LET’S MOVIE 259 – propone TIMBUKTU e commenta BAGNOLI JUNGLE e STRAIGHT OUTTA COMPTON

LET’S MOVIE 259 – propone TIMBUKTU e commenta BAGNOLI JUNGLE e STRAIGHT OUTTA COMPTON

TIMBUKTU
di Abderrahmane Sissako
Francia-Mauritania, 2014, ‘97
Lunedì 12/Monday 12
Ore 20:45 / 8:45 pm
Teatro San Marco
Via San Bernardino 8
Ingresso gratuito / Free Entry

 

Flow Fellows,

Va bene tutto. Va bene voler fare il regista impegnato, quello alternativo che ai Festival di lustro preferisce il buio della sua stanzetta foderata di manuali su Wiene e Pabst. Va bene considerare la propria opera un’ambrosia per eletti che deve graziare il consumatore-spettatore passando per canali diversi rispetto alla Grande Distribuzione. Va bene, Monsieur Le Metteur-en-Scene Capuanò, che non ti presenti alla Mostra del Cinema di Venezia perché magari non ti senti a tuo agio fra tappeti rossi e lagune blu. Guarda, va bene anche che non ti presenti dal Mastro qui a Trentoville perché magari non ti senti a tuo agio fra monti, onti e bisonti ― chi potrebbe mai darti torto. Se tutto quello che vuoi darmi in mano con le chiavi è la pellicola nuda e cruda, nessun contorno all’infuori di essa, va bene, anzi, va benissimo, infarciti come siamo da campagne marketing che sempre più spesso disseminano il nostro quotidiano cittadino con i protagonisti dei film ― il mare giallo dei Minions, per dirne alcuni, ha invaso tabaccherie, supermercati, ottici, pasticcerie, angoli delle strade e fermate degli autobus, ci avrete fatto caso.
Però, Capuano mio, allora mi dai in mano una pellicola robusta, che poggia solo sulle sue forze, null’altro che su quelle. Mi dai un film completo, con i controco, insomma. Non mi scodelli la solita minestra per palati artistoidali ― dovrei dire minestrone, visto che c’hai gettato dentro di tutto ― come fosse il primo film su un quartiere degradato di una città che col degrado ci combatte da sempre.

Dite che sono partita troppo diretta, troppo Luftwaffe? In effetti non ho nemmeno ringraziato il nugolo di Moviers che, contro ogni mia previsione, è sciamato dal nulla all’interno della Sala 2 dell’Astra. Non parlo di moscerini qualsiasi, parlo della Lady Brown, dell’Onassis Jr, del cANDy, del Felix, della BB, del Pizzo e del Sommario. A loro si aggiungono due Moviers di ultima generazione, Cristiano detto il Vézzo ― Lez Muvi è pieno di vezzi, si sa, ma uno in carne ed ossa, ci mancava proprio 🙂 ― pure con un Guest, Malcom-from-Bristol, e Vittorio, il Fellow Respirolibero, perché nella vita e di lavoro questo fa: respiralibero.
E quanto al mio Mastro, questa settimana sono io a dovermi coprire il capo di cInere! Nella scorsa Newsletter ho scordato di specificare che “Bagnoli Jungle” sarebbe stato proiettato all’Astra, e l’ira dei (M)astri si è giustamente abbattuta sul Board! Il fatto è che do per scontato che un evento d’essai come la Settimana Della Critica si tenga lì ― ché, lo vogliamo tenere fra le vasche da bagnoli di popcorn dello Smelly Modena, o fra le porno-poltrone del Roma?? Ma stiamo scherzando?? Mastro, lo sai che non esiste altro Alfredo all’infuori di te ―e per te, mescolo pure Nuovo Cinema Paradiso e Antico Testamento, in un esperimento di modernariato sacro e profano mai testato prima 🙂

Ora posso tornare a “Bagnoli Jungle”, che ho definito nei giorni scorsi “nulla di buono sul fronte occipitale” ― possa Remarque perdonarmi ― una definizione che esorterei tutti quelli che hanno visto il film ad adottare. E m’impegno a non spenderci e spandarci sopra troppo tempo e parole, anche perché preferisco riservarne-riversarne un po’ su “Straight Outta Compton”, bro.

Bagnoli, quartiere industriale in basso a sinistra sulla cartina di Napoli. Acciaierie chiuse e lasciate al loro destino di ruggine e abbandono. Prati cotti dalla chimica che sta cuocendo a fuoco lento nel sottosuolo. Spiagge grigie lontane un continente dai Caraibi di Posillipo. Questo è lo sfondo. In primo piano tre personaggi che aprono a chiudono il film in una circolarità arcinota, di cui sono arcistufa. Giggino è uno scugnizzo cinquantenne che passa le giornate da appena-separato correndo per Napoli, con lo zainetto sulle spalle dove riporre il malloppo che frega dalle macchine parcheggiate sulla sua via ― kiù commodo ‘accussì? Due colpi a calcio in spiaggia, un’abbuffata animala con la stessa foga di Stracci de “La ricotta”, una litigata col figlio, un puke-stop sul ciglio della strada, un blow-job al tramonto…La sua giornata (s)corre così. E proprio il blougiobb’, sembra essere l’anello che lo lega al padre (e al titolo del film, Bagnoli Jungle detto B.J. = Blow Job, doh), Antonio, il secondo protagonista, pensionato con l’enfisema e un’unica idea in testa, anzi due: Maradona e le curve della sua badante rumena. Il terzo personaggio, che vive sempre nel quartiere è Marco, diciottenne garzone di un minimarket ― ma i garzoni esistono ancora?? ― che porta la spesa a casa degli abitanti del quartiere. Marco, per come la vedo io, è lì in quanto meta-citazione vivente: ha recitato nel film del regista “La guerra di Mario”, con Valeria Golino, e lo stesso personaggio racconta l’esperienza a Sara, una ragazza di cui s’invaghisce.
Potrei prendere il bisturi e sezionare scena per scena. Potrei dirvi che nel modo di ficcare quadretti surreali tipo Mario accanto al manichino di una sposa in fiamme oppure il cadavere di Mario che assume fattezze da Cristo deposto, non trovo l’estro del genio né trovo del semplice ― e umano/sorrentiniano ― virtuosismo. Ma un modo assai artefatto per stupire: vi innesco delle associazioni apparentemente incomprensibili per rinviare a dei sottotesti più ampi ― l’incarnazione antitetica di Mario (peccatore e vittima) con Gesù (vittima e peccatore), oppure Mario, fresco di separazione, accanto a una sposa di plastica che prende fuoco. Accanto a quei rimandi, vi propongo altri quadretti del tutto spiazzanti che non rimandano a nulla, tipo un cavallo dentro una camera da letto, del fumo visibilmente finto che sale da un piatto di spaghetti o un incendio, anch’esso platealmente posticcio.
Però tutto questo mi rimane inutile. Mi manca la forza che una direzione o una ricerca definita possono infondere a un testo cinematografico.
Se proprio proprio non voglio fare la maleficient fino alla fino in fondo, qualcosina la trovo. La scena in cui Marco immagina Sara infilare le punte e danzare Stravinksij in mezzo a Bagnoli, per esempio, è riuscita, anche nei dettagli: gli abitanti del circondario a far da pubblico, Sara che sparisce dietro un bidone della spazzatura per poi ricomparire all’improvviso, vestita di tutto punto con il costume di scena da Petruska: la fantasia si completa davanti ai nostri occhi in un set cinematografico in cui gli stessi abitanti di Bagnoli fanno da comparse-attori, appollaiati come sono sui terrazzi dei condomini che per l’occasione si trasformano in gallerie e loggioni teatrali da cui ammirare l’étoile. Oppure ancora Sara, che posa immobile, nei panni di “Italia”: una statua di candore che spunta da un mare di monnezza.
Ma la scena che salvo ― il resto, ve lo confesso, potrei tranquillamente conferirlo… ― è la sfida fra due rapper che se le danno di santa ragione dentro un bar; a suon di rime, ovviamente, non di botte. La sfida è vera e viva, e io ho rizzato le orecchie, dato una mossa agli occhi per star dietro al fuoco di fila in freestyle napoletano che scorreva tradotto in sovraimpressione (ogni tanto i sottotitoli servono) e me la sono spassata assaj.

E questo mi dà modo di dirvi un paio di cosucce (giusto un paio…) su “Straight Outta Compton”. Sono andata a vederlo insieme a una crew di Muvia che mai avrei immaginato tanto entusiasta per un film di nigga, ehm nicchia! Eccoli qua, i miei yo bros, che hanno affrontato 150 minuti di film con partenza a ore 10 pm, e che per l’occasione rivesto con identità dude: l’On.Ass.Is Jr, il Funk-I-Am Felix, la Notorius B.i.B. (ferratissima nel rap business, la sista!), il Magnum P.I.zzo, l’Andy Da Candy e io, il Basta Rhymes Board (!)― six underdogs in da Smelly ghetto 😉
E questo è un film che la Honorary Member Mic (M.C.) del Vicenza ghetto DEVE vedere… 😉

Che posso dirvi, men? I 150 minuti sono volati via sulle note pestate di brutto dai tre protagonisti, i rapper and producers, Ice Cube, Eazy-E e Dr Dre. Vedete, questi tre, nati underdog e diventati bling-bling, come si dice la grana dalle parti di West L.A., hanno scritto e sputato la storia della musica rap. Prima di loro la musica politica era quella raffinata di Bob Dylan. Loro, figli della strada, e dei soprusi che avvengono lì, per strada, per mano e manganello dei fu*king cops bianchi, portano la strada nella musica. Rapolitik. I N.W.A. che cantano “Fu*k tha Police” in uno storico concerto a Philadelphia, nonostante il divieto della fu*king police di non cantare quel testo, è paragonabile al “No, I sit here” di Rosa Parks, su un autobus, in Alabama, nel 1955. E’ paragonabile, nel principio che lo ha spinto, alla marcia su Selma, Martin Luther King & friends che avanzano contro l’esercito, dieci anni dopo Rosa e il bus, nel 1965. E quello che hanno fatto Ice Cube, Eazy-E e Dr Dre, sia come collettivo N.W.A. che da solisti, e l’ondata di rap nero che ne è seguita, costituisce una presa di posizione così politica e potente da parte dei neri mai successa prima in musica. Il jazz, il funk, il reggae, forme musicali tipicamente black erano sempre rimaste nella dimensione dell’emotion, o dell’entertainment ― Bob Mito Marley, per quanto canti le periferie disagiate di Kingston, è da considerarsi una figura profetica, una guida spirituale, più che un leader politico. Ice Cube, Eazy-E e Dr Dre prendono carta e penna, mike and deck, e li usano per amplificare tutto quello che vedono e provano sulla propria pelle di nigga nei ghetti della cintura stretta attorno alla Città degli Angeli ― una cintura che, vedi un po’, abbraccia tale e quale tutte le città degli Stati Uniti. Tante persone che non conoscono il rap ― questo rap, the original ― e si chiedono perché questi ragazzoni sembrino sempre così inkazzosi, dovrebbero guardare “Straight Outta Compton”. Vedersi un poliziotto bianco che abusa del suo potere da poliziotto bianco, ti mette faccia a terra e ti maltratta/umilia/mena/dileggia/denuncia/sbatte in cella solo perché sei un neGro per strada, o perché vuole sentire l’odore della paura emanare da un corpo che non sia il suo, fa capire che le centinaia di migliaia di petti neri in cui la rabbia cova e cova e cova, riesce a trovare sfogo nella gola di chi ha il dono di farla scorrere in un flow che spacca, tira giù tutto, le villette piene di benpensanti, le Mercedes cariche di moderati, le uniformi di palloni gonfiati. Il flow, per chi non lo sapesse, è il modo in cui i rap incastrano le rime, ed Ice Cube ne è maestro. Uno che scrive questo, “I’m a sniper with a hell of a scope/Taking out a cop or two, they can’t cope/with me”, giocando con la carne viva delle parole, è un MC, Master of Ceremonies, come si dice in linguaggio rap ― ricordo che “F*ck tha Police” è stata inserita da Rolling Stones fra le 500 canzoni più belle di tutti i tempi. Personalmente considero il rap ― questo, non quello di certi italianucci brianzoli ― un tipo di poesia che trova la bellezza nella rabbia che canta. Ma these are my two ― or fifty― cents… 😉

Oggettivamente il film funge da vero e proprio documento storico, che si concentra su Ice Cube, Eazy-E e Dr Dre nelle varie fasi della loro collaborazione poi competizione poi ri-unione, con la fondazione di etichette che rimarranno nella storia, come la Ruthless, da cui tutto ebbe inizio, o la Death Row di Dr Dre. Inoltre riporta alla memoria i Los Angeles Riots, Aprile 1992: alcuni poliziotti bianchi ammazzarono un tassista di colore, furono prosciolti e da lì scoppiò una sommossa interraziale dalle dimensione di quelle in Alabama di 40 anni prima: furono chiamati i Marines, per riportare “l’ordine”. By the way, chissà se queste cose le insegnano, oggi, in classe, nell’ora di storia, oppure se ci si ferma ancora al Muro di Berlino.
Ma “Straight Outta Compton” è anche una gioia per gli appassionati della musica: due ore in cui la testa rimbalza su e giù e ti verrebbe voglia di alzarti in piedi e urlare “Spin that shit” a Dr Dre e ballare anche lì, nel ghetto del nostro Smelly Modena. E vedersi passare davanti protagonisti della scena come Snoop Doggy Dog e Tupack The-Lord Shakur, e poi nei titoli di coda Eminem, be’, ti elettrizza mica poco.
Un pollice su alla scena di apertura, e di rilievo filologico, con Dr Dre sdraiato sul pavimento della sua cameretta, sotto la schiena un letto di vinili tra cui spiccano le copertine dei Parliament Funkadelic, James Brown e Marvin Gaye, ovvero i grandi di Motown ― le radici da cui il suo sound origina.
Un pollice giù, invece, e mi rammarica, per il ruolo non-ruolo delle donne. Non solo non sono state nominate Mary J. Blige e Missy Eliot ―  almeno in coda al film, come Eminem, cm’ on! ― ma risultano solo come portatrici di boobs&buttocks. Questo ovviamente non è un problema del film, ma del modo in cui le donne sono state trattate dalla community dei rap, specie all’inizio. Su quanto tortuosa sia stata la strada che le artiste nere hanno dovuto percorrere per ricavarsi uno spazio sulla scena musicale nero-maschio-centrica, potremmo farci un “Straight Outta Compton Part II”. Ma questa è un’altra storia, e certo questo pensiero non ha intaccato l’adrenalina che ho sentito ― che abbiamo sentito ― in circolo per tutto il film. Yo, bro.

E ora, Movia and Moviers, di laggiù l’Onassis ride già… Si spalanca avanti a noi “UNA SETTIMANA DA TIRCHIONI”, ovvero i Cinema Days: quattro giorni (lunedìmartedìmercoledìgiovedì) in cui tutti i film in tutte le sale stanno a 3 Euri ― con somma stizza del Mastro che si vede arrivare orde di gente mai vista pronta a vedere film a cui non è minimamente interessata solo per il gusto di stendere il braccino corto…
Per noi cinefili questa iniziativa non è che un ulteriore incentivo a bivaccare nelle sale cinematografiche, cosa che saremo lieti di fare.
A ogni modo, il Lez Muvi ufficiale della settimana è

TIMBUKTU
di Abderrahmane Sissako

Non soltanto la Settimana da Tirchioni, ma anche il Religion Today, il Festival internazionale e itinerante di cinema delle religioni, www.religionfilm.com ― e ce lo ricorda anche il Vezzo 🙂 Non ho mai proposto titoli all’interno di questo Festival perché li trovo abbastanza ostici e religion-oriented, ma questo, “Timbuktu”, mi gira in testa sin da Cannes 2014, dove piacque molto, e concorse per l’Oscar come miglior film straniero lo scorso febbraio ― certo battere “Ida” sarebbe stato impossibile.
Non sarà una passeggiata, ma gli altri giorni di questa settimana saranno all’insegna del cine-fun, quindi un po’ di pan tosto ci sta tutto.
Vi anticipo che ho intenzione di vedere, in ordine che ancora mi rimane ignoto, THE PROGRAM, THE MARTIAN, e forse anche JANIS, quindi trotterellerò ― trotterellerò?! ―  qua e la per le sale trentine, sperando in trentatré di voi, se non altro per amor di proverbio. 🙂 Per aggregarvi, [email protected] 🙂

Come sempre prometto di non scrivere due pipponi quando i film sono due, e alla fine lo faccio sempre. Perdonatela.
Il Maelstrom per oggi si trasforma in “Three bullits no bullshits”, un tributo al rap. Check dat out, Movia 😉
E ora prendo congedo, sparo un riassunto, porgo un grazie e lancio un saluto… Oggi, emineMtemente cinematografico.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

La colonna sonora di “Straight Outta Compton” è stata una tal rivelazione, che ho deciso di dirottare nel Maelstrom un po’ di flow del film, e qui di seguito vi sparo “three bullits no bullshits for my moviefucka mafia” 🙂

F*ck tha police ― https://www.youtube.com/watch?v=qu6r7Yd_iG8
Still Dre, Dre featuring Snoop Doggy Dog ― https://www.youtube.com/watch?v=_CL6n0FJZpk 
California Love ― https://www.youtube.com/watch?v=uWbXQQG9B6c

E questo è per i six underdogs from the smelly ghetto, https://www.youtube.com/watch?v=RtIGCGu9L90 😉

TIMBUKTU: A Timbuktu, occupata dai fondamentalisti religiosi, regna il terrore. Al riparo dal caos, in una tenda tra le dune sabbiose, Kidane vive in pace con la moglie Satima, la figlia Toya e Issan, il loro piccolo mandriano. Ma il loro destino muta d’un tratto quando Kidane uccide accidentalmente Amadou, il pescatore che aveva abbattuto il suo bue preferito. Kidane ora deve affrontare la legge dei nuovi dominatori stranieri, determinati a imporsi sopra l’Islam tollerante e aperto della tradizione locale.

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