LET’S MOVIE 262 – propone TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY e commenta FRANCOFONIA e THE WALK

LET’S MOVIE 262 – propone TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY e commenta FRANCOFONIA e THE WALK

TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY
di Peter Bogdanovich
USA, 2014, ‘93
Lunedì 2 / Monday 2
21:30 / 9:30 pm
Astra / Dal Mastro

 

 

Fantozzi Fellows,

E’ d’obbligo dedicargli l’overture.
40 anni dal primo, a cui poi sono seguiti Secondi Tragici e Super e alla riscossa e pronti alla pensione. Chissà se Paolo Villaggio si sarebbe immaginato, 40 anni fa, che il suo Rag. Ugo, sarebbe sbarcato indenne ― anzi, in formissima ― nel terzo millennio? Di lui si potrebbero scrivere pagine e pagine, come personaggio che incarna l’italiano ― no, l’uomo ― medio moderno, quello piccolo piccolo e non borghese, quello timido, pavido ma che alla fine, sotto sotto, c’ha una tenerezza dentro e un cuore che te lo spezzano, il cuore. L’empatia che provi per lui, la provi perché ti rivedi in scene tipo il tuo corpo sprofondato in una poltrona in pelle umana davanti al Megadirettore e al suo ficus, oppure in gita a Venezia, dove un sacchetto di mais per piccioni ti costa 30.000 lire (e tu le paghi!) o nel sogno “Lasignorinasilvani”, l’alternativa fantastica allo sveglia&caffè / barba&bidet della dimensione domestica ― con una moglie molto pina e una figlia molto mariangela (diventati aggettivi di uso corrente). Ma Fantozzi Rag. Ugo, la vittima più illustre della legge di Murphy ― se la parte di una bici deve staccarsi, tranquillo che sarà il sellino ― colui che sempre si nasconde e sempre viene scovato ― lei, sì, lei, ci facci vedere… ― non smette di provarci. Scene irresistibili come Fantozzi dal dietologo tedesco e l’accusa “Tu mancia” davanti a un piatto di polpette mezzo vuoto, oppure Fantozzi alle prese con il Kotionkin della Corazzata, non attenuano minimamente la malinconia con cui lo guardiamo sospettare il tradimento della moglie davanti alla casa stipata di sfilatini, oppure a prendere le difese della sua babbuina, ehm bambina, derisa da tutti. Fantozzi ― Tozzi-Fan nella versione giappo ― c’est nous. E dato che non sono riuscita a rendergli omaggio andando a rivederlo al cine questa settimana ― era nelle sale con la versione restaurata di “Fantozzi” ― lo faccio qui con un micropippone.
Moltoumanalei.

Ma veniamo a noi, e vi avviso, andrà per le lunghe qui, perché oggi va così e c’ho troppe cose da dire. Il mio Buddha di riferimento mi ha già prospettato 18 reincarnazioni per espiare l’abuso che faccio del vostro tempo. Ha anche aggiunto, con quella sua espressione di lipidica trance, “18 è meglio di 19”.
Ecche gli vuoi dire, al Buddha?

Nella querelle “è la spazzatura ad esserci somministrata o siamo noi a lasciarcela somministrare”, io non sono per la prima. Credo nella volontà di potenza del singolo, e voglia Nietzsche lasciarmi la giacchetta, bitte. Non credo ci sia un circolo vizioso dentro cui siamo trascinati, senza possibilità di opporre la nostra forza. No. La nostra Forza ha la F maiuscola come quella di Star Wars, ed è un muscolo, più che un’entità astratta. Un deltoide, sort-of.
Sono tuttavia ben consapevole che se l’altro-da-trash non viene agevolato ― dalle case di distribuzione, dalle sale cinematografiche, dalla TV di Stato, dall’editoria ― e il piatto propone solo prodotti stupidi e istupidenti, allora le cose si complicano. E la Forza singola vacilla.
Nello specifico. Se a un film come “Francofonia” viene riservata la fine dei vostri jeans con le pinces (si legge “pèns”) ovvero un angolino remoto in soffitta, ovvero una proiezione UNA ― e per grazia del Santo Mastro e il suo accordo con la Settimana della Critica ― e se a un film come “Il sopravvissuto – The Martian” sono riservate 500 sale in tutta Italia e proiezioni a tutte le ore, siamo costretti a fare uno sforzo in più, ingegnarci con misure alternative. Tipo scaricare Francofonia da qualche piattaforma ― Netflix il primo della classe ― e tipo boicottare il Marziano così come sto facendo io da quando l’ho visto.
Questa settimana ho avuto la riprova della Forza. Il pezzo da 90 “Francofonia”, il cine d’essai spinto, ha portato in sala ben quattro Moviers: l’abbinamento sempre juicyVanilla & Chocolate, il Pizzo con Teresa, una Guest diventata immediatamente la Movier Modenella, e non solo perché, lo vedete, ha delle evidenti origini emiliano-romagnole, ma anche perché è bella come una top ― fenotipo di riferimento: Afef. Tutt’intorno una sala discretamente popolata: tenete sempre a mente che si tratta di Sokurov, inferiore, quanto a timore suscitato, al centroavanti di sfondamento Tarkovskij.
Il pezzo da 180 “The Walk”, il cine d’entartainment, stacco-la-mente-e-stop, al quale mi aspettavo folle e folle di giubilanti Muviani, ha portato in sala la Vanilla, la Honorary Member Mic da Vicenza ―in un Let’s Movie In-Sync calcolato al millimetro 🙂 ― e una manciata di altri spettatori, tanto manciata da farci sentire dei dispersi nella sala grande dello Smelly Modena.

I comportamenti della massa possono davvero interdire. Certo, “Francofonia” era gratis, e “The Walk” è capitato in una notte buia e tempestosa. Però questo non m’impedisce di bearmi nell’evidenza che il cinema d’essai spinto l’abbia spuntata ― possa spuntarla― sui pop-corn.

Com’era “Franconcofonia”? Mi sono sentita chiedere nei giorni successivi alla visione.
Eh, una roba mai vista, ho risposto io, regredendo alla prima media nella padronanza espositiva. Non mi spingerei fino a dire che Sokurov reinventa un genere. Ma posso con sicurezza affermare che scava uno spazio tra il documentario e la fiction, la museologia, la storia e la storia dell’arte a cui nessuno prima di lui aveva pensato. Sokurov fruga il Louvre e porta sullo schermo un episodio che credo solo gli addetti ai lavori conoscano: la collaborazione, e l’intesa, che il direttore del museo Jacques Jaujard e l’ufficiale tedesco Franziskus Wolff-Metternich strinsero durante l’occupazione nazista della Francia.
Non si pensa mai alle opere d’arte quando studi o rifletti su una guerra. La guerra è conseguenze pratiche, numero di vittime tra i soldati, condizioni penose per i civili, effetti psichici su tutti quanti. L’arte slitta in secondo piano, e non solo nella contingenza degli eventi, ma anche nella loro analisi postuma. Parlo per me, naturalmente: non mi sono mai domandata: ma il Louvre, il museo più visitato al mondo, il più conosciuto (se proprio non il più grande, che l’Hermitage quanto a km, non lo batte nessuno), il Louvre e i tesori che si porta appresso da secoli, come ha fatto durante la Seconda Guerra Mondiale? Ovviamente la domanda si estende a tutti i musei. E l’estensione prosegue ancora all’arte. Come fa, l’arte, durante la guerra?
Nella storia tra questi due individui illuminati, Jaujard e Metternich, è proprio il fatto che abbiano agito da soggetti pensanti, incuranti delle rispettive ideologie nazionali, e non da oggetti manovrati da ordini bellici, troviamo una grandissima prova di coscienza umana: questi due hanno trovato il modo di accordarsi affinché l’arte custodita nel Louvre non venisse toccata e potesse proseguire nel suo cammino verso il futuro, arrivando fino a noi. Allora, vi prego, aggiungiamo a Batman e Capitan Harlock questi due eroi, che magari non avranno avuto la bat-mobile in garage e navigato i mari del cosmo, ma che hanno garantito al cuore dell’umanità ― l’arte è il cuore dell’umanità― di continuare a battere.
Sokurov lega a questo filo narrativo principale ―ben distinguibile stilisticamente dal bianco e nero e da una banda laterale zigzagante― un paio di video-telefonate molto disturbate con il capitano di una nave che sta trasportando dei container pieni di opere d’arte, il mare forza 9 (o 18, insomma, grosso). Il nodo che unisce questi due fili, lo vedete, è quello della salvezza dell’arte: Jaujard e Metternich fecero in modo che i tesori millenari del Louvre traversassero incolumi la tempesta della guerra e l’oceano del tempo, così come il capitano di marina sta facendo con il suo cargo. Tutto questo è accompagnato da immagini di repertorio, ritratti ripresi all’interno del Louvre, filmati d’epoca, foto di Tolstoj e Stalin, e l’interno del Louvre stesso, e soprattutto dalla voce del regista, una presenza sonora fondamentale nel film, più di quella di un personaggio in carne e ossa. Il regista compare anche fisicamente nel suo studio e in altre scene, e questo suo mettere se stesso dentro il film, voce e corpo, per me è un modo di dire allo spettatore, “sono qui”. Non faccio un documentario su una materia esterna da me. È una materia che mi tocca, è una materia di cui faccio parto, sia come artista sia come uomo. È una materia che CI tocca, tutti, europei, non-europei, mondo. Mi casa es tu casa.

Ma a Sokurov non basta. È un visionario, non può accontentarsi di immaginare i dialoghi fra due personaggi storici realmente esistiti ma sconosciuti ― che sarebbe stato già tanto. Si diverte anche a trasformare la Marianna di Francia ― nientepopodimenoche ― in un disco rotto che ripete senza sosta il ritornello Liberté-Egalité-Fraternité. Come se l’unico concetto che le riuscisse d’articolare sia questo. O forse, come se quella triade fosse l’UNICA cosa che contasse. Interpretazione splendidamente aperta… Sta di fatto che questa Marianna pappagalla è molto comica, e fa da spalla ad un altro personaggio che par uscito dal Derby ―non Milan-Inter, mi riferisco allo storico locale di Milano in cui si formarono i comici dell’assurdo degli anni ’70, Jannacci, Cochi&Renato, Gaber…  Un Napoleone tronfio e borioso, pinguino come non mai nella sua classica uniforme beige e blè, il cappello a goletta, l’ego mastodontico dentro la statura inesistente. Così come la pappagalla Marianna è ferma su Egalité-Liberté-Fraternité, Napoleone ha un’unica idea fissa in testa: “C’est moi”, che ripete over and over, con un effetto esilarante, e molto emblematico sul tipo di (d)io che l’imperatore si portava a spasso. Dopotutto basta un “c’est moi” ripetuto con piglio bonapartiano, a sintetizzare non solo il personaggio, ma anche, per analogia, la campagna di saccheggio che la Francia napoleonica organizzò ai danni di Italia, Africa, tutti i paesi che subirono il passaggio francese e l’avidità del piccoletto.
“Francofonia” fa della controversia, e della controversia iscritta nella storia, un argomento centrale del suo dire. La storia è una ruota, sembra dirci Sokurov. La Francia ha depredato paesi e ora viene depredata dal nazismo, ma la storia non ha alcun ruolo educativo ― il famoso tormentone della magistra vitae. Se possiamo fare qualcosa è prenderci cura della memoria, e dell’arte. Perché sono loro, memoria, arte, e quindi cultura, a salvare le generazioni dalla barbarie a cui le generazioni, masochisticamente e insensatamente, si sottopongono. Solo arte e cultura travalicano la politica, la trincea, mettono a un tavolo un tedesco e un francese in piena guerra ― non in una barzelletta ― e li fanno giungere a un accordo. E non c’è alcuna nostalgia o afflato passatista nella voce di Sokurov. Benché maneggi la storia e incoraggi la preservazione della memoria, il film è radicato nel presente, tanto che uno dei suoi primi statement è “Non voglio parlare del passato. Parliamo solo del presente”. Gli artisti veri sono quelli con le spalle cariche e lo sguardo avanti.
Non so se ho reso l’idea. Forse bastava mi fermassi a “roba mai vista” per commentare “Francofonia”…. Ma mi andava di farvi venire voglia di non scordarlo. Se non proprio di vederlo, almeno di non scordare che esiste.

Ho citato prima “gli eroi” Metternich e Jaujard. Be’, in misura diversa e in contesto diverso e con le dovute cautele, anche Philippe, il protagonista di “The Walk” è un eroe, una specie. Provatevi voi a: tirare 42 m di fune da Torre Gemella a Torre Gemella mentre le Gemelle sono ancora in corso d’opera (siamo nel 1974); passeggiare da una Torre all’altra per 8 volte, non una, OTTO, e, nel corso delle otto passeggiate, inchinarvi, sdraiarvi ― sdraiarvi! ― sul filo e ignorare l’elicottero dei cops che ti vola sopra la testa con quel leggero spostamento d’aria di cui gli stolidi cops s’infischiano.
Un eroe è uno che fa cose eroiche. Ho trovato che queste cose ― il piano rocambolesco per sistemare il filo e le otto passeggiate a 100 m d’altezza ― siano, a loro modo, eroiche.
Confesso che in “The Walk” la componente “storia vera” è fondamentale. Non sarei mai andata a vederlo se si fosse trattato di pura finzione. Vai a vederlo per guardare con i tuoi occhi la follia di compiere un gesto del genere, così privo di senso e paradossalmente con così tanto senso che sei a rischio schizofrenia tutto il tempo. E il senso deriva dal considerare tutta l’operazione un gesto artistico, una specie di happening, un’opera d’arte in movimento.
Si consideri quel che si consideri, questa storia ti fa raggiungere una conclusione elementare, “Se s’è camminato per otto volte su un filo tra due torri alte 100 m, allora si può fare tutto” ― una conclusione che a tanta americanità piace. E anche a noi europei disincantati un po’ piace, ammettiamolo…
Per quanto Joseph Gordon-Leavitt mi garbi molto come attore, il suo personaggio ha un taglio troppo da buffoncello per i miei gusti ― immagino ritagliato sul vero Philippe Petite, funambolo e pazzo di professione ― e nemmeno il ripercorre la storia della sua vita raccontandocela dalla torcia della Statua della Libertà (!) attraverso un flash-back a tinte assai fiabesche e autocompiaciute incontra il mio gusto.
Ma Zemeckis sa come costruire una tensione difficilmente costruibile: dato che Philippe ci racconta la storia, sappiamo sin dall’inizio che non si schianterà, quindi il rischio “noia” sarebbe sempre in agguato. Invece, no, non ti annoi, e se riesci a far pace con delle indubbie ridicolaggini proprie di Philippe e delle forzature nei personaggi che lo circondano, l’ultima mezz’ora è entertainment duro e puro!
Siamo al fianco di un funambolo, mentre cammina a 100 metri d’altezza e sotto di lui si stende New York, pronta ad accogliere la frittata in cui potrebbe trasformarsi a ogni passo. Siamo lì accanto a lui ― e questo cos’è se non cinema? L’effetto è davvero impressionante ― chi soffre di vertigini o scappa dalla sala o guarisce ― grazie anche al 3D, un benefit a cui rinunciare sarebbe davvero da braccini troppo corti, e per una volta tanto non mi ha fatto rimpiangere nessun Travelgum. Io e la Vanilla non riuscivamo a credere ai nostri occhialini. Soprattutto, non riesci a credere che Philip, quello vero, possa averlo fatto. Otto volte avanti e indietro. Semplicemente non puoi crederci.
Il film non ti chiede altro: non risponde a domande più grandi, per esempio cosa stia dietro l’ossessione di quest’uomo per spingerlo a compiere un gesto che ha il 99.9% delle possibilità di finire in tragedia. Di quelle domande dicono se ne sia occupato “Man on Wire”, il documentario che James Marsh girò nel 2008, e che vinse l’Oscar.
Va bene così. In “The Walk” mi si dà questo, thrill&fun, non mi viene promesso nient’altro. I take what I buy.
Quindi se magari vi capita una serata buia e tempestosa ― fuori e dentro ― quattro passi fra le nuvole di Wall Street e del sano cardiopalma potrebbero rimettervi in sesto. 🙂

E ora Fellows, lo attendiamo da Venezia 2014 (un anno!)

TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY
di Peter Bogdanovich

È una commedia, Muviani! Una di quelle sullo stile Lubitch, che ci piace tanto ― ricordate “Ninotchka” e “Vogliamo ridere?”. Il titolo originale, con cui mi riferirò al film d’ora e per sempre amen, è “She is funny that way”, ben più felice dei soliti fatalistici accadibili di cui non se ne può più.
Il film stese dalle risate le platee critiche della Mostra del Cinema lo scorso anno. Io me l’ero appuntato, conscia che vederlo sul grande schermo avrebbe richiesto mesi e mesi di santa pazienza, visti i qui-comando-io della distribuzione. Ma alla fine questa-è-casa-mia, e l’abbiamo spuntata 🙂
La domanda che ciascuno di voi si deve porre è. Voglio perdermelo?
Ecco, se sollevate lo sguardo in questo istante, ci sono io che vi guardo con l’espressione “Ma ché stai a scherzà??”. 🙂

Prima di salutarvi, sempre con quel misto di dispiacere e contrizione (per aver abusato di voi), vi annuncio, con napoleonica soddisfazione, che il Fellow vostro collega, il The Shoe-Must-Go-On (che razza di spettacolo di cine-identità!), ha risposto al mio appello della settimana scorsa su “The Lobster”! Ricordate le mie perplessità? Il mio “Mi fate la cortesia di andare a vederlo e di dirmi cosa ne pensate? [email protected]”. Be’, il nostro Fellow ha fatto la cortesia di vederlo e dirmi cosa ne ha pensato 🙂 E con quanta dovizia, ragazzi! Io m’inchino. Leggete per credere.
Muviers, fate anche voi come lui. Riducetemi a un eterno inchino, fate di me un Bow Board! 😉

Ora scappo proprio. Il menu prevede riassunto sbobba, Maelstrom crème de la crème, ringraziamenti per ammazzacaffé e saluti, questa sera moltoumanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

The Shoe-Must-Go-On, ecco, i Muviani sono tuuuuuutti tuoi 🙂

Caro Board,

non posso esimermi dal commentare l’ultimo Lanthimos dopo aver letto la tua richiesta odierna. Iniziamo col dire che a me lui piace, il suo cinema d’autore credo faccia parte della categoria: “o li odi o t’incuriosiscono parecchio”, tesi confermata in parte dal Mastro che mi ha raccontato di gente che è uscita dalla sala schifata a metà film o molto contrariata a fine pellicola in risposta ad altri (come me) che sono usciti, si sono presi un caffè e sono rimasti su uno sgabello a pensare. Tornando allo stile del regista io lo adoro perchè avevo già visto il suo primo lungometraggio: Kynodontas (“Dogtooth” in inglese), che in quanto a “orrore e spaesamento” è in realtà molto simile a The Lobster, basta vedere il trailer per credere: https://www.youtube.com/watch?v=QFtDzK64-pk
Devo ancora vedere “Alps” per essere sicuro al 100% di quello che sto per dire, ma credo che il regista usi molto la violenza e giochi molto su crudeltà e rigidità oltre ad ogni limite per dare un’impronta forte al suo messaggio, per attirare quindi l’attenzione di chi dovrebbe ascoltare il suo parere e la sua visione sul mondo. Con Lobster secondo me vuole mettere in discussione gli schemi predefiniti della società odierna, basata (spesso ma non sempre) sulle cose che gli altri si aspettano da te e su schemi rigidi pre-fabbricati che vengono talvolta donati o imposti in maniera velata alle persone come “dogmi-esistenziali” spesso ingiusti e che tendono a reprimere le peculiarità ed i sogni dei singoli, anche se in realtà molto fragili se sollecitati a dovere. Lanthimos secondo me vuole andare contro la pubblicità della Pampers, quella che diceva: nasce, cresce, corre… “Perchè devo correre??? Io voglio nascere, crescere e giocare coi Lego, no di certo fare running come mi obbliga la pubblicità!!!”.
Scherzi a parte, in definitiva credo che questo regista greco sia l’espressione di un paese di pensatori e uomini di cultura che sta soffrendo ed ha sofferto molto negli ultimi decenni di malanni economici ed è per questo che usa le “maniere forti” per portare al mondo il proprio messaggio di sdegno. A supporto di quest’ultima affermazione c’è la “violenza cinematografica” utilizzata anche da un suo connazionale (Alexandros Avranas) con il film Miss Violence.

Pippone in salsa tzatziki finito.

Applausi e inchino!

TUTTO PUO’ ACCADERE A BRODWAY: Isabella “Izzy” Patterson (Imogen Poots) è una giovane squillo che aspira a diventare attrice. O piuttosto una giovane attrice che si arrangia a sbarcare il lunario. Una notte s’imbatte in Arnold Albertson (Owen Wilson), affermato regista con passioni da filantropo. Arnold le offre 30.000$ per coltivare i suoi sogni e realizzare se stessa. Si innesca così una girandola di eventi inaspettati ed incredibili equivoci che cambieranno la vita di tutte le persone che Izzy conosce, dalla sua stralunata psicanalista (Jennifer Aniston) fino ad un misterioso detective (George Morforgen).

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1 Comment

  1. ciao moviers; hi board
    spiritualmente eticamente ed esteticamente sono con voi, nel buio della sala; fisicamente e psichicamente sono in questo periodo piuttosto “s.a.s.”
    (stuf agro e stomegà) e il lunedì, giornata particolarmente sas, mi vede la sera battuto come uno scamone (mai stato un animale della notte)
    a proposito di: “è la spazzatura ad esserci somministrata, o siamo noi a lasciarcela somministrare” vorrei estrapolare, ricordare e accordare da Italo Calvino de “Le città invisibili” l’ultima facciata dell’ultima pagina (insomma il finale)
    Dice (il Kan):” Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, …” E Polo:”L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando assieme (!: nota del W.). Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
    lunga vita ai moviers, lunga vita al Board!

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