LET’S MOVIE 256 propone L’ATTESA e commenta SANGUE DEL MIO SANGUE e INSIDE OUT

LET’S MOVIE 256 propone L’ATTESA e commenta SANGUE DEL MIO SANGUE e INSIDE OUT

L’ATTESA
di Piero Messina
Italia, 2015, ‘100
Martedì 22 / Tuesday 22
Ore 21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

Muri Moviers,

Tutto lì, converge, questa settimana. L’Ungheria non ha capito che il cemento ha da trionfare nelle mani di Renzo Piano ma non lungo i confini di un paese: finisce sempre per crollare sotto le mazzate del darwinismo storico. Capisco il loro leggero attrito con i tedeschi, ora come ora, ma il ministro ungherese Orban non mi vorrà negare il caso Berlino 1989, e another brick in the wall! Lui fa lo gnorri e, in attesa del calcestruzzo, srotola km e km di filo spinato sul bel tappeto della sua terra. Lui srotola, e l’Europa rotola. Vorrei vedere se un giorno l’Oregon si svegliasse e decidesse di costruire un muro perché dalla California gli arrivano delle orde di clandestini chicani ― il filo spinato in America non si srotolerebbe mai tra stati federati, casomai lungo il confine con il Messico, ma quello è da keep-off, si sa…
Quando avremmo risolto l’urgenza di rimpallarci hotspot (?!),10.000 li prendo io, 20.000 li prendi tu, ci siederemo al capezzale dell’Europa e col fare impotente della colpevolezza, assisteremo l’agonia di quell’organismo che credevamo sarebbe sopravvissuto e invece no, muore per via d’insufficienza regolamentare tra gli stati membri. Il male dell’Europa, alla fine, siamo noi.
Più il mondo è questo, con la duplice violenza dello stato delle cose e della voracia con cui i media stanno pasteggiando sulle immagini di queste vite ― prima di “esodati-immigrati-disperati”, queste sono vite ― più viene voglia di scollarsi da tutto e affondare nelle acque del cinema e dell’arte. Cosa ci rimane, altrimenti? Cos’altro esiste, veramente? A parte l’amore, e le Melissa edizione Karl Lagerfeld? 😉

In linea con l’aria polverosa che respiriamo nel cantiere edile europeo, sono arrivata armata di mazza dal Mastro, lunedì sera. Un Bellocchio da demolire, cos’altro può desiderare uno, a fine giornata? 🙂 Tra l’altro, contro ogni previsione (soprattutto sul fronte Anti Muviers), mi trovo lì quel Burj Khalifa dello Scacco Matto e poi l’Anarcozumi post red-carpet e vintage market, l’Ugo The Boss (un Boss alla destra di un Board è delinquenziale anche solo a pensarlo!) e anche il Sommario ex Easy-RISEr ―visti i recenti sviluppi-inviluppi in area RISE, meglio virare sulla sua identità di scorta, comunque somma… 🙂
E lo ammetto, entro in sala con tutti i pregiudizi schierati da esercito romano in piena guerra punica ― scegliete voi quale. Perché Bellocchio è un personaggio umanamente difficile da digerire. Sta nell’empireo del cinema d’essai, ci sta da anni ― millenni!― e lui lo sa, e da lassù guarda quaggiù, noi, umanucoli che mai ca(r)piremo a pieno il su cine, mai lo coglieremo nella sua essenza, ma che tuttavia triboliamo a provarci, parziali, fallimentari. Poverini che siamo. Un Bellocchio così è una preda perfetta per il mio mirino. E invece, mannaggia, inversione delle parti: io schiantata al suo cospetto, lui trionfante dietro il suo film!
Bellocchio 1 – Board 0
Mannaggia! 🙂

“Sangue del mio sangue”  è spaccato in due. Nella prima parte, ambientata in un convento del ‘600, assistiamo a un classico caso di Monaca di Monza, Benedetta (occhio al nome), posta sotto il giudizio di una corte clericale che le intima di confessare il suo peccato: aver sedotto e portato al suicidio un prete. Se continua a rifiutarsi, il povero prete sedotto rimarrà per sempre sepolto da sconsacrato ― granderrima onta per la famiglia, capirete. La sventurata stavolta non risponde, e per questo viene sottoposta alle solite torture del caso: tagliatele i capelli, buttatela in un fiume con un collier di ghisa addosso, marchiatela a fuoco. Le solite maniere forti che la Chiesa non può evitare di adottare in presenza del Principe del Male, anche qui, capirete. Il prete morto ha un gemello, Federico Mai (occhio al cognome), che, nel tentativo di costringerla a pentirsi e riscattare l’anima del fratello, s’innamora di lei. Lei, naturalmente, finisce murata viva.

Tenete a mente che i personaggi viaggiano nel tempo e impersonano altri ruoli nella seconda parte, ambientata nel presente. Nello stesso convento in cui si svolgono i fatti, si nasconde ora il Conte Basta (occhio ancora al cognome), il Dracula di Bobbio ― che nella prima parte, badate bene, faceva il Cardinale Inquisitore. Un vampiro in fuga dalla pazza folla del mondo moderno. Ma non un vampiro classico,questo e’ un vampiro dell’amministrare: più che interessarsi al sangue ― nemmeno una goccia ne scenderà in tutto il corso del film ― il suo essere vampiro si esplica nell’appartenenza a una lobby di provinciali che regolano la vita del paese e di cui l’amico dentista fa parte. Ho trovato molto suggestiva la scelta di farne dei vampiri, e di accentrare nelle loro mani ― fra i loro canini! ― il potere che decide le sorti del paese…
Nella seconda parte Federico Mai diventa un ispettore ministeriale corrotto e corruttibile che cerca di far acquistare il convento, proprietà del pubblico demanio, a un miliardario russo.
Questa, buttata li un po’ alla cialtrona, la trama, che si sa, non è mai così importante, specie nei film di Bellocchio, in cui conta tutto quello che sta intorno all’osso nudo dei fatti, più che i nudi fatti.

Allora. Non è un film per tutti ― è un film per eletti, cosa vi aspettavate, il regista lo conosciamo. Ci sono dei difetti: la prima parte è troppo insistita, e di conseguenza la seconda appare troppo compressa, strozzata, come se non esprimesse tutto il potenziale che indiscutibilmente ha. C’è un cameo di Fabrizio Timi ― il matto del paese ― che è assolutamente inutile, fuori luogo, già visto stessa interpretazione del figlio pazzo di Mussolini in “Vincere”. C’è anche un eccesso di autocompiacimento, di intimismo autoriferito ― faccio un film che parla un sacco di roba mia, e gli altri dicano pure quello che je pare. Ma once again, stiamo parlando di un regista che sulla sua famiglia c’ha girato anche l’ultimo film, “Sorelle Mai” ― stesso cognome del Federico di prima, sì. Quindi non ci stupiamo.
Ma Fellows. Nonostante questi difetti. Nonostante tutto, questo film, per me, è arte ― un tentativo se non altro, e ci vuol coraggio. E c’è ben poco da dire, da sbuffare o aggrapparsi alle critiche da sceneggiatorini che ti dicono “qui il film non tiene”, “manca l’unità”, ignorando che l’unità qui è garantita in modi inconsueti, tipo dall’impalpabile, meravigliosa versione gregoriana di “Nothing else matters” dei Metallica riarrangiata dagli Scala & Kolacny Brothers, https://www.youtube.com/watch?v=SABPBly90Nk, un filo musicale che scorre in tutto il film ― una cucitura di note può non essere condivisa come legante, ma c’è, e per me lega eccome. L’arte non segue ricette, non ti dice mai quello che vuole dirti. Se cerchiamo tutto questo, se cerchiamo la linearità, prendiamoci una fiction, oppure leggiamoci l’elenco del telefono, più lineare di così. Bellocchio non fa spiegoni ― quando li fa, vedi “Bella addormentata” fallisce miseramente ― fa allusioni, semmai. Il film procede poggiandosi su un’aerea trama di rimandi intertestuali, cioè interni, come i personaggi che ritornano in ruoli apparentemente distanti, eppure legati tra loro, per contrasto, contrappasso o antitesi ― Herlitzka prima inquisitore poi vampiro, il capo dei frati prima capo dei frati poi finto cieco, Federico prima valoroso intento a riscattare il fratello e poi ispettore disonesto. Questo stratagemma del ritorno dei personaggi nel corso del tempo, per altro, è stato utilizzato in maniera egregia dai fratelli Wachowski in “Cloud Atlas” ― vedere per credere.
Ma il film procede anche su una trama di rimandi extratestuali, cioè rivolti alla produzione cinematografica e alla vita stessa di Bellocchio ― di qui l’accusa di autoreferenzialità. Bellocchio aveva un gemello, morto suicida. E il rapporto tra i due gemelli Mai è centrale all’opera, il gemello morto sembra non essere morto: rivive in Federico e nel desiderio che prova per Benedetta. Lo si vede, significativamente, aldilà della riva del fiume. Lo si vede, allegoricamente, nel secondo mazzo di chiavi sul fondo di un fiume ― due fratelli legati dal desiderio che faranno la stessa fine… Bellocchio è di Bobbio, e Bobbio è, senza alcun dubbio, il suo paese cinematografico e funge da collante geografico tra la prima e la seconda parte, che si affianca a quello musicale della colonna sonora di cui ho già detto.
“Sangue del mio sangue” è una rappresentazione artistica ― non cerebraloide ― sul tempo. Passato e presente sono solo superficialmente entità distaccate, diverse, ma in realtà non sono che forme sistemiche d’ingabbiare il tempo e il suo scorrere. Bellocchio ci dice, no guardate che il passato è NEL presente, che il passato È presente. Allora la casta ecclesiastica che dominava incontrastata nel ‘600, con i sistemi barbari di cui Benedetta fa le spese, ritornano nella cerchia contemporanea dei vampiri ― una misteriosa e stuzzicante sintesi fra mafia e Democrazia Cristiana ― avvinghiata al collo della società pur di mantenere il potere e “le cose come stanno”. Nello straordinario dialogo fra il Conte Basta e il dentista Quantunque  ― di nuovo, fate caso ai cognomi, che non sono a caso ― i due ribadiscono la loro avversione a internet, e a qualsiasi forma di apertura verso l’esterno. Esattamente come nel ‘600, quando la Chiesa comandava e il bigottismo imperava, e nuoceva, visto i danni che provocava. Un tempo sincretico è l’opposto del tempo distinto di Sorrentino, che distingueva il passato dal futuro in “Youth” e li poneva agli antipodi di un cannocchiale ― ricorderete.
A parte queste riflessioni molto stimolanti, il film mi ha steso emotivamente nel finale. “Steso emotivamente” significa tremarella nella voce e nelle mani, faccia sul rubicondo, aspetto complessivo da chiamiamo-qualcuno-e-aiutiamola 🙂
Il muro attorno al quale questo messaggio lezmuviano convergeva all’inizio, converge qui. Nell’ultima scena, dal presente torniamo per un attimo al passato. Sua santità il Cardinale Maximo ―insomma il leader supremo della Chiesa― va a far visita alla murata viva dopo anni e anni di muro. E lo fa abbattere.
Da una nuvola di polvere bianca, esce, come Afrodite dalla spuma del mare, Benedetta, biotta e bella come mamma l’ha fatta. Benedetta lo guarda, lui stramazza al suolo, e lei se ne va. Io non so bene spiegarvi, ma questa scena contiene l’anima del film, per me. La bellezza iscritta nel desiderio che la bigotteria clericale ha fatto murare come il più abominevole dei peccati, non invecchia mai, è imperitura e vince quelle barriere e quelle restrizioni costruite non già da un Dio vecchiotestamentario vendicativo e violento, ma dall’uomo pavido e castigamatti. Non c’è peccato nel desiderio, nell’amore, non c’è corruzione nel corpo di Benedetta ― per questo il suo fisico é intonso, perfetto.
E’ innescato qui, al contrario, il meccanismo di Dorian Gray: il ritratto di Dorian registra tutta la corruzione che il bel Dorian cumula nel corso della vtia, ma alla morte di Dorian, il quadro torna perfetto mentre il suo corpo è quello d’un vecchio orripilante (applausi per Wilde). Nel caso di “Sangue del mio  sangue”, nell’istante in cui Benedetta riguadagna la libertà di uscire per il mondo ed essere ciò che è, il suo corpo ritorna intatto, riacquista la bellezza del pre-punizione ― i capelli lunghi, la pelle senza marchi e ferite.
Questo happy-ending è rincarato nel presente, dove vediamo delle volanti della polizia fare ingresso a Bobbio, diretti, presumibilmente, a far piazza pulita dai vampiri. È l’’arrivo della giustizia.
Bellezza e Giustizia, due valori universali, chiudono un film assolutamente laico ma che utilizza il lessico allegorico del religioso per esprimerlo ― una tecnica familiare a Bellocchio, pensate un po’ a “L’ora di religione”.
Quindi in sintesi (!), mi costa ammetterlo, ma stavolta Bellocchio ha centrato, o meglio, MI ha centrato ― colpito e affondato. Questo è successo a me, ma non alla metà ― forse più ― di spettatori che l’hanno visto, e detestato. Si dice sempre che se un film spacca l’opinione pubblica allora spacca veramente…

Ma anche questo può non essere vero: se prendiamo INSIDE OUT, per esempio, abbiamo un’assoluta ― rarissima ― unanimità di giudizio sul fronte pubblico, critica e Moviers, eppure il film spacca, e di brutto! Mercoledì sera erano con noi il WG Mat, il Col Tenente con Giuliana, che in Let’s Movie si chiama Patrizia ― appartenente alla nobile stirpe della gens Giulia(na), ci fa il favore di mescolarsi a noi della plebe, e di queso la ringraziamo 🙂 ; l’Anarcozumi, lo Scacco Matto, il Bridge e la More.
Nota a margine: appunto al petto dello Scacco Matto e dell’Anarco la medaglia dei Movier che fecero l’impresa: due Let’s Movie in una settimana ― un’impresa da cavallieri, a detta di Olmi… 😉

Riley è una ragazzina di 11 anni che subisce un trasloco: dal tuttanatura Minnesota alle strade di San Fransisco… Ma a Pete Docter, il regista, non interessa tanto l’out, interessa l’inside di Riley. Allora fra le sue mani magiche, aiutate dagli incredibili strumenti della Pixar, cinque emozioni, Rabbia, Gioia, Paura, Disgusto e Tristezza, prendono corpo e colore. Cioè, prendono letteralmente corpo e colore e noi spettatori le vediamo agire inside Riley, nel quartier generale della sua testa, determinandone le reazioni, e di conseguenza i ricordi ― rappresentati da decine di migliaia di miGLIoni di sfere colorate. Solo che le emozioni non sono mai così nette come sembra, sono ambivalenti e titubanti, così Gioia e Tristezza dovranno affrontare un luuuungo viaggio insieme all’interno di Riley per restituirle la serenità.
“Inside Out” è come aver sintetizzato tutto il reparto Psicologia, Pedagogia, Filosofia del Pensiero e Scienze Neurocognitive della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze in poco più di 100 minuti. Le idee geniali sono talmente tante, talmente impreviste e talmente motivate sul piano psicologico da farmi chiedere se ci voleva la Pixar e il 2015 per farci un grafico preciso di come sentiamo/ragioniamo/reagiamo noi essere umani. E tutto questo non attraverso un blahblahbarbosissimo “Con il presente studio s’intende dimostrare che…”, ma attraverso del puro semplice massiccio fun.
L’animazione negli ultimi anni ci ha strabiliato, lo sappiamo. Ma qui sono le associazioni tra psicologia e immaginazione a farti rimanere a bocca aperta. Il Treno dei Pensieri, che sfiora il Mondo del Pensiero Astratto ― in cui è pericoloso entrare perché tutto lì si allontana dall’essenza delle cose, si smaterializza, fino a ridurre tutto, le rotondità e la fisicità del vivere in sterili angoli e rette, facendoti perdere il contatto con il reale…Sarafruner are you listening??― il Regno dell’Immaginazione, l’Inconscio ― una sorta di Cinecittà in cui i sogni vengono prodotti come dei film low-budget utilizzando elementi del vissuto riadattati in sceneggiature non-sense ― e ancora le Isole che sostengono la personalità della ragazzina: la Famiglia, l’Amicizia, l’Onestà, l’Hockey, la Stupidera ―l’isola della Stupidera dei Muviers ha dimensioni continentali, la mia di certo 🙂 ― e che corrono il rischio di colare a picco quando subiamo un cambiamento o quando un’emozione ha il sopravvento.
È un film ad alto rischio lacrime, perché tutti portiamo dentro di noi quelle cinque emozioni, tutti ci riconosciamo nel quartier generale della testa di Riley, e il fatto che le emozioni partono proprio dalla testa mi fa pensare che “Inside Out” faccia persino superare il conflitto mente-cuore ― ma stia tranquilla Jane Austen: non bruceremo il suo “Ragione e sentimento” :-). Per questo il livello d’empatia che il film riesce a toccare è così alto. Docter e il suo team sono stati abilissimi a tradurre in immagini il meccanismo dei ricordi: non sempre gioiosi o colorati, i ricordi possono anche tingersi di azzurro ― di nostalgia, di tristezza ― e farci piangere.
A proposito di tristezza, “Inside Out” la rivaluta come sentimento fondamentale nel percorso di vita di ogni essere umano. In un mondo occidentale tutto tablet, fun e smart-phone, tutto proiettato all’esaltazione della Gioia a tutti i costi, sfogare la tristezza guasta la festa e fa tornare in mente il flaconcino con dentro Gioia in pillole nell’armadietto di milioni di bagni… La Tristezza è censurata, zittita, bandita ― come rappresentato benissimo nel film. Ma “Inside Out” ci dice, Gioia senza Tristezza non va bene, non è possibile: tutte le emozioni servono. E non è una coincidenza che Gioia e Tristezza condividano lo stesso colore di capelli ― l’azzurro, tuguarda ― mentre tutti gli altri personaggi-emozioni sono cromaticamente ben distinti e connotati ―rosso Rabbia, verde Disgusto, viola Paura. In un film in cui ogni minimo dettaglio è iper curato e ragionato, questa scelta non può essere frutto del caso.
Proprio riguardo alla tristezza, il WG Mat consiglia la lettura di questo articolo di Gramellini, e io, da brava Board, agevolo, http://www.lastampa.it/2015/09/16/cultura/opinioni/buongiorno/elogio-della-tristezza-nBiJdfndLgTPaBxAcEABxO/pagina.html

Mi avete sentito dire tante volte “vi prego non perdetelo”, e temo sempre che questa preghiera perda di efficacia, come quando Pierino gridava attenti al Lupo e Lucio Dalla ci scrisse una canzone… 🙂 Spero non succeda proprio ora perché questo film, io vi prego sopra ogni cosa di non perderlo! Anche solo per Bing Bong, l’amico immaginario di Riley, un elefante di zucchero filato rosa che piange caramelle e si sacrifica sparendo nell’abisso dell’oblio pur di salvare la sanità emotiva della ragazzina…E per il fatto che trovare “La psicologia umana spiegata a piccoli e grandi” sullo schermo del cinematografo con tanta erudita sensibilità non capita spesso. No, non capita mai.
“Inside Out” rientra non solo negli happy-few del 2015, ma della vita.
Vorrei dirvi altro, ma già vi siete beccati due pipponi… e poi meglio non far aspettare ancora la prossima proposta…

L’ATTESA
di Piero Messina

Si va per due motivi: 1. Il film prende spunto da una spettacolare novella del Pirandello, “La camera in attesa” e noi si vuol vedere, con gli strumenti fornitici dall’antologia di quinta superiore, come il Messina la tratta; 2. La Binoche è un’attrice che ti fa venir voglia di andare a vedere cose in cui recita anche se poi quelle cose son robaccia (tipo “Sils Maria”, Dio ce ne scampi).

Ecco, mi pare sia tutto, e ora sparisco, sì… Mai più due pipponi insieme, non me li potete reggere, poveri…Dalla settimana prossima si cambia musica…

Ora Maelstrom, quindi riassunto (ma ancora si leggono?!), quindi ringraziamenti a tutti e saluti, stasera, perimetralmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Apprezzamenti a “Amy” son giunti da vari Movier, tra cui il Darth Veter, la Vanilla, il Woodstock (che lasciò anche una citazione nel Baby Blog ― imparate!
Brava la mia ciurma! 🙂

Se invece volete un film che vi ribadisca la versatilità e il talento di Meryl Streep, andate a vedervi “Dove eravamo rimasti”. Il film non entrerà negli annali, ma Meryl, nei panni di una rocker di mezza età filo-repubblicana anti-buonista, è un’autentica forza della natura. E canta quasi meglio del Boss…

L’ATTESA: Attendere il ritorno di una persona è un atto di fede. Anna e Jeanne, isolate in una villa dell’entroterra siciliano, aspettano l’arrivo di Giuseppe, figlio della prima, fidanzato della seconda. La loro attesa si trasforma in un misterioso atto di amore e di volontà.

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