Posts made in novembre, 2015

LET’S MOVIE 266 – propone DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES e commenta HUMAN

LET’S MOVIE 266 – propone DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES e commenta HUMAN

DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES
di Jaco Van Dormael
Belgio, 2015, ‘113
Martedì 1 / Tuesday 1
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro
 

Phileas Fogg Fellows,

C’è qualcuno di molto British e molto fiction che fa il giro del mondo in ottanta giorni per vincere una scommessa, e c’è uno scrittore molto French e molto freak che lo segue per tutti quegli ottanta pazzi giorni di peripezie e le racconta tutte tutte in un libro che, quasi per osmosi, fa impazzire i bambini sin dal 1873. Se poi oggi si preferisca dare i bambini in pasto alla Play Station perché bisogna rimanere al passo coi tempi e non farli sentire “a disagio” con i compagni appoggiando un classico della letteratura sul loro comodino, è altra questione, e ci porterebbe in una galassia lontana lontana, ma senza il fun di r2d2 né la sintassi avanguardista di Yoda.
Da mercoledì, posso accostare Jules Verne a Yann Arthus-Bertrand. Entrambi viaggiatori, entrambi visionari. Il primo parte dal fantastico e arriva all’umano, il secondo, il regista di “Human”, tira fuori il fantastico dall’umano, girando il pianeta da anni. Verne e Arthus-Bertrand, uno scrittore dell’800 e un regista del 2000, due francesi che cambiano la percezione che abbiamo del mondo, e di noi stessi. Posso con ostinata certezza affermare che certe pagine verniane hanno cambiato la mia vita. E posso con eguale ostinata certezza affermare che “Human”, ha cambiato qualcosa, e che non sono la stessa di prima. E magari ora passo per l’esagerata che sono, e magari non bisognerebbe sbandierare così la morfologia del proprio spirito che muta, e disvelare i paesaggi interiori che possono trasformarsi velocissimi, come quando premevamo il pulsante FF del videoregistratore e vedevamo un prato verde sbocciare da un ghiacciaio sciolto. Magari sbaglio a fare di questo pippone lezmuviano un rx della mia interiorità. Ma “Human” è un oggetto che non ho mai avuto l’ardire né la speranza di potermi rigirare in mano. E ora che l’ho fatto ― che ho avuto la fortuna di farlo ― ripeto, ho come la sensazione che le mie mani dopo che quell’oggetto vivo le ha investite con la sua luce e le sue ombre, siano diverse.
La mia grande paura, mercoledì, era di non avere con me nessuno con cui condividere tutto quest’ambaradan di emozioni. Avendo visto una buona metà di “Human” su youtube, sapevo che la visione integrale sarebbe stata campale, ma mai avrei immaginato a questi livelli. Prevedevo che i 188 minuti avrebbero azzerato il tasso di guardabilità dei Moviers ― il tasso di guardabilità dei Moviers ossessiona le mie notti da broker cinematografico. Prevedevo che avrebbero azzerato anche quello dei comuni spettatori, quella massa di altri-da-noi in mezzo alla quale i Muviani spiccano. Invece, eccomi finita davanti all’imprevisto: sala dal Mastro sold-out, persone in fila per accaparrarsi gli ultimi posti rimasti. Robin e la Maddy Mad ― custodi e angelici, sanitari più dell’assistenza e molto più divini della provvidenza ― caricano noi di Lez Muvi su una scialuppa di salvataggio, e ci spingono in sala…Mai smetterò di rigraziarli!
Gli eletti che hanno beneficiato insieme a me dell’ingresso ― fossi una cantante country, cappello e camperos, scriverei per l’occasione un pezzo dal titolo “Hitchhiked to heaven”― sono: la Mecenatessa con il Woodstock, il Village, il Respirolibero, l’Andy +/- Candy = the e l’Amarcord ― ce l’abbiamo fatta tutti, non uno di meno. 🙂
Allibita davanti a tanta affluenza, avrei voluto avere lì con me anche certi Moviers storici che purtroppo non c’erano. A essere precisa, avrei voluto avere lì con me tutti quelli che amo, o quelli a cui qualche motivo canonico o meno ― affinità elettiva, banale ossessione, vivastima ― mi lega. A essere ancor più precisa precisa, avrei voluto lì TUTTI. Tutti gli esseri umani del mondo. Tipo una sala, no, un drive-in, no un flash-mob, di dimensioni planetarie, con megaschermi allestiti in ogni angolo del globo tutti collegati a un unico PLAY, il regista lo preme e via, tutti insieme a guardare noi stessi.

“Human” è talmente tanto tutto insieme che la struttura semplice e binaria della messinscena colpisce proprio per la sua essenzialità. Binaria perché da un lato abbiamo la parola, ovvero una sequenza di videointerviste, suddivise per macro argomenti ―  famiglia, amore, morte, vendetta, denaro, lavoro, senso della vita ― che il regista e i suoi collaboratori hanno raccolto in quattro anni in tutti gli angoli del pianeta; e dall’altro abbiamo l’immagine, ossia una serie di riprese spettacolari in cui la Natura è protagonista, in tutta la sua schiacciante bellezza. Parole e immagini si alternano, e si legano: l’anello di congiunzione, debole o forte, bianco, nero o caffellatte, è l’uomo. Quelle immagini della natura, davanti alle quali perdiamo la voce e il senno e smarriamo qualsiasi metro di paragone se non ricorrendo ai sommi della storia dell’arte ― Caravaggio, Michelangelo, ma anche Chagall e Lachapelle ― quell’acqua di quel mare che è più azzurra di un lapislazzulo al dito d’una sovrana, quelle dune di sabbia bianca che sono taglienti e morbide come creste di farina, quelle pianure in cui il verde ghirigora il bianco e il nero di secco e terra e richiama con precisione quasi spaventosa certi quadri di Schifano, tutte queste immagini non sono mai colte e restituite senza la presenza umana, sia essa nella forma di un uomo o di una donna, sia di un surrogato edilizio che la rappresenta ― una casa dietro il vapore latteo di una cascata bianchissima che si scontra con una cascata color ruggine; un faro che spunta in mezzo ai marosi; un aratro che fende il fango di un campo allagato; dei terrazzamenti che sembrano aquiloni, fermati in un angolo da una baracca, nulla più di un telo, dietro il quale però riconosciamo la mano dell’uomo.
Perché questa presenza dell’uomo così necessaria? Perché non raffigurare tutta la furibonda bellezza della natura senza l’infinitesimale nullità dell’uomo? In fondo siamo stati allevati, dai Romantici in poi ― passando per Greenpeace e i movimenti eco-oriented― con il monito che ci ricorda quanto insignificante sia l’uomo per la Natura, e quanto nocivo le sia diventato, tra inquinamento, bombe atomiche, scorie radioattive, e via discaricando. E probabilmente le cose stanno proprio così. Noi non le serviamo; noi la sfruttiamo, la maltrattiamo in ogni modo e maniera. Ciononostante. Cosa sarebbe tutto quell’incommensurabile pienezza estetica se non ci fosse nessuno a viverla, cantarla, raccontarla? Cosa sarebbe la Natura senza una voce che provasse a spiegarla, che la rendesse eterna, attraverso un pennello che la pennella su una tela, o un verso, che la versa su un foglio? Cosa sarebbe tutto quello senza una coscienza che la legge e la dice? Uno spettacolo finito in se stesso, un in-sé. E finiremmo per riferire alla Natura il dilemma che la filosofia si pone da secoli: “Se un albero cade in una foresta senza che ci siano spettatori alla scena, l’albero, schiantandosi, produce un rumore?”
Se la bellezza sfoggia tutta se stessa senza occhi che la guardino e orecchie che la ascoltino, essa esiste? La risposta molto probabilmente è sì, esiste. Ma per chi? Perché?
Arthus-Bertrand parte proprio da lì, prende queste due domandine, “per chi e perché?”, e cerca le risposte, costruendoci attorno un’opera monumentale, un inventario di proporzioni planetarie sugli infiniti specifici che siamo e sugli infiniti universali che anche, siamo. Sul senso di tutto. Ed è incredibile, Fellows, come tu sia lì ad ascoltare un uomo singolo che racconta una storia singola, connotata nello spazio e nel tempo, che potrebbe essere la profonda Tanzania, oppure le altissime Ande, oppure Tacoma, Stato di Washington, e lo capisci. Puoi non condividere ciò che dice, ma lo comprendi, ovvero, fai entrare lui dentro di te. Un guerrigliero nigeriano ti dice, ho bisogno di uccidere perché mi hanno ucciso mio fratello sotto gli occhi, e io sto bene soltanto uccidendo: ogni volta mi sembra di vendicarlo, e allora sto bene. Non lo condividi, ma lo comprendi. Un assassino ti spiega, sono in galera, ho ucciso. Ora la madre della mia vittima, della persona che io ho ucciso mi sta insegnando cosa vuol dire “amore”. E anche questo, è assurdo ― come può una madre di una vittima stare accanto all’assassino del figlio ― eppure può, e lo comprendi.
Alla fine viene fuori che io posso essere ― io sono ― tutti. Tutti siamo tutti. E anche se sembra scontato da dirsi e da sentirsi, se noi pensiamo bene a questo “io sono tutti”, ci vediamo dentro questo: più persone io comprendo in me, più sarò disposto a usare la comprensione come atteggiamento verso gli altri. L’inventario che stila Arthus-Bertrand con questo suo film non ha intenti enciclopedici, o didattici; l’etica che viene fuori non ha nulla di regolamentato. Non è “guardate cosa vi spiego”. È “ascoltate cosa vi dicono”. È piuttosto un senso primordiale di appartenenza a una stessa specie che esula da razze e tinte e che esce fuori in tutta la sua fallacia, in tutta la sua fragilità ― l’una interdipende dall’altra, si sa. È molto potente, questo senso, è carnale e mesmerizzante, cattura la nostra attenzione in maniera quasi inverosimile. Tant’è vero che per i 188 minuti della proiezione, nessuno ha fiatato, nessuno, credo, ha badato all’ora, o alla stanchezza. Una sala di spettatori davanti allo strazio e alla grazia. Saremmo portati a credere che lo strazio derivi dalle testimonianze degli intervistati: sono storie di sofferenze  indicibili, storie di un’irreversibilità micidiale ― una ragazza contrae l’AIDS per compiacere alla nonna che non sopportava l’idea di una nipote lesbica; un padre palestinese vede la figlioletta freddata da un proiettile in cortile; una donna si prostituisce per fare in modo che la figlia non sia costretta a prostituirsi; un ragazzino venduto dalla madre riflette sulla sua condizione e dice no, non avrebbe dovuto vendermi, non si fa. Ma lo strazio arriva anche da certe immagini: cumuli di immondizia ravanati da formichine d’uomini, così disumanizzati nel gesto che stanno compiendo da far smarrire loro, dentro quelle montagne di spazzatura globale, la dignità; piedi magri che seguono un aratro, in mezzo alla mota, la fatica che passa attraverso un fotogramma. Lo strazio è nel parlato e nell’illustrato, ma anche la bellezza, thanks God, lo è. L’albero fulvo disegnato dalla natura che chiude il film ― una strada di terra rossa, che sfuma nel bianco e che la Natura, inconsapevole, traccia per terra, in un’immagine che potrebbe essere, nella sua eterea e colorita innocenza, di Chagall ― trova una controparte tutta carnale nell’albero umano realizzato da una folla di uomini che si arrampicano l’uno sulle spalle dell’altro, su su, sempre più su, fino ad arrivare altissimi. E il mare così grosso e brutale al largo, i cavalloni che si abbattono sulle spallucce di una casupola arroccata su uno scoglio, ha la sua brava controparte in una distesa di salvagenti cinesi con dentro dei cinesi stipati fitti fitti in una piscina gigantesca, mentre attendono un’onda artificiale che ricreerà per loro il brivido di un’eccitazione forse mai provata: quella di un’onda vera sopra la quale trovarsi. E allo stesso modo la grazia, presente nelle parole e nelle immagini ― la donna che non riesce a smettere di ridere perché “ha divorziato” e si sente “così libera, e viva e piena” da non riuscire a contenere la gioia, oppure il ragazzo che ha perso braccia e gambe, ma ha trovato la sua compagna in internet, hanno unito le rispettive famiglie e vivono da Dio.
Strazio e grazia. Due opposti uniti da una danza che l’essere umano è condannato a ballare per tutto il corso della vita e dalla quale non può sottrarsi, non deve sottrarsi.
A film concluso ho farfugliato un paragone. “Human” è il dvd che tenta di spiegare cosa significhi essere umano/i a una spedizione di extraterrestri capitata sulla terra, deserta, e che trova una di quelle capsule che si seppelliscono per far viaggiare nel tempo “quello che eravamo” e raccontarlo al futuro. “Human” è prendere un filamento di DNA dell’essere umano, della storia umana, e guardarci dentro… e poi prendere la Natura e dille sfoggia pure… E’ come accostare l’orecchio al cuore del mondo e sentirne il pianto, e poi il riso, e poi ancora pianto, e ancora riso.
Strazio e grazia. Riso e pianto. Non possiamo farci nulla.
Il Candy mi ha fatto notare, giustamente, che forse c’è troppo poco “male” nel film: come se il dark side dell’uomo venisse oscurato dalla sua luce ― come mi piace giocare coi Watt 🙂 Riconosco che il buonismo, e la retorica, siano due minacce a cui il film fa fronte. Ma se una vecchina peruviana, che vorresti adottare se solo lei accettasse di staccarsi dal suo paese e farti l’onore di conoscerti, scrive un’ode al suo campo di fagioli e mais, farla vedere è buonista? (Favorite pure, http://www.huffingtonpost.it/e-nina-rothe/human-di-yann-arthus-bertrand_b_8122458.html), oppure è buonista sentire un marito, anche lui del Sud America, che dice della moglie “senza di lei posso vivere, ma non posso essere”? Oppure sentire una frase così semplicemente vera da far male, “Essere felici è alzarsi al mattino e non sentire dolore”?
È buonista dare ascolto a una voce che dice “Non importa che tu sia genitore o meno. Tu sei sempre genitore di qualcuno”.
Forse sì. Forse c’è talmente bisogno di tastare con mano le eliche ignote dei nostri geni, che passo sopra anche a qualche invocazione di troppo, a qualche tono acceso di troppo. Penso che “human” si riferisca all’essenza umana dell’uomo, all’umanità intesa come “siamo umani, sbagliamo, soffriamo come cani, ma questo siamo. Human”… E quella spedizione di extraterrestri, in quel dvd, vedrebbe quello che eravamo ― e che non possiamo raccontare loro perché, in ognj caso, saremo stati in grado di distruggerci con le nostre mani ― nella nostra piccola grandezza. Mi viene in mente la colonna vertebrale di lavoratori che scende giù per un canyon, zappando a un ritmo che pare scandito sa un metronomo… La schiavitù, e ancora, caparbia, la poesia…
E poi il fatto è che gli argomenti toccati scottano tutti e sono tutti di grande attualità ― è facile scivolare nella retorica. L’immigrazione, per esempio. Oppure la sete di vendetta, il miraggio dell’odio. Un afgano che dice, accorato, “In che paese torno? In un campo di battaglia. Non chiedo niente. Non voglio niente. Lasciatemi vivere”, dà voce alla frustrazione di queste persone costrette a subire l’asservimento del rifugiato che “approfitta” del paese ospitante ― ma nei talkshow che si occupano di immigrazione, si può ragionare una volta tanto, sui danni che il senso di riconoscenza può produrre in un individuo??
Non so come sto gestendo questo pippone… “Human” ti sopraffà, e ti fa desiderare la possibilità di raccontarvelo tutto, per filo e per segno, riabilitando, per una volta, i riassunti, che come sapete detesto. Ma non puoi riassumere delle storie che sono già dei riassunti ― ogni intervento non dura più di un paio di minuti e sintetizza una vita, una percorso. E lo stesso dicasi per le immagini. Come faccio a descrivervele tutte? Quindi ho deciso che qui di seguito vi riporto, in maniera assolutamente random quello che ho annotato al buio, e che mi ha fatto tremolare il mento.

  • “Non posso dimenticare. Perché è successo”, conclude il giovane omicida che apre “Human”.
  • “L’amore e l’odio non sono nell’uomo dalla nascita. Nascono dall’esperienza”
  • “La bellezza ti tira fuori dalla pazzia”
  • “L’amore è l’inizio e la fine di tutto” ― eh già…
  • “Il settore più florido in India è la disuguaglianza”
  • “I soldi mi piacciono. E ne voglio avere sempre di più. Ma coi soldi non puoi far star meglio dalla depressione, non puoi rendere felice il cervello di uno che ami” ― questa l’ha detta uno yuppie di New York, un fighetto. Ha cominciato l’intervista spavaldo, in un elogio al materialismo e al potere d’acquisto. L’ha conclusa in un pianto, la sua mente che, nella mia mente, era rivolta al figlio, o alla compagna, o a qualcuno di caro, malato di depressione. Come se fosse arrivato a riconoscere l’assoluta inutilità del denaro, e la sua impotenza, proprio lì in quell’istante, in quella pausa, per lui e per me, durata millenni.
  • “Ci siamo inventati una montagna di consumi superflui, e appresso ad essi perdiamo il tempo di vivere. Perché quando compri quelle cose, non le compri con i soldi: le compri con il tempo che ti serve per guadagnare i soldi per comprarle. Ma con questa differenza: che l’unica cosa che non si può comprare è la vita. La vita si perde. Ed è miserabile sprecare la vita a perdere la libertà” dice José Mujica, Presidente dell’Uruguay, recitando una mirabile “apologia della sobrietà”
  • “Vivere nel passato non serve a niente. Bisogna vivere nel presente”, dice una bambina di non più di 10 anni d’età, ancora nel dolore per la perdita del padre. Si può essere così grandi a 10 anni?
  • “Ho paura di essere stata anonima, di non aver lasciato nulla. Vorrei lasciare una traccia. Voglio far parte della storia dell’umanità”, queste parole bruciano, eh?
  • “Il senso della vita è portare un messaggio del bambino che eri al vecchio che sei”
  • “Grazie per il dono della vita”

E vorrei concludere questa “Apologia di “Human””, il film che non è un documentario, ma è un film, 101% film, con l’immagine di questo vecchio saggio, sdentato, vecchio credo come la terra su cui poggia i piedi dalla notte dei tempi, la madre di tutta le terre, l’Africa. Questo vecchio, la pelle cotta e lustra, millenaria ma stranamente senza rughe “d’espressione”, conclude invitando tutti noi ad andare a trovarlo. Ad andare da lui e dalla sua tribù, che ci accoglierebbe felice. “Venite, venite, da noi. Siete i benvenuti”.
In questi tempi di confini bollenti, di muri che si vorrebbero rialzare. In questi tempi di “questo è il mio paese e prima vengo io”, e di proprietà privata del suolo comune, queste parole, salmodiate da un vecchio saggio africano, suonano di una dolcezza estranea, nuova, come se il termine “benvenuti” appartenesse a un passato semantico che non è più, e lo sentissimo per la prima volta dopo tanto, tantissimo tempo.
Quant’è dolce, la parola “benvenuti”…

Vedere questo film su un maxi schermo ha un significato speciale, lo immaginate ― le riprese dall’alto (“dal drone”, suggerisce, esperto, Thecandy) sono da maxi schermo. Ma visto che la proiezione al Cinema Astra è stata l’UNICA in tutta Italia ― l’UNICA ― e che forse non ricapiterà più ― e noi Muviani c’eravamo! 🙂 ― potete comunque recuperare il film online, in varie versioni…

Volume 1 https://www.youtube.com/watch?v=vdb4XGVTHkE (questo si avvicina di più a quello che abbiamo visto noi)
Volume 2 https://www.youtube.com/watch?v=ShttAt5xtto
Volume 3 https://www.youtube.com/watch?v=w0653vsLSqE

Io continuerei, mi conoscete… Ma il Let’s Movie per questa settimana chiama…

DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES
di Jaco Van Dormael

Presentato a Cannes alla Quinzaine des Réalisateurs, il film è il candidato a rappresentare il Belgio nella corsa all’Oscar per il miglior film straniero il prossimo febbraio. Non che questo influenzi, ma senz’altro depone, deposita, a favore del film un bel mucchietto di gettoni qualità 😉
Lo aspettiamo da un po’ di tempo, anche perché mostrare un’immagine di Dio che si discosta dal solito Inarrivabile, Intoccabile, Innominabile cui siamo abituati, è qualcosa di insolito, innovativo, inconsueto, insomma, in. 🙂

E ora lasciatemi dare il benvenuto a Manuela, Lamanu, una Fellow che abita nel lodigiano e che non può frequentare Lez Muvi a Trentoville solamente per ragioni logistiche, ma che per il resto è una Movier a tutti gli effetti e cercherà di seguirci nella sede distaccata che presiede, insieme a Mario il Menagramo. Da ora e per tutta l’eternità eterna Manuela sarà La Bluklein, perché s’è messa in testa il blue di Yves e non c’è verso di toglierglielo da lì… 😉

Questa settimana il Maelstrom se lo aggiudica il WG Mat che da bravo mi tira un po’ le orecchie ― e fa bene, che ogni tanto lo merito 🙂
Invece sotto il Maelstrom trovate quella robabrutta che dovremmo bandire dall’universo dei compiti delle elementari ― forse è lì che nacque il mio disagio nei confronti dei riassunti “Sara, i riassunti riassumono, scrivi troppo”… No, non ho perso il vizio, caramaestra… Ora però li copio-incollo… 😉

E dopo le scemenze, che da me trovate sempre in quantità ― perché melius abundare quam deficere ― vi ringrazio, vi costringo a cercarvi “Human” in rete e vi porgo dei saluti, giulivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ecco, WG Mat, da “brava editrice con responsabilità”, adempio al mio dovere 🙂

“Fru,
mi fa piacere che ti sia piaciuto il film [“Rams”] (o meglio, qua sembra meglio dire “mi fa piacere che ti abbia fatto dispiacere il film”).
è vero quello che dici, leggendo la tua recensione qui e avendo visto il film li la mi rendo conto che aver visto il posto e le persone (anche se d’estate) mi ha dato una visione privilegiata. e ho visto e vissuto cosa vuol dire quando il paesaggio entra proprio dentro la vita delle persone!
e ti giuro gli islandesi (poi altri non conosco) non si piangono addosso che fa freddo e il paesaggio terribile è tutto solitario etc, e neanche nel film la gente lo soffre o soffre di quello o lo vivono male, ma lo dici anche tu. è proprio un modo di vivere diverso che a noi ci fa difficile capire, così come il ragazzo marocchino che mi diceva che a lui in marocco bastavano le stelle il deserto e lui felice gli faceva strano che noi ci ammazzassimo di lavoro in città affollate.

Il bello del film è proprio quello che dici tu della mitologia, che è un racconto che è eterno di due fratelli.

Quello che invece vorrei correggerti è questo falso mito del “nord europa freddo buio quindi gente si suicida” perchè non è vero. ti pregherei di vedere qui e vedrai che è diverso https://it.wikipedia.org/wiki/Stati_per_tasso_di_suicidio c’è piu gente che si ammazza a cuba, giappone, corea, anche croazia e ungheria che in islanda o finlandia, e si che cuba e croazia il mare e il caldo ce l’hanno!
insomma, come tu vuoi sfatare il mito della famiglia felice e del natale tutti insieme, io ci tengo da nordico adottato a sfatare il mito che nord = tristezza solitudine amarezza per cui ti pregherei di fare ammenda nel prox LM da brava editrice con responsabilità!”

DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES: Dio esiste e vive a Bruxelles. Appartamento tre camere con cucina e lavanderia, senza una porta d’entrata e d’uscita. Si è parlato molto di sua figlia, ma poco di sua figlia. Sua figlia sono io”. Non è facile essere la figlia di Dio. Ea, unidici anni, lo sa bene: suo padre – anzi suo Padre – è odioso e antipatico e passa le giornate a rendere miserabile l’esistenza degli uomini. Una situazione che non può andare avanti, ma come risolverla? Dopo l’ennesimo litigio Ea scende tra gli uomini per scrivere un Nuovo Testamento che ci permetta di cercare la nostra felicità. Ma, prima di andarsene, usa il computer del Padre per liberarci dalla più grande delle nostre paure inviando a ciascun essere umano un sms con la data della propria morte.

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LET’S MOVIE 265 – propone HUMAN e commenta RAMS

LET’S MOVIE 265 – propone HUMAN e commenta RAMS

HUMAN
di Yann Arthus Bertrand
Francia, 2015, ‘188
Mercoledì 25 / Wednesday 25
Ore 19:00 / 7 pm
Cinema Astra / Dal Mastro
Ingresso 5 Euri

 

Frozen Fellows,

Mi è capitato per le mani un articolo sulla crioterapia, la quale consiste nello spillarti 90 dollari per portare il tuo corpo a meno 160 gradi per 3 minuti. A quanto pare, il freddo è un posto che ti brucia il conto in banca, oltre a un sacco di grassi, la cellulite, e una quantità di altri elementi degni di essere prosciugati. In America ― o “Dove ti serializzo l’improbabile” ― stanno addirittura mettendo appunto una specie di armadio freezer (pensare che una volta lo si chiamava frigidèr) in cui al posto dei Bastoncini Findus, infili te stesso. E non stiamo parlando della solita cella frigorifera personale che si fanno costruire le star di Hollywood (pensare che una volta ci si costruiva la sauna), ma un vero e proprio mobile mimetizzabile con gli altri nell’arredamento.
Scusa mi prenderesti il vino? No, non lì, nel mobile accanto…Lì ci sta mio marito…  🙂
Se questa sia o meno l’ultima criotinata che l’industria estetica si sia inventata, lo scopriremo solo dopo gli effetti che la mancata ibernazione produce. Noi, che non siamo fatti della materia dei sogni ma dei bisogni ― Shakespeare non ne abbia a male per questa mia piccola variazionegoldberg al testo ― noi siamo gente compulsiva: gettata là fuori una novità, subito ne sviluppiamo la dipendenza. Ma come funziona con l’ibernazione? Si può smettere una volta che si è cominciato? E poi, non faceva male congelare e scongelare, scongelare e ricongelare?
La crioterapia in realtà porta alla luce una delle nostre più grosse patologie. La fissa per l’immortalità. L’affannosa quanto inutile corsa ad acciuffarla, che domina l’umanità. Eterni, ed eternamente belli. In una parola, divini ― e vi pare un caso che l’umanità abbia sempre creato divinità eterne? Se non puoi ottenere qualcosa, crea un’immagine che possegga quello che tu non puoi avere…io ve la butto lì, think about it…
Se essere eterni ― e divini ― è l’obbiettivo dell’umanità ― caduca e mortale per conformazione fisica ― c’è da dirlo, stiamo proprio freschi.
Quindi vedete, il freddo ha dominato le mie letture e il mio pensiero, e ha trovato rispondenza pure nel Lez Muvi della settimana.
“Rams” è ambientato in Islanda, in inverno. Freddo, molto. Non l’Islanda di Reikiavik, capitale hi-tech e iper-culturale e un passo sopra le altre ― be’ certo, di lassù… “Rams” si svolge in una remota comunità nel remoto nulla islandese. Non possiamo nemmeno parlare di “località” ma piuttosto d’insediamento. Come quando studiavamo l’alba delle comunità stanziali, quando le tribù nomadi cominciavano a familiarizzare, a far gruppo e a ritrovarsi, ma a rimanere comunque isolate le une dalle altre.
Per rimuovere l’impronta che quel paesaggio polarmente desolato ha impresso dentro di me ho impiegato una notte intera a riflettere sulle Fiji. Io, si sa, ho dei problemi personali di carattere esistenziale nei confronti di neve e ghiaccio e gomme invernali. Ma penso che un paesaggio come quello, per quanto affascinante, risulti anche estremamente pesante, nel senso che incide profondamente sulla vita, sui comportamenti e sui modi psicologici delle persone che lo subiscono ― non sarà un caso che i paesi nordici detengono il numero più alto di suicidi d’Europa (Svezia top of the list). Il rigore di quel clima e di quel territorio, di quel silenzio che dev’essere assordante, si riflette poi anche sulla psiche degli individui che lo abitano.
“Rams” coglie benissimo questo punto, ovvero la rigidità dei personaggi della piccola comunità protagonista ad adeguarsi ad una situazione che arriva dal mondo fuori e che li forza a un cambiamento. Per darvi l’idea di quello che succede: in questa minuscola comunità islandese di pastori di pecore si scopre che un montone ha contratto la scrapie, che è come la muccapazza del 199qualcosa, solo che al posto di una mucca ci sta un montone. Per evitare il contagio e la proliferazione del batterio, i veterinari ordinano di abbattere tutti gli ovini, una decisione che, per questi pastori, significa due anni di vacche magre (!!!) e, quasi sicuramente, la fine della loro attività e il trasferimento altrove. Questa decisione non sta bene a Gummy e Kiddy, due fratelli in bega da quarant’anni. Abitano a tipo 24 passi di distanza, ma non si parlano, e se si parlano si menano.
Ora avete il quadro. La More, il D-Bridge ― i miei Muviers presenti ― et moi non abbiamo impiegato molto a farcelo. E se vi aspettate un film nordico diverso dai tipici film nordici ― silenzi, tempi estesi, parole centellinate ― rimarrete delusi. Il regista Grimur Hákonarson ― lo scriverò qui di seguito per mandarlo a mente, tipo Board alla lavagna scrivi 20 volte Grimur Hákonarson Grimur Hákonarson Grimur Hákonarson… ― Grimur Hákonarson si serve di quella grammatica cinematografica per scrivere il suo film. Nulla di innovativo, stilisticamente. Allora perché vedere “Rams”? Perché il regista non fa nessun uso ridondante o virtuosistico di quella grammatica lì. Ha dei paesaggi mozzafiato a disposizione, una luce che parla all’uomo più di mille Talmud e Bibbie e Corani messi insieme. Eppure non c’è alcun intento neppur vagamente estetico. Non è l’Islanda per turisti, quella dei pacchetti tutto-avventura per gli occidentali vacanzieri che vuole il regista. A Grimur Hákonarson interessa il remoto, il piccolo, lo specifico. L’arcaico, anche. C’è questa sensazione. Come d’interruzione del tempo, e di scollamento da quello che è il nostro modo di esistere, comunicare, agire. Il cellulare, il computer, persino il telefono risultano strumenti fuori luogo, e infatti non trovano posto all’interno del film. Siamo nel nostro tempo ― lo capiamo da tanti particolari, come le automobili, uno smart-phone di un veterinario ― ma siamo anche in un tempo tutto loro. Significativamente, dietro la porta della cucina di Gummy c’è un calendario fermo al 1978. E avrebbe potuto essere anche il 1888. Avrebbe anche potuto non recare anno, come se “Rams” fosse un racconto epico, che un nonno pastore può raccontare al nipote, davanti al fuoco.
Il territorio e il clima, qui, non sono amici. Non regalano nulla. E coerentemente il regista Grimur Hákonarson non concede nessun regalo a noi. I paesaggi mozzafiato non suscitano in noi una banale e turistica ammirazione, il “Oooohhh Aaaahhh” davanti a un documentario di National Geografic sulle bellezze del luogo. Non è il paesaggio di sfondo. Qui il paesaggio è sempre in primo piano, è protagonista e detta legge ― tantissimi sono i campi lunghi, le immagini a largo respiro, come se il territorio invadesse ogni cm quadrato a sua disposizione. E infatti i personaggi che ci vivono sopra non hanno tempo di perdersi in chiacchiere. I sentimenti, qui, non si parlano. Si sentono e all’evenienza si tacciano. Ma si sentono, forti. Tutta questa forza, che viene censurata, zittita e rinviata, esplode, visivamente, nella scena finale. Un abbraccio di Gummy e Kiddy, nudi come l’uomo all’albore del tempo, rintanati dentro un tana scavata nella neve, sopra di loro la bufera che impazza. Cercano di farsi caldo, di combattere, con quei loro piccoli corpi nudi, il gigante del freddo che vorrebbe vincerli e spegnere, in quell’inferno di ghiaccio, quella piccola scintilla che è la loro vita. E loro, piccoli e nudi ― due vecchi bimbi ― ci provano, in ogni modo. Chi lo dice che l’epica nordica è solo Thor e Odino??
Ma naturalmente non c’è solo il riferimento alla tradizione nordica, ma anche alla biblica coppia. Gummy e Kiddy sono Caino e Abele che un caso di forza maggiore porta a rappacificare. Sono un po’ buffi, nella loro ostinazione. Buffi e allo stesso tempo tragici, mai grotteschi. Kiddy che si ubriaca, perde i sensi in mezzo alla neve, e viene raccolto e portato in ruspa all’ospedale dal fratello ― “in ruspa” significa, dentro nella benna della ruspa, e scaricato davanti all’entrata del Pronto Soccorso… Gummy che non riesce ad ammazzare tutte le sue pecore e ne salva otto, e le nasconde nel seminterrato, come un ragazzino che sottrae il cucciolo di gatto alle mani del nonno che vuole ammazzare l’intera cucciolata… La solitudine è colta nella sua duplice valenza in moltissimi dettagli, e mai drammatizzata o sbattuta in prima pagina. Due mollette appese a un filo di bucato, gravate dal ghiaccio. Gummy che si prepara la cena di Natale da solo e pasteggia da solo, e non c’è nessun tipo di giudizio proposto dalla camera da presa. Anzi, Gummy canticchia felice, mentre si prepara il suo banchetto. Un occhio mediterraneo nato e cresciuto in una società famiglio-centrica scorgerebbe una tristezza infinita dietro quest’uomo solo, che si cucina da solo, mangia a Natale da solo. Così solo! Mi vedo già uno squadrone di madri italiane pronte a partire alla volta del paesello islandese per salvarlo da quella situazione, le sporte piene di cibo “come Dio comanda”… A noi del sud Europa, commedianti e prefici, fa bene guardare un film così: ci dà modo di riconoscere un’emotività altra, che si esprime attraverso forme diverse, ma non per questo meno sentita. E’ solo regolata attraverso un sistema normativo che non toglie nulla al fuoco emotivo che arde in certi momenti ― come, appunto, la scena finale ― ma lo stempera, nel silenzio, nel non-detto.
E forse noi ciarlieri, noi tanto spaventati dall’horror vacui da volerlo riempire sempre a tutti i costi di parole e luoghi comuni, dovremmo leggere un po’ di più il silenzio…
Amen ( :-)).

E per questa settimana Lez Muvi ha due eventi speciali. Il primo è

HUMAN
di Yann Arthus Bertrand

All’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il film è stato trasmesso in sync con la sede delle Nazioni Unite a New York, Ban ki-Moon spettatore. C’ero anch’io, in sync da casa ― no questa è una balla ― ma ne ho visto un’oretta e qualcosa grazie a una preziosa soffiata ― e questa non è una balla.
“Human” è un album fotografico della nostra umanità in evoluzione, disgraziata e sublime, che tutti dovremmo sfogliare. La rassegna “Tutti nello stesso piatto” ce lo offre al cine, per intero e al modico prezzo di un cinquino d’Euro. Irrifiutabile.
Please.
Questa occasione rende speciale l’evento, così come l’orario fuori orario muviano, e la durata. 188 minuti, lo scandisco per bene. “Human” è in assoluto il Let’s Movie più lungo della storia.
Dovete esserci anche solo per dire “Io c’ero”… 😉
Fate uno sforzo.
Please.

L’altro evento è una première

LA FELICITA’ E’ UN SISTEMA COMPLESSO
di Gianni Zanasi
Italia, 2015, ‘117
Giovedì 26 / Thursday 26
Ore 21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro 

Qui la specialità sta nel fatto che il film è stato girato con il sostegno dell’Anarcozumi ― che opera per conto dell’MI6 e a volte della Trentino Film Commission 🙂 ―e nel fatto che due degli attori principali, che sono trentini, saranno presenti in sala. 🙂 Sicuramente ne avrete sentito parlare, anche perché il protagonista è Valerio Mastandrea, e quando Valerio Mastandrea è protagonista di qualcosa, quel qualcosa perde il qualunquismo e diventa sempre cosa di qualità.

Un altro evento sfornatoci dall’Anarco, si tiene questa sera, domenica, alle 7:30 pm, allo Smelly Modena: proiezione di IN FONDO AL BOSCO, di Stefano Lodovichi, con la presenza degli attori protagonisti Filippo Nigro e Camilla Filippi!
Io non so se riesco, ma voi, riusciteci!

Prima di lasciarvi all’agorà del Maelstrom, mi preme anche segnalarvi che gli amici diMovieday, hanno siglato una partnership molto guduriosa con il Torino Film Festival, che è in corso in questi giorni, dando la possibilità di vedere uno dei film proiettati al Festival a Torino QUI a Trentoville!
Per saperne di più, fate un giretto sul loro sito, www.movieday.it, e create un evento! 😉

E ora io rimarrei ancora a intrattenermi con voi e a segnalarvi cose, ma percepisco della premura, aldilà del vostro sguardo atterrito… 🙂 Tranquilli, vi libero… Non prima però del Movie Maelstrom presidenziale, dei riassunti ― prima o poi li stermineremo dalla faccia della terra, è una promessa, comandante ― e i saluti, oggi, articamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Nei giorni scorsi il President, grande estimatore di James Bond nonché sommo esperto della storiografia che lo riguarda, ha sentito la necessità di scrivermi un mirabile pippone per illustrarmi la sua prospettiva su “007 Spectre”, che si discosta dalla mia, e conferma la sua preparazione di livello pressoché accademico dell’universo bondiano. Di lì è nato uno scambio epistolare che ho avuto il piacere ― e il permesso ― di postare nel Baby Blog (il quale, non fosse alimentato ogni tanto dal Woody, sarebbe morto d’inedia da anni).
Se volete assistere a un dibattito tra un President e un Board ― ci fosse anche un Mega Direttore potremmo partire alla conquista del mondo 🙂 ― date un’occhiata qui http://www.letsmovie.it/2015/11/lets-movie-264-propone-rams-e-commenta-007-spectre/#comments
Grazie President!

HUMAN: Un documentario-introspezione sulla comunità di oggi ma soprattutto sull’individuo. Attraverso guerre, disuguaglianze, discriminazioni, ci poniamo di fronte alla realtà e alla diversità della nostra condizione umana. Oltre questo lato oscuro, le testimonianze mostrano l’empatia e la solidarietà che siamo in grado di offrire. Tutte queste contraddizioni sono nostre e ci portano a riflettere sul futuro che vogliamo dare a tutte le persone e del pianeta.

LA FELICITA’ E’ UN SISTEMA COMPLESSO: Enrico Giusti avvicina per lavoro dei dirigenti totalmente incompetenti e irresponsabili che rischiano ogni volta di mandare in rovina le imprese che gestiscono. Lui li frequenta, gli diventa amico e infine li convince ad andarsene evitando così il fallimento delle aziende e la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. E’ il lavoro più strano e utile che potesse inventarsi e non sbaglia un colpo, mai. Ma una mattina un’auto cade in un lago e tutto cambia.

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LET’S MOVIE 264 – propone RAMS e commenta 007 SPECTRE

LET’S MOVIE 264 – propone RAMS e commenta 007 SPECTRE

RAMS – Storia di due fratelli e otto pecore
di Grímur Hákonarson
Danimarca-Islanda, 2015, ‘92
Martedì 17 / Tuesday 17
Ore 21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro
Ingresso 5 Euri

 

Mipento Muviers

e pure mi dolgo e non già dei mie peccati, ma dei completi, quelli di 007, che ammiro più di 007 stesso ― questo, missione Spectre. E qui mi alzo in piedi e metto sotto torchio me stessa: una volta si faceva Kramer contro Kramer, oggi faccio Fruner contro Fruner. Perché ho notato un fenomeno, soprattutto durante il primo tempo di “007 Spectre”, un film che si pregia della totale mancanza di trama, che avanza nei 100 minuti a sua disposizione come un gigante di effetti speciali su due gambine di nulla.
Il fenomeno riguarda l’ascendente che il soggetto James Bond esercita.
Allora.
Il film può anche essere senza trama, senza testa, senza filo, senza tutto quello che vi pare (e lo è, credetemi, lo è), può annoiare, irritare, narcotizzare (e lo fa, credetemi, lo fa), eppure, l’essenza del suo protagonista, rimane comunque preservata da qualsiasi boArdata critica, e immune da qualsiasi ragionevole motto di stizza da cui noi donne dovremmo farci prendere. Noi donne del 2015 inveiamo contro la mercificazione del corpo femminile, contro la stereotipizzazione delle professionalità delle donne (al rogo la gabbia dell’eterna segretaria!), contro il machomanismo del maschio alfa che ti prendo-e-ti-mollo-quando-mi-pare, contro le armi e l’uso della violenza, contro gli action movies anche, tanto che sbuffiamo come degli Orient Express quando sentiamo nominare un Vien Diesel (e non per conflitto di combustibile). Eppure toh, parte quel jingle storico, s’intravede di lontano una sagoma che può benissimo dominare le passerelle di Pitti Uomo così come un ghiacciaio a 5000 metri, si sente stappare una bottiglia di champagne, spuntano un paio di mani che aggiustano due polsini ―sì sono morta e resuscitata anche stavolta― e noi (io) si capitola come Jennifer Lawrence sul secondo red carpet (!!).
Ho riflettuto su questo fenomeno che ci vuole donne du du du in cerca di guai. Cosa ci piace, veramente, dell’essenza bondiana, a prescindere da chi impersoni il personaggio, un Moore, un Connery, un Brosnan (be’ no lui no, pessimo) o un Craig? Ebbene, quello che frega l’essere femminile non è ciò che Bond NON è (fedele, presente, posato), ma ciò che Bond È (impavido, impeccabile, imbattibile) e che non vorremmo mai essere diversamente da ciò che è. James Bond non si cambia ― non è un marito, ne aspira a diventarlo. Deve rimanere sempre così. Dritto, dongiovannesco, semplicemente quello che vorremmo e poi non vogliamo. Quando l’essere maschile capirà i fiumi e i laghi e tutti i mondi che intercorrono fra “vorremmo” e “vogliamo”, un condizionale e un indicativo, capirà l’essenza dell’essere femminile.
Se sulla donna Bond fa questo effetto, l’effetto che si riscontra sull’uomo è duplice. Ci sono degli uomini che lo considerano un modello, una specie di mito ― in platea c’erano degli energumeni tipo Stephen Segal (stessa età e stazza) tutti esaltati e in evidente crisi d’astonmartin… 🙂 Bond è quello che loro non potranno mai essere, eppure per questo non rosicano. Al contrario. Guardare 007 all’opera è un po’ come guardare Batman, un supereroe, umano e non-umano insieme, che fa a botte con la Male senza versare una goccia di sangue, e quindi c’è quel misto di ammirazione da fan che blocca il meccanismo dell’invidia. Dall’altra parte ci sono quegli uomini che non lo sopportano ― lo schifano, sarebbe il termine. Trattasi molto spesso dell’intellettuale dem/ocristiano medio/cre. Per questo tipo di intellettuale la società dei consumi partorisce un fantoccio in smoking che viene idolatrato alla stregua di un Cristo, il quale in realtà è PALESEMENTE il prodotto del neoliberismo, l’eroe che si fa da solo ― pur facendosi delle donne-oggetto di cui si occuperanno le loro colleghe femministe offrendo le porte aperte dei loro collettivi ― e scriveranno tomi e tomi sull’involuzione delle simbologie cristologiche nel mondo moderno “privo di valori” e “unicamente votato all’apparire”…
Rubo il termine “involuzione” al critico dem/ocristiano per descrivere Spectre. Spectre è uno step-back di proporzioni gulliveriane rispetto al precedente episodio della saga.
In Skyfall avevamo visto il lato umano di Bond. Era invecchiato, non passava i test d’ammissione per ritornare nell’M6, non riusciva a sparare senza che il braccio gli tremasse. Un James Bond che assomigliava in tutto e per tutto a Bruce Wayne di “The Dark Knight”. Entrambi provati dalla vita, entrambi stanchi, e toccati dal dramma famigliare. Insomma uno 007 un po’ più vicino a noi. Questo non gli impediva, tuttavia, di finire in laghi ghiacciati e sotto terra, scampare alle pallottole, combattere a mani nude, essere inseguito, malmenato, pure sparato… La tradizione è pur sempre tradizione.
Ma ci era molto piaciuto, quel lato umano. In Spectre regrediamo invece all’Alfa del Maschio delle caverne. Credo che tra questo Bond e Rambo, la differenza stia solo negli outfit: se levaste la mimetica a John e lo infilaste in un guardaroba by Tom Ford, avreste un gemello di James. Soprattutto, questo Bond ha perso tutta l’ironia e l’autoironia, il tratto distintivo del personaggio sin dalla penna di Ian Fleming. E se spogliamo un marcantonio dall’autoironia, cosa ci rimane? Marche e Antonio. Appunto.

Non sono stata l’unica a rimanere delusa; lunedì c’erano un M6 di Muviani in cerca dell’ebbrezza, e poi rimasti a bocca asciutta. 🙁 L’Anarcozumi con Hugo The Boss, il Magnocarlo, il Giusenzaccento, il Granpa (udite udite, Bond-virgin, ovvero giunto illibato alla visione di Spectre ― quanto raro candore! :-)), la Vanilla e persino due Muviane che non vedevo da anni e anni, la Morales e la Brooklyn (e il fatto che io mi ricordi le loro cine-identità un po’ mi spaventa) 🙂

Guardate, io cercherei anche di riassumervi la trama, ce ne fosse una degna di essere riassunta. Tutto ruota attorno al capo dei capi del cattivo dei cattivi, tale innominabile Franz Oberhauser, che ha allestito un’organizzazione criminale internazionale che funziona alla perfezione, che agisce nell’ombra e che controlla ogni settore del pubblico e del privato… Qualcuno avrebbe dovuto spiegare al regista che questa cosa esiste da un po’ di tempo e si chiama Mafia. Forse qualcuno avrebbe anche dovuto mandargli le videocassette de “La Piovra”, giacché non vedo una gran differenza con la serie che tenne milioni di italiani incollati alla tele negli anni ’80, e l’idea poliposa al fondo di Spectre. Struttura delinquenziale tentacolare, un Bernardoprovenzano a capo di tutto… Sorry, what’s new under the sun?
Christoph Waltz nei panni di Oberhauser ― vi prego di non fare raffronti con Javier Bardem e il suo  magnifico cattivo in Skyfall in presenza di Waltz altrimenti non lo caviamo più dalla depressione ― vuole conquistare il mondo come ogni cattivo della Storia che si rispetti. L’unica differenza è che è pure una sorta di fratellastro di James. Questa scoperta poteva essere uno spiraglio resuscita-film. Invece il fatto rimane atrofizzato lì, non viene adeguatamente sviluppato né tantomeno sfruttato… Ma dopotutto, che il buon James Bond abbia come fratellastro il Bernardoprovenzano della criminalità organizzata mondiale è un puro dettaglio anagrafico ― se poi un Lukacs, su un conflitto parentale tra bene e male, ci abbia costruito sei film (guerre)stellari, son tutti skywalker suoi no, che gliene frega, a Mendes?
E sì chiediamocelo un po’, cosa, nello specifico, freghi a Mendes, con questo film. Questa è una domanda che giro ai Muviani presenti. Forse sfoggiare le abilità delle maestranze che gli hanno permesso di realizzare scene d’azione obbiettivamente spettacolari. L’apertura nella piazza centrale di Città del Messico, il corpo-a-corpo di James con un numero non pervenuto di cattivoni e soprattutto con un elicotterista, e il crollo di una palazzina del barocco messicano che avrà fatto impazzire la Sovrintendenza ai Beni Culturali del posto, l’inseguimento romano lungo una Via della Conciliazione notturna e deserta (sogno erotico di tutti i romani) con eiezione del conducente James e Aston Martin ammollo nel Tevere, i combattimenti su un treno in Africa (il treno in Africa non manca mai), il quartier generale del Male in mezzo al deserto, e la sua ovvia esplosione, sono tutti molto spettacolosi.
Ma purtroppo c’è una gran cosa che non funziona, oltre alla trama piatta. E sono le dosi. Le scene d’azione sono lunghe: la lunghezza non sarebbe un problema in sé, ma lo diventa quando non viene bilanciata o sostenuta da un impianto narrativo in grado di giustificarla. Se togliamo quest’impianto, rimaniamo con un Fast&Furious qualsiasi. Nulla di male, ma si facciano le dovute differenze.
Se nella prima parte siamo disposti ad accordare fiducia al film ― vedrai che prima o poi arriviamo da qualche parte ― col passare del secondo tempo capisci che l’unico posto in cui potrai arrivare è lo scontato dello schemino “il male perde, James vince, ci vediamo al prossimo giro”. E l’effetto collaterale delle dosi sbagliate comincia a farsi sentire. Le scene d’azione stomacano. James smette di essere l’eroe e diventa il bersaglio del nostro sarcasmo, così come le bond-girl che incontra in questo film.
Preferirei soprassedere sull’interpretazione di Monica Bellucci, ma da Board ho dei doveri da cui non posso sottrarmi. Cercate di rimanere attenti durante il film perché il numero di secondi in cui la Monica nazionale rimane in scena è davvero risicato, quindi se vi distraete un istante, capace che ve la perdiate. Il che, perversamente, sarebbe un vero peccato. Solo vedendola, e soprattutto sentendola ― doppiata da se stessa, un’ilare agonia che ci viene inflitta ― potete capire fino a che punto la mancanza di una brava attrice possa sentirsi. “Una Binoche, datemi una Juliette Binoche!”, strilla la scena, moribonda… Se le qualità attoriali della Bellucci sono sempre stata una mia grossa fonte di perplessità, lunedì ho avuto la conferma che un bel sedere e una bella bocca non fanno un’attrice. Non fanno nemmeno una donna. Fanno una Bellucci. Anche in questo caso, nulla di male, ma si facciano le dovute differenze.
Quanto all’altra girl, bah, bo’. Di lei ricordo soltanto il km che intercorreva tra i suoi due occhi. Per il resto, è un punto grigioperla dello splendido vestito che indossava sul treno. Qui però non è questione di recitazione. In questo caso, dietro l’attore, manca la scrittura del personaggio. Quindi, povero punto grigioperla, take it easy, it’s not your fault. 🙂

Dopo aver guardato “Spectre” mi sono chiesta seriamente se 007 abbia ancora ragione d’essere. La risposta è sì, malgrado tutto sì. Quando uscii in stato di grazia post-Skyfall, due anni fa, ne rimasi talmente entusiasta che scrissi un pippone grondante lodi sulla sceneggiatura e Sam Mendes e i polsini e Judi Dench miracolosa nel ruolo di M. Sono andata a riguardarmi il commento ― rileggermi è alquanto spaventoso! Voi siete dei bravehearts ― e scrissi questa cosa, riprendendo la somiglianza Batman-Bond: “Batman e Bond sono due forme mitiche dell’eroe non-eroe o non-solo-eroe. Per questo non muoiono. Sono eterni, perché sono eternamente riscrivibili da mani nuove. E questo se permettete, ci piace moltissimo. L’idea che la loro storia possa essere trasformata, ampliata, reinventata è un modo che garantisce all’arte della narrativa e a quella storia di rigenerarsi.”
Sono d’accordo con il Board di due anni fa, con la differenza che ora sono in deficit di entusiasmo nei confronti del Bond. E aggiungo che c’è sempre bisogno dell’equilibrio tra dionisiaco e apollineo che respiriamo accanto a James: physique du role e raffinatezza in parti uguali. Una combinazione più unica che rara…
Il prossimo 007, oltre a stendermi e resuscitarmi, deve farmi tornare a ridere di lui. E vorrei che i prossimi sceneggiatori, dopo l’anno di vacanza che si sono presi con Spectre ― un sabbatico non si nega a nessuno, via ― riflettessero su un personaggio che è sempre rimasto defilato, ma che secondo me ha del gran potenziale. Moneypenny. Dopo aver reso Q, l’inventore dei suoi gadget “particolari”, un simpatico geek ― quest’anno l’idea di sciogliere un sensore nel blood di James e renderlo smart è stata l’unica lampadina accesa in tutto il film ― la sola donna di cui Bond si fida, la fida Moneypenny, potrebbe essere una miniera di colpi di scena per il prossimo episodio. Scaviamo dietro di lei, vediamo cosa si nasconde dietro alla sua frugale irreprensibilità… 😉

E ora lasciamo Londra e trasferiamoci in Islanda,

RAMS – Storia di due fratelli e otto pecore
di Grímur Hákonarson

Vincitore della Sezione “Un Certain Regard” ―quella dei prodotti intellectually chic, per capirci― all’ultimo Festival di Cannes, il film è uscito regolarmente nelle sale la settimana scorsa, ma noi lucky&happy few ce lo becchiamo all’interno di “Tutti nello stesso piatto”. Il che vuol dire prendere parte alla rassegna, che è un festival, poter votare il film, e pure approfittare dell’ingresso a 5 Euri ― che farà la felicità dei tirchioni coi braccini che popolano ogni comunità che si rispetti e non, compreso Lez Muvi 🙂

Avete ragione, mi sono soffermata davvero troppo su 007, e ora voi lamentate un anchilosamento dei muscoli tiroidei che non posso proprio ignorare. Pertanto, giungo controvoglia alla fine di questo pippone, ma con l’obbligo di dire questo, e scusate il cambio di tono.
Quanto è successo a Parigi venerdì sera, e vissuto praticamente in diretta fino alle 3 del mattino, non è finito e non deve finire. Che questo atto continui nel pensiero. Mentre t’infili le scarpe o stendi il bucato. Mentre baci tuo figlio o ridi per una battuta. È questo, il ricordo e la sua custodia, che circoscrivono la dimensione dell’umano e marcano la nostra differenza con il disumano.
Che questi atti smettano là fuori e continuino senza fine dentro la nostra memoria.

E ora riassunto ovino, Maelstrom vaccino, e saluti, contritamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Mercoledì, insieme alla Vanilla e a un nuovo Fellow, Stefano detto The Village (identità scintillante tra New York e i borghi veneti, al quale ho estorto il permesso di gettarlo in Lez Muvi :-)), abbiamo visto “Tigers”, di Danis Tanovic, il film denuncia contro la Nestlé ― trasformata in “Lasta” nella realtà fittizia del film ― che racconta una storia vergognosamente vera. Pakistan, anni ’90. Servendosi di un branco di sales-men aggressivi ― tigri, appunto ― la Lasta compra a suon di regali i medici e i pediatri affinché prescrivano alle madri, senza motivazione alcuna, il latte artificiale in luogo di quello materno, causando così la morte di centinaia di migliaia di neonati in tutto il paese. Se siete interessati all’argomento, recuperatelo. Un’opera militante ― come tutto il cine di Tanovic ― non è una passeggiata, ma voi Moviers siete hikers livello “experienced”.;-)

RAMS: In una valle islandese isolata, Gummi e Kiddiley vivono fianco a fianco, badando al gregge di famiglia, considerato uno dei migliori del paese. I due fratelli vengono spesso premiati per le loro preziose pecore appartenenti a un ceppo antichissimo. Benché dividano la terra e conducano la stessa vita, Gummi e Kiddi non si parlano da quarant’anni. Quando una malattia letale colpisce il gregge di Kiddi, minacciando l’intera vallata, le autorità decidono di abbattere tutti gli animali della zona per contenere l’epidemia. E’ una condanna a morte per gli allevatori, per cui le pecore costituiscono la principale fonte di reddito, e molti abbandonano la loro terra. Ma Gummi e Kiddi non si arrendono……..

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LET’S MOVIE 263 – propone 007 SPECTRE e commenta TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY/SHE’S FUNNY THAT WAY

LET’S MOVIE 263 – propone 007 SPECTRE e commenta TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY/SHE’S FUNNY THAT WAY

007 – SPECTRE
di Sam Mendes
USA, 2015, ‘100
Lunedì 9/ Monday 9
Ore 21:00 / 9 pm
Cinema Nuovo Roma / Il Pornoroma

 

 

Fedeli Fellows,

Menomale che il cine è il nostro Dio e che non dobbiamo passare attraverso strutture dalla forma vaticaneggiante, che, si sta vedendo in questi giorni, fanno acqua (santa) da tutte le parti. Ogni volta che esce uno scandalo sulla Chiesa, e questo in modo particolare, o se un Pastore tedesco lascia la cuccia pontificia, non posso fare a meno di ricordare “Habemus Papam”, il film di Moretti, che inscenò le dimissioni di un pontefice un paio d’anni prima che il decimonono benedetto, prendesse le sue pantofoline rosse e il suo fido assistente, lasciasse San Pietro e si ritirasse nella dependance. Anche “Suburra” parte da lì, dalla fuga pontificia, ma certo “Suburra”, arriva dopo, ed è facile dire gatto quando ce l’hai nel sacco…
Più che scandalizzarmi, sentendo di una ristrutturazione di un attico manhattiano da 300 mila euri o di fondi dirottati da un ospedale a un volo in elicottero per un passeggero d’importanza cardinale, vi confesso di sentire un briciolo di soddisfazione fricicarmi nel còre. La verità, quando viene a galla, solleva sempre una bella sensazione di hype, insieme a un grosso polverone. Ora c’è da sperare nell’olio di gomito delle autorità giudiziarie. Io me ne rimango seduta in riva al fosso, o non tanto perché così cantava il Liga o perché io mi illuda di veder passare il cadavere ingioiellato della Chiesa. Questo non avverrà mai, Board forget about it. Ma perché dalla riva del fosso, si gode di una gran visuale sui fatti. E posso anche permettermi il lusso ― un bene che non va dichiarato nel 730, casomai mi stesse leggendo qualche CurIato ― di chiedermi come mai il Vaticano sia stato rappresentato così poco nel cinema, e di rispondermi con orrore. Tutti ci rispondiamo con orrore. Ci sono delle cose, in questo paese, che non si possono dire. Una è “Vàttenn’” se il soggetto parlante è madre devota a figlio fuori corso, e l’altra è la res vaticana. Se quella capitale è accettabile, mafia cardinale proprio no…
E chissà cosa sarà “Il papa giovane”, la serie tv che Sorrentino sta girando in questo periodo, con Jude Law come papa ― non so ma Jude Law nei panni d’un papa ha qualcosa di Padre Ralph di “Uccelli di rovo”, e mia madre che lo guardava nei profondi anni ’80, assentirebbe. In me alberga sempre la speranza che qualche coraggioso prenda il Vaticano e ci faccia sopra una gran parodia, una di quelle intelligenti, potentemente dissacranti, in un’operazione che emuli quello che M*A*S*H fece con la guerra. Oppure qualcosa di mai sperimentato, che leghi lo spirituale e il venale, chessò al diabolico… Del resto, a mostrare il mArcimonio ora ci pensano gli organi di stampa ― e il carrozzone di talk-show, programmi di approfondimento, blog e tweet e leaks etc. ― il cine si occupi d’altro. Ci manca una lingua affilata, il cuor di leone di un regista, l’occhio strabico di un bel visionario a far tremare San Pietro. Soprattutto l’irriverenza. Pensate un Von Trier che gira un film sul Vaticano… O un documentarista impertinente pronto a girare “Chiese chiuse. Che bordello!”…
Si avvii una campagna di crowd-funding, SUBITO! 🙂
Al solito parto da levante per arrivare a ponente non solo per ragioni di geografia creativa, ma perché tendo a ricondurre tutto ― tanto ― di quello che capita là fuori al cinema: una domanda che mi pongo spessissimo è “come racconterebbe, il cine, questa storia? C’è margine per un film?”. E passare da un’idea alla formazione di un cast di attori, location, costumi, and the Oscar goes to, è un attimo…

La Vanilla, la More, il Pizzo, lo Spaccato e lo Scaccomatto erano con me a “She’s Funny That Way” lunedì ― quando li trovo lì tutti schierati, i Muviers, la mia sensazione è quella di arrivare, transatlantica, in un porto alleato. 🙂
L’ultimo nella lista è stato il primo della classe stavolta. Usciti dalla sala lo Scacco dà voce al suo malcontento e dice no a Bogdanovich, no al minestrone che cucina mettendo insieme Plauto, Woody Allen, Shakespeare, la commedia degli equivoci, dell’arte, e tutta la storia di quella brillante anglosassone. Io, che apprezzo molto il malcontento altrui quando viene articolato con cotanti riferimenti cine-letterari, non ho potuto che dargli ragione. Il film ha dentro tutte le voci che ha elencato. Plauto, Woody Allen, Shakespeare, la commedia degli equivoci. Aggiungerei anche la commedia “sophisticated”, degli anni ’50 e la screwball comedy, che se non siete tanto pratici, è quella commedia “da svitati” (screwball) degli anni 30-40, che racconta di scaramucce fra innamorati soprattutto di classi diverse, che alla fine s’innamorano, il tutto condito con elementi farseschi ― se avete visto “Accadde una notte” di Frank Capra, avete presente il genere. Su tutte queste fonti, la più saccheggiata da Bogdanovich, secondo me, è Woody Allen. Il gusto dell’ironico, dell’assurdo, anche, i botta&risposta fiume, il ritmo sostenuto che tiene fino alla fine, l’eleganza dei dialoghi, sempre coerenti ma con quella virgola di follia che li rende sempre un po’ inaspettati. Tutto questo è Woody Allen ― prima del crollo degli ultimi anni, intendiamo. E io, al contrario dello Scacco, non ho trovato nel film un minestrone di deja-vu, quanto piuttosto un buon passato di cultura :-), che ho gustato fino all’ultimo. E sia per questo sapore alleniano che respiri, che per la meccanica di certe scene, la cui teatralità rende il testo un potenziale successo per i palchi di Broadway e non solo.
Dunque c’è questo impresario teatrale, Arnold, alla ricerca della protagonista per “Squirrels to the nuts”, “Scoiattoli alle noci”, la commedia che deve mettere in scena e in cui recita anche la moglie. Tutto può immaginare ma non che la escort che si è appena portato a letto si presenti al provino… Izzy, la escort ― che, guarda caso, dovrà anche interpretarne il ruolo nella commedia ― è la tipica innocente-non-illibata, dolce e svampita, una Marilyn del 2000, che ha un sogno da realizzare: diventare un’attrice. E ha anche la spensieratezza di farsi andare bene un lavoro “poco edificante” pur di realizzarlo. Il triangolo è una forma relazionale che s’incastra alla perfezione nella geometria della commedia, così come certi personaggi tipici: l’attore belloccio e seduttore che concupisce la moglie di Arnold, il bravo ragazzo innamorato della donna sbagliata, e la donna sbagliata, una psicoanalista nevrastenica, Jane Claremont, che l’amor di verità dovrebbe farmi chiamare “total bitch” ― irascibile, psicolabile, insopportabile ― e che in realtà è irresistibile! Così come il cortocircuito del caso che la porta ad accogliere in terapia guess-who, proprio Izzy, di cui nel frattempo, s’invaghisce il ragazzo di Jane…
Uno potrebbe ― forse dovrebbe ― andare a vedere “She’s funny that way” solo per la total bitch interpretata magnificamente da Jennifer Aniston. Non solo perché il suo livello di total-bitchiness viaggia sempre sul filo di lana tra l’inverosimile e il verosimilissimo ― c’è tutta una parte di newyorchesi che rivedranno molte conoscenti nel personaggio― ma anche perché regala perle di odiosità e scorrettezza che sognavamo dai tempi della diabolica Miranda Priestley. E secondo me Bogdanovich sapeva fin dall’inizio che la vera vincitrice del film non sarebbe stata Izzy, la bambolina protagonista, tanto carina quanto insignificante ― Izzy ha l’allure dei personaggi interpretati da Marilyn, ma NON è Marylin… La vera tigre ― be’, iena ― è Jane, ovvero quando il sogno di una donna si trasforma nel tuo peggior incubo, e quando un personaggio ti rimane impresso e non te lo togli piu’ di torno.
Parentesi. Ricordate la Rachel Green di Friends? La ragazza filiforme, il fisico asciutto. Ecco, non cercatela in alcun modo. Qualcuno deve aver soffiato un centinaio di bar all’interno del corpo della Aniston…siate preparati. Ma da donnina Michelin, risulta ancora più credibile nei panni dell’isterica, ancor più perfetta.

Il film è tutto di corsa. Tu stai dietro ai personaggi che fisicamente corrono da una parte all’altra di una romanticissima New York ― colori caldi, morbidi, della Grande Mela, una golden delicious ― e nel frattempo tieni il passo con le loro battute, che non smettono mai, non calano il ritmo nemmeno quando arriviamo ai due momenti climax del film. Il primo è la splendida scena corale in cui tutti i personaggi convergono all’interno di un ristorante e scoprono cosa realmente li lega l’uno all’altro ― un gran momento di teatro al cinema e di comicità in cui gli eventi dirottano in direzioni imprevedibili. L’altra è la scena finale, in cui gli eventi imprevedibilmente dirottati si mettono in sesto e Bogdanovich si prende addirittura la libertà di coronare il funny-ending con un cameo di Sir Quentin Tarantino.
“E’ telefonata”, ha aggiunto lo Scaccomatto nella lista di difetti che ha trovato nel film. Io per una volta sono rimasta al livello ground&foolish della significazione e ho pensato fra me e me, sì è telefonata, nel senso che il telefono è un mezzo centrali(ni)ssimo di questa commedia. 🙂 E non parlo dei soliti smart-phone ― ma non vi son venuti a noia?? I personaggi parlano continuamente a dei meravigliosi telefoni fissi, cornetta all’orecchio e filo nervosamente arricciato fra le dita. E’ un mezzo di comunicazione vintage che si sposa molto bene con le tinte retrò del film, il quale è tutt’un tributo al cinema del passato: il tormentone del dar “noccioline agli scoiattoli” ― che è pure la pièce teatrale di Arnold ― è tratta da Fra le tue braccia di Ernst Lubitsch (risaliamo al 1946): lo spezzone in bianco&nero è inserito a fine film. E mi va di riportarvelo, questo tormentone: dentro una confezione nonsense racchiude un cuore di sense molto profondo: “Nessuno può dirti qual’è il tuo posto: “qual’è il mio posto?”. Nessuno può stabilire questo. Lo vuoi sapere dov’è? È dove ti senti felice. Ecco qual’è il tuo posto e soltanto tu puoi giudicarlo. A Central Park, per esempio, certe persone danno le noci agli scoiattoli, ma se qualcuno si sente più felice nel dare gli scoiattoli alle noci, chi sono io per dire noci agli scoiattoli?”…
Sottofondo, lo sentite, c’è anche un tono di positività tutta frankcaprina ― e se siete allergici, meglio che cambiate sala ― e ancora di racconto con qualcosa di favoleggiante: la ragazza della periferia che da outsider diventa insider è una buona sintesi fra Cenerentola, Eliza Doolittle, Holly Golightly e Pretty Woman. E non mancano piccole lezioni da annotare sul vostro taccuino “Vita: Istruzioni per l’uso” che tutti noi ci portiamo dietro, tipo questa “Se non lasci andare via il passato, ti strangola il futuro” ― fuc*ing real instruction…

Non sarà il film che vi cambierà la vita, ma di certo vi può cambiare la serata. E non mi pare poco, come risultato! Quindi tra “Matrimonio al Sud” e “She is funny that way”, non abbiate dubbi su quale buttare giù dalla torre…

Questa settimana ero titubante… Ma alla fine mi sono decisa in nome di Bond, James Bond

007 – SPECTRE
di Sam Mendes

L’anno scorso ero morta e resuscitata davanti al gesto “mi sistemo i polsini” di James, poco importa che si fosse trovato sopra il tetto di un treno che sfrecciava verso il pericolo. Voglio vedere se James farà la grazia di stendermi e resuscitarmi con un solo gesto anche quest’anno. E questo è uno dei criteri di selezione del film (!). L’altro, valorizza la dimensione rituale e collettiva a cui la visione di uno 007 si rivolge ― un appuntamento classico, che accende sempre la curiosità dello spettatore.
A voi stabilire quale dei due criteri abbia esercitato più peso nella scelta finale… 🙂

Prima di lasciarvi alle grinfie della domenica sera ― che si mangia sempre tutto il weekend 🙁 ― vi segnalo il Maelstrom, oggi in versione “piatto ricco mi ci ficco”, e se avete la pazienza di visitarlo, capirete il perché. 😉
E guardate come procedo spedita alla chiusura…quasi non vi siete accorti della mia breve incursione nel vostro quotidiano domestico, vero? …

Non so quale utilizzo possiate cavare dal riassunto di 007, magari c’incartate l’ospite che dopo tre giorni puzza ― oggi soffro di confusione proverbiale, temo. Comunque, a prescindere da tutto, vi ringrazio sempre e sempre vi offro i miei saluti, oggi, religiosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

La settimana scorsa ha preso il via la VII Edizione di TUTTI NELLO STESSO PIATTO, il Festival Internazionale di Cinema Cibo & VideoDiversità, che si protrarrà fino al 29 novembre, http://www.tuttinellostessopiatto.it/.
Il Festival occupa due sale, il Teatro Sanbapolis e il Cinema Astra, con il nostro Mastro.
Ho dato un’occhiata al programma, ricchissimo, e vi segnalo tre film che non perderò. Se incontrano anche il vostro gusto, si banchetterà insieme 🙂

Mercoledì 11, TIGERS, Denis Tanovic, Astra, ore 9 pm
Martedì 17, RAMS, Grímur Hákonarson, Astra, ore 9 pm
Mercoledì 25, HUMAN, Yann Arthus-Bertrand, ‘188, Astra, ore 7 pm

Grazie a una dolcissima soffiata, ho visto parte di quest’ultimo, HUMAN, in streaming, il mese scorso. Credo sia uno degli oggetti più toccanti che mi siano mai capitati per le mani.
Segnatevelo, e NON MANCATE! Potrebbe anche diventare un Let’s Movie….

Per gli iperattivi domenicali, segnalo anche NOIO VOLEVAN SAVUAR, rassegna di film in lingua originale in calendario dall’8 al 22 novembre: quattro proiezioni di film in lingua originale in tre domeniche, alle 10:30, proposta dal Clm Bell, presso il Multisala Smelly Modena.
Questo il programma:                               
Il via l’8 novembre con “The King’s Speech”.Regia di Tom Hooper. Con Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy PearceCountry United Kingdom – 2010
Secondo appuntamento il 15 novembre con due proiezioni.
La prima: “Qu’est-ce qu’on a fait au Bon Dieu?”. Regia Philippe de Chauveron. Con Christian Clavier e Chantal Lauby. Francia – 2014.
La seconda: “Sein letztes Rennen”.Regia Kilian Riedhof. Con Dieter Hallervorden e Tatja Seibt. Germania 2013.
Si chiude il 22 novembre con “Relatos salvajes”. Regia Damián Szifrón. Con Ricardo Darín, Oscar Martínez, Leonardo Sbaraglia. Argentina 2014.
Dopo la proiezione: un aperitivo con la possibilità di conversare in lingua straniera.

007 SPECTRE: 007 Spectre è il 24° film di James Bond. Un messaggio criptico dal passato di bond porta l’agente 007 a seguire una pista per smascherare una minacciosa organizzazione. Mentre M lotta contro le forze politiche per tenere in vita i servizi segreti, Bond tenterà di aggirare numerosi inganni e svelare la terribile verità che si cela dietro Spectre.

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LET’S MOVIE 262 – propone TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY e commenta FRANCOFONIA e THE WALK

LET’S MOVIE 262 – propone TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY e commenta FRANCOFONIA e THE WALK

TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY
di Peter Bogdanovich
USA, 2014, ‘93
Lunedì 2 / Monday 2
21:30 / 9:30 pm
Astra / Dal Mastro

 

 

Fantozzi Fellows,

E’ d’obbligo dedicargli l’overture.
40 anni dal primo, a cui poi sono seguiti Secondi Tragici e Super e alla riscossa e pronti alla pensione. Chissà se Paolo Villaggio si sarebbe immaginato, 40 anni fa, che il suo Rag. Ugo, sarebbe sbarcato indenne ― anzi, in formissima ― nel terzo millennio? Di lui si potrebbero scrivere pagine e pagine, come personaggio che incarna l’italiano ― no, l’uomo ― medio moderno, quello piccolo piccolo e non borghese, quello timido, pavido ma che alla fine, sotto sotto, c’ha una tenerezza dentro e un cuore che te lo spezzano, il cuore. L’empatia che provi per lui, la provi perché ti rivedi in scene tipo il tuo corpo sprofondato in una poltrona in pelle umana davanti al Megadirettore e al suo ficus, oppure in gita a Venezia, dove un sacchetto di mais per piccioni ti costa 30.000 lire (e tu le paghi!) o nel sogno “Lasignorinasilvani”, l’alternativa fantastica allo sveglia&caffè / barba&bidet della dimensione domestica ― con una moglie molto pina e una figlia molto mariangela (diventati aggettivi di uso corrente). Ma Fantozzi Rag. Ugo, la vittima più illustre della legge di Murphy ― se la parte di una bici deve staccarsi, tranquillo che sarà il sellino ― colui che sempre si nasconde e sempre viene scovato ― lei, sì, lei, ci facci vedere… ― non smette di provarci. Scene irresistibili come Fantozzi dal dietologo tedesco e l’accusa “Tu mancia” davanti a un piatto di polpette mezzo vuoto, oppure Fantozzi alle prese con il Kotionkin della Corazzata, non attenuano minimamente la malinconia con cui lo guardiamo sospettare il tradimento della moglie davanti alla casa stipata di sfilatini, oppure a prendere le difese della sua babbuina, ehm bambina, derisa da tutti. Fantozzi ― Tozzi-Fan nella versione giappo ― c’est nous. E dato che non sono riuscita a rendergli omaggio andando a rivederlo al cine questa settimana ― era nelle sale con la versione restaurata di “Fantozzi” ― lo faccio qui con un micropippone.
Moltoumanalei.

Ma veniamo a noi, e vi avviso, andrà per le lunghe qui, perché oggi va così e c’ho troppe cose da dire. Il mio Buddha di riferimento mi ha già prospettato 18 reincarnazioni per espiare l’abuso che faccio del vostro tempo. Ha anche aggiunto, con quella sua espressione di lipidica trance, “18 è meglio di 19”.
Ecche gli vuoi dire, al Buddha?

Nella querelle “è la spazzatura ad esserci somministrata o siamo noi a lasciarcela somministrare”, io non sono per la prima. Credo nella volontà di potenza del singolo, e voglia Nietzsche lasciarmi la giacchetta, bitte. Non credo ci sia un circolo vizioso dentro cui siamo trascinati, senza possibilità di opporre la nostra forza. No. La nostra Forza ha la F maiuscola come quella di Star Wars, ed è un muscolo, più che un’entità astratta. Un deltoide, sort-of.
Sono tuttavia ben consapevole che se l’altro-da-trash non viene agevolato ― dalle case di distribuzione, dalle sale cinematografiche, dalla TV di Stato, dall’editoria ― e il piatto propone solo prodotti stupidi e istupidenti, allora le cose si complicano. E la Forza singola vacilla.
Nello specifico. Se a un film come “Francofonia” viene riservata la fine dei vostri jeans con le pinces (si legge “pèns”) ovvero un angolino remoto in soffitta, ovvero una proiezione UNA ― e per grazia del Santo Mastro e il suo accordo con la Settimana della Critica ― e se a un film come “Il sopravvissuto – The Martian” sono riservate 500 sale in tutta Italia e proiezioni a tutte le ore, siamo costretti a fare uno sforzo in più, ingegnarci con misure alternative. Tipo scaricare Francofonia da qualche piattaforma ― Netflix il primo della classe ― e tipo boicottare il Marziano così come sto facendo io da quando l’ho visto.
Questa settimana ho avuto la riprova della Forza. Il pezzo da 90 “Francofonia”, il cine d’essai spinto, ha portato in sala ben quattro Moviers: l’abbinamento sempre juicyVanilla & Chocolate, il Pizzo con Teresa, una Guest diventata immediatamente la Movier Modenella, e non solo perché, lo vedete, ha delle evidenti origini emiliano-romagnole, ma anche perché è bella come una top ― fenotipo di riferimento: Afef. Tutt’intorno una sala discretamente popolata: tenete sempre a mente che si tratta di Sokurov, inferiore, quanto a timore suscitato, al centroavanti di sfondamento Tarkovskij.
Il pezzo da 180 “The Walk”, il cine d’entartainment, stacco-la-mente-e-stop, al quale mi aspettavo folle e folle di giubilanti Muviani, ha portato in sala la Vanilla, la Honorary Member Mic da Vicenza ―in un Let’s Movie In-Sync calcolato al millimetro 🙂 ― e una manciata di altri spettatori, tanto manciata da farci sentire dei dispersi nella sala grande dello Smelly Modena.

I comportamenti della massa possono davvero interdire. Certo, “Francofonia” era gratis, e “The Walk” è capitato in una notte buia e tempestosa. Però questo non m’impedisce di bearmi nell’evidenza che il cinema d’essai spinto l’abbia spuntata ― possa spuntarla― sui pop-corn.

Com’era “Franconcofonia”? Mi sono sentita chiedere nei giorni successivi alla visione.
Eh, una roba mai vista, ho risposto io, regredendo alla prima media nella padronanza espositiva. Non mi spingerei fino a dire che Sokurov reinventa un genere. Ma posso con sicurezza affermare che scava uno spazio tra il documentario e la fiction, la museologia, la storia e la storia dell’arte a cui nessuno prima di lui aveva pensato. Sokurov fruga il Louvre e porta sullo schermo un episodio che credo solo gli addetti ai lavori conoscano: la collaborazione, e l’intesa, che il direttore del museo Jacques Jaujard e l’ufficiale tedesco Franziskus Wolff-Metternich strinsero durante l’occupazione nazista della Francia.
Non si pensa mai alle opere d’arte quando studi o rifletti su una guerra. La guerra è conseguenze pratiche, numero di vittime tra i soldati, condizioni penose per i civili, effetti psichici su tutti quanti. L’arte slitta in secondo piano, e non solo nella contingenza degli eventi, ma anche nella loro analisi postuma. Parlo per me, naturalmente: non mi sono mai domandata: ma il Louvre, il museo più visitato al mondo, il più conosciuto (se proprio non il più grande, che l’Hermitage quanto a km, non lo batte nessuno), il Louvre e i tesori che si porta appresso da secoli, come ha fatto durante la Seconda Guerra Mondiale? Ovviamente la domanda si estende a tutti i musei. E l’estensione prosegue ancora all’arte. Come fa, l’arte, durante la guerra?
Nella storia tra questi due individui illuminati, Jaujard e Metternich, è proprio il fatto che abbiano agito da soggetti pensanti, incuranti delle rispettive ideologie nazionali, e non da oggetti manovrati da ordini bellici, troviamo una grandissima prova di coscienza umana: questi due hanno trovato il modo di accordarsi affinché l’arte custodita nel Louvre non venisse toccata e potesse proseguire nel suo cammino verso il futuro, arrivando fino a noi. Allora, vi prego, aggiungiamo a Batman e Capitan Harlock questi due eroi, che magari non avranno avuto la bat-mobile in garage e navigato i mari del cosmo, ma che hanno garantito al cuore dell’umanità ― l’arte è il cuore dell’umanità― di continuare a battere.
Sokurov lega a questo filo narrativo principale ―ben distinguibile stilisticamente dal bianco e nero e da una banda laterale zigzagante― un paio di video-telefonate molto disturbate con il capitano di una nave che sta trasportando dei container pieni di opere d’arte, il mare forza 9 (o 18, insomma, grosso). Il nodo che unisce questi due fili, lo vedete, è quello della salvezza dell’arte: Jaujard e Metternich fecero in modo che i tesori millenari del Louvre traversassero incolumi la tempesta della guerra e l’oceano del tempo, così come il capitano di marina sta facendo con il suo cargo. Tutto questo è accompagnato da immagini di repertorio, ritratti ripresi all’interno del Louvre, filmati d’epoca, foto di Tolstoj e Stalin, e l’interno del Louvre stesso, e soprattutto dalla voce del regista, una presenza sonora fondamentale nel film, più di quella di un personaggio in carne e ossa. Il regista compare anche fisicamente nel suo studio e in altre scene, e questo suo mettere se stesso dentro il film, voce e corpo, per me è un modo di dire allo spettatore, “sono qui”. Non faccio un documentario su una materia esterna da me. È una materia che mi tocca, è una materia di cui faccio parto, sia come artista sia come uomo. È una materia che CI tocca, tutti, europei, non-europei, mondo. Mi casa es tu casa.

Ma a Sokurov non basta. È un visionario, non può accontentarsi di immaginare i dialoghi fra due personaggi storici realmente esistiti ma sconosciuti ― che sarebbe stato già tanto. Si diverte anche a trasformare la Marianna di Francia ― nientepopodimenoche ― in un disco rotto che ripete senza sosta il ritornello Liberté-Egalité-Fraternité. Come se l’unico concetto che le riuscisse d’articolare sia questo. O forse, come se quella triade fosse l’UNICA cosa che contasse. Interpretazione splendidamente aperta… Sta di fatto che questa Marianna pappagalla è molto comica, e fa da spalla ad un altro personaggio che par uscito dal Derby ―non Milan-Inter, mi riferisco allo storico locale di Milano in cui si formarono i comici dell’assurdo degli anni ’70, Jannacci, Cochi&Renato, Gaber…  Un Napoleone tronfio e borioso, pinguino come non mai nella sua classica uniforme beige e blè, il cappello a goletta, l’ego mastodontico dentro la statura inesistente. Così come la pappagalla Marianna è ferma su Egalité-Liberté-Fraternité, Napoleone ha un’unica idea fissa in testa: “C’est moi”, che ripete over and over, con un effetto esilarante, e molto emblematico sul tipo di (d)io che l’imperatore si portava a spasso. Dopotutto basta un “c’est moi” ripetuto con piglio bonapartiano, a sintetizzare non solo il personaggio, ma anche, per analogia, la campagna di saccheggio che la Francia napoleonica organizzò ai danni di Italia, Africa, tutti i paesi che subirono il passaggio francese e l’avidità del piccoletto.
“Francofonia” fa della controversia, e della controversia iscritta nella storia, un argomento centrale del suo dire. La storia è una ruota, sembra dirci Sokurov. La Francia ha depredato paesi e ora viene depredata dal nazismo, ma la storia non ha alcun ruolo educativo ― il famoso tormentone della magistra vitae. Se possiamo fare qualcosa è prenderci cura della memoria, e dell’arte. Perché sono loro, memoria, arte, e quindi cultura, a salvare le generazioni dalla barbarie a cui le generazioni, masochisticamente e insensatamente, si sottopongono. Solo arte e cultura travalicano la politica, la trincea, mettono a un tavolo un tedesco e un francese in piena guerra ― non in una barzelletta ― e li fanno giungere a un accordo. E non c’è alcuna nostalgia o afflato passatista nella voce di Sokurov. Benché maneggi la storia e incoraggi la preservazione della memoria, il film è radicato nel presente, tanto che uno dei suoi primi statement è “Non voglio parlare del passato. Parliamo solo del presente”. Gli artisti veri sono quelli con le spalle cariche e lo sguardo avanti.
Non so se ho reso l’idea. Forse bastava mi fermassi a “roba mai vista” per commentare “Francofonia”…. Ma mi andava di farvi venire voglia di non scordarlo. Se non proprio di vederlo, almeno di non scordare che esiste.

Ho citato prima “gli eroi” Metternich e Jaujard. Be’, in misura diversa e in contesto diverso e con le dovute cautele, anche Philippe, il protagonista di “The Walk” è un eroe, una specie. Provatevi voi a: tirare 42 m di fune da Torre Gemella a Torre Gemella mentre le Gemelle sono ancora in corso d’opera (siamo nel 1974); passeggiare da una Torre all’altra per 8 volte, non una, OTTO, e, nel corso delle otto passeggiate, inchinarvi, sdraiarvi ― sdraiarvi! ― sul filo e ignorare l’elicottero dei cops che ti vola sopra la testa con quel leggero spostamento d’aria di cui gli stolidi cops s’infischiano.
Un eroe è uno che fa cose eroiche. Ho trovato che queste cose ― il piano rocambolesco per sistemare il filo e le otto passeggiate a 100 m d’altezza ― siano, a loro modo, eroiche.
Confesso che in “The Walk” la componente “storia vera” è fondamentale. Non sarei mai andata a vederlo se si fosse trattato di pura finzione. Vai a vederlo per guardare con i tuoi occhi la follia di compiere un gesto del genere, così privo di senso e paradossalmente con così tanto senso che sei a rischio schizofrenia tutto il tempo. E il senso deriva dal considerare tutta l’operazione un gesto artistico, una specie di happening, un’opera d’arte in movimento.
Si consideri quel che si consideri, questa storia ti fa raggiungere una conclusione elementare, “Se s’è camminato per otto volte su un filo tra due torri alte 100 m, allora si può fare tutto” ― una conclusione che a tanta americanità piace. E anche a noi europei disincantati un po’ piace, ammettiamolo…
Per quanto Joseph Gordon-Leavitt mi garbi molto come attore, il suo personaggio ha un taglio troppo da buffoncello per i miei gusti ― immagino ritagliato sul vero Philippe Petite, funambolo e pazzo di professione ― e nemmeno il ripercorre la storia della sua vita raccontandocela dalla torcia della Statua della Libertà (!) attraverso un flash-back a tinte assai fiabesche e autocompiaciute incontra il mio gusto.
Ma Zemeckis sa come costruire una tensione difficilmente costruibile: dato che Philippe ci racconta la storia, sappiamo sin dall’inizio che non si schianterà, quindi il rischio “noia” sarebbe sempre in agguato. Invece, no, non ti annoi, e se riesci a far pace con delle indubbie ridicolaggini proprie di Philippe e delle forzature nei personaggi che lo circondano, l’ultima mezz’ora è entertainment duro e puro!
Siamo al fianco di un funambolo, mentre cammina a 100 metri d’altezza e sotto di lui si stende New York, pronta ad accogliere la frittata in cui potrebbe trasformarsi a ogni passo. Siamo lì accanto a lui ― e questo cos’è se non cinema? L’effetto è davvero impressionante ― chi soffre di vertigini o scappa dalla sala o guarisce ― grazie anche al 3D, un benefit a cui rinunciare sarebbe davvero da braccini troppo corti, e per una volta tanto non mi ha fatto rimpiangere nessun Travelgum. Io e la Vanilla non riuscivamo a credere ai nostri occhialini. Soprattutto, non riesci a credere che Philip, quello vero, possa averlo fatto. Otto volte avanti e indietro. Semplicemente non puoi crederci.
Il film non ti chiede altro: non risponde a domande più grandi, per esempio cosa stia dietro l’ossessione di quest’uomo per spingerlo a compiere un gesto che ha il 99.9% delle possibilità di finire in tragedia. Di quelle domande dicono se ne sia occupato “Man on Wire”, il documentario che James Marsh girò nel 2008, e che vinse l’Oscar.
Va bene così. In “The Walk” mi si dà questo, thrill&fun, non mi viene promesso nient’altro. I take what I buy.
Quindi se magari vi capita una serata buia e tempestosa ― fuori e dentro ― quattro passi fra le nuvole di Wall Street e del sano cardiopalma potrebbero rimettervi in sesto. 🙂

E ora Fellows, lo attendiamo da Venezia 2014 (un anno!)

TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY
di Peter Bogdanovich

È una commedia, Muviani! Una di quelle sullo stile Lubitch, che ci piace tanto ― ricordate “Ninotchka” e “Vogliamo ridere?”. Il titolo originale, con cui mi riferirò al film d’ora e per sempre amen, è “She is funny that way”, ben più felice dei soliti fatalistici accadibili di cui non se ne può più.
Il film stese dalle risate le platee critiche della Mostra del Cinema lo scorso anno. Io me l’ero appuntato, conscia che vederlo sul grande schermo avrebbe richiesto mesi e mesi di santa pazienza, visti i qui-comando-io della distribuzione. Ma alla fine questa-è-casa-mia, e l’abbiamo spuntata 🙂
La domanda che ciascuno di voi si deve porre è. Voglio perdermelo?
Ecco, se sollevate lo sguardo in questo istante, ci sono io che vi guardo con l’espressione “Ma ché stai a scherzà??”. 🙂

Prima di salutarvi, sempre con quel misto di dispiacere e contrizione (per aver abusato di voi), vi annuncio, con napoleonica soddisfazione, che il Fellow vostro collega, il The Shoe-Must-Go-On (che razza di spettacolo di cine-identità!), ha risposto al mio appello della settimana scorsa su “The Lobster”! Ricordate le mie perplessità? Il mio “Mi fate la cortesia di andare a vederlo e di dirmi cosa ne pensate? [email protected]”. Be’, il nostro Fellow ha fatto la cortesia di vederlo e dirmi cosa ne ha pensato 🙂 E con quanta dovizia, ragazzi! Io m’inchino. Leggete per credere.
Muviers, fate anche voi come lui. Riducetemi a un eterno inchino, fate di me un Bow Board! 😉

Ora scappo proprio. Il menu prevede riassunto sbobba, Maelstrom crème de la crème, ringraziamenti per ammazzacaffé e saluti, questa sera moltoumanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

The Shoe-Must-Go-On, ecco, i Muviani sono tuuuuuutti tuoi 🙂

Caro Board,

non posso esimermi dal commentare l’ultimo Lanthimos dopo aver letto la tua richiesta odierna. Iniziamo col dire che a me lui piace, il suo cinema d’autore credo faccia parte della categoria: “o li odi o t’incuriosiscono parecchio”, tesi confermata in parte dal Mastro che mi ha raccontato di gente che è uscita dalla sala schifata a metà film o molto contrariata a fine pellicola in risposta ad altri (come me) che sono usciti, si sono presi un caffè e sono rimasti su uno sgabello a pensare. Tornando allo stile del regista io lo adoro perchè avevo già visto il suo primo lungometraggio: Kynodontas (“Dogtooth” in inglese), che in quanto a “orrore e spaesamento” è in realtà molto simile a The Lobster, basta vedere il trailer per credere: https://www.youtube.com/watch?v=QFtDzK64-pk
Devo ancora vedere “Alps” per essere sicuro al 100% di quello che sto per dire, ma credo che il regista usi molto la violenza e giochi molto su crudeltà e rigidità oltre ad ogni limite per dare un’impronta forte al suo messaggio, per attirare quindi l’attenzione di chi dovrebbe ascoltare il suo parere e la sua visione sul mondo. Con Lobster secondo me vuole mettere in discussione gli schemi predefiniti della società odierna, basata (spesso ma non sempre) sulle cose che gli altri si aspettano da te e su schemi rigidi pre-fabbricati che vengono talvolta donati o imposti in maniera velata alle persone come “dogmi-esistenziali” spesso ingiusti e che tendono a reprimere le peculiarità ed i sogni dei singoli, anche se in realtà molto fragili se sollecitati a dovere. Lanthimos secondo me vuole andare contro la pubblicità della Pampers, quella che diceva: nasce, cresce, corre… “Perchè devo correre??? Io voglio nascere, crescere e giocare coi Lego, no di certo fare running come mi obbliga la pubblicità!!!”.
Scherzi a parte, in definitiva credo che questo regista greco sia l’espressione di un paese di pensatori e uomini di cultura che sta soffrendo ed ha sofferto molto negli ultimi decenni di malanni economici ed è per questo che usa le “maniere forti” per portare al mondo il proprio messaggio di sdegno. A supporto di quest’ultima affermazione c’è la “violenza cinematografica” utilizzata anche da un suo connazionale (Alexandros Avranas) con il film Miss Violence.

Pippone in salsa tzatziki finito.

Applausi e inchino!

TUTTO PUO’ ACCADERE A BRODWAY: Isabella “Izzy” Patterson (Imogen Poots) è una giovane squillo che aspira a diventare attrice. O piuttosto una giovane attrice che si arrangia a sbarcare il lunario. Una notte s’imbatte in Arnold Albertson (Owen Wilson), affermato regista con passioni da filantropo. Arnold le offre 30.000$ per coltivare i suoi sogni e realizzare se stessa. Si innesca così una girandola di eventi inaspettati ed incredibili equivoci che cambieranno la vita di tutte le persone che Izzy conosce, dalla sua stralunata psicanalista (Jennifer Aniston) fino ad un misterioso detective (George Morforgen).

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