rabbia, disgusto e tristezza. le emozioni vivono nel centro di controllo che si trova all’interno della sua mente e da lì la guidano nella sua vita quotidiana. Mentre Riley e le sue emozioni cercano di adattarsi alla nuova vita a San Francisco, il centro di controllo è in subbuglio. Gioia, l’emozione principale di Riley, cerca di vedere il lato positivo delle cose ma le altre emozioni non sono d’accordo su come affrontare la vita in una nuova città, in una nuova casa e in una nuova scuola.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply