LET’S MOVIE 266 – propone DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES e commenta HUMAN

LET’S MOVIE 266 – propone DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES e commenta HUMAN

DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES
di Jaco Van Dormael
Belgio, 2015, ‘113
Martedì 1 / Tuesday 1
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro
 

Phileas Fogg Fellows,

C’è qualcuno di molto British e molto fiction che fa il giro del mondo in ottanta giorni per vincere una scommessa, e c’è uno scrittore molto French e molto freak che lo segue per tutti quegli ottanta pazzi giorni di peripezie e le racconta tutte tutte in un libro che, quasi per osmosi, fa impazzire i bambini sin dal 1873. Se poi oggi si preferisca dare i bambini in pasto alla Play Station perché bisogna rimanere al passo coi tempi e non farli sentire “a disagio” con i compagni appoggiando un classico della letteratura sul loro comodino, è altra questione, e ci porterebbe in una galassia lontana lontana, ma senza il fun di r2d2 né la sintassi avanguardista di Yoda.
Da mercoledì, posso accostare Jules Verne a Yann Arthus-Bertrand. Entrambi viaggiatori, entrambi visionari. Il primo parte dal fantastico e arriva all’umano, il secondo, il regista di “Human”, tira fuori il fantastico dall’umano, girando il pianeta da anni. Verne e Arthus-Bertrand, uno scrittore dell’800 e un regista del 2000, due francesi che cambiano la percezione che abbiamo del mondo, e di noi stessi. Posso con ostinata certezza affermare che certe pagine verniane hanno cambiato la mia vita. E posso con eguale ostinata certezza affermare che “Human”, ha cambiato qualcosa, e che non sono la stessa di prima. E magari ora passo per l’esagerata che sono, e magari non bisognerebbe sbandierare così la morfologia del proprio spirito che muta, e disvelare i paesaggi interiori che possono trasformarsi velocissimi, come quando premevamo il pulsante FF del videoregistratore e vedevamo un prato verde sbocciare da un ghiacciaio sciolto. Magari sbaglio a fare di questo pippone lezmuviano un rx della mia interiorità. Ma “Human” è un oggetto che non ho mai avuto l’ardire né la speranza di potermi rigirare in mano. E ora che l’ho fatto ― che ho avuto la fortuna di farlo ― ripeto, ho come la sensazione che le mie mani dopo che quell’oggetto vivo le ha investite con la sua luce e le sue ombre, siano diverse.
La mia grande paura, mercoledì, era di non avere con me nessuno con cui condividere tutto quest’ambaradan di emozioni. Avendo visto una buona metà di “Human” su youtube, sapevo che la visione integrale sarebbe stata campale, ma mai avrei immaginato a questi livelli. Prevedevo che i 188 minuti avrebbero azzerato il tasso di guardabilità dei Moviers ― il tasso di guardabilità dei Moviers ossessiona le mie notti da broker cinematografico. Prevedevo che avrebbero azzerato anche quello dei comuni spettatori, quella massa di altri-da-noi in mezzo alla quale i Muviani spiccano. Invece, eccomi finita davanti all’imprevisto: sala dal Mastro sold-out, persone in fila per accaparrarsi gli ultimi posti rimasti. Robin e la Maddy Mad ― custodi e angelici, sanitari più dell’assistenza e molto più divini della provvidenza ― caricano noi di Lez Muvi su una scialuppa di salvataggio, e ci spingono in sala…Mai smetterò di rigraziarli!
Gli eletti che hanno beneficiato insieme a me dell’ingresso ― fossi una cantante country, cappello e camperos, scriverei per l’occasione un pezzo dal titolo “Hitchhiked to heaven”― sono: la Mecenatessa con il Woodstock, il Village, il Respirolibero, l’Andy +/- Candy = the e l’Amarcord ― ce l’abbiamo fatta tutti, non uno di meno. 🙂
Allibita davanti a tanta affluenza, avrei voluto avere lì con me anche certi Moviers storici che purtroppo non c’erano. A essere precisa, avrei voluto avere lì con me tutti quelli che amo, o quelli a cui qualche motivo canonico o meno ― affinità elettiva, banale ossessione, vivastima ― mi lega. A essere ancor più precisa precisa, avrei voluto lì TUTTI. Tutti gli esseri umani del mondo. Tipo una sala, no, un drive-in, no un flash-mob, di dimensioni planetarie, con megaschermi allestiti in ogni angolo del globo tutti collegati a un unico PLAY, il regista lo preme e via, tutti insieme a guardare noi stessi.

“Human” è talmente tanto tutto insieme che la struttura semplice e binaria della messinscena colpisce proprio per la sua essenzialità. Binaria perché da un lato abbiamo la parola, ovvero una sequenza di videointerviste, suddivise per macro argomenti ―  famiglia, amore, morte, vendetta, denaro, lavoro, senso della vita ― che il regista e i suoi collaboratori hanno raccolto in quattro anni in tutti gli angoli del pianeta; e dall’altro abbiamo l’immagine, ossia una serie di riprese spettacolari in cui la Natura è protagonista, in tutta la sua schiacciante bellezza. Parole e immagini si alternano, e si legano: l’anello di congiunzione, debole o forte, bianco, nero o caffellatte, è l’uomo. Quelle immagini della natura, davanti alle quali perdiamo la voce e il senno e smarriamo qualsiasi metro di paragone se non ricorrendo ai sommi della storia dell’arte ― Caravaggio, Michelangelo, ma anche Chagall e Lachapelle ― quell’acqua di quel mare che è più azzurra di un lapislazzulo al dito d’una sovrana, quelle dune di sabbia bianca che sono taglienti e morbide come creste di farina, quelle pianure in cui il verde ghirigora il bianco e il nero di secco e terra e richiama con precisione quasi spaventosa certi quadri di Schifano, tutte queste immagini non sono mai colte e restituite senza la presenza umana, sia essa nella forma di un uomo o di una donna, sia di un surrogato edilizio che la rappresenta ― una casa dietro il vapore latteo di una cascata bianchissima che si scontra con una cascata color ruggine; un faro che spunta in mezzo ai marosi; un aratro che fende il fango di un campo allagato; dei terrazzamenti che sembrano aquiloni, fermati in un angolo da una baracca, nulla più di un telo, dietro il quale però riconosciamo la mano dell’uomo.
Perché questa presenza dell’uomo così necessaria? Perché non raffigurare tutta la furibonda bellezza della natura senza l’infinitesimale nullità dell’uomo? In fondo siamo stati allevati, dai Romantici in poi ― passando per Greenpeace e i movimenti eco-oriented― con il monito che ci ricorda quanto insignificante sia l’uomo per la Natura, e quanto nocivo le sia diventato, tra inquinamento, bombe atomiche, scorie radioattive, e via discaricando. E probabilmente le cose stanno proprio così. Noi non le serviamo; noi la sfruttiamo, la maltrattiamo in ogni modo e maniera. Ciononostante. Cosa sarebbe tutto quell’incommensurabile pienezza estetica se non ci fosse nessuno a viverla, cantarla, raccontarla? Cosa sarebbe la Natura senza una voce che provasse a spiegarla, che la rendesse eterna, attraverso un pennello che la pennella su una tela, o un verso, che la versa su un foglio? Cosa sarebbe tutto quello senza una coscienza che la legge e la dice? Uno spettacolo finito in se stesso, un in-sé. E finiremmo per riferire alla Natura il dilemma che la filosofia si pone da secoli: “Se un albero cade in una foresta senza che ci siano spettatori alla scena, l’albero, schiantandosi, produce un rumore?”
Se la bellezza sfoggia tutta se stessa senza occhi che la guardino e orecchie che la ascoltino, essa esiste? La risposta molto probabilmente è sì, esiste. Ma per chi? Perché?
Arthus-Bertrand parte proprio da lì, prende queste due domandine, “per chi e perché?”, e cerca le risposte, costruendoci attorno un’opera monumentale, un inventario di proporzioni planetarie sugli infiniti specifici che siamo e sugli infiniti universali che anche, siamo. Sul senso di tutto. Ed è incredibile, Fellows, come tu sia lì ad ascoltare un uomo singolo che racconta una storia singola, connotata nello spazio e nel tempo, che potrebbe essere la profonda Tanzania, oppure le altissime Ande, oppure Tacoma, Stato di Washington, e lo capisci. Puoi non condividere ciò che dice, ma lo comprendi, ovvero, fai entrare lui dentro di te. Un guerrigliero nigeriano ti dice, ho bisogno di uccidere perché mi hanno ucciso mio fratello sotto gli occhi, e io sto bene soltanto uccidendo: ogni volta mi sembra di vendicarlo, e allora sto bene. Non lo condividi, ma lo comprendi. Un assassino ti spiega, sono in galera, ho ucciso. Ora la madre della mia vittima, della persona che io ho ucciso mi sta insegnando cosa vuol dire “amore”. E anche questo, è assurdo ― come può una madre di una vittima stare accanto all’assassino del figlio ― eppure può, e lo comprendi.
Alla fine viene fuori che io posso essere ― io sono ― tutti. Tutti siamo tutti. E anche se sembra scontato da dirsi e da sentirsi, se noi pensiamo bene a questo “io sono tutti”, ci vediamo dentro questo: più persone io comprendo in me, più sarò disposto a usare la comprensione come atteggiamento verso gli altri. L’inventario che stila Arthus-Bertrand con questo suo film non ha intenti enciclopedici, o didattici; l’etica che viene fuori non ha nulla di regolamentato. Non è “guardate cosa vi spiego”. È “ascoltate cosa vi dicono”. È piuttosto un senso primordiale di appartenenza a una stessa specie che esula da razze e tinte e che esce fuori in tutta la sua fallacia, in tutta la sua fragilità ― l’una interdipende dall’altra, si sa. È molto potente, questo senso, è carnale e mesmerizzante, cattura la nostra attenzione in maniera quasi inverosimile. Tant’è vero che per i 188 minuti della proiezione, nessuno ha fiatato, nessuno, credo, ha badato all’ora, o alla stanchezza. Una sala di spettatori davanti allo strazio e alla grazia. Saremmo portati a credere che lo strazio derivi dalle testimonianze degli intervistati: sono storie di sofferenze  indicibili, storie di un’irreversibilità micidiale ― una ragazza contrae l’AIDS per compiacere alla nonna che non sopportava l’idea di una nipote lesbica; un padre palestinese vede la figlioletta freddata da un proiettile in cortile; una donna si prostituisce per fare in modo che la figlia non sia costretta a prostituirsi; un ragazzino venduto dalla madre riflette sulla sua condizione e dice no, non avrebbe dovuto vendermi, non si fa. Ma lo strazio arriva anche da certe immagini: cumuli di immondizia ravanati da formichine d’uomini, così disumanizzati nel gesto che stanno compiendo da far smarrire loro, dentro quelle montagne di spazzatura globale, la dignità; piedi magri che seguono un aratro, in mezzo alla mota, la fatica che passa attraverso un fotogramma. Lo strazio è nel parlato e nell’illustrato, ma anche la bellezza, thanks God, lo è. L’albero fulvo disegnato dalla natura che chiude il film ― una strada di terra rossa, che sfuma nel bianco e che la Natura, inconsapevole, traccia per terra, in un’immagine che potrebbe essere, nella sua eterea e colorita innocenza, di Chagall ― trova una controparte tutta carnale nell’albero umano realizzato da una folla di uomini che si arrampicano l’uno sulle spalle dell’altro, su su, sempre più su, fino ad arrivare altissimi. E il mare così grosso e brutale al largo, i cavalloni che si abbattono sulle spallucce di una casupola arroccata su uno scoglio, ha la sua brava controparte in una distesa di salvagenti cinesi con dentro dei cinesi stipati fitti fitti in una piscina gigantesca, mentre attendono un’onda artificiale che ricreerà per loro il brivido di un’eccitazione forse mai provata: quella di un’onda vera sopra la quale trovarsi. E allo stesso modo la grazia, presente nelle parole e nelle immagini ― la donna che non riesce a smettere di ridere perché “ha divorziato” e si sente “così libera, e viva e piena” da non riuscire a contenere la gioia, oppure il ragazzo che ha perso braccia e gambe, ma ha trovato la sua compagna in internet, hanno unito le rispettive famiglie e vivono da Dio.
Strazio e grazia. Due opposti uniti da una danza che l’essere umano è condannato a ballare per tutto il corso della vita e dalla quale non può sottrarsi, non deve sottrarsi.
A film concluso ho farfugliato un paragone. “Human” è il dvd che tenta di spiegare cosa significhi essere umano/i a una spedizione di extraterrestri capitata sulla terra, deserta, e che trova una di quelle capsule che si seppelliscono per far viaggiare nel tempo “quello che eravamo” e raccontarlo al futuro. “Human” è prendere un filamento di DNA dell’essere umano, della storia umana, e guardarci dentro… e poi prendere la Natura e dille sfoggia pure… E’ come accostare l’orecchio al cuore del mondo e sentirne il pianto, e poi il riso, e poi ancora pianto, e ancora riso.
Strazio e grazia. Riso e pianto. Non possiamo farci nulla.
Il Candy mi ha fatto notare, giustamente, che forse c’è troppo poco “male” nel film: come se il dark side dell’uomo venisse oscurato dalla sua luce ― come mi piace giocare coi Watt 🙂 Riconosco che il buonismo, e la retorica, siano due minacce a cui il film fa fronte. Ma se una vecchina peruviana, che vorresti adottare se solo lei accettasse di staccarsi dal suo paese e farti l’onore di conoscerti, scrive un’ode al suo campo di fagioli e mais, farla vedere è buonista? (Favorite pure, http://www.huffingtonpost.it/e-nina-rothe/human-di-yann-arthus-bertrand_b_8122458.html), oppure è buonista sentire un marito, anche lui del Sud America, che dice della moglie “senza di lei posso vivere, ma non posso essere”? Oppure sentire una frase così semplicemente vera da far male, “Essere felici è alzarsi al mattino e non sentire dolore”?
È buonista dare ascolto a una voce che dice “Non importa che tu sia genitore o meno. Tu sei sempre genitore di qualcuno”.
Forse sì. Forse c’è talmente bisogno di tastare con mano le eliche ignote dei nostri geni, che passo sopra anche a qualche invocazione di troppo, a qualche tono acceso di troppo. Penso che “human” si riferisca all’essenza umana dell’uomo, all’umanità intesa come “siamo umani, sbagliamo, soffriamo come cani, ma questo siamo. Human”… E quella spedizione di extraterrestri, in quel dvd, vedrebbe quello che eravamo ― e che non possiamo raccontare loro perché, in ognj caso, saremo stati in grado di distruggerci con le nostre mani ― nella nostra piccola grandezza. Mi viene in mente la colonna vertebrale di lavoratori che scende giù per un canyon, zappando a un ritmo che pare scandito sa un metronomo… La schiavitù, e ancora, caparbia, la poesia…
E poi il fatto è che gli argomenti toccati scottano tutti e sono tutti di grande attualità ― è facile scivolare nella retorica. L’immigrazione, per esempio. Oppure la sete di vendetta, il miraggio dell’odio. Un afgano che dice, accorato, “In che paese torno? In un campo di battaglia. Non chiedo niente. Non voglio niente. Lasciatemi vivere”, dà voce alla frustrazione di queste persone costrette a subire l’asservimento del rifugiato che “approfitta” del paese ospitante ― ma nei talkshow che si occupano di immigrazione, si può ragionare una volta tanto, sui danni che il senso di riconoscenza può produrre in un individuo??
Non so come sto gestendo questo pippone… “Human” ti sopraffà, e ti fa desiderare la possibilità di raccontarvelo tutto, per filo e per segno, riabilitando, per una volta, i riassunti, che come sapete detesto. Ma non puoi riassumere delle storie che sono già dei riassunti ― ogni intervento non dura più di un paio di minuti e sintetizza una vita, una percorso. E lo stesso dicasi per le immagini. Come faccio a descrivervele tutte? Quindi ho deciso che qui di seguito vi riporto, in maniera assolutamente random quello che ho annotato al buio, e che mi ha fatto tremolare il mento.

  • “Non posso dimenticare. Perché è successo”, conclude il giovane omicida che apre “Human”.
  • “L’amore e l’odio non sono nell’uomo dalla nascita. Nascono dall’esperienza”
  • “La bellezza ti tira fuori dalla pazzia”
  • “L’amore è l’inizio e la fine di tutto” ― eh già…
  • “Il settore più florido in India è la disuguaglianza”
  • “I soldi mi piacciono. E ne voglio avere sempre di più. Ma coi soldi non puoi far star meglio dalla depressione, non puoi rendere felice il cervello di uno che ami” ― questa l’ha detta uno yuppie di New York, un fighetto. Ha cominciato l’intervista spavaldo, in un elogio al materialismo e al potere d’acquisto. L’ha conclusa in un pianto, la sua mente che, nella mia mente, era rivolta al figlio, o alla compagna, o a qualcuno di caro, malato di depressione. Come se fosse arrivato a riconoscere l’assoluta inutilità del denaro, e la sua impotenza, proprio lì in quell’istante, in quella pausa, per lui e per me, durata millenni.
  • “Ci siamo inventati una montagna di consumi superflui, e appresso ad essi perdiamo il tempo di vivere. Perché quando compri quelle cose, non le compri con i soldi: le compri con il tempo che ti serve per guadagnare i soldi per comprarle. Ma con questa differenza: che l’unica cosa che non si può comprare è la vita. La vita si perde. Ed è miserabile sprecare la vita a perdere la libertà” dice José Mujica, Presidente dell’Uruguay, recitando una mirabile “apologia della sobrietà”
  • “Vivere nel passato non serve a niente. Bisogna vivere nel presente”, dice una bambina di non più di 10 anni d’età, ancora nel dolore per la perdita del padre. Si può essere così grandi a 10 anni?
  • “Ho paura di essere stata anonima, di non aver lasciato nulla. Vorrei lasciare una traccia. Voglio far parte della storia dell’umanità”, queste parole bruciano, eh?
  • “Il senso della vita è portare un messaggio del bambino che eri al vecchio che sei”
  • “Grazie per il dono della vita”

E vorrei concludere questa “Apologia di “Human””, il film che non è un documentario, ma è un film, 101% film, con l’immagine di questo vecchio saggio, sdentato, vecchio credo come la terra su cui poggia i piedi dalla notte dei tempi, la madre di tutta le terre, l’Africa. Questo vecchio, la pelle cotta e lustra, millenaria ma stranamente senza rughe “d’espressione”, conclude invitando tutti noi ad andare a trovarlo. Ad andare da lui e dalla sua tribù, che ci accoglierebbe felice. “Venite, venite, da noi. Siete i benvenuti”.
In questi tempi di confini bollenti, di muri che si vorrebbero rialzare. In questi tempi di “questo è il mio paese e prima vengo io”, e di proprietà privata del suolo comune, queste parole, salmodiate da un vecchio saggio africano, suonano di una dolcezza estranea, nuova, come se il termine “benvenuti” appartenesse a un passato semantico che non è più, e lo sentissimo per la prima volta dopo tanto, tantissimo tempo.
Quant’è dolce, la parola “benvenuti”…

Vedere questo film su un maxi schermo ha un significato speciale, lo immaginate ― le riprese dall’alto (“dal drone”, suggerisce, esperto, Thecandy) sono da maxi schermo. Ma visto che la proiezione al Cinema Astra è stata l’UNICA in tutta Italia ― l’UNICA ― e che forse non ricapiterà più ― e noi Muviani c’eravamo! 🙂 ― potete comunque recuperare il film online, in varie versioni…

Volume 1 https://www.youtube.com/watch?v=vdb4XGVTHkE (questo si avvicina di più a quello che abbiamo visto noi)
Volume 2 https://www.youtube.com/watch?v=ShttAt5xtto
Volume 3 https://www.youtube.com/watch?v=w0653vsLSqE

Io continuerei, mi conoscete… Ma il Let’s Movie per questa settimana chiama…

DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES
di Jaco Van Dormael

Presentato a Cannes alla Quinzaine des Réalisateurs, il film è il candidato a rappresentare il Belgio nella corsa all’Oscar per il miglior film straniero il prossimo febbraio. Non che questo influenzi, ma senz’altro depone, deposita, a favore del film un bel mucchietto di gettoni qualità 😉
Lo aspettiamo da un po’ di tempo, anche perché mostrare un’immagine di Dio che si discosta dal solito Inarrivabile, Intoccabile, Innominabile cui siamo abituati, è qualcosa di insolito, innovativo, inconsueto, insomma, in. 🙂

E ora lasciatemi dare il benvenuto a Manuela, Lamanu, una Fellow che abita nel lodigiano e che non può frequentare Lez Muvi a Trentoville solamente per ragioni logistiche, ma che per il resto è una Movier a tutti gli effetti e cercherà di seguirci nella sede distaccata che presiede, insieme a Mario il Menagramo. Da ora e per tutta l’eternità eterna Manuela sarà La Bluklein, perché s’è messa in testa il blue di Yves e non c’è verso di toglierglielo da lì… 😉

Questa settimana il Maelstrom se lo aggiudica il WG Mat che da bravo mi tira un po’ le orecchie ― e fa bene, che ogni tanto lo merito 🙂
Invece sotto il Maelstrom trovate quella robabrutta che dovremmo bandire dall’universo dei compiti delle elementari ― forse è lì che nacque il mio disagio nei confronti dei riassunti “Sara, i riassunti riassumono, scrivi troppo”… No, non ho perso il vizio, caramaestra… Ora però li copio-incollo… 😉

E dopo le scemenze, che da me trovate sempre in quantità ― perché melius abundare quam deficere ― vi ringrazio, vi costringo a cercarvi “Human” in rete e vi porgo dei saluti, giulivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ecco, WG Mat, da “brava editrice con responsabilità”, adempio al mio dovere 🙂

“Fru,
mi fa piacere che ti sia piaciuto il film [“Rams”] (o meglio, qua sembra meglio dire “mi fa piacere che ti abbia fatto dispiacere il film”).
è vero quello che dici, leggendo la tua recensione qui e avendo visto il film li la mi rendo conto che aver visto il posto e le persone (anche se d’estate) mi ha dato una visione privilegiata. e ho visto e vissuto cosa vuol dire quando il paesaggio entra proprio dentro la vita delle persone!
e ti giuro gli islandesi (poi altri non conosco) non si piangono addosso che fa freddo e il paesaggio terribile è tutto solitario etc, e neanche nel film la gente lo soffre o soffre di quello o lo vivono male, ma lo dici anche tu. è proprio un modo di vivere diverso che a noi ci fa difficile capire, così come il ragazzo marocchino che mi diceva che a lui in marocco bastavano le stelle il deserto e lui felice gli faceva strano che noi ci ammazzassimo di lavoro in città affollate.

Il bello del film è proprio quello che dici tu della mitologia, che è un racconto che è eterno di due fratelli.

Quello che invece vorrei correggerti è questo falso mito del “nord europa freddo buio quindi gente si suicida” perchè non è vero. ti pregherei di vedere qui e vedrai che è diverso https://it.wikipedia.org/wiki/Stati_per_tasso_di_suicidio c’è piu gente che si ammazza a cuba, giappone, corea, anche croazia e ungheria che in islanda o finlandia, e si che cuba e croazia il mare e il caldo ce l’hanno!
insomma, come tu vuoi sfatare il mito della famiglia felice e del natale tutti insieme, io ci tengo da nordico adottato a sfatare il mito che nord = tristezza solitudine amarezza per cui ti pregherei di fare ammenda nel prox LM da brava editrice con responsabilità!”

DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES: Dio esiste e vive a Bruxelles. Appartamento tre camere con cucina e lavanderia, senza una porta d’entrata e d’uscita. Si è parlato molto di sua figlia, ma poco di sua figlia. Sua figlia sono io”. Non è facile essere la figlia di Dio. Ea, unidici anni, lo sa bene: suo padre – anzi suo Padre – è odioso e antipatico e passa le giornate a rendere miserabile l’esistenza degli uomini. Una situazione che non può andare avanti, ma come risolverla? Dopo l’ennesimo litigio Ea scende tra gli uomini per scrivere un Nuovo Testamento che ci permetta di cercare la nostra felicità. Ma, prima di andarsene, usa il computer del Padre per liberarci dalla più grande delle nostre paure inviando a ciascun essere umano un sms con la data della propria morte.

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