LET’S MOVIE 261 propone FRANCOFONIA e THE WALK, e commenta SUBURRA

LET’S MOVIE 261 propone FRANCOFONIA e THE WALK, e commenta SUBURRA

FRANCOFONIA
di Alexandr Sokurov
Francia, Germania, Paesi Bassi, 2015, ‘87
Lunedì 26/Monday 26
Ore 20:30 / 8:30 pm
Astra / dal Mastro
Ingresso libero / Free entry 🙂

 

THE WALK
di Robert Zemeckis
USA, 2015, ‘110
Mercoledì 28 / Wednesday 28
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly
Visione in 3D

Feuilleton Fellows,

Io che nacqui in pieno Sturm un Drang, quando il ‘900 era solo l’ipotesi di un nuovo secolo, ricordo benissimo l’attesa di trovare le puntate delle storie pubblicate a episodi sui giornali. Balzac, Hugo, Dickens, mica fruttini della selva letteraria contemporanea tipo Ammanniti falloidi et sim. Cioè, Dickens Charles è diventato Charles Dickens proprio grazie a quei 19 Pickwick Papers che uscivano a fine mese, e che il lavoratore vittoriano medio, dopo le 18 ore di miniera e con 18 birre in circolo, si portava a casa per uno scellino. Dei romanzi d’appendice erano piene anche le sporte delle mogli e i pavimenti sotto i letti dei mocciosi che dentro Oliver Twist o David Copperfield, rivedevano se stessi.
Giacché non vi chiederei mai d’isolare l’inutile dall’indispensabile in Lez Muvi ― siete Moviers mica Mandrake ― vi svelo, in via del tutto eccezionale e senza mandarvi a fondo pagina, dove stia la parte essenziale in questo mare di superfluo che s’è appena spalancato ai vostri piedi. Il cuore di quello che vi ho detto sta nel fatto che questi episodi uscivano una volta al mese. Ed è proprio lì che dobbiamo concentrarci, se vogliamo capire cosa NON funziona in “Suburra”.

Ma prima di prendere la patata bollente e farla a pezzettini, devo ringraziare la collettività che si è riunita lunedì: i Guests dei Moviers erano talmente vari ed eventuali, che non sarebbe umanamente ― e neppure baordianamente ― possibile ricordarli tutti. Quindi ringrazio il guest group considerandolo più come una nuvola di manna calatasi sulle file lezmuviane che un ensemble di soggetti dotati di carta d’identità. 🙂 I Muviani, quelli, cerco di ricordarli: il WG Mat, il Pizzo, lo Scaccomatto, la Babi Bobulova, l’Onassis Jr, il Felix, la Vanilla, la More, la Whynot, il Grandpa, gosh who else? Se ho scordato qualcuno, la nuvola si trasformerà in fulmini&saette e io, come da miglior scenario apocalittico, finirò spazzata via nei deserti oscuri del nulla biblico.
Tutto questo non perché io abbia sul comodino Giovanni e il paperback del suo best-seller, ma perché l’Apocalisse è il contesto strutturale in cui Sollima inserisce lo sviluppo del film, aggiungendo un felice countdown che ci spinge inesorabilmente verso il D-Day. Notiamo sempre come il countdown e l’inesorabile vadano a braccetto e come l’impossibilità di evitare il nostro schianto contro l’ultimo giorno sia una scelta, per quanto già vista, molto efficace. Ve lo confesso, a me sarebbe bastato anche il conto alla rovescia verso un nadir etico-civico come quello che ci ritroviamo davanti. Invece il regista rincara e aggiunge un altro elemento che ha scelto rovistando l’armamentario dell’apocalittico. La pioggia. Una pioggia tropicale, da cats&dogs, che da tanti è stata vista come un personaggio a se stante del film ma che io, bah, considero più un gesto quasi estetico. Azzardo… Ma se Sollima avesso deciso di rovistare in un altro tipo di armamentario, e avesse fatto cozzare l’idea della distruzione urbi-et-orbi ― ovvero caduta del governo e dimissioni pontificie e regolamenti di conti vari ― con un sole tagliente, un cielo spietatamente sereno, l’effetto non sarebbe stato più spiazzante? Io vi butto lì l’idea così come mi è venuta in mente guardando questo muro monsonico calato banalmente, o forse meglio, balnearmente, sulla città. Anche perché, dopo un po’, diventi insensibile all’acquazzone; e questo succede anche, e ben più gravemente, con la tensione. Per lo meno questa è stata la mia impressione, che per la verita’ non corrisponde a quella del 96.3% dei Moviers a cui il film è: piaciuto-dai/ non mi è dispiaciuto/ sì-bello-ma. A ogni modo, l’entusiasmo completo, quello che ti rintrona e ti fa uscire caracollante ―aggettivo Prit della critica 2015― non c’è stato, come invece pare ci sia stato nel palco mediatico allestito per lanciare il film.
Sarà, forse, che da “Suburra” ne trarranno una serie prodotta e distribuita da Netflix ― non vi preoccupate, voi giovani Padawan, se non sapete cosa sia: ci penserà il prossimo Netflix già in cantiere a soppiantarlo con una piattaforma ancora più sensazionale e fichissima, e Netflix 1 farà la fine della FIAT Duna.
Ma torniamo alla questione della tensione…

Il film soffre di due mali diagnosticabili da subito: iper-drammatizzazione e iper-schematizzazione delle troppe trame proposte. E c’è il politico corrotto ― un improbabile Favino, inespressività da bulldog narcotizzato ― che si fa di coca e di squillo nella più classica camera d’albergo posh, con conseguente morte della squillo minorenne; e c’è la speculazione a Ostia e la legge da approvare in Parlamento che la deve autorizzare; e c’é lo scontro tra due clan della malavita che gestiscono il litorale, gli Zingari e l’Otto, in mezzo ai quali cerca di negoziare un boss low-profile chiamato Samurai (Claudio Amendola); e c’è un Papa prossimo alle dimissioni e un papà che si butta nel Tevere e scarica il fardello dei debiti accumulati nel corso di una vita sulle spalle del figlio ― Elio Germano ― in una riscrittura tutta prosaica del biblico applicabile al nostro tempo, “i debiti dei padri ricadranno sui figli”.
Roma è lugubre, sozza, i monumenti sembrano quasi cancellati e la bellezza grande cantata non più di due anni fa in un film da Oscar diventa qui grande monnezza che sprofonda la capitale nel torbido morale e meteorologico. Sollima fonda ― poi affonda ― e affianca una Sodoma alla Gomorra che gli ha fatto conquistare il successo televisivo. Però santiddio, tutto è troppo eccessivo, troppo da cloaca massima! Va bene la corruzione nella politica, nella Chiesa, il trash di Ostia e la sua malavita disorganizzata, e la Malagliana e la caduta del governo. Va bene il politico e le prostitute, la coca e il magnamagna collettivo. Ma ci sarà, fijobbello, un modo più sottile, per raccontarmi tutto questo? Perché se a tutto questo e alle tinte dark tu aggiungi una colonna sonora sparata a mille dall’inizio alla fine ― presa, nella sua traccia principale al gioiello “Drive”, ma non certo nell’uso oculato che lì il regista ne faceva ― e punti a tenere la tensione dello spettatore sul filo, finisci per ottenere l’effetto opposto. A un certo punto lo spettatore diventa immune davanti a tutto quello che si vede passare davanti ― morti sparati, trucidati, sgozzati, investiti, cadaveri sbarazzati, affogati e ritrovati, botte da orbi, pittbull dall’appetito leonino, mutande burine e seni al silicone.
Lo spettatore cinematografico è diverso da quello televisivo: il primo non ha bisogno di essere tenuto sveglio e attaccato allo schermo attraverso scene ad alto contenuto sensazionale-cinetico, come invece succede con il secondo. Davanti all’ennesima sparatoria o coltello conficcato in zona carotidea o strage in bagno turco (la strage nel bagno turco è quanto di più scontato si possa mettere in scena, scusate sceneggiatori eh), e alla Black Mamba coatta pronta a freddare chicchessia pur di vendicare il suo amore tossico, io non mi sono né scandalizzata, né emozionata, né sorpresa. Ho semplicemente aggiunto mentalmente la scena alla lista di schifezze che la Roma ladrona compila nel film di Sollima. Ma capirete, un film che non scandalizza, né emoziona, né sorprende è un film destinato a fallire il suo obbiettivo ― se non altro il mio. Come dicevo, la ricerca spasmodica della sensation, ti perde per strada. Non ti va minimamente di sapere come il film va a finire. Hai già capito fin dall’inizio che non potrà MAI finire bene ― il countdown, ricordate? ― hai già capito che tutti i personaggi sono irrimediabilmente sporchi. E questo è un altro difetto di sceneggiatura: nemmeno un briciolo di bello, di pulito, nemmeno in potenza? Com’ on, persino nei noir più noir del noir c’è un filo bianco che scorre da qualche parte, a un certo punto.

C’è da dire che ho trovato infelice il momento di uscita del film. Il libro da cui il film è tratto è del 2011, ovvero prima delle faccende di Mafia Capitale, prima delle dimissioni di Ratzinger, prima della parata funebre dei Casamonica ― che, non meritassero il 41 Bis, meriterebbero di certo un premio in ars funeraria…. Siamo nel 2015 e abbiamo visto tutto questo nella realtà. Vederlo anche sul grande schermo costringe il film dentro un’operazione da serie televisive: raccontare ciò che è successo con +/- coloriture interpretative e +/- spettacolarizzazione scenica. Se io vi nomino opere supreme tipo “Scarface” o tipo “The Departed”, che raccontano di malavita e corruzione, capirete, voliamo in cieli completamente diversi da quelli di “Suburra”: quei film guardano la realtà e ne ricavano un racconto letterario. “Suburra” non è letteratura. È un romanzo d’appendice ― ovvero, nel 2015, una serie televisiva. E il pool di sceneggiatori che l’hanno scritto, per quanto di comprovato talento, non sono Dickens, Hugo, Balzac.

Il risultato potrà anche piacere al nazionalpopolare, ma lì si ferma.
A film finito, con tutti i miei Moviers cicalanti in un concerto che non avrei mai smesso di ascoltare, mi chiedevo, e se Sollima avesse sacrificato un paio di sottotrame ― prima fra tutte quella del piccolo parvenu Elio Germano ― si sarebbe affrancato dal format televisivo? Si sarebbe svincolato dalla minaccia catodica e avrebbe potuto aspirare al cinematografico? Benché il problema principale del film risieda nella ricorsa ossessiva della partecipazione dello spettatore e alla di lui diametrale, coeva e paradossale perdita, ritengo che il sovradosaggio narrativo infligga il colpo di grazia alla pellicola.
Non butto tutto ― imparassi dal film, tutto finirebbe al Verano, sotto due metri di terra. Amendola è il miglior Amendola di mai, finalmente spogliato dai panni cesaroni di padre garbatelliano, e rivestito d’un ruolo intrigante: un boss in giacca a vento, confondibile tra la folla, dai toni pacati e il nome sushi (Samurai), uno statista più che un assassino, l’opposto dei cattivi esageratamente sparati a mille tipo l’Otto o il politico Favino, che subiscono gli effetti di questa iper-rappresentazione e lievitano in stereotipi, perdendo di credibilità. Anche l’ambizione di fare un gangster movie in un paese che respira solo il rosa shocking ― nel senso proprio shocking ― di commediucce tipo “Io che amo solo te” o “Poli opposti”, merita stima. Così come la sicurezza con cui il regista maneggia la macchina da presa.

Tuttavia non posso fare a meno di interrogarmi sull’identità di questo film. Cos’è? Cronaca creativa? Il Papa che si dimette è indubbiamente il Ratzinger ora in pensione, Il Samurai è uno dei capi della banda della Magliana, nel politico di Favino possiamo intravedere tanti politici al centro di storie sex&drugs. Ma quello che mi lascia più perplessa è il ritornello di rassegnazione, con cui tanti spettatori escono dal cinema. “Eh, è così che funziona”. Be’, io non credo che funzioni così. Che tutta la Capitale sia mafia. Non credo che un boss vada da un Monsignore e gli dica, cito, “Se non fai come ti dico io finisci in fondo al Tevere”. Non possiamo fare gli Heidi&Peter pascolanti pei prati, ma nemmeno vedere il marcio dappertutto. E i film così, così totalmente privi di una speranza, persino PASSATA, e con personaggi tutti villain, non solo sono poco verosimili, ma sono riduttivi e distruttivi.
Un ultimo punto sulla violenza. Tutti fanno un gran parlare di quanto “Suburra” sia brutale. Be’, posta la quantità di scene crude(li) e l’assuefazione che lo spettatore ne sviluppa di cui ho già detto, la scena più efferata, per me ―e forse, l’unica con un briciolo di cinematografia dentro ― è quella in cui il politico, fatto di coca, nudo come il verme che è, esce sul balcone della stanza d’albergo, e urina sul centrocittà. Questo gesto, il disprezzo della res publica lordata con la più greve delle piogge, traduce alla perfezione un certo atteggiamento dilagante nella politica italiana, e in un certo tipo di cittadino italiano: il totale chemmefrega nei confronti della civitas, del bene comune ― nella doppia valenza di benessere collettivo e oggetto pubblico ― che trova nel mò-te-frego-io un alleato altrettanto notorio.

E ora vi prego, fatemi riemergere che non ne posso più di bassifondi, e proporre due film due: un pezzo da 90 della cinematografia d’autore, e uno da 180 della cinematografia d’entertainment.

FRANCOFONIA
di Alexandr Sokurov

Alexandr Sokurov è uno dei registi più temibili del panorama contemporaneo, e non solo per via di un nome che evoca terribili Ivan gulag dell’animo (??), ma anche perché l’ultimo suo lavoro ― che vinse il Leone d’Oro a Venezia nel 2011 ― fu “Faust”, un film di 2 ore e 20 da cui io e l’Anarcozumi uscimmo con quel senso di dispersione che provi solo quando ti trovi davanti a qualcosa di grande e spaventoso, nonché incomprensibile. Ma pur sempre grande.
Un’unica proiezione rende l’occasione rara. La sala dal Mastro pullulerà di toppe sui gomiti delle giacche, sguardi concentrati dietro zazzere coltivate ad arte: il sottobosco dei cinefili intellettuali che vivono lungo le sponde del mainstream… Io, fossi in voi, verrei anche solo per vedere questa civiltà sempre a rischio estinzione. 🙂
Ma Let’s Movie è anche entertainment, cuore che batte a mille guardando un funambolo che cerca di fregare il traffico di Manhattan camminando su una fune tra una Torre Gemella e l’altra…

THE WALK
di Robert Zemeckis

Il film viene proiettato solo in 3D ― mi si dice essere un’esperienza al cardiopalma. Se soffrite di vertigini, venite per superarle. Se non soffrite di vertigini, venite per vantarvene.
Facile, no? 🙂
La mia promessa, in caso di presenza massiccia di Moviers, è quella di non scrivere due pipponi ma di limitarmi a uno. Mica poco, considerati i trascorsi di fluvialità binaria.
Le probabilità che io cada ―e non rispetti la promessa― sono ovviamente molto maggiori rispetto a quelle del funambolo… 🙂

E ora mi dirigo nel Maelstrom, con un appello per voi. E poi perdo per strada due riassunti che sopprimerei, non fossi mossa a pietà per loro.
E vi ringrazio e vi saluto, con dei saluti, tonight, appendicisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Possiate voi giungere in mio soccorso, oh popolo di Muviani!
Preceduta dalla Honorary Member Mic ― sempre avanti per fuso e naso― sono stata a vedere “The Lobster”, di questo regista, Yorgos Lathimos, che non avevo mai sentito prima ma che sembra essere il nuovo Sokurov della Grecia post-ziprasiana. Platee entusiaste al Festival di Cannes, e critici inneggianti al capolavoro avevano fatto di me il Board in trepidante attesa che conoscete bene. Be’, io non c’ho capito granché. Cioè, a un certo punto pareva un po’ di leggere Saramago ― dio l’abbia in gloria ― ma con una spietatezza di sfondo e primo piano, e una dittatura delle coppie sui single d’una violenza tale che Suburra, al confronto, è Mary Poppins.
E poi un dubbio venatorio. Ci sarà qualche motivo per cui film d’essai spinti tipo “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” e “The Lobster” (=aragosta) hanno gli animali al centro? Ma perché???
Comunque, anche “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” al confronto di The Lobster è Mary Poppins.
Mi fate la cortesia di andare a vederlo e di dirmi cosa ne pensate?
[email protected]
Grazie 🙂

FRANCOFONIA: è la storia di due uomini eccezionali: il direttore del Louvre Jacques Jaujard e l’ufficiale dell’occupazione nazista il conte Franziskus Wolff-Metternich, prima nemici, poi collaboratori. Sarà grazie alla loro alleanza che molti dei tesori del Louvre saranno salvati. FRANCOFONIA esplora il rapporto tra l’arte e il potere e il grande museo parigino diventa un esempio vivo di civiltà e l’occasione per rivelare quanto l’arte ci racconta di noi stessi anche durante uno dei conflitti più sanguinosi che la storia abbia mai visto.

THE WALK: Il regista Premio Oscar Robert Zemeckis dirige il film che racconta la storia vera di un giovane sognatore, il funambolo Philippe Petit, che ha compiuto un’impresa passata alla storia: passeggiare fra le Torri Gemelle del World Trade Center in equilibrio su un filo d’acciaio.

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