LET’S MOVIE 258 – propone BAGNOLI JUNGLE e commenta NON ESSERE CATTIVO

LET’S MOVIE 258 – propone BAGNOLI JUNGLE e commenta NON ESSERE CATTIVO

BAGNOLI JUNGLE
di Antonio Capuano

Italia, 2015, ‘100
Lunedì 5/ Monday 5
Ore 21:15 / 9:15 pm
Ingresso gratuito / Free entry = Chi prima arriva, posto trova 😉

 

Mass-Market Moviers,

I Grom che passano la spatola nelle mani della Uni Lever mi stupisce esattamente come il Comune di Trentoville che stacca la corrente ai party del mercoledì sera al Bicigrill per via del troppo rumore, della troppa gente, del troppo divertimento, basta ostrega. Il mio interesse personale, su entrambe le notizie sfiora lo zero termico, ma dato che non voglio passare per la schizzinosa che schizza tutto quello che non è arte/cine/dintorni, mi prendo la libertà di accennare a questi due eventicelli sbadigliando rumorosamente mentre chiudo il giornale… Passando sotto un colosso che produce dai detersivi al tè Lipton, il gelato di Grom manterrà la “qualità” di prima? Dopo la chiusura del Bicigrill, il divertimento giovane cacciato dalla periferia di Trento troverà casa da qualche altra parte?
Se conoscete risposte ragionevolmente accettabili all’infuori di un ironico “Certocomeno”, [email protected], please.

Sul lato cinematografico, chi glielo spiega, adesso, agli organizzatori della Mostra del Cinema di Venezia, chiusasi giusto tre settimane fa con lodi sperticate sul cinema latinoamericano, che il film italiano in corsa per raggiungere gli Oscar 2016, ovvero “Non essere cattivo”, è il film che hanno lasciato fuori concorso?? E come la spiegherebbero, loro, questa esclusione? Direbbero che il livello non eguagliava quello del documentario sui minatori dell’hinterland cinese a due passi dalla Mongolia? Oppure si coprirebbero il capo di cinere, ehm, cenere, assumendosi la piena responsabilità di aver snobbato un film popolare perché parla “der popolo”? Forse la prima che ho detto: avete mai sentito, voi, la sfinge della Mostra preferire un dramma italiano a un dramma cinese?? Non scherziamo dai ― Dramma made-in-China batte Dramma made-in-Italy tutta la vita. Di fatto “Non essere cattivo” non è stato escluso solo dal concorso della Mostra ― ce ne saremmo fatti una ragione ― ma anche, inizialmente, dal circuito produttivo e distributivo italiano. E qui no, non ce la facevamo affatto, una ragione. Fortunatamente il vento poi è cambiato; invece di continuare a soffiare contro il film, ricacciandolo nel mare di nulla da cui era venuto, gli si è messo a favore e, corpo-di-mille-balene, l’ha spinto in porto! Hollywood, okay bell’attracco, ma soprattutto, 150 sale! Che sono poche, ma sono. 🙂
Per me la candidatura come possibile miglior film straniero agli Oscar è anche un piccolo gesto di rivincita dell’arte sulla vita: un’arte ostacolata da una vita assai infame ― quella del regista ― spicca finalmente il volo, libera, quando la vita non è più. Il destino di tutti quelli che muoiono con qualcosa da dire sulle labbra.

Se l’altra settimana il marciapiede fuori dal Mastro si è trasformato in un salotto da quartiere latino parigino, questa settimana eravamo in una di quelle piazze di paese in cui i paesani si accapigliano e fanno della gran caciara come se il nonnulla su cui stanno begando, sia una questione di vita o di morte. A me succede sempre così ― accendermi come uno zolfanello, intendo ― ma quando sono in sincro con gli altri Moviers, e tutti zolfanelliamo insieme alla grande, fuoco e fiamme da tutte le parti, e c’è pure la possibilità che si passi a dei sani spintoni da bulli belli e buoni, io me la godo come un Papa dentro un convento di suore ― Boccaccio esci dal mio corpo, ora. Poi bisogna anche dire che eravamo un gran bel numero: il WG Mat, il D-Bridge, il Pizzo, l’Onassis Jr, lo Spaccato (che è pure un mio pupil e io dovrei mantenere un contegno da teacher, e invece, doh, fallisco miseramente e mi gioco tutta l’autorità in una baruffa post-visione), la Vanilla, la More e il Board. I Fellows sono elencati in base a un ordine mica da random: dal più lontano al film alla più vicina, da quello che l’ha detestato di più a quella che se l’è portato a casa e l’ha riposto con cura nel cassetto dei film 2015. Talmente tanti km e anni luce mi separano da quei due del WG Mat e del D-Bridge che le loro sagome non sono che due puntolini piccini piccini stagliati sull’orizzonte del disaccordo. Attendo con ansia il giorno in cui noi villani Moviers si passerà finalmente alle mani, come gioco vorrebbe. 🙂

“Non essere cattivo” si apre sopra Ostia. Letteralmente sopra: una ripresa dall’alto sul lungomare soleggiato. Non è estate, niente coccobello e risate. Al loro posto, giubbotti di pelle sdruciti con dentro i protagonisti di “Ragazzi di vita”, trapiantati nel cuore degli anni ’90. Pasolini rivive qui. A ridosso del mare, il cemento dei condomini costruiti a metà, e il baretto in cui i giubbotti sdruciti si ritrovano per sbarcare il lunario. In quella borgata lì, il lunario si sbarca smerciando pasticche, coca, televisori, tutto quello che possa passare per il sottobanco, nel sottobosco, insomma –sotto. Il lavoro è concepito solo se preceduto da un “macché testai a scherzà?”, seguito da una pernacchia tutta felliniana, o da un bell’ombrello che ci riporta alla mente il Sordi e il suo avambraccio ne “I vitelloni”, o Monicelli e il finale de “I soliti ignoti”. Tra questi, Cesare e Vittorio ― Cé e Vittò ― due amici ma cheddici amici dufratelli. Quelli cresciuti insieme che hanno fatto e fanno tutto insieme. Lo smercio, le donne, il cazzeggio al bar, il palleggio in spiaggia. Solo che a un certo punto qualcosa cambia, o deve cambiare. La svolta è data da uno sballo brutto che prendono, calandosi di roba pesante. Vittorio arriva a un passo dal baratro; si rende conto di aver toccato un punto bassissimo di sé, oltre il quale c’è il nulla o un sé ancora peggiore, ancora più basso. Dice no, basta: uno sputo violento su uno specchio sigilla la lucida ripugnanza nei confronti di se stesso e di quella vita. Basta. Vittò svolta. S’innamora, cerca di mettersi in carreggiata dopo trent’anni sbandati. Infila un paio di scarpe grosse e trova addirittura lavoro, in un cantiere edile. E anche l’amico Cesare “ce prova”. Si fa trascinare in cantiere, si mette con Viviana, pischella micamale, okkupa un vecchio rudere in periferia: la capanna che manca ai due cuori per realizzare il sogno di un’esistenza “normale”. Ma Cé nun je a fà. Ha tantissimo dolore, e rabbia, dentro da smaltire ― non bastano tutte le tramezze da demolire del mondo per sfogarli. L’AIDS gli ha portato via la sorella ― che, sfiga, l’ha contratta dal compagno ― e gli porta via, inaspettatamente, l’amata nipotina. E poi per togliere il sopra- prima del vivere, “ce vònno li sòrdi”. Dolore e danaro si accompagnano micidialmente bene e accompagnano Cesare in un ultimo gesto disperato: prende un cannemozze, che non carica, e si presenta in un bar per rapinarlo. Quando esce, quattro piotte in mano e un cannemozze scarico nell’altra, il proiettile del barista, che invece sembra uscito da un saloon di El Paso, gli si pianta nel fianco. Nella testa noi abbiamo la scritta che campeggia sulla maglia dell’orsetto regalato da Cesare alla nipotina, e appeso alla sua tomba. “Non essere cattivo”. Un monito, un invito, che sembra essere preceduto, durante tutto il film da un “Ce provo a”. Cesare, abbiamo visto, l’ha fatto, ciapprovato. Ha fatto le zio amorevole. Non ha inserito due pallettoni nelle cannemozze ― ha lasciato El Paso a El Paso. Eppure non è bastato.
E il “deppiù” minaccia anche la vita apparentemente riassestata di Vittorio. Le 8 ore al cantiere, il lavoro rispettabile, il resistere alle tentazioni di “arrotondare” la paga con qualche lavoretto “pulito pulito” che sporca sporca le mani, alla fine non sono sufficienti. La sua compagna, Linda, che tanto aveva insistito all’inizio affinché lui stesse lontano dalla droga e dai tramacci, ce lo vorrebbe rispingere dentro, lei stessa, in una scena tesissima.
Lui e lei a tavola, insieme al figlio adolescente di lei. Lei gli comunica di aver accettato un secondo lavoro.
Vittorio: “Perché checcemanca?”
Linda: “Quarcosa manca sempre”.
Ecco allora vedete che ridurre questo film dentro il genere “film sulla droga” da mostrare magari agli adolescenti durante l’Assemblea d’Istituto, sarebbe oscurare quei piccoli pertugi che si aprono su altri temi, temi grandi. Come questo, per esempio, quello dell’insoddisfazione. Perché se è vero che in borgata i soldi non bastano mai e si vive di espedienti anche per arrivare a fine mese, è anche vero che quando si arriva a fine mese e gli espedienti non servirebbero, non ci si accontenta. Si vuole di più. Si vuole sempre altro. E qui mi pare, il film si affacci su un altro panorama di ben più ampio respiro.
Film “sulla droga” ne sono stati girati tanti, e tanti se ne gireranno. Ma non possiamo certo paragonare “Trainspotting” a “Non essere cattivo”. Sono due fisici narcotici diversi, i corpi mostrati da questi due film. Due ricerche estetiche completamente diverse ― sarebbe come paragonare “Il pranzo di Babette” e “La grande abbuffata” perché entrambi parlano di cibo. “Trainspotting” usa un linguaggio surreale vomitato dall’iperreale, “Non essere cattivo” si affida a una narrazione più lineare con un’unica allucinazione, molto inconsueta nel carattere molto poco allucinatorio che la caratterizza. Caligari ha fatto una scelta molto sottile: contamina di squallore persino l’allucinazione come se persino lo stato allucinatorio, solitamente foriero di una dimensione a suo modo fantastica, e a suo modo piacevole, ne fosse privato e rimanesse con una manciata di comparse da allucinazione di serie B che va pure a finire male. L’allucinazione di cui soffre Vittorio non è che un pullman di personaggi simil-circensi su una strada provinciale, in mezzo al quale sguazza, e giusto per qualche istante, una sirena posticcia: un uomo armato di pistola la fredda con un colpo in testa. Non abbiamo, pertanto, quelle scene che traboccano lisergici dettagli da “Delirio e Paura a Las Vegas”, non proviamo lo stupore che proviamo davanti al grosso scarafaggio lustro, bellissimo nel suo animalesco lucore, che si ritrova in camera il protagonista di “Pasto nudo”. Né le acrobazie impossibili giù per gli intestini di un WC del mitico Renton, il protagonista del citato “Trainspotting”. Come a dire, anche lo Stupefacente sbocciabile dallo stupefacente è misero qui. Anche lo sballo in fondo, non è poi tutto questo sballo. Ho trovato molto originale questo modo di trattare il delirante da droga; nei film che ho citato il delirio è sempre molto cinematografico, molto colorito ― waltdisneyano, se vogliamo. Caligari ci porta in piena Dysmaland ― ricordate Banksy, tre settimane fa? 😉 Sia nel fisico (vedi le ambientazioni) sia nel lisergico ―vedi l’anemia che si mangia tutto il fantastico, tutti i colori, dal trip.
C’è un uso parco anche del simbolismo. Less is more, sussurra Caligari. Mi ha colpito in questo senso la mazzetta di centomila che Vittorio porta al pescivendolo per saldare il conto della madre. La mazzetta finisce su un letto di gamberi esposti sul bancone. E’ una scena forte. Soldi ― luridi, corrotti ― a contatto con del pesce ― fresco, quasi vivo, eppure, morto. Nella scena finale, Viviana abbraccia un Cesare agonizzante, il fianco intriso di sangue per via dello sparo. Viviana si dispera anche per la sorte maledetta e beffante: era riuscita a recuperare il denaro, la rapina inutile. La ragazza appoggia sul petto di Cesare le banconote. Luride, corrotte. A contatto con un corpo fresco, quasi vivo. Eppure morto…
Se stessi scrivendo un saggio potrei dirvi che queste due immagini sono legate chiasticamente (??) ad altre due immagini che cadono nel film e che lasciano cadere gli oggetti che mostrano: un mazzo di croci di legno e una manciata di droga su uno specchio ― del film si può dire tutto ma che sia montato male proprio nòne…
Non c’è sacro nell’opera di Caligari, e questo lo distingue da Pasolini, per il quale invece il sacro si faceva corpo nella sua cinematografia ― e letteratura (vedetevi un po’ le poesie). Non c’è nemmeno lo Stato, se non nella sua assenza, e nelle comparsate di qualche volante, lontana, troppo, per afferrare tutto quello che brulica nonvisto sotto lo squallore di Ostia. Quello che c’è, forte, almeno per me, è il mitico umano dietro i due protagonisti. Come ho già avuto modo di dire, non li scordo più, Cé e Vittò. Sono piantati lì nella mia immaginazione, due ceppi in memoria di tutti quelli che ce provEno. Tutti i disperati della terra e del cine: Cesare, morto ammazzato, alla fin fine, dalla sua buona fede ― chi se lo aspettava, che un barista nascondesse un fucile tra il Crodino e la Cedrata? Vittorio, che non trattiene le lacrime quando vede il bimbo di Cesare in braccio a Viviana; Caligari ha scelto di andarsene in bellezza, concedendosi ― concedendoci ― la speranza.
E sì, “Non essere cattivo” ti fa venire voglia di mettere in pausa, ogni tanto. Perché c’è troppa vita baldracca lì dentro, troppa infamità anche nelle piccole cose: la siringa che mozzica la mano a Cesare mentre fa due tiri a pallone in spiaggia ti dice che queste persone non possono mai abbassare la guardia, che c’è sempre la fregatura pronta a mettertela nder… Quindi no, Caligari non ambisce a dire nulla di nuovo, né a dettarci ricette morali di sorta. Ci mostra quello che scordiamo, quello che non abbiamo visto o che non abbiamo potuto/voluto vedere. E lo fa senza lasciarci il tempo di commuoverci perché lì in borgata, non cettempo de piagné, e nemmeno de guardà er mare ― “A Cé, nun guardà er mare che te vengheno li pensieri”, dice a Cesare un balordo suo compare, spazzando via, in un sol verso, l’infinito leopardiano che coglie nello sguardo malinconico dell’amico.
Un ultimo pensiero lo rivolgo alla lingua di questo film. Un romanesco sublime, struggentemente ruvido e lirico, iper-pasoliniano, musicale come la musica che esce da una gola che canta e raspa allo stesso tempo. “Me devi da dì” ― la sentite, la musica? “Scenni, daje”, “pijate ‘ste piotte”… Peccato per i poveri stranieri der monno ‘nfame che non potranno godere di queste cadenze… Ce sformeranno de brutto… 😉

Questa settimana è la Settimana della Critica ― e per una volta, io non c’entro― si tratta delle proiezioni di tutti i film della “Settimana internazionale della Critica”**, sezione autonoma della Mostra del cinema di Venezia, che seleziona pellicole ad alto contenuto innovativo. Let’s Movie ha scelto per voi

BAGNOLI JUNGLE
di Antonio Capuano

Sono particolarmente legata alla Settimana perché ci permettere di vedere delle piccole perle ― tra cui ricordo sempre “L’arte della felicità” di Alessandro Rak due anni fa ― che altrimenti finirebbero giù nello sciacquone della non-distribuzione. “Bagnoli Jungle” ha chiuso la Settimana della Critica facendo scattare gli spettatori presenti in una standing ovation di dieci minuti eppassa.
Sono troppo curiosa… Siatelo con me… 😉

Se invece, sempre come me, siete patiti della storia del rap californiano e volete saperne di più su quello che sono riusciti a fare Dr Dre, Ice Cube ed Eazy-E a metà anni ‘80, venite a vedere

STRAIGHT OUTTA COMPTON
di Gary Gray
USA, 2015, ‘150
Mercoledì 7 / Wednesday 7
22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Siccome, a parte “8 Mile”, pietra miliare (appunto!) del genere, sono pochissimi i film sulla nascita e l’evoluzione del rap, “Straight Outta Compton” costituisce un documento storico che deve assolutamente trovare posto nel vostro archivio personale tra Mozart e i Take That.
Dress code della serata: baggy jeans + nasty look 😉

Adesso non vi perdete il Maelstrom con guduriosa sorpresina…
Aggiungo pure due riassunti di bassissima lega e dei ringraziamenti, multinazionalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

** E per ulteriori info sulla Settimana della Critica, https://www.cultura.trentino.it/Rassegne/Le-Giornate-della-Mostra

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se vi siete persi “AMY”, potete thanks God recuperarlo! Lo Smelly Modena ci grazia con una serata extra, riproponendolo martedì 6 alle ore 9 pm.
E per la gioia di tutti… https://www.youtube.com/watch?v=CxYRbzGi8Rg

BAGNOLI JUNGLE: Tre capitoli, tre generazioni. Giggino, cinquant’anni, sempre in corsa, poeta nei ristoranti, ladruncolo di strada. Suo padre, l’ultra ottantenne Antonio, pensionato dell’Italsider, nostalgico della fabbrica e di quel che rappresentò. Infine il diciottenne Marco, garzone di salumeria, alla rincorsa di un futuro ma senza sapere come si fa. Intorno a loro la giungla di un popoloso quartiere, Bagnoli, in una grande città, Napoli. Dove un senso si è perduto e un altro non è stato ancora trovato.

STRAIGHT OUTTA COMPTON: A metà degli anni 80, quando le strade di Compton, California erano alcune delle più pericolose del paese, cinque ragazzi decidono di tradurre le loro esperienze di vita in una musica onesta e brutale. Una musica che si ribella contro gli abusi dell’autorità, dando voce ad una generazione rimasta in silenzio. Seguendo la fulminea ascesa e caduta degli NWA, Straight Outta Compton, racconta la stupefacente storia di come questi giovani hanno rivoluzionato la musica e la cultura pop per sempre nel momento in cui hanno raccontato al mondo la verità sulla vita “incappucciata”, accendendo il fuoco di una guerra culturale.

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