Posts made in ottobre, 2015

LET’S MOVIE 261 propone FRANCOFONIA e THE WALK, e commenta SUBURRA

LET’S MOVIE 261 propone FRANCOFONIA e THE WALK, e commenta SUBURRA

FRANCOFONIA
di Alexandr Sokurov
Francia, Germania, Paesi Bassi, 2015, ‘87
Lunedì 26/Monday 26
Ore 20:30 / 8:30 pm
Astra / dal Mastro
Ingresso libero / Free entry 🙂

 

THE WALK
di Robert Zemeckis
USA, 2015, ‘110
Mercoledì 28 / Wednesday 28
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly
Visione in 3D

Feuilleton Fellows,

Io che nacqui in pieno Sturm un Drang, quando il ‘900 era solo l’ipotesi di un nuovo secolo, ricordo benissimo l’attesa di trovare le puntate delle storie pubblicate a episodi sui giornali. Balzac, Hugo, Dickens, mica fruttini della selva letteraria contemporanea tipo Ammanniti falloidi et sim. Cioè, Dickens Charles è diventato Charles Dickens proprio grazie a quei 19 Pickwick Papers che uscivano a fine mese, e che il lavoratore vittoriano medio, dopo le 18 ore di miniera e con 18 birre in circolo, si portava a casa per uno scellino. Dei romanzi d’appendice erano piene anche le sporte delle mogli e i pavimenti sotto i letti dei mocciosi che dentro Oliver Twist o David Copperfield, rivedevano se stessi.
Giacché non vi chiederei mai d’isolare l’inutile dall’indispensabile in Lez Muvi ― siete Moviers mica Mandrake ― vi svelo, in via del tutto eccezionale e senza mandarvi a fondo pagina, dove stia la parte essenziale in questo mare di superfluo che s’è appena spalancato ai vostri piedi. Il cuore di quello che vi ho detto sta nel fatto che questi episodi uscivano una volta al mese. Ed è proprio lì che dobbiamo concentrarci, se vogliamo capire cosa NON funziona in “Suburra”.

Ma prima di prendere la patata bollente e farla a pezzettini, devo ringraziare la collettività che si è riunita lunedì: i Guests dei Moviers erano talmente vari ed eventuali, che non sarebbe umanamente ― e neppure baordianamente ― possibile ricordarli tutti. Quindi ringrazio il guest group considerandolo più come una nuvola di manna calatasi sulle file lezmuviane che un ensemble di soggetti dotati di carta d’identità. 🙂 I Muviani, quelli, cerco di ricordarli: il WG Mat, il Pizzo, lo Scaccomatto, la Babi Bobulova, l’Onassis Jr, il Felix, la Vanilla, la More, la Whynot, il Grandpa, gosh who else? Se ho scordato qualcuno, la nuvola si trasformerà in fulmini&saette e io, come da miglior scenario apocalittico, finirò spazzata via nei deserti oscuri del nulla biblico.
Tutto questo non perché io abbia sul comodino Giovanni e il paperback del suo best-seller, ma perché l’Apocalisse è il contesto strutturale in cui Sollima inserisce lo sviluppo del film, aggiungendo un felice countdown che ci spinge inesorabilmente verso il D-Day. Notiamo sempre come il countdown e l’inesorabile vadano a braccetto e come l’impossibilità di evitare il nostro schianto contro l’ultimo giorno sia una scelta, per quanto già vista, molto efficace. Ve lo confesso, a me sarebbe bastato anche il conto alla rovescia verso un nadir etico-civico come quello che ci ritroviamo davanti. Invece il regista rincara e aggiunge un altro elemento che ha scelto rovistando l’armamentario dell’apocalittico. La pioggia. Una pioggia tropicale, da cats&dogs, che da tanti è stata vista come un personaggio a se stante del film ma che io, bah, considero più un gesto quasi estetico. Azzardo… Ma se Sollima avesso deciso di rovistare in un altro tipo di armamentario, e avesse fatto cozzare l’idea della distruzione urbi-et-orbi ― ovvero caduta del governo e dimissioni pontificie e regolamenti di conti vari ― con un sole tagliente, un cielo spietatamente sereno, l’effetto non sarebbe stato più spiazzante? Io vi butto lì l’idea così come mi è venuta in mente guardando questo muro monsonico calato banalmente, o forse meglio, balnearmente, sulla città. Anche perché, dopo un po’, diventi insensibile all’acquazzone; e questo succede anche, e ben più gravemente, con la tensione. Per lo meno questa è stata la mia impressione, che per la verita’ non corrisponde a quella del 96.3% dei Moviers a cui il film è: piaciuto-dai/ non mi è dispiaciuto/ sì-bello-ma. A ogni modo, l’entusiasmo completo, quello che ti rintrona e ti fa uscire caracollante ―aggettivo Prit della critica 2015― non c’è stato, come invece pare ci sia stato nel palco mediatico allestito per lanciare il film.
Sarà, forse, che da “Suburra” ne trarranno una serie prodotta e distribuita da Netflix ― non vi preoccupate, voi giovani Padawan, se non sapete cosa sia: ci penserà il prossimo Netflix già in cantiere a soppiantarlo con una piattaforma ancora più sensazionale e fichissima, e Netflix 1 farà la fine della FIAT Duna.
Ma torniamo alla questione della tensione…

Il film soffre di due mali diagnosticabili da subito: iper-drammatizzazione e iper-schematizzazione delle troppe trame proposte. E c’è il politico corrotto ― un improbabile Favino, inespressività da bulldog narcotizzato ― che si fa di coca e di squillo nella più classica camera d’albergo posh, con conseguente morte della squillo minorenne; e c’è la speculazione a Ostia e la legge da approvare in Parlamento che la deve autorizzare; e c’é lo scontro tra due clan della malavita che gestiscono il litorale, gli Zingari e l’Otto, in mezzo ai quali cerca di negoziare un boss low-profile chiamato Samurai (Claudio Amendola); e c’è un Papa prossimo alle dimissioni e un papà che si butta nel Tevere e scarica il fardello dei debiti accumulati nel corso di una vita sulle spalle del figlio ― Elio Germano ― in una riscrittura tutta prosaica del biblico applicabile al nostro tempo, “i debiti dei padri ricadranno sui figli”.
Roma è lugubre, sozza, i monumenti sembrano quasi cancellati e la bellezza grande cantata non più di due anni fa in un film da Oscar diventa qui grande monnezza che sprofonda la capitale nel torbido morale e meteorologico. Sollima fonda ― poi affonda ― e affianca una Sodoma alla Gomorra che gli ha fatto conquistare il successo televisivo. Però santiddio, tutto è troppo eccessivo, troppo da cloaca massima! Va bene la corruzione nella politica, nella Chiesa, il trash di Ostia e la sua malavita disorganizzata, e la Malagliana e la caduta del governo. Va bene il politico e le prostitute, la coca e il magnamagna collettivo. Ma ci sarà, fijobbello, un modo più sottile, per raccontarmi tutto questo? Perché se a tutto questo e alle tinte dark tu aggiungi una colonna sonora sparata a mille dall’inizio alla fine ― presa, nella sua traccia principale al gioiello “Drive”, ma non certo nell’uso oculato che lì il regista ne faceva ― e punti a tenere la tensione dello spettatore sul filo, finisci per ottenere l’effetto opposto. A un certo punto lo spettatore diventa immune davanti a tutto quello che si vede passare davanti ― morti sparati, trucidati, sgozzati, investiti, cadaveri sbarazzati, affogati e ritrovati, botte da orbi, pittbull dall’appetito leonino, mutande burine e seni al silicone.
Lo spettatore cinematografico è diverso da quello televisivo: il primo non ha bisogno di essere tenuto sveglio e attaccato allo schermo attraverso scene ad alto contenuto sensazionale-cinetico, come invece succede con il secondo. Davanti all’ennesima sparatoria o coltello conficcato in zona carotidea o strage in bagno turco (la strage nel bagno turco è quanto di più scontato si possa mettere in scena, scusate sceneggiatori eh), e alla Black Mamba coatta pronta a freddare chicchessia pur di vendicare il suo amore tossico, io non mi sono né scandalizzata, né emozionata, né sorpresa. Ho semplicemente aggiunto mentalmente la scena alla lista di schifezze che la Roma ladrona compila nel film di Sollima. Ma capirete, un film che non scandalizza, né emoziona, né sorprende è un film destinato a fallire il suo obbiettivo ― se non altro il mio. Come dicevo, la ricerca spasmodica della sensation, ti perde per strada. Non ti va minimamente di sapere come il film va a finire. Hai già capito fin dall’inizio che non potrà MAI finire bene ― il countdown, ricordate? ― hai già capito che tutti i personaggi sono irrimediabilmente sporchi. E questo è un altro difetto di sceneggiatura: nemmeno un briciolo di bello, di pulito, nemmeno in potenza? Com’ on, persino nei noir più noir del noir c’è un filo bianco che scorre da qualche parte, a un certo punto.

C’è da dire che ho trovato infelice il momento di uscita del film. Il libro da cui il film è tratto è del 2011, ovvero prima delle faccende di Mafia Capitale, prima delle dimissioni di Ratzinger, prima della parata funebre dei Casamonica ― che, non meritassero il 41 Bis, meriterebbero di certo un premio in ars funeraria…. Siamo nel 2015 e abbiamo visto tutto questo nella realtà. Vederlo anche sul grande schermo costringe il film dentro un’operazione da serie televisive: raccontare ciò che è successo con +/- coloriture interpretative e +/- spettacolarizzazione scenica. Se io vi nomino opere supreme tipo “Scarface” o tipo “The Departed”, che raccontano di malavita e corruzione, capirete, voliamo in cieli completamente diversi da quelli di “Suburra”: quei film guardano la realtà e ne ricavano un racconto letterario. “Suburra” non è letteratura. È un romanzo d’appendice ― ovvero, nel 2015, una serie televisiva. E il pool di sceneggiatori che l’hanno scritto, per quanto di comprovato talento, non sono Dickens, Hugo, Balzac.

Il risultato potrà anche piacere al nazionalpopolare, ma lì si ferma.
A film finito, con tutti i miei Moviers cicalanti in un concerto che non avrei mai smesso di ascoltare, mi chiedevo, e se Sollima avesse sacrificato un paio di sottotrame ― prima fra tutte quella del piccolo parvenu Elio Germano ― si sarebbe affrancato dal format televisivo? Si sarebbe svincolato dalla minaccia catodica e avrebbe potuto aspirare al cinematografico? Benché il problema principale del film risieda nella ricorsa ossessiva della partecipazione dello spettatore e alla di lui diametrale, coeva e paradossale perdita, ritengo che il sovradosaggio narrativo infligga il colpo di grazia alla pellicola.
Non butto tutto ― imparassi dal film, tutto finirebbe al Verano, sotto due metri di terra. Amendola è il miglior Amendola di mai, finalmente spogliato dai panni cesaroni di padre garbatelliano, e rivestito d’un ruolo intrigante: un boss in giacca a vento, confondibile tra la folla, dai toni pacati e il nome sushi (Samurai), uno statista più che un assassino, l’opposto dei cattivi esageratamente sparati a mille tipo l’Otto o il politico Favino, che subiscono gli effetti di questa iper-rappresentazione e lievitano in stereotipi, perdendo di credibilità. Anche l’ambizione di fare un gangster movie in un paese che respira solo il rosa shocking ― nel senso proprio shocking ― di commediucce tipo “Io che amo solo te” o “Poli opposti”, merita stima. Così come la sicurezza con cui il regista maneggia la macchina da presa.

Tuttavia non posso fare a meno di interrogarmi sull’identità di questo film. Cos’è? Cronaca creativa? Il Papa che si dimette è indubbiamente il Ratzinger ora in pensione, Il Samurai è uno dei capi della banda della Magliana, nel politico di Favino possiamo intravedere tanti politici al centro di storie sex&drugs. Ma quello che mi lascia più perplessa è il ritornello di rassegnazione, con cui tanti spettatori escono dal cinema. “Eh, è così che funziona”. Be’, io non credo che funzioni così. Che tutta la Capitale sia mafia. Non credo che un boss vada da un Monsignore e gli dica, cito, “Se non fai come ti dico io finisci in fondo al Tevere”. Non possiamo fare gli Heidi&Peter pascolanti pei prati, ma nemmeno vedere il marcio dappertutto. E i film così, così totalmente privi di una speranza, persino PASSATA, e con personaggi tutti villain, non solo sono poco verosimili, ma sono riduttivi e distruttivi.
Un ultimo punto sulla violenza. Tutti fanno un gran parlare di quanto “Suburra” sia brutale. Be’, posta la quantità di scene crude(li) e l’assuefazione che lo spettatore ne sviluppa di cui ho già detto, la scena più efferata, per me ―e forse, l’unica con un briciolo di cinematografia dentro ― è quella in cui il politico, fatto di coca, nudo come il verme che è, esce sul balcone della stanza d’albergo, e urina sul centrocittà. Questo gesto, il disprezzo della res publica lordata con la più greve delle piogge, traduce alla perfezione un certo atteggiamento dilagante nella politica italiana, e in un certo tipo di cittadino italiano: il totale chemmefrega nei confronti della civitas, del bene comune ― nella doppia valenza di benessere collettivo e oggetto pubblico ― che trova nel mò-te-frego-io un alleato altrettanto notorio.

E ora vi prego, fatemi riemergere che non ne posso più di bassifondi, e proporre due film due: un pezzo da 90 della cinematografia d’autore, e uno da 180 della cinematografia d’entertainment.

FRANCOFONIA
di Alexandr Sokurov

Alexandr Sokurov è uno dei registi più temibili del panorama contemporaneo, e non solo per via di un nome che evoca terribili Ivan gulag dell’animo (??), ma anche perché l’ultimo suo lavoro ― che vinse il Leone d’Oro a Venezia nel 2011 ― fu “Faust”, un film di 2 ore e 20 da cui io e l’Anarcozumi uscimmo con quel senso di dispersione che provi solo quando ti trovi davanti a qualcosa di grande e spaventoso, nonché incomprensibile. Ma pur sempre grande.
Un’unica proiezione rende l’occasione rara. La sala dal Mastro pullulerà di toppe sui gomiti delle giacche, sguardi concentrati dietro zazzere coltivate ad arte: il sottobosco dei cinefili intellettuali che vivono lungo le sponde del mainstream… Io, fossi in voi, verrei anche solo per vedere questa civiltà sempre a rischio estinzione. 🙂
Ma Let’s Movie è anche entertainment, cuore che batte a mille guardando un funambolo che cerca di fregare il traffico di Manhattan camminando su una fune tra una Torre Gemella e l’altra…

THE WALK
di Robert Zemeckis

Il film viene proiettato solo in 3D ― mi si dice essere un’esperienza al cardiopalma. Se soffrite di vertigini, venite per superarle. Se non soffrite di vertigini, venite per vantarvene.
Facile, no? 🙂
La mia promessa, in caso di presenza massiccia di Moviers, è quella di non scrivere due pipponi ma di limitarmi a uno. Mica poco, considerati i trascorsi di fluvialità binaria.
Le probabilità che io cada ―e non rispetti la promessa― sono ovviamente molto maggiori rispetto a quelle del funambolo… 🙂

E ora mi dirigo nel Maelstrom, con un appello per voi. E poi perdo per strada due riassunti che sopprimerei, non fossi mossa a pietà per loro.
E vi ringrazio e vi saluto, con dei saluti, tonight, appendicisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Possiate voi giungere in mio soccorso, oh popolo di Muviani!
Preceduta dalla Honorary Member Mic ― sempre avanti per fuso e naso― sono stata a vedere “The Lobster”, di questo regista, Yorgos Lathimos, che non avevo mai sentito prima ma che sembra essere il nuovo Sokurov della Grecia post-ziprasiana. Platee entusiaste al Festival di Cannes, e critici inneggianti al capolavoro avevano fatto di me il Board in trepidante attesa che conoscete bene. Be’, io non c’ho capito granché. Cioè, a un certo punto pareva un po’ di leggere Saramago ― dio l’abbia in gloria ― ma con una spietatezza di sfondo e primo piano, e una dittatura delle coppie sui single d’una violenza tale che Suburra, al confronto, è Mary Poppins.
E poi un dubbio venatorio. Ci sarà qualche motivo per cui film d’essai spinti tipo “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” e “The Lobster” (=aragosta) hanno gli animali al centro? Ma perché???
Comunque, anche “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” al confronto di The Lobster è Mary Poppins.
Mi fate la cortesia di andare a vederlo e di dirmi cosa ne pensate?
[email protected]
Grazie 🙂

FRANCOFONIA: è la storia di due uomini eccezionali: il direttore del Louvre Jacques Jaujard e l’ufficiale dell’occupazione nazista il conte Franziskus Wolff-Metternich, prima nemici, poi collaboratori. Sarà grazie alla loro alleanza che molti dei tesori del Louvre saranno salvati. FRANCOFONIA esplora il rapporto tra l’arte e il potere e il grande museo parigino diventa un esempio vivo di civiltà e l’occasione per rivelare quanto l’arte ci racconta di noi stessi anche durante uno dei conflitti più sanguinosi che la storia abbia mai visto.

THE WALK: Il regista Premio Oscar Robert Zemeckis dirige il film che racconta la storia vera di un giovane sognatore, il funambolo Philippe Petit, che ha compiuto un’impresa passata alla storia: passeggiare fra le Torri Gemelle del World Trade Center in equilibrio su un filo d’acciaio.

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LET’S MOVIE 260 – propone SUBURRA e commenta TIMBUKTU

LET’S MOVIE 260 – propone SUBURRA e commenta TIMBUKTU

SUBURRA
di Stefano Sollima
Italia, 2015, ‘130
Lunedì 19 / Monday 19
21:00 / 9 pm
Cinema Nuovo Roma / Il Pornoroma

 

 

Marcuse Moviers,

Ed eccolo qua in arrivo anche da noi. C’hanno provato per più di 20 anni, e alla fine, gli ammmaricani ce l’hanno fatta. Cari Fellows, Starbucks starba, ehm sbarca, a Milano. E se negli anni ’80 la Milano era da bere, e si sottintendevano il Cynar e l’Amaretto di Saronno, ora sul tavolo troviamo il Caramel Frappuccino e il Mocha Latte, e la lista infinita di aberrazioni commestibili di cui la perversione yankee è capace. Per carità, nulla contro il modello Starbucks, ovvero, vieni nel mio locale, parcheggiati in zona chill-out anche per 5 ore e scrivici pure il pitch della nuova start-up che rivoluzionerà il mondo, you are most welcome ― …by the way, buffo notare che questo modello era nato in Europa, con i caffè letterari, nell’’800, ma ci sono voluti gli occhi a $$ delle aquile americane per cavarci fuori un business plan di successo… Anyway…L’importazione di un modello che di certo genererà un grande indotto a Mr e Mrs Starbucks, comporta anche l’importazione di pratiche molto malsane tipiche del coffee-drinking on-the-go d’oltreoceano. Gli americani ― non tutti, tanti ― non pensano minimamente cosa porti con sé il take-away. L’eco-pensiero non sfiora nemmeno la loro no-fly zone, e nemmeno se glielo scandisco piano e con termini a loro familiari, tipo “no-fly zone” capirebbero, figuriamoci poi se inserisco concetti di alta immondizia tipo esubero di scarto e conferimento differenziato di bicchierone e coperchio del take-way kit. Ovviamente non accenno nemmeno al rito italiano del caffè bevuto nella tazzina, i 4 minuti passati al bancone del bar a cui corrispondono le 4 chiacchiere che coprono la legge di Stabilità, il crociato destro di Messi e il fondoschiena di Mila Kunis. Il modello di Starbucks non prevede porcellana e politica.
Anche se non ce ne accorgiamo, questi mono-marca ci riportano dentro a una mono-dimensione della quale eravamo stati avvisati back in 1967 dal caro Herbert. Io aggiungo che noi uomini massa tendiamo ai luoghi massa, e lì veniamo fatti convergere. Ecco allora le multisala, gli H&M, i fast-food, gli Starbucks e gli ultimi arrivati, i (po)Grom. Io, che di geometria non capisco un cateto, credo che gli angoli e le curve dei localini in piedi per miracolo siano molto più affascinanti delle catene che spianano il nostro panorama urbano e sociale allineandolo/ci a un unico credo commerciale. Globalizzazione uguale scelta, pulsano le slides dei neo-businessmen pro-global. Io dico che il meccanismo della scelta in questa contemporaneità spinta al trar-profitto selvaggio è forte di certe manipolazioni psicologiche di cui siamo fatti ignari bersagli: il sabato sera si va a Multiplex & Mac Donald’s, la domenica al centro commerciale.
Fortunatamente ci sono i Moviers, che sono altra pasta, altra storia, e il sabato sera vanno a vedere i cinema rimusicati dal vivo e la domenica fanno i Moviers in attesa di Lez Muvi, che è già tanto.
E fortunatamente x2 ci sono film tipo “Timbuktu”, che in 97 minuti spazzano via la minaccia del pattume, del piattume e di noi potenziali sottilette ― “il monodimensionale” di Marcuse è molto più raffinato come termine, ok, ma io sono pur sempre il Board, buffone di professione. 🙂
Ad imbarcarsi con me alla volta del Mali, ecco il nostro duo bigusto finalmente ricomposto, Vanilla & Chocolate, il Pizzo, che mi aspetta davanti all’ingresso puntuale come un sangallo (!), il Sommario e il Respirolibero già belli pronti a bordo.

Lì finiamo, a Timbuktu, che a me fa sempre venire in mente veli colorati e magie, e invece è tutt’altro, una città in mano ai fondamentalisti islamici che spadroneggiano, imponendo tutta una serie di divieti e restrizioni che gli abitanti sono costretti a rispettare se non vogliono subire punizioni corporali che fan male anche solo a pensarle.
A Timbuktu non si può cantare, ballare, suonare, fumare, aggirarsi sole per la città ― l’immodestia, si sa, è sempre in agguato ― e naturalmente ci si deve coprire il più possibile, anche con calze e guanti, anche se sei una pescivendola e le mani ti servono per lavorare.
Al pastore Kidane non piace molto questo regime, quindi ha preso moglie e figlia, e si è traferito in periferia, che in Mali è il deserto, ma almeno può crescerci le sue mucche e vivere tranquillo lungo il fiume. Un giorno una di queste mucche ― chiamata GPS, vedi te ― finisce impigliata nelle reti da pesca di un vicino che, preso da chissà quale schizzo, le spara. Kidane lo affronta per avere delle spiegazioni, in un secondo si passa alle mani e il vicino, per sbaglio, rimane ucciso.
Diciamo che questa è la voce solista nel coro di storie che compongono il film. L’intento del regista, Sissako, è quello di presentare un paese nella sua interezza e denunciare, con una potentissima-efficacissima ironia, le barbarie compiute dall’integralismo islamico ai danni della popolazione. E allora la voce solista si mescola alle altre voci. Quella della pescivendola che vi ho nominato, che proprio non ci sta a mettersi i guanti e risponde per le rimane alla polizia islamica; il ragazzo e la ragazza presi a frustate per essere stati nella stessa stanza (oltraggio) e per aver suonato e contato (doppio oltraggio); il confronto tra l’imam della moschea e il leader dei jihadisti, ovvero “parliamone” contro “mancomorto”. Ciò che distingue questo film da altri di denuncia è l’angolo ironico da cui il regista guarda il panorama che gli si prospetta davanti e che ci permette di vedere il lato assurdo delle cose, e di sorriderne. Per esempio, gli integralisti fanno tanto i santarelli tutti presi a far rispettare la legge islamica, ma poi sono i primi a sgarrare: c’è quello che fuma di nascosto, quello che danza come un derviscio in cima a un tetto, quello che parla di calcio europeo con una cognizione di causa alla giacomovalenti. Assurdità che raggiunge livelli grotteschi: vedi il jihadista che, megafono alla mano, gira per la città in moto a sciorinare tutti i divieti dalla A alla Z, e dopo l’elenco completo, aggiunge, somaramente, idiotamente, “E’ vietato tutto”. Se da un lato lo spettatore ride di loro, e delle incongruenze che infuriano all’interno del regime, dall’altra incassa botte su botte a livello emotivo, come quando si ritrova due teste che spuntano vive dal terreno, due frutti umani martoriati da una pioggia di sassi, e tutto questo per aver cantato una canzone. Il tonfo di quelle pietre su quei crani mi risuona ancora nelle orecchie.
Quest’uso politico dell’ironia, e l’effetto wake-up-stand-up prodotto sullo spettatore, mi ha fatto tornare alla memoria Brecht, con la sua arte che grida da poesia a palco per risvegliare le coscienze.
Anche l’ironia di Sissako, come quella di Bertold, si serve della poesia, e per cogliere le alternative alla dittatura religiosa. C’è una scena, Moviers, che controbilancia i tonfi, e ribadisce il diritto del film ad essere collocato in piena dimensione d’arte cinematografica. Un gruppo di ragazzi, a cui, abbiamo detto, è proibito giocare a calcio, allestiscono una partita senza pallone ― mi togli il pallone? Be’, io me lo immagino, tiè. La macchina da presa gira in tondo a questi calciatori astuti e a questo loro gesto di sfida, come a voler ritagliare il loro campo d’azione (!) separandoli dallo sguardo dei jihadisti impotenti, e allontanandoli, anche solo per il tempo di una partita immaginaria, da quello stato infame delle cose: è la libertà che prende il suo spazio, in attesa di poter travalicare quei confini sciocchi.

Non solo grottesco e poetico. Non solo tragico e politico. “Timbuktu” tira fuori dalla montagna di drammi che l’Africa si porta sulla schiena, anche il sacro e il religioso. Sissako non aspetta che il film ingrani e ci propone questo dissidio sin dall’inizio, e con un linguaggio simbolico ma immediato, comprensibile. Una gazzella ― antilope, mi corregge, provvidenziale, il Pizzo ― un’antilope corre libera nel deserto. Alle sue calcagna una jeep di jihadisti armati che cercano in ogni modo di abbatterla. Gli spari rimbombano forti, più forti del previsto, e non so bene se questo sia un effetto cercato oppure l’acustica ipersensibile del Teatro San Marco oppure il mio orecchio finalmente tornato al suono dopo anni di Amplifon 🙂 … Immediatamente dopo questa scena, una carrellata di inquadrature su una fila di statuette, rappresentanti delle divinità femminili, crivellate da proiettili. La contrapposizione salta agli occhi: la dimensione del sacro originario, naturale, ancestrale della terra africana (antilope ed effigi sacre) massacrata dalla dittatura della religione imposta con il suo ferro e il suo fuoco, con le sue proibizione da cartone animato dell’orrore. Il dogmatico fanatico sopprime lo spirituale naturale.
L’abile Sissako chiude il film con un’antilope umana, la figlia del pastore nel frattempo condannato a morte per l’omicidio del pescatore con lo schizzo. La ragazzina corre corre corre come l’antilope dell’inzio. Corre corre corre verso di noi. Questa sua corsa verso di NOI non lascia dubbi d’interpretazione.

Purtroppo i film dei cineasti africani, o dei paesi “del terzo mondo” ― ancora si usa, questo divisionismo cardinale?? ― rischiano sempre di subire un giudizio a priori: un film di un mauritano ti strapperà per forza le lacrime dagli occhi, richiamerà per forza le Pubblicità Progresso, darà per forza precedenza al contenuto che alla forma. “Timbuktu” è quanto di più distante da tutto ciò. Sissako sa come maneggiare un obbiettivo: c’è un campo lungo su un fiume che per me potrebbe entrare nei manuali di cinema ―o forse esce dritto proprio da lì.
Sissako non strilla “vendetta”, non vuole scandalizzare. Direi che l’effetto che ottiene, miscelando attentamente comico, tragico, assurdo, è quello piuttosto di disorientare. “Ma come?” ti chiedi, uscendo dalla sala, frastornato. Ma come si fa? Ma come fa l’uomo a fare tanto male per imporre la legge di un Dio, che dovrebbe essere il sommo Bene? Naturalmente queste domande sono tanto banali quanto campali e non è certo questa la sede per sviscerarle. C’hanno organizzato il Religion Festival Today a questo proposito. E chissà poi se ci sono riusciti, a sviscerarle…

E dopo l’Africa, rimontiamo in aereo e facciamo scalo a Fiumicino per

SUBURRA
di Stefano Sollima

Sollima è il regista di “ACAB – All Cops Are Bastards”, un film che si vide un paio d’anni fa con la Honorary Member Mic e l’Anarcozumi, e che ci era entrato dentro a tal punto che canticchiammo “Celerino figlio di put*ana celerino figlio di put*ana” per una settimana. 🙂 Aneddotica a parte, Sollima è considerato uno dei registi italiani più esperti quando si tratta di azione e di poliziesco: oltre al bell’ACAB, ha firmato le serie televisive Gomorra e Romanzo Criminale e vari episodi di “La squadra”.
Allora. Qui ho assoluta necessità di quanti più Moviers possibili: ho certi piccoli dubbi dovuti ai successi catodici, che solo un numero elevato di Moviers mi aiuterà a fugare. Pertanto non fatemi gli gnorri, non trattate questo appello come i soliti che appello da 5 anni a questa parte…. Come and join me 🙂

Ed è con piacere tutto immobiliare, che questa settimana il Maelstrom è stato assegnato usucapione allo Scaccomatto, che ha due ― non una, ma due! ― segnalazioni per noi Muviani (ecco, “Muviani” mi sempre una valida alternativa sinonimica a Moviers). 🙂
Lo ringrazio molto ed esorto tutti voi locatari a beneficiare dello spazio comunitario senza timore di eventuali lamentele in sede di assemblea condominiale.
Ok, ora abbandono una metafora che, potessi, non abbandonerei più, vi sottopongo alla tortura di un riassunto lunghissimo di cui ovviamente ignoro il contenuto, vi ringrazio as usual, e vi mando dei saluti, alienatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ecco Scaccomatto, il Maelstrom è tuuuutto tuo 🙂

  1. Quattro volti del cinema francese

L’Alliance française, in collaborazione con l’Institut français che coopera con l’Ambasciata di Francia per la diffusione del patrimonio cinematografico francese nel mondo, ha organizzato il Festival del Cinema francese che si terrà a Trento, per quattro mercoledì alle ore 20.30 nella Sala della Circoscrizione comunale in Via Clarina 2/1.
L’ingresso è libero e i film sono in versione originale con i sottotitoli in italiano.
Il programma è disponibile qui http://www.alliancefr-verona.org/Nell-ambito-della-promozione-della.html?lang=fr

Le quattro proiezioni avranno luogo:
mercoledì 14 ottobre: Le Nom des Gens (2010)
mercoledì 21 ottobre: Les beaux jours (2013)
mercoledì 28 ottobre: Pauline détective (2012)
mercoledì 04 novembre: Une place sur la terre (2013)

  1. 40 anni di The Rocky Horror Picture Show

Lunedì 16 novembre 2015 ore 20.30
Cineplexx – Sala 1, Via Macello 53, Bolzano

“Non fatevi scioccare dal mio aspetto / non giudicate un libro dalla copertina / non sono un granché alla luce del giorno / ma di notte sono un diavolo di amante”: forse è questa la battuta più famosa di Rocky Horror Picture Show, un film, anzi un musical, anzi un feticcio. Ed è quella che infatti lo rappresenta meglio: nelle prime sere di proiezione, in sala non c’erano molti spettatori, ma erano sempre gli stessi: gli stessi della sera dopo, e di quella dopo ancora…. e così per QUARANT’ANNI! Ebbene sì, dal 1975 il suo successo continua fino ad oggi. Anarchico, sensuale, allegro, un po’ horror un po’ thriller un po’ porno, un po’ kitch un po’ elegantissimo: ogni paese del mondo ha un cinema che non trasmette più nient’altro …. Festeggiamo tutti insieme quest’anniversario… trans-vestiamoci, cantiamo e recitiamo il Rocky Horror Picture Show durante la proiezione 🙂
Un EVENTO UNICO per l’arrivo a Bolzano di Movieday, la prima piattaforma web in Italia che permette al pubblico di organizzare proiezioni al cinema. L’unica condizione è PRENOTARE ONLINE i biglietti entro la scadenza. Solo raggiungendo la soglia minima l’evento verrà confermato! I biglietti prenotati online COSTANO MENO del biglietto in sala, e se la soglia non è raggiunta non ci saranno addebiti. Aderite e passate parola!

SUBURRA: Nell’antica Roma, la Suburra era il quartiere dove il potere e la criminalità segretamente si incontravano. Dopo oltre duemila anni, quel luogo esiste ancora. Perché oggi, forse più di allora, Roma e’ la città del potere: quello dei grandi palazzi della politica, delle stanze affrescate e cariche di spiritualità del Vaticano e quello, infine, della strada, dove la criminalità continua da sempre a cercare la via più diretta per imporre a tutti la propria legge.
Il film e’ la storia di una grande speculazione edilizia, il Water-front, che trasformerà il litorale romano in una nuova Las Vegas. Per realizzarla servirà l’appoggio di Filippo Malgradi (Pierfrancesco Favino), politico corrotto e invischiato fino al collo con la malavita, di Numero 8 (Alessandro Borghi), capo di una potentissima famiglia che gestisce il territorio e, soprattutto, di Samurai (Claudio Amendola), il più temuto rappresentate della criminalità romana e ultimo componente della Banda della Magliana.
Ma a generare un inarrestabile effetto domino capace di inceppare definitivamente questo meccanismo saranno, in realtà, dei personaggi che vivono ai margini dei giochi di potere come Sebastiano (Elio Germano), un PR viscido e senza scrupoli, Sabrina un’avvenente escort (Giulia Elettra Gorietti), Viola (Greta Scarano) la fidanzata tossicodipendente di Numero 8 e Manfredi (Adamo Dionisi) il capoclan di una pericolosa famiglia di zingari.

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LET’S MOVIE 259 – propone TIMBUKTU e commenta BAGNOLI JUNGLE e STRAIGHT OUTTA COMPTON

LET’S MOVIE 259 – propone TIMBUKTU e commenta BAGNOLI JUNGLE e STRAIGHT OUTTA COMPTON

TIMBUKTU
di Abderrahmane Sissako
Francia-Mauritania, 2014, ‘97
Lunedì 12/Monday 12
Ore 20:45 / 8:45 pm
Teatro San Marco
Via San Bernardino 8
Ingresso gratuito / Free Entry

 

Flow Fellows,

Va bene tutto. Va bene voler fare il regista impegnato, quello alternativo che ai Festival di lustro preferisce il buio della sua stanzetta foderata di manuali su Wiene e Pabst. Va bene considerare la propria opera un’ambrosia per eletti che deve graziare il consumatore-spettatore passando per canali diversi rispetto alla Grande Distribuzione. Va bene, Monsieur Le Metteur-en-Scene Capuanò, che non ti presenti alla Mostra del Cinema di Venezia perché magari non ti senti a tuo agio fra tappeti rossi e lagune blu. Guarda, va bene anche che non ti presenti dal Mastro qui a Trentoville perché magari non ti senti a tuo agio fra monti, onti e bisonti ― chi potrebbe mai darti torto. Se tutto quello che vuoi darmi in mano con le chiavi è la pellicola nuda e cruda, nessun contorno all’infuori di essa, va bene, anzi, va benissimo, infarciti come siamo da campagne marketing che sempre più spesso disseminano il nostro quotidiano cittadino con i protagonisti dei film ― il mare giallo dei Minions, per dirne alcuni, ha invaso tabaccherie, supermercati, ottici, pasticcerie, angoli delle strade e fermate degli autobus, ci avrete fatto caso.
Però, Capuano mio, allora mi dai in mano una pellicola robusta, che poggia solo sulle sue forze, null’altro che su quelle. Mi dai un film completo, con i controco, insomma. Non mi scodelli la solita minestra per palati artistoidali ― dovrei dire minestrone, visto che c’hai gettato dentro di tutto ― come fosse il primo film su un quartiere degradato di una città che col degrado ci combatte da sempre.

Dite che sono partita troppo diretta, troppo Luftwaffe? In effetti non ho nemmeno ringraziato il nugolo di Moviers che, contro ogni mia previsione, è sciamato dal nulla all’interno della Sala 2 dell’Astra. Non parlo di moscerini qualsiasi, parlo della Lady Brown, dell’Onassis Jr, del cANDy, del Felix, della BB, del Pizzo e del Sommario. A loro si aggiungono due Moviers di ultima generazione, Cristiano detto il Vézzo ― Lez Muvi è pieno di vezzi, si sa, ma uno in carne ed ossa, ci mancava proprio 🙂 ― pure con un Guest, Malcom-from-Bristol, e Vittorio, il Fellow Respirolibero, perché nella vita e di lavoro questo fa: respiralibero.
E quanto al mio Mastro, questa settimana sono io a dovermi coprire il capo di cInere! Nella scorsa Newsletter ho scordato di specificare che “Bagnoli Jungle” sarebbe stato proiettato all’Astra, e l’ira dei (M)astri si è giustamente abbattuta sul Board! Il fatto è che do per scontato che un evento d’essai come la Settimana Della Critica si tenga lì ― ché, lo vogliamo tenere fra le vasche da bagnoli di popcorn dello Smelly Modena, o fra le porno-poltrone del Roma?? Ma stiamo scherzando?? Mastro, lo sai che non esiste altro Alfredo all’infuori di te ―e per te, mescolo pure Nuovo Cinema Paradiso e Antico Testamento, in un esperimento di modernariato sacro e profano mai testato prima 🙂

Ora posso tornare a “Bagnoli Jungle”, che ho definito nei giorni scorsi “nulla di buono sul fronte occipitale” ― possa Remarque perdonarmi ― una definizione che esorterei tutti quelli che hanno visto il film ad adottare. E m’impegno a non spenderci e spandarci sopra troppo tempo e parole, anche perché preferisco riservarne-riversarne un po’ su “Straight Outta Compton”, bro.

Bagnoli, quartiere industriale in basso a sinistra sulla cartina di Napoli. Acciaierie chiuse e lasciate al loro destino di ruggine e abbandono. Prati cotti dalla chimica che sta cuocendo a fuoco lento nel sottosuolo. Spiagge grigie lontane un continente dai Caraibi di Posillipo. Questo è lo sfondo. In primo piano tre personaggi che aprono a chiudono il film in una circolarità arcinota, di cui sono arcistufa. Giggino è uno scugnizzo cinquantenne che passa le giornate da appena-separato correndo per Napoli, con lo zainetto sulle spalle dove riporre il malloppo che frega dalle macchine parcheggiate sulla sua via ― kiù commodo ‘accussì? Due colpi a calcio in spiaggia, un’abbuffata animala con la stessa foga di Stracci de “La ricotta”, una litigata col figlio, un puke-stop sul ciglio della strada, un blow-job al tramonto…La sua giornata (s)corre così. E proprio il blougiobb’, sembra essere l’anello che lo lega al padre (e al titolo del film, Bagnoli Jungle detto B.J. = Blow Job, doh), Antonio, il secondo protagonista, pensionato con l’enfisema e un’unica idea in testa, anzi due: Maradona e le curve della sua badante rumena. Il terzo personaggio, che vive sempre nel quartiere è Marco, diciottenne garzone di un minimarket ― ma i garzoni esistono ancora?? ― che porta la spesa a casa degli abitanti del quartiere. Marco, per come la vedo io, è lì in quanto meta-citazione vivente: ha recitato nel film del regista “La guerra di Mario”, con Valeria Golino, e lo stesso personaggio racconta l’esperienza a Sara, una ragazza di cui s’invaghisce.
Potrei prendere il bisturi e sezionare scena per scena. Potrei dirvi che nel modo di ficcare quadretti surreali tipo Mario accanto al manichino di una sposa in fiamme oppure il cadavere di Mario che assume fattezze da Cristo deposto, non trovo l’estro del genio né trovo del semplice ― e umano/sorrentiniano ― virtuosismo. Ma un modo assai artefatto per stupire: vi innesco delle associazioni apparentemente incomprensibili per rinviare a dei sottotesti più ampi ― l’incarnazione antitetica di Mario (peccatore e vittima) con Gesù (vittima e peccatore), oppure Mario, fresco di separazione, accanto a una sposa di plastica che prende fuoco. Accanto a quei rimandi, vi propongo altri quadretti del tutto spiazzanti che non rimandano a nulla, tipo un cavallo dentro una camera da letto, del fumo visibilmente finto che sale da un piatto di spaghetti o un incendio, anch’esso platealmente posticcio.
Però tutto questo mi rimane inutile. Mi manca la forza che una direzione o una ricerca definita possono infondere a un testo cinematografico.
Se proprio proprio non voglio fare la maleficient fino alla fino in fondo, qualcosina la trovo. La scena in cui Marco immagina Sara infilare le punte e danzare Stravinksij in mezzo a Bagnoli, per esempio, è riuscita, anche nei dettagli: gli abitanti del circondario a far da pubblico, Sara che sparisce dietro un bidone della spazzatura per poi ricomparire all’improvviso, vestita di tutto punto con il costume di scena da Petruska: la fantasia si completa davanti ai nostri occhi in un set cinematografico in cui gli stessi abitanti di Bagnoli fanno da comparse-attori, appollaiati come sono sui terrazzi dei condomini che per l’occasione si trasformano in gallerie e loggioni teatrali da cui ammirare l’étoile. Oppure ancora Sara, che posa immobile, nei panni di “Italia”: una statua di candore che spunta da un mare di monnezza.
Ma la scena che salvo ― il resto, ve lo confesso, potrei tranquillamente conferirlo… ― è la sfida fra due rapper che se le danno di santa ragione dentro un bar; a suon di rime, ovviamente, non di botte. La sfida è vera e viva, e io ho rizzato le orecchie, dato una mossa agli occhi per star dietro al fuoco di fila in freestyle napoletano che scorreva tradotto in sovraimpressione (ogni tanto i sottotitoli servono) e me la sono spassata assaj.

E questo mi dà modo di dirvi un paio di cosucce (giusto un paio…) su “Straight Outta Compton”. Sono andata a vederlo insieme a una crew di Muvia che mai avrei immaginato tanto entusiasta per un film di nigga, ehm nicchia! Eccoli qua, i miei yo bros, che hanno affrontato 150 minuti di film con partenza a ore 10 pm, e che per l’occasione rivesto con identità dude: l’On.Ass.Is Jr, il Funk-I-Am Felix, la Notorius B.i.B. (ferratissima nel rap business, la sista!), il Magnum P.I.zzo, l’Andy Da Candy e io, il Basta Rhymes Board (!)― six underdogs in da Smelly ghetto 😉
E questo è un film che la Honorary Member Mic (M.C.) del Vicenza ghetto DEVE vedere… 😉

Che posso dirvi, men? I 150 minuti sono volati via sulle note pestate di brutto dai tre protagonisti, i rapper and producers, Ice Cube, Eazy-E e Dr Dre. Vedete, questi tre, nati underdog e diventati bling-bling, come si dice la grana dalle parti di West L.A., hanno scritto e sputato la storia della musica rap. Prima di loro la musica politica era quella raffinata di Bob Dylan. Loro, figli della strada, e dei soprusi che avvengono lì, per strada, per mano e manganello dei fu*king cops bianchi, portano la strada nella musica. Rapolitik. I N.W.A. che cantano “Fu*k tha Police” in uno storico concerto a Philadelphia, nonostante il divieto della fu*king police di non cantare quel testo, è paragonabile al “No, I sit here” di Rosa Parks, su un autobus, in Alabama, nel 1955. E’ paragonabile, nel principio che lo ha spinto, alla marcia su Selma, Martin Luther King & friends che avanzano contro l’esercito, dieci anni dopo Rosa e il bus, nel 1965. E quello che hanno fatto Ice Cube, Eazy-E e Dr Dre, sia come collettivo N.W.A. che da solisti, e l’ondata di rap nero che ne è seguita, costituisce una presa di posizione così politica e potente da parte dei neri mai successa prima in musica. Il jazz, il funk, il reggae, forme musicali tipicamente black erano sempre rimaste nella dimensione dell’emotion, o dell’entertainment ― Bob Mito Marley, per quanto canti le periferie disagiate di Kingston, è da considerarsi una figura profetica, una guida spirituale, più che un leader politico. Ice Cube, Eazy-E e Dr Dre prendono carta e penna, mike and deck, e li usano per amplificare tutto quello che vedono e provano sulla propria pelle di nigga nei ghetti della cintura stretta attorno alla Città degli Angeli ― una cintura che, vedi un po’, abbraccia tale e quale tutte le città degli Stati Uniti. Tante persone che non conoscono il rap ― questo rap, the original ― e si chiedono perché questi ragazzoni sembrino sempre così inkazzosi, dovrebbero guardare “Straight Outta Compton”. Vedersi un poliziotto bianco che abusa del suo potere da poliziotto bianco, ti mette faccia a terra e ti maltratta/umilia/mena/dileggia/denuncia/sbatte in cella solo perché sei un neGro per strada, o perché vuole sentire l’odore della paura emanare da un corpo che non sia il suo, fa capire che le centinaia di migliaia di petti neri in cui la rabbia cova e cova e cova, riesce a trovare sfogo nella gola di chi ha il dono di farla scorrere in un flow che spacca, tira giù tutto, le villette piene di benpensanti, le Mercedes cariche di moderati, le uniformi di palloni gonfiati. Il flow, per chi non lo sapesse, è il modo in cui i rap incastrano le rime, ed Ice Cube ne è maestro. Uno che scrive questo, “I’m a sniper with a hell of a scope/Taking out a cop or two, they can’t cope/with me”, giocando con la carne viva delle parole, è un MC, Master of Ceremonies, come si dice in linguaggio rap ― ricordo che “F*ck tha Police” è stata inserita da Rolling Stones fra le 500 canzoni più belle di tutti i tempi. Personalmente considero il rap ― questo, non quello di certi italianucci brianzoli ― un tipo di poesia che trova la bellezza nella rabbia che canta. Ma these are my two ― or fifty― cents… 😉

Oggettivamente il film funge da vero e proprio documento storico, che si concentra su Ice Cube, Eazy-E e Dr Dre nelle varie fasi della loro collaborazione poi competizione poi ri-unione, con la fondazione di etichette che rimarranno nella storia, come la Ruthless, da cui tutto ebbe inizio, o la Death Row di Dr Dre. Inoltre riporta alla memoria i Los Angeles Riots, Aprile 1992: alcuni poliziotti bianchi ammazzarono un tassista di colore, furono prosciolti e da lì scoppiò una sommossa interraziale dalle dimensione di quelle in Alabama di 40 anni prima: furono chiamati i Marines, per riportare “l’ordine”. By the way, chissà se queste cose le insegnano, oggi, in classe, nell’ora di storia, oppure se ci si ferma ancora al Muro di Berlino.
Ma “Straight Outta Compton” è anche una gioia per gli appassionati della musica: due ore in cui la testa rimbalza su e giù e ti verrebbe voglia di alzarti in piedi e urlare “Spin that shit” a Dr Dre e ballare anche lì, nel ghetto del nostro Smelly Modena. E vedersi passare davanti protagonisti della scena come Snoop Doggy Dog e Tupack The-Lord Shakur, e poi nei titoli di coda Eminem, be’, ti elettrizza mica poco.
Un pollice su alla scena di apertura, e di rilievo filologico, con Dr Dre sdraiato sul pavimento della sua cameretta, sotto la schiena un letto di vinili tra cui spiccano le copertine dei Parliament Funkadelic, James Brown e Marvin Gaye, ovvero i grandi di Motown ― le radici da cui il suo sound origina.
Un pollice giù, invece, e mi rammarica, per il ruolo non-ruolo delle donne. Non solo non sono state nominate Mary J. Blige e Missy Eliot ―  almeno in coda al film, come Eminem, cm’ on! ― ma risultano solo come portatrici di boobs&buttocks. Questo ovviamente non è un problema del film, ma del modo in cui le donne sono state trattate dalla community dei rap, specie all’inizio. Su quanto tortuosa sia stata la strada che le artiste nere hanno dovuto percorrere per ricavarsi uno spazio sulla scena musicale nero-maschio-centrica, potremmo farci un “Straight Outta Compton Part II”. Ma questa è un’altra storia, e certo questo pensiero non ha intaccato l’adrenalina che ho sentito ― che abbiamo sentito ― in circolo per tutto il film. Yo, bro.

E ora, Movia and Moviers, di laggiù l’Onassis ride già… Si spalanca avanti a noi “UNA SETTIMANA DA TIRCHIONI”, ovvero i Cinema Days: quattro giorni (lunedìmartedìmercoledìgiovedì) in cui tutti i film in tutte le sale stanno a 3 Euri ― con somma stizza del Mastro che si vede arrivare orde di gente mai vista pronta a vedere film a cui non è minimamente interessata solo per il gusto di stendere il braccino corto…
Per noi cinefili questa iniziativa non è che un ulteriore incentivo a bivaccare nelle sale cinematografiche, cosa che saremo lieti di fare.
A ogni modo, il Lez Muvi ufficiale della settimana è

TIMBUKTU
di Abderrahmane Sissako

Non soltanto la Settimana da Tirchioni, ma anche il Religion Today, il Festival internazionale e itinerante di cinema delle religioni, www.religionfilm.com ― e ce lo ricorda anche il Vezzo 🙂 Non ho mai proposto titoli all’interno di questo Festival perché li trovo abbastanza ostici e religion-oriented, ma questo, “Timbuktu”, mi gira in testa sin da Cannes 2014, dove piacque molto, e concorse per l’Oscar come miglior film straniero lo scorso febbraio ― certo battere “Ida” sarebbe stato impossibile.
Non sarà una passeggiata, ma gli altri giorni di questa settimana saranno all’insegna del cine-fun, quindi un po’ di pan tosto ci sta tutto.
Vi anticipo che ho intenzione di vedere, in ordine che ancora mi rimane ignoto, THE PROGRAM, THE MARTIAN, e forse anche JANIS, quindi trotterellerò ― trotterellerò?! ―  qua e la per le sale trentine, sperando in trentatré di voi, se non altro per amor di proverbio. 🙂 Per aggregarvi, [email protected] 🙂

Come sempre prometto di non scrivere due pipponi quando i film sono due, e alla fine lo faccio sempre. Perdonatela.
Il Maelstrom per oggi si trasforma in “Three bullits no bullshits”, un tributo al rap. Check dat out, Movia 😉
E ora prendo congedo, sparo un riassunto, porgo un grazie e lancio un saluto… Oggi, emineMtemente cinematografico.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

La colonna sonora di “Straight Outta Compton” è stata una tal rivelazione, che ho deciso di dirottare nel Maelstrom un po’ di flow del film, e qui di seguito vi sparo “three bullits no bullshits for my moviefucka mafia” 🙂

F*ck tha police ― https://www.youtube.com/watch?v=qu6r7Yd_iG8
Still Dre, Dre featuring Snoop Doggy Dog ― https://www.youtube.com/watch?v=_CL6n0FJZpk 
California Love ― https://www.youtube.com/watch?v=uWbXQQG9B6c

E questo è per i six underdogs from the smelly ghetto, https://www.youtube.com/watch?v=RtIGCGu9L90 😉

TIMBUKTU: A Timbuktu, occupata dai fondamentalisti religiosi, regna il terrore. Al riparo dal caos, in una tenda tra le dune sabbiose, Kidane vive in pace con la moglie Satima, la figlia Toya e Issan, il loro piccolo mandriano. Ma il loro destino muta d’un tratto quando Kidane uccide accidentalmente Amadou, il pescatore che aveva abbattuto il suo bue preferito. Kidane ora deve affrontare la legge dei nuovi dominatori stranieri, determinati a imporsi sopra l’Islam tollerante e aperto della tradizione locale.

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LET’S MOVIE 258 – propone BAGNOLI JUNGLE e commenta NON ESSERE CATTIVO

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BAGNOLI JUNGLE
di Antonio Capuano

Italia, 2015, ‘100
Lunedì 5/ Monday 5
Ore 21:15 / 9:15 pm
Ingresso gratuito / Free entry = Chi prima arriva, posto trova 😉

 

Mass-Market Moviers,

I Grom che passano la spatola nelle mani della Uni Lever mi stupisce esattamente come il Comune di Trentoville che stacca la corrente ai party del mercoledì sera al Bicigrill per via del troppo rumore, della troppa gente, del troppo divertimento, basta ostrega. Il mio interesse personale, su entrambe le notizie sfiora lo zero termico, ma dato che non voglio passare per la schizzinosa che schizza tutto quello che non è arte/cine/dintorni, mi prendo la libertà di accennare a questi due eventicelli sbadigliando rumorosamente mentre chiudo il giornale… Passando sotto un colosso che produce dai detersivi al tè Lipton, il gelato di Grom manterrà la “qualità” di prima? Dopo la chiusura del Bicigrill, il divertimento giovane cacciato dalla periferia di Trento troverà casa da qualche altra parte?
Se conoscete risposte ragionevolmente accettabili all’infuori di un ironico “Certocomeno”, [email protected], please.

Sul lato cinematografico, chi glielo spiega, adesso, agli organizzatori della Mostra del Cinema di Venezia, chiusasi giusto tre settimane fa con lodi sperticate sul cinema latinoamericano, che il film italiano in corsa per raggiungere gli Oscar 2016, ovvero “Non essere cattivo”, è il film che hanno lasciato fuori concorso?? E come la spiegherebbero, loro, questa esclusione? Direbbero che il livello non eguagliava quello del documentario sui minatori dell’hinterland cinese a due passi dalla Mongolia? Oppure si coprirebbero il capo di cinere, ehm, cenere, assumendosi la piena responsabilità di aver snobbato un film popolare perché parla “der popolo”? Forse la prima che ho detto: avete mai sentito, voi, la sfinge della Mostra preferire un dramma italiano a un dramma cinese?? Non scherziamo dai ― Dramma made-in-China batte Dramma made-in-Italy tutta la vita. Di fatto “Non essere cattivo” non è stato escluso solo dal concorso della Mostra ― ce ne saremmo fatti una ragione ― ma anche, inizialmente, dal circuito produttivo e distributivo italiano. E qui no, non ce la facevamo affatto, una ragione. Fortunatamente il vento poi è cambiato; invece di continuare a soffiare contro il film, ricacciandolo nel mare di nulla da cui era venuto, gli si è messo a favore e, corpo-di-mille-balene, l’ha spinto in porto! Hollywood, okay bell’attracco, ma soprattutto, 150 sale! Che sono poche, ma sono. 🙂
Per me la candidatura come possibile miglior film straniero agli Oscar è anche un piccolo gesto di rivincita dell’arte sulla vita: un’arte ostacolata da una vita assai infame ― quella del regista ― spicca finalmente il volo, libera, quando la vita non è più. Il destino di tutti quelli che muoiono con qualcosa da dire sulle labbra.

Se l’altra settimana il marciapiede fuori dal Mastro si è trasformato in un salotto da quartiere latino parigino, questa settimana eravamo in una di quelle piazze di paese in cui i paesani si accapigliano e fanno della gran caciara come se il nonnulla su cui stanno begando, sia una questione di vita o di morte. A me succede sempre così ― accendermi come uno zolfanello, intendo ― ma quando sono in sincro con gli altri Moviers, e tutti zolfanelliamo insieme alla grande, fuoco e fiamme da tutte le parti, e c’è pure la possibilità che si passi a dei sani spintoni da bulli belli e buoni, io me la godo come un Papa dentro un convento di suore ― Boccaccio esci dal mio corpo, ora. Poi bisogna anche dire che eravamo un gran bel numero: il WG Mat, il D-Bridge, il Pizzo, l’Onassis Jr, lo Spaccato (che è pure un mio pupil e io dovrei mantenere un contegno da teacher, e invece, doh, fallisco miseramente e mi gioco tutta l’autorità in una baruffa post-visione), la Vanilla, la More e il Board. I Fellows sono elencati in base a un ordine mica da random: dal più lontano al film alla più vicina, da quello che l’ha detestato di più a quella che se l’è portato a casa e l’ha riposto con cura nel cassetto dei film 2015. Talmente tanti km e anni luce mi separano da quei due del WG Mat e del D-Bridge che le loro sagome non sono che due puntolini piccini piccini stagliati sull’orizzonte del disaccordo. Attendo con ansia il giorno in cui noi villani Moviers si passerà finalmente alle mani, come gioco vorrebbe. 🙂

“Non essere cattivo” si apre sopra Ostia. Letteralmente sopra: una ripresa dall’alto sul lungomare soleggiato. Non è estate, niente coccobello e risate. Al loro posto, giubbotti di pelle sdruciti con dentro i protagonisti di “Ragazzi di vita”, trapiantati nel cuore degli anni ’90. Pasolini rivive qui. A ridosso del mare, il cemento dei condomini costruiti a metà, e il baretto in cui i giubbotti sdruciti si ritrovano per sbarcare il lunario. In quella borgata lì, il lunario si sbarca smerciando pasticche, coca, televisori, tutto quello che possa passare per il sottobanco, nel sottobosco, insomma –sotto. Il lavoro è concepito solo se preceduto da un “macché testai a scherzà?”, seguito da una pernacchia tutta felliniana, o da un bell’ombrello che ci riporta alla mente il Sordi e il suo avambraccio ne “I vitelloni”, o Monicelli e il finale de “I soliti ignoti”. Tra questi, Cesare e Vittorio ― Cé e Vittò ― due amici ma cheddici amici dufratelli. Quelli cresciuti insieme che hanno fatto e fanno tutto insieme. Lo smercio, le donne, il cazzeggio al bar, il palleggio in spiaggia. Solo che a un certo punto qualcosa cambia, o deve cambiare. La svolta è data da uno sballo brutto che prendono, calandosi di roba pesante. Vittorio arriva a un passo dal baratro; si rende conto di aver toccato un punto bassissimo di sé, oltre il quale c’è il nulla o un sé ancora peggiore, ancora più basso. Dice no, basta: uno sputo violento su uno specchio sigilla la lucida ripugnanza nei confronti di se stesso e di quella vita. Basta. Vittò svolta. S’innamora, cerca di mettersi in carreggiata dopo trent’anni sbandati. Infila un paio di scarpe grosse e trova addirittura lavoro, in un cantiere edile. E anche l’amico Cesare “ce prova”. Si fa trascinare in cantiere, si mette con Viviana, pischella micamale, okkupa un vecchio rudere in periferia: la capanna che manca ai due cuori per realizzare il sogno di un’esistenza “normale”. Ma Cé nun je a fà. Ha tantissimo dolore, e rabbia, dentro da smaltire ― non bastano tutte le tramezze da demolire del mondo per sfogarli. L’AIDS gli ha portato via la sorella ― che, sfiga, l’ha contratta dal compagno ― e gli porta via, inaspettatamente, l’amata nipotina. E poi per togliere il sopra- prima del vivere, “ce vònno li sòrdi”. Dolore e danaro si accompagnano micidialmente bene e accompagnano Cesare in un ultimo gesto disperato: prende un cannemozze, che non carica, e si presenta in un bar per rapinarlo. Quando esce, quattro piotte in mano e un cannemozze scarico nell’altra, il proiettile del barista, che invece sembra uscito da un saloon di El Paso, gli si pianta nel fianco. Nella testa noi abbiamo la scritta che campeggia sulla maglia dell’orsetto regalato da Cesare alla nipotina, e appeso alla sua tomba. “Non essere cattivo”. Un monito, un invito, che sembra essere preceduto, durante tutto il film da un “Ce provo a”. Cesare, abbiamo visto, l’ha fatto, ciapprovato. Ha fatto le zio amorevole. Non ha inserito due pallettoni nelle cannemozze ― ha lasciato El Paso a El Paso. Eppure non è bastato.
E il “deppiù” minaccia anche la vita apparentemente riassestata di Vittorio. Le 8 ore al cantiere, il lavoro rispettabile, il resistere alle tentazioni di “arrotondare” la paga con qualche lavoretto “pulito pulito” che sporca sporca le mani, alla fine non sono sufficienti. La sua compagna, Linda, che tanto aveva insistito all’inizio affinché lui stesse lontano dalla droga e dai tramacci, ce lo vorrebbe rispingere dentro, lei stessa, in una scena tesissima.
Lui e lei a tavola, insieme al figlio adolescente di lei. Lei gli comunica di aver accettato un secondo lavoro.
Vittorio: “Perché checcemanca?”
Linda: “Quarcosa manca sempre”.
Ecco allora vedete che ridurre questo film dentro il genere “film sulla droga” da mostrare magari agli adolescenti durante l’Assemblea d’Istituto, sarebbe oscurare quei piccoli pertugi che si aprono su altri temi, temi grandi. Come questo, per esempio, quello dell’insoddisfazione. Perché se è vero che in borgata i soldi non bastano mai e si vive di espedienti anche per arrivare a fine mese, è anche vero che quando si arriva a fine mese e gli espedienti non servirebbero, non ci si accontenta. Si vuole di più. Si vuole sempre altro. E qui mi pare, il film si affacci su un altro panorama di ben più ampio respiro.
Film “sulla droga” ne sono stati girati tanti, e tanti se ne gireranno. Ma non possiamo certo paragonare “Trainspotting” a “Non essere cattivo”. Sono due fisici narcotici diversi, i corpi mostrati da questi due film. Due ricerche estetiche completamente diverse ― sarebbe come paragonare “Il pranzo di Babette” e “La grande abbuffata” perché entrambi parlano di cibo. “Trainspotting” usa un linguaggio surreale vomitato dall’iperreale, “Non essere cattivo” si affida a una narrazione più lineare con un’unica allucinazione, molto inconsueta nel carattere molto poco allucinatorio che la caratterizza. Caligari ha fatto una scelta molto sottile: contamina di squallore persino l’allucinazione come se persino lo stato allucinatorio, solitamente foriero di una dimensione a suo modo fantastica, e a suo modo piacevole, ne fosse privato e rimanesse con una manciata di comparse da allucinazione di serie B che va pure a finire male. L’allucinazione di cui soffre Vittorio non è che un pullman di personaggi simil-circensi su una strada provinciale, in mezzo al quale sguazza, e giusto per qualche istante, una sirena posticcia: un uomo armato di pistola la fredda con un colpo in testa. Non abbiamo, pertanto, quelle scene che traboccano lisergici dettagli da “Delirio e Paura a Las Vegas”, non proviamo lo stupore che proviamo davanti al grosso scarafaggio lustro, bellissimo nel suo animalesco lucore, che si ritrova in camera il protagonista di “Pasto nudo”. Né le acrobazie impossibili giù per gli intestini di un WC del mitico Renton, il protagonista del citato “Trainspotting”. Come a dire, anche lo Stupefacente sbocciabile dallo stupefacente è misero qui. Anche lo sballo in fondo, non è poi tutto questo sballo. Ho trovato molto originale questo modo di trattare il delirante da droga; nei film che ho citato il delirio è sempre molto cinematografico, molto colorito ― waltdisneyano, se vogliamo. Caligari ci porta in piena Dysmaland ― ricordate Banksy, tre settimane fa? 😉 Sia nel fisico (vedi le ambientazioni) sia nel lisergico ―vedi l’anemia che si mangia tutto il fantastico, tutti i colori, dal trip.
C’è un uso parco anche del simbolismo. Less is more, sussurra Caligari. Mi ha colpito in questo senso la mazzetta di centomila che Vittorio porta al pescivendolo per saldare il conto della madre. La mazzetta finisce su un letto di gamberi esposti sul bancone. E’ una scena forte. Soldi ― luridi, corrotti ― a contatto con del pesce ― fresco, quasi vivo, eppure, morto. Nella scena finale, Viviana abbraccia un Cesare agonizzante, il fianco intriso di sangue per via dello sparo. Viviana si dispera anche per la sorte maledetta e beffante: era riuscita a recuperare il denaro, la rapina inutile. La ragazza appoggia sul petto di Cesare le banconote. Luride, corrotte. A contatto con un corpo fresco, quasi vivo. Eppure morto…
Se stessi scrivendo un saggio potrei dirvi che queste due immagini sono legate chiasticamente (??) ad altre due immagini che cadono nel film e che lasciano cadere gli oggetti che mostrano: un mazzo di croci di legno e una manciata di droga su uno specchio ― del film si può dire tutto ma che sia montato male proprio nòne…
Non c’è sacro nell’opera di Caligari, e questo lo distingue da Pasolini, per il quale invece il sacro si faceva corpo nella sua cinematografia ― e letteratura (vedetevi un po’ le poesie). Non c’è nemmeno lo Stato, se non nella sua assenza, e nelle comparsate di qualche volante, lontana, troppo, per afferrare tutto quello che brulica nonvisto sotto lo squallore di Ostia. Quello che c’è, forte, almeno per me, è il mitico umano dietro i due protagonisti. Come ho già avuto modo di dire, non li scordo più, Cé e Vittò. Sono piantati lì nella mia immaginazione, due ceppi in memoria di tutti quelli che ce provEno. Tutti i disperati della terra e del cine: Cesare, morto ammazzato, alla fin fine, dalla sua buona fede ― chi se lo aspettava, che un barista nascondesse un fucile tra il Crodino e la Cedrata? Vittorio, che non trattiene le lacrime quando vede il bimbo di Cesare in braccio a Viviana; Caligari ha scelto di andarsene in bellezza, concedendosi ― concedendoci ― la speranza.
E sì, “Non essere cattivo” ti fa venire voglia di mettere in pausa, ogni tanto. Perché c’è troppa vita baldracca lì dentro, troppa infamità anche nelle piccole cose: la siringa che mozzica la mano a Cesare mentre fa due tiri a pallone in spiaggia ti dice che queste persone non possono mai abbassare la guardia, che c’è sempre la fregatura pronta a mettertela nder… Quindi no, Caligari non ambisce a dire nulla di nuovo, né a dettarci ricette morali di sorta. Ci mostra quello che scordiamo, quello che non abbiamo visto o che non abbiamo potuto/voluto vedere. E lo fa senza lasciarci il tempo di commuoverci perché lì in borgata, non cettempo de piagné, e nemmeno de guardà er mare ― “A Cé, nun guardà er mare che te vengheno li pensieri”, dice a Cesare un balordo suo compare, spazzando via, in un sol verso, l’infinito leopardiano che coglie nello sguardo malinconico dell’amico.
Un ultimo pensiero lo rivolgo alla lingua di questo film. Un romanesco sublime, struggentemente ruvido e lirico, iper-pasoliniano, musicale come la musica che esce da una gola che canta e raspa allo stesso tempo. “Me devi da dì” ― la sentite, la musica? “Scenni, daje”, “pijate ‘ste piotte”… Peccato per i poveri stranieri der monno ‘nfame che non potranno godere di queste cadenze… Ce sformeranno de brutto… 😉

Questa settimana è la Settimana della Critica ― e per una volta, io non c’entro― si tratta delle proiezioni di tutti i film della “Settimana internazionale della Critica”**, sezione autonoma della Mostra del cinema di Venezia, che seleziona pellicole ad alto contenuto innovativo. Let’s Movie ha scelto per voi

BAGNOLI JUNGLE
di Antonio Capuano

Sono particolarmente legata alla Settimana perché ci permettere di vedere delle piccole perle ― tra cui ricordo sempre “L’arte della felicità” di Alessandro Rak due anni fa ― che altrimenti finirebbero giù nello sciacquone della non-distribuzione. “Bagnoli Jungle” ha chiuso la Settimana della Critica facendo scattare gli spettatori presenti in una standing ovation di dieci minuti eppassa.
Sono troppo curiosa… Siatelo con me… 😉

Se invece, sempre come me, siete patiti della storia del rap californiano e volete saperne di più su quello che sono riusciti a fare Dr Dre, Ice Cube ed Eazy-E a metà anni ‘80, venite a vedere

STRAIGHT OUTTA COMPTON
di Gary Gray
USA, 2015, ‘150
Mercoledì 7 / Wednesday 7
22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Siccome, a parte “8 Mile”, pietra miliare (appunto!) del genere, sono pochissimi i film sulla nascita e l’evoluzione del rap, “Straight Outta Compton” costituisce un documento storico che deve assolutamente trovare posto nel vostro archivio personale tra Mozart e i Take That.
Dress code della serata: baggy jeans + nasty look 😉

Adesso non vi perdete il Maelstrom con guduriosa sorpresina…
Aggiungo pure due riassunti di bassissima lega e dei ringraziamenti, multinazionalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

** E per ulteriori info sulla Settimana della Critica, https://www.cultura.trentino.it/Rassegne/Le-Giornate-della-Mostra

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se vi siete persi “AMY”, potete thanks God recuperarlo! Lo Smelly Modena ci grazia con una serata extra, riproponendolo martedì 6 alle ore 9 pm.
E per la gioia di tutti… https://www.youtube.com/watch?v=CxYRbzGi8Rg

BAGNOLI JUNGLE: Tre capitoli, tre generazioni. Giggino, cinquant’anni, sempre in corsa, poeta nei ristoranti, ladruncolo di strada. Suo padre, l’ultra ottantenne Antonio, pensionato dell’Italsider, nostalgico della fabbrica e di quel che rappresentò. Infine il diciottenne Marco, garzone di salumeria, alla rincorsa di un futuro ma senza sapere come si fa. Intorno a loro la giungla di un popoloso quartiere, Bagnoli, in una grande città, Napoli. Dove un senso si è perduto e un altro non è stato ancora trovato.

STRAIGHT OUTTA COMPTON: A metà degli anni 80, quando le strade di Compton, California erano alcune delle più pericolose del paese, cinque ragazzi decidono di tradurre le loro esperienze di vita in una musica onesta e brutale. Una musica che si ribella contro gli abusi dell’autorità, dando voce ad una generazione rimasta in silenzio. Seguendo la fulminea ascesa e caduta degli NWA, Straight Outta Compton, racconta la stupefacente storia di come questi giovani hanno rivoluzionato la musica e la cultura pop per sempre nel momento in cui hanno raccontato al mondo la verità sulla vita “incappucciata”, accendendo il fuoco di una guerra culturale.

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