Posts made in Novembre 15th, 2015

LET’S MOVIE 264 – propone RAMS e commenta 007 SPECTRE

LET’S MOVIE 264 – propone RAMS e commenta 007 SPECTRE

RAMS – Storia di due fratelli e otto pecore
di Grímur Hákonarson
Danimarca-Islanda, 2015, ‘92
Martedì 17 / Tuesday 17
Ore 21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro
Ingresso 5 Euri

 

Mipento Muviers

e pure mi dolgo e non già dei mie peccati, ma dei completi, quelli di 007, che ammiro più di 007 stesso ― questo, missione Spectre. E qui mi alzo in piedi e metto sotto torchio me stessa: una volta si faceva Kramer contro Kramer, oggi faccio Fruner contro Fruner. Perché ho notato un fenomeno, soprattutto durante il primo tempo di “007 Spectre”, un film che si pregia della totale mancanza di trama, che avanza nei 100 minuti a sua disposizione come un gigante di effetti speciali su due gambine di nulla.
Il fenomeno riguarda l’ascendente che il soggetto James Bond esercita.
Allora.
Il film può anche essere senza trama, senza testa, senza filo, senza tutto quello che vi pare (e lo è, credetemi, lo è), può annoiare, irritare, narcotizzare (e lo fa, credetemi, lo fa), eppure, l’essenza del suo protagonista, rimane comunque preservata da qualsiasi boArdata critica, e immune da qualsiasi ragionevole motto di stizza da cui noi donne dovremmo farci prendere. Noi donne del 2015 inveiamo contro la mercificazione del corpo femminile, contro la stereotipizzazione delle professionalità delle donne (al rogo la gabbia dell’eterna segretaria!), contro il machomanismo del maschio alfa che ti prendo-e-ti-mollo-quando-mi-pare, contro le armi e l’uso della violenza, contro gli action movies anche, tanto che sbuffiamo come degli Orient Express quando sentiamo nominare un Vien Diesel (e non per conflitto di combustibile). Eppure toh, parte quel jingle storico, s’intravede di lontano una sagoma che può benissimo dominare le passerelle di Pitti Uomo così come un ghiacciaio a 5000 metri, si sente stappare una bottiglia di champagne, spuntano un paio di mani che aggiustano due polsini ―sì sono morta e resuscitata anche stavolta― e noi (io) si capitola come Jennifer Lawrence sul secondo red carpet (!!).
Ho riflettuto su questo fenomeno che ci vuole donne du du du in cerca di guai. Cosa ci piace, veramente, dell’essenza bondiana, a prescindere da chi impersoni il personaggio, un Moore, un Connery, un Brosnan (be’ no lui no, pessimo) o un Craig? Ebbene, quello che frega l’essere femminile non è ciò che Bond NON è (fedele, presente, posato), ma ciò che Bond È (impavido, impeccabile, imbattibile) e che non vorremmo mai essere diversamente da ciò che è. James Bond non si cambia ― non è un marito, ne aspira a diventarlo. Deve rimanere sempre così. Dritto, dongiovannesco, semplicemente quello che vorremmo e poi non vogliamo. Quando l’essere maschile capirà i fiumi e i laghi e tutti i mondi che intercorrono fra “vorremmo” e “vogliamo”, un condizionale e un indicativo, capirà l’essenza dell’essere femminile.
Se sulla donna Bond fa questo effetto, l’effetto che si riscontra sull’uomo è duplice. Ci sono degli uomini che lo considerano un modello, una specie di mito ― in platea c’erano degli energumeni tipo Stephen Segal (stessa età e stazza) tutti esaltati e in evidente crisi d’astonmartin… 🙂 Bond è quello che loro non potranno mai essere, eppure per questo non rosicano. Al contrario. Guardare 007 all’opera è un po’ come guardare Batman, un supereroe, umano e non-umano insieme, che fa a botte con la Male senza versare una goccia di sangue, e quindi c’è quel misto di ammirazione da fan che blocca il meccanismo dell’invidia. Dall’altra parte ci sono quegli uomini che non lo sopportano ― lo schifano, sarebbe il termine. Trattasi molto spesso dell’intellettuale dem/ocristiano medio/cre. Per questo tipo di intellettuale la società dei consumi partorisce un fantoccio in smoking che viene idolatrato alla stregua di un Cristo, il quale in realtà è PALESEMENTE il prodotto del neoliberismo, l’eroe che si fa da solo ― pur facendosi delle donne-oggetto di cui si occuperanno le loro colleghe femministe offrendo le porte aperte dei loro collettivi ― e scriveranno tomi e tomi sull’involuzione delle simbologie cristologiche nel mondo moderno “privo di valori” e “unicamente votato all’apparire”…
Rubo il termine “involuzione” al critico dem/ocristiano per descrivere Spectre. Spectre è uno step-back di proporzioni gulliveriane rispetto al precedente episodio della saga.
In Skyfall avevamo visto il lato umano di Bond. Era invecchiato, non passava i test d’ammissione per ritornare nell’M6, non riusciva a sparare senza che il braccio gli tremasse. Un James Bond che assomigliava in tutto e per tutto a Bruce Wayne di “The Dark Knight”. Entrambi provati dalla vita, entrambi stanchi, e toccati dal dramma famigliare. Insomma uno 007 un po’ più vicino a noi. Questo non gli impediva, tuttavia, di finire in laghi ghiacciati e sotto terra, scampare alle pallottole, combattere a mani nude, essere inseguito, malmenato, pure sparato… La tradizione è pur sempre tradizione.
Ma ci era molto piaciuto, quel lato umano. In Spectre regrediamo invece all’Alfa del Maschio delle caverne. Credo che tra questo Bond e Rambo, la differenza stia solo negli outfit: se levaste la mimetica a John e lo infilaste in un guardaroba by Tom Ford, avreste un gemello di James. Soprattutto, questo Bond ha perso tutta l’ironia e l’autoironia, il tratto distintivo del personaggio sin dalla penna di Ian Fleming. E se spogliamo un marcantonio dall’autoironia, cosa ci rimane? Marche e Antonio. Appunto.

Non sono stata l’unica a rimanere delusa; lunedì c’erano un M6 di Muviani in cerca dell’ebbrezza, e poi rimasti a bocca asciutta. 🙁 L’Anarcozumi con Hugo The Boss, il Magnocarlo, il Giusenzaccento, il Granpa (udite udite, Bond-virgin, ovvero giunto illibato alla visione di Spectre ― quanto raro candore! :-)), la Vanilla e persino due Muviane che non vedevo da anni e anni, la Morales e la Brooklyn (e il fatto che io mi ricordi le loro cine-identità un po’ mi spaventa) 🙂

Guardate, io cercherei anche di riassumervi la trama, ce ne fosse una degna di essere riassunta. Tutto ruota attorno al capo dei capi del cattivo dei cattivi, tale innominabile Franz Oberhauser, che ha allestito un’organizzazione criminale internazionale che funziona alla perfezione, che agisce nell’ombra e che controlla ogni settore del pubblico e del privato… Qualcuno avrebbe dovuto spiegare al regista che questa cosa esiste da un po’ di tempo e si chiama Mafia. Forse qualcuno avrebbe anche dovuto mandargli le videocassette de “La Piovra”, giacché non vedo una gran differenza con la serie che tenne milioni di italiani incollati alla tele negli anni ’80, e l’idea poliposa al fondo di Spectre. Struttura delinquenziale tentacolare, un Bernardoprovenzano a capo di tutto… Sorry, what’s new under the sun?
Christoph Waltz nei panni di Oberhauser ― vi prego di non fare raffronti con Javier Bardem e il suo  magnifico cattivo in Skyfall in presenza di Waltz altrimenti non lo caviamo più dalla depressione ― vuole conquistare il mondo come ogni cattivo della Storia che si rispetti. L’unica differenza è che è pure una sorta di fratellastro di James. Questa scoperta poteva essere uno spiraglio resuscita-film. Invece il fatto rimane atrofizzato lì, non viene adeguatamente sviluppato né tantomeno sfruttato… Ma dopotutto, che il buon James Bond abbia come fratellastro il Bernardoprovenzano della criminalità organizzata mondiale è un puro dettaglio anagrafico ― se poi un Lukacs, su un conflitto parentale tra bene e male, ci abbia costruito sei film (guerre)stellari, son tutti skywalker suoi no, che gliene frega, a Mendes?
E sì chiediamocelo un po’, cosa, nello specifico, freghi a Mendes, con questo film. Questa è una domanda che giro ai Muviani presenti. Forse sfoggiare le abilità delle maestranze che gli hanno permesso di realizzare scene d’azione obbiettivamente spettacolari. L’apertura nella piazza centrale di Città del Messico, il corpo-a-corpo di James con un numero non pervenuto di cattivoni e soprattutto con un elicotterista, e il crollo di una palazzina del barocco messicano che avrà fatto impazzire la Sovrintendenza ai Beni Culturali del posto, l’inseguimento romano lungo una Via della Conciliazione notturna e deserta (sogno erotico di tutti i romani) con eiezione del conducente James e Aston Martin ammollo nel Tevere, i combattimenti su un treno in Africa (il treno in Africa non manca mai), il quartier generale del Male in mezzo al deserto, e la sua ovvia esplosione, sono tutti molto spettacolosi.
Ma purtroppo c’è una gran cosa che non funziona, oltre alla trama piatta. E sono le dosi. Le scene d’azione sono lunghe: la lunghezza non sarebbe un problema in sé, ma lo diventa quando non viene bilanciata o sostenuta da un impianto narrativo in grado di giustificarla. Se togliamo quest’impianto, rimaniamo con un Fast&Furious qualsiasi. Nulla di male, ma si facciano le dovute differenze.
Se nella prima parte siamo disposti ad accordare fiducia al film ― vedrai che prima o poi arriviamo da qualche parte ― col passare del secondo tempo capisci che l’unico posto in cui potrai arrivare è lo scontato dello schemino “il male perde, James vince, ci vediamo al prossimo giro”. E l’effetto collaterale delle dosi sbagliate comincia a farsi sentire. Le scene d’azione stomacano. James smette di essere l’eroe e diventa il bersaglio del nostro sarcasmo, così come le bond-girl che incontra in questo film.
Preferirei soprassedere sull’interpretazione di Monica Bellucci, ma da Board ho dei doveri da cui non posso sottrarmi. Cercate di rimanere attenti durante il film perché il numero di secondi in cui la Monica nazionale rimane in scena è davvero risicato, quindi se vi distraete un istante, capace che ve la perdiate. Il che, perversamente, sarebbe un vero peccato. Solo vedendola, e soprattutto sentendola ― doppiata da se stessa, un’ilare agonia che ci viene inflitta ― potete capire fino a che punto la mancanza di una brava attrice possa sentirsi. “Una Binoche, datemi una Juliette Binoche!”, strilla la scena, moribonda… Se le qualità attoriali della Bellucci sono sempre stata una mia grossa fonte di perplessità, lunedì ho avuto la conferma che un bel sedere e una bella bocca non fanno un’attrice. Non fanno nemmeno una donna. Fanno una Bellucci. Anche in questo caso, nulla di male, ma si facciano le dovute differenze.
Quanto all’altra girl, bah, bo’. Di lei ricordo soltanto il km che intercorreva tra i suoi due occhi. Per il resto, è un punto grigioperla dello splendido vestito che indossava sul treno. Qui però non è questione di recitazione. In questo caso, dietro l’attore, manca la scrittura del personaggio. Quindi, povero punto grigioperla, take it easy, it’s not your fault. 🙂

Dopo aver guardato “Spectre” mi sono chiesta seriamente se 007 abbia ancora ragione d’essere. La risposta è sì, malgrado tutto sì. Quando uscii in stato di grazia post-Skyfall, due anni fa, ne rimasi talmente entusiasta che scrissi un pippone grondante lodi sulla sceneggiatura e Sam Mendes e i polsini e Judi Dench miracolosa nel ruolo di M. Sono andata a riguardarmi il commento ― rileggermi è alquanto spaventoso! Voi siete dei bravehearts ― e scrissi questa cosa, riprendendo la somiglianza Batman-Bond: “Batman e Bond sono due forme mitiche dell’eroe non-eroe o non-solo-eroe. Per questo non muoiono. Sono eterni, perché sono eternamente riscrivibili da mani nuove. E questo se permettete, ci piace moltissimo. L’idea che la loro storia possa essere trasformata, ampliata, reinventata è un modo che garantisce all’arte della narrativa e a quella storia di rigenerarsi.”
Sono d’accordo con il Board di due anni fa, con la differenza che ora sono in deficit di entusiasmo nei confronti del Bond. E aggiungo che c’è sempre bisogno dell’equilibrio tra dionisiaco e apollineo che respiriamo accanto a James: physique du role e raffinatezza in parti uguali. Una combinazione più unica che rara…
Il prossimo 007, oltre a stendermi e resuscitarmi, deve farmi tornare a ridere di lui. E vorrei che i prossimi sceneggiatori, dopo l’anno di vacanza che si sono presi con Spectre ― un sabbatico non si nega a nessuno, via ― riflettessero su un personaggio che è sempre rimasto defilato, ma che secondo me ha del gran potenziale. Moneypenny. Dopo aver reso Q, l’inventore dei suoi gadget “particolari”, un simpatico geek ― quest’anno l’idea di sciogliere un sensore nel blood di James e renderlo smart è stata l’unica lampadina accesa in tutto il film ― la sola donna di cui Bond si fida, la fida Moneypenny, potrebbe essere una miniera di colpi di scena per il prossimo episodio. Scaviamo dietro di lei, vediamo cosa si nasconde dietro alla sua frugale irreprensibilità… 😉

E ora lasciamo Londra e trasferiamoci in Islanda,

RAMS – Storia di due fratelli e otto pecore
di Grímur Hákonarson

Vincitore della Sezione “Un Certain Regard” ―quella dei prodotti intellectually chic, per capirci― all’ultimo Festival di Cannes, il film è uscito regolarmente nelle sale la settimana scorsa, ma noi lucky&happy few ce lo becchiamo all’interno di “Tutti nello stesso piatto”. Il che vuol dire prendere parte alla rassegna, che è un festival, poter votare il film, e pure approfittare dell’ingresso a 5 Euri ― che farà la felicità dei tirchioni coi braccini che popolano ogni comunità che si rispetti e non, compreso Lez Muvi 🙂

Avete ragione, mi sono soffermata davvero troppo su 007, e ora voi lamentate un anchilosamento dei muscoli tiroidei che non posso proprio ignorare. Pertanto, giungo controvoglia alla fine di questo pippone, ma con l’obbligo di dire questo, e scusate il cambio di tono.
Quanto è successo a Parigi venerdì sera, e vissuto praticamente in diretta fino alle 3 del mattino, non è finito e non deve finire. Che questo atto continui nel pensiero. Mentre t’infili le scarpe o stendi il bucato. Mentre baci tuo figlio o ridi per una battuta. È questo, il ricordo e la sua custodia, che circoscrivono la dimensione dell’umano e marcano la nostra differenza con il disumano.
Che questi atti smettano là fuori e continuino senza fine dentro la nostra memoria.

E ora riassunto ovino, Maelstrom vaccino, e saluti, contritamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Mercoledì, insieme alla Vanilla e a un nuovo Fellow, Stefano detto The Village (identità scintillante tra New York e i borghi veneti, al quale ho estorto il permesso di gettarlo in Lez Muvi :-)), abbiamo visto “Tigers”, di Danis Tanovic, il film denuncia contro la Nestlé ― trasformata in “Lasta” nella realtà fittizia del film ― che racconta una storia vergognosamente vera. Pakistan, anni ’90. Servendosi di un branco di sales-men aggressivi ― tigri, appunto ― la Lasta compra a suon di regali i medici e i pediatri affinché prescrivano alle madri, senza motivazione alcuna, il latte artificiale in luogo di quello materno, causando così la morte di centinaia di migliaia di neonati in tutto il paese. Se siete interessati all’argomento, recuperatelo. Un’opera militante ― come tutto il cine di Tanovic ― non è una passeggiata, ma voi Moviers siete hikers livello “experienced”.;-)

RAMS: In una valle islandese isolata, Gummi e Kiddiley vivono fianco a fianco, badando al gregge di famiglia, considerato uno dei migliori del paese. I due fratelli vengono spesso premiati per le loro preziose pecore appartenenti a un ceppo antichissimo. Benché dividano la terra e conducano la stessa vita, Gummi e Kiddi non si parlano da quarant’anni. Quando una malattia letale colpisce il gregge di Kiddi, minacciando l’intera vallata, le autorità decidono di abbattere tutti gli animali della zona per contenere l’epidemia. E’ una condanna a morte per gli allevatori, per cui le pecore costituiscono la principale fonte di reddito, e molti abbandonano la loro terra. Ma Gummi e Kiddi non si arrendono……..

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