Posts made in gennaio, 2016

LET’S MOVIE 271 – propone LA CORRISPONDENZA e commenta TI GUARDO

LET’S MOVIE 271 – propone LA CORRISPONDENZA e commenta TI GUARDO

LA CORRISPONDENZA
di Giuseppe Tornatore
Italia 2016, ‘116
Martedì / Tuesday 2
Ore 21:15 / 9:15 pm
Multisala Astra / Dal Mastro

 

Foulard Fellows,

Li ho imballati tutti, insieme alle pashmine che non porto, a tende che non oscurano i miei soli e a tovaglie che non frequento. Ho spedito tutto al Governo Italiano, in modo che possa tranquillamente ricoprire tutti i monumenti osceni che rendono questo nostro paese il covo del peccato. Possa quindi il Governo coprire tutti i Canova, i Michelangelo, tutti i Brunelleschi, i Donatello che potrebbero turbare gli occhi di chi nella bellezza vede vizio. E mi scuso con Lui, il Governo, perché io sono sempre stata convinta che tra la spazzatura che questo paese riesce a produrre in quantità pressoché americane, la specialità che ci ha sempre salvato e reso unici era quella di traghettare nel tempo un patrimonio d’ineguagliabile bellezza: se qualcosa abbiamo, mi son sempre ripetuta,quella é. Evidentemente ho preso un granchio da chilo. E la bellezza, così come la intende Lui, il Governo, è sinonimo di pornografia: le Veneri capitoline sono pari a una statua di Cicciolina e, cielo, vanno nascoste, e il cavallo montato da Marc’Aurelio ha senz’altro troppo del Varenne nelle parti basse per essere mostrato. Chiedo scusa per questo mio misunderstanding, e la procedura di occultamento di cadavere che ora stanno attuando per insabbiare la questione è certo comprensibile…

Con immane sforzo soffoco urla e furore… Ma andiamo avanti e facciamo, Fellows, il punto della situazione cinematografica. È passato un mese ormai dall’inizio dell’anno. Siamo giusto entrati nel palazzo pazzo del febbraio bisestile, che ha quella stanza in più, laggiù in fondo, la ventinovesima, che noi fantasiosi consideriamo un ghiribizzo recidivo delle architetture astrali… 🙂
Ho notato un tristo andamento nelle performance cinematografiche d’inizio anno. Me ne sono tornata dall’altra parte del mondo con una gran fame di film, che ho cercato di placare, come vi ho detto, in aereo.
Ricordo benissimo l’aspettativa quando proposi “La grande scommessa”. O la curiosità nei confronti dell’osannato “Carol”. Ma ahimé ho dovuto constatare che in questo primo mese sto vivendo come un criceto, attingendo alle scorte dei film che mi sono pappata in volo, il migliore dei quali ― cercate di non perderlo ― è senz’altro “Il piccolo principe”. Sarà che mi sono persa nell’idillio di pensare a me stessa guardare l’Opera di Fantasia madre di tutte le opere di Fantasia fra le nuvole, nella posizione preferita dell’aviatore-autore Saint-Exupery, beandomi della storia vecchia reinterpretata in maniera originalissima… Volare con l’immaginazione volando dentro un Boing 777 a 40.000 piedi sopra la Malesia, capirete, è un doppio trip che nessuna cocaina potrà mai eguagliare ― di questo, in effetti, non ho la certa certezza, ma cerchiamo di non confondere le piste… E già che ci sono vi butto lì anche altre due scoperte scoperte volando: “Banksy Does New York”, un docu imperdibile per noi Banksyani, e se siete amanti di David Foster Wallace ― o anche se non lo siete ― il film “The End of the Tour”, in cui lui, per una volta, esce dall’ombra.
Insomma, cinematograficamente, in questo mese attingo la Forza da quelle risorse messe da parte a 40.000 piedi d’altezza. Non va bene. I risultati del mese ci deludono. “Carol” è un cup-cake dalla glassa scintillante per quelle bocche bourgeois che, dopo averlo ingollato sperando di trovare un cuore pruriginoso al suo interno, non fanno che sfogare il desiderio negato cinguettando tutta la loro retta lesbo-sciccheria. Guardando “Star Wars 7” ti si materializza davanti Mastro Yoda e ti sussurra, con quella sua vocina inconfondibile, “Patience you must have, young Padawan”…
“The Revenant”, per quanto grandioso e da me apprezzato, non è esattamente piacevole nel senso letterale del termine ― specie se dal vostro futuro escludete una carriera nella macellazione.
“Steve Jobs” è un circolo polare artico e ti fa pensare che nel torace dei geni a volte batta un bit, niente più che un bit, e che tutto il resto sia frutto di calcolo, metodo e paterpellegrina ostinazione.
Dove sono i film come “Dio esiste e vive a Bruxelles”? Dov’è “Rams”? “Timbuktu”? Dove sono quei bei film di fine 2015? Trovo mediocre quello che ho visto finora.
E arriviamo alla Mariadolens di “Ti guardo”, ovvero la platea di 7 spettatori 7 che con me ha assistito al film. Ringraziamo tutto il firmamento celeste e le provvidenziali play-station che si sono messi in mezzo impedendo ai poveri Movier di raggiungere l’Astra, lunedì sera: avrei fatto la fine del topo col gatto, anzi, del Di Caprio con l’orso.
“Ti guardo” ― e mi guardo bene dal consigliarlo ― è stato meno doloroso di “La grande scommessa”. Almeno non ero tagliata fuori: semplicemente sguazzavo nel tiepidume di acque talmente note, talmente famigliari, che avrei potuto ribattezzare il film “Ti garda” ― concedetemi dell’idiozia rivana, please…
Classica pellicola da festival. Da film vincitore di festival. E qui dobbiamo fare un altro punto della situazione, Fellows.
“Sacro Gra”, “Un piccione volato su ramo riflette sull’esistenza” e “Ti guardo”. Questi sono i film vincitori della Mostra del Cine di Venezia negli ultimi tre anni.
Forse c’è un disegno ― a me, a ora, imperscrutabile ― dietro queste vittorie. Forse far trionfare il film di Lorenzo Vigas quest’anno, fa guadagnare punti al Piccione dello scorso anno, rivalutandolo attraverso una modalità contrastiva: solo attraverso il trito ritriturato sotto al tuo naso, riesci a scorgere dei lati positivi in quello che pensavi essere già trito. Il Piccione, se non altro, aveva una sua ironia di fondo, una sua nota folle che, si sa, attrae le Giurie ― le Giurie sono sempre a caccia di ciò che è meno prevedibile e più seducentemente assurdo, in modo da diventare LORO stesse, non prevedibili e seducentemente memorabili. Ma “Ti guardo”, ragazzi miei, è un film telefonato dal primo minuto, che presenta tutti gli ingredienti tipici del cinema autoriale. Ve ne elenco qualcuno, così carta canta

  • 15-16 parole di dialogo totali distillate su Caracas, capitale sudamericana caotica, sciatta e povera, piena di persone che sono esattamente come lei ― caotiche, sciatte e povere. Il SOLITO doppio movimento dell’umano che produce un ambientale a sua immagine e somiglianza, e dell’ambientale che si riverbera nell’umano, nel SOLITO gioco di rispecchiamenti che sarebbe piaciuto senz’altro a Giorgy Lukacs.
  • Isolamento del personaggio al centro dell’inquadratura mentre tutto il mondo che lo circonda sta immerso in uno sfuocato tipico della nostra società contemporanea, in modo da renderlo visivamente SOLO, un autistico in una società di autistici, per amplificare la solitudine esistenziale in una società alienante e dominata dal caos
  • Uso insistito del fuori campo e del traffico urbano, per amplificare la solitudine esistenziale in una società alienante e dominata dal caos;
  • Abolizione totale della musica, quasi totale delle voci in campo, fuori campo, sopra il campo e la capra crepa, per amplificare la solitudine esistenziale in una società alienante e dominata dal caos
  • Azioni inconsulte da parte dei personaggi e/o scene corali tipo una festa di compleanno piena di animali umani cheap & trash per amplificare la solitudine esistenziale in una società alienante e dominata dal caos…

….
Riguardo alla trama, se proprio proprio ci tenete… C’è questo Armando, un uomo di mezza età che gestisce un negozio di protesi dentali ― inciso: ma quant’è maniacale un regista che indulge su dei sorrisi finti fra le mani di un uomo? Bah… A parte la passione per le dentiere, Armando ha anche quella per i giovincelli di strada, ai quali offre del denaro se accettano di seguirlo a casa sua e spogliarsi per lui.
Tra questi, Elder, uno scugnizzo che bazzica Caracas e i suoi peggiori bar e si crede un figo, un macho, uno di quelli, insomma, che in Italia considererebbe la step-child adoption un’eresia. All’inizio Elder reagisce violentemente all’abbordaggio di Armando, ma poi, durante il film, si affeziona a lui, e pensate, arriva ad innamorarsene e a formare con lui una Famiglia Arcobaleno…pazza…
Il film È proprio questo, la “caduta nell’amore” ― il falling in love ― che sarà seguita da una “caduta dell’amore” e del personaggio, per mano dello stesso Armando, che tanto tanto innamorato del giovane Elder forse non era… Il colpo di scena finale non colpisce granché: lo spettatore raggiunge il finale con un senso di sollievo pari a quello del liberitutti a nascondino quando arrivava l’ultimo dei nascosti e, eroico, liberavatutti.
Se posso trovare qualcosa a favore del film, be’, forse la coerenza con cui mantiene il riferimento al cattivo gusto. Tutto è molto di cattivo gusto nella realtà che Vigas ci mostra: gli interni della casa di Armando, il party che citavo prima, persino le persone stesse, colte in mezzo alla strada o negli autobus emanano quello squallore che non ha nulla in comune, per esempio, coi ragazzi di vita di Pasolini ― non ci passi per la testa di paragonare Pasolini a Vigas, per carità. In quel degrado urbano e umano, un amore sembrerebbe riuscire comunque a sbocciare. E invece no, non è amore. È sfruttamento, manipolazione, raggiungimento di uno scopo totalmente prosaico: Armando vuole liberarsi di una figura paterna che, per dei motivi che lo spettatore può solo ipotizzare, lo ossessiona da lontano. Quindi si serve della mano del ragazzo ― e del suo amore ― per realizzare il suo piano.
Ma dov’è qui, mi chiedo, lo sperimentalismo? L’idea del passato non svelato e che torna a braccare il protagonista, l’aveva già raccontata ― ma meglio, molto molto meglio ― Michael Haneke in “Caché – Niente da nascondere”, nel 2005. La trama era diversa, ma le modalità ― camera fissa o, in alternanza, a spalla, impiego massiccio dello sfuocato ― la tematica dell’impossibilità di sbarazzarsi del passato e dei suoi irrisolti, la presenza di uno sguardo che, intrusivo e orwellianamente grandefraterno, perseguita il protagonista, erano già tutti lì.
Allora cosa rende speciale “Ti guardo”? Il fatto che i due personaggi siano omosessuali? Spero vivamente di no, ma ovviamente è sì: il film può giocarsi quella carta e almeno comprarsi l’apprezzamento di chi ha bisogno dell’alterità gay per giustificare il plauso a un film davvero normale. E credetemi, io posso metterci tutta la buona volontà del mondo e vedere i dialoghi non detti e i traumi famigliari non rivelati come tappe in un percorso narrativo scelto razionalmente dal regista che predilige un cinema centripeto ― l’occhio rivolto a se stesso ― piuttosto che centrifugo ― l’oblò spalancato verso il pubblico. Se accetto l’arte concettuale, volete che non accetti un film ripiegato su se stesso come un calzino? Ma elidere così radicalmente una parte così sostanziosa della materia narrativa, cacciare tutto dentro silenzi interminabili e consegnarli allo spettatore, sancisce quella che è la priorità del film: prediligere la ricerca formale e infischiarsi di restituire il palpito vitale in cuore a ogni storia ― e che i grandi registi riescono a restituire.
La questione, a ogni modo, è un’altra. La questione è, in primis, cosa ci dice di nuovo il film e cosa chiediamo a un film. A voi, cosa deve fare un film? A me, ormai lo sapete, un film deve scombinare le ascisse delle viscere e le ordinate del cervello ― così anche Cartesio è contento, e pure Jakobson. E comunque che mi facesse, banalmente, balivamente, provare qualche emozione. Anche una. Anche mezza. “Ti guardo” mi pare un prodotto confezionato in laboratorio a meno venti gradi. Certo ha raggiunto l’obbiettivo. Vincere la Mostra del Cine di Venezia, con un’opera prima mi sembra molto più che “raggiungere l’obbiettivo”. Ma se il mondo dei festival continuerà a basare i propri giudizi su quelle forme e quei linguaggi ormai scolpiti nel marmo e a premiare sempre lo stesso film, allora non stupiamoci se Checco Zalone incassa 50 milioni di Euri ― non fatemi parlare del “fenomeno” Checco Zalone, che non ne ho la Forza. Non sto dicendo che i festival debbano evitare di premiare film di spessore, al contrario: i festival DEVONO battersi per il riconoscimento dell’originalità. Una Giuria che preferisce il ronzinante “Ti guardo” di Vigas a Furiacavallodelwest “Francofonia” di Sokurov ha qualche problema di miopia, e fa un danno al cinema: mette sul carro dei vincitori l’ordinario lasciando a piedi lo straordinario. È come se il Festival di Cannes, lo scorso anno, avesse premiato il mediocrissimo “Due giorni, una notte” dei fratelli Dardenne ― hanno premiato il paccone turco “Winter Sleep”, ma almeno lì c’era l’impresa titanica di riuscire ad arrivare in fondo…
E ora mi prendo una decina di gocce di Serenil, e vedo di calmarmi… Anche perché dobbiamo affrontare

LA CORRISPONDENZA
di Giuseppe Tornatore

“La miglior offerta”, l’ultimo film di Tornatore, non mi era piaciuto, confesso. E avevo guardato con occhi guardinghi alle grandezze di “Baharia”… Ma Tornatore è pur sempre Tornatore, uno dei registi italiani più importanti che ci restano. E siccome ci muoiono tutti ― Calligari, Mazzacurati, Scola ultimi della lista 🙁 ― chiudiamo un occhio sulle pellicole non troppo convincenti e andiamo al cine senza troppi pregiudizi.

Stasera, cheddite, ho gravitato attorno al polo negativo del dire eh?
Allora sapete cosa faccio? Passo a quello positivo e mi do alla musica, nel Maelstrom: devo annunciare a gran voce un grand achievement del Fellow Pugaciov dei Pugaciov sulla Luna… Seguitemi, ed evitate il riassunto dai… 😉

E accettate questi ringraziamenti e questi saluti, stasera, oscurantisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

I Pugaciov sulla Luna, band che si colloca tra la Rivoluzione e l’Universo, e in cui suona Riccardo, Rì, il Fellow Pugaciov, hanno partorito il loro primo CD, “Freestanding”!
Qui potete averne un assaggio, https://soundcloud.com/pugaciovsullaluna/sets/freestanding/s-1Es50
Non sono una critica musicale ― movies are my waters, lo sapete ― ma c’è il basso profondo all’inizio di questa canzone, “En Etat de Marche”, e poi la tromba, dopo che il cantante canta il trittico “tu n’as pas besoin de la haine, la honte, la rage”, che ti portano in un mondo fatto di luce e spleen, in quei colori che percorriamo quando c’è qualcosa di serenamente triste dentro di noi e che non possiamo fare a meno di custodire…
Le canzoni che ho avuto modo di ascoltare sono tutte dei pianeti a se stanti, con delle genìe tutte loro. Cosa aspettate Moviers, perlustrateli, conoscetele!
Help brave artists live on, dream on… 😉

LA CORRISPONDENZA: Una giovane studentessa universitaria impiega il tempo libero facendo la controfigura per la televisione e il cinema. La sua specialità sono le scene d’azione, le acrobazie cariche di suspence, le situazioni di pericolo che nelle storie di finzione si concludono fatalmente con la morte del suo doppio. Le piace riaprire gli occhi dopo ogni morte. La rende invincibile, o forse l’aiuta a esorcizzare un antico senso di colpa. Ma un giorno il professore di astrofisica di cui è profondamente innamorata sembra svanire nel nulla. E’ fuggito? Per quale ragione? E perché lui continua a inviarle messaggi in ogni istante della giornata?
Con queste domande, che conducono la ragazza lungo la strada di un’indagine molto personale, inizia la storia del film.

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LET’S MOVIE 270 propone TI GUARDO e commenta THE REVENANT

LET’S MOVIE 270 propone TI GUARDO e commenta THE REVENANT

TI GUARDO
di Desde Allà
Venezuela, 2016, 93’
Lunedì/Monday 25
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Astra / Dal Mastro

Manifestiamoci Moviers,

per Leonaro Di Caprio o per il DDL Cirinnà, per un amore o qualsiasi grande- o piccolezza che spinge oltre la soglia dell’ardire, le spiagge controllate del pudore.
Palesiamoci, Fellows, muoviamoci.

Sto lavorando ora ora a una mozione. Dizionario di politichese accorato alla mano, sto buttando giù una petizione che spedirò per raccomandata all’Academy of Motion Pictures ―Academy Headquarters, 8949 Wilshire Boulevard, Beverly Hills, California 90211. Oggetto: “Let’s Movie pleads for the Oscar to go to Leonardo Di Caprio”. E in quella lettera saranno elencati tutti i risultati che il ragazzo ha portato a casa, sin dal suo primissimo, bellissimo “Buon compleanno Mister Grape” ― ve l’ho ricordato tante volte, ma continuerò a farlo ― per arrivare al suo Redivivo. L’accanimento dell’Academy ― l’acadimento ― nei confronti del nostro Leo è talmente plateale che ci meravigliamo non si sia ancora mossa l’UNCHR, o una di quelle sigle che ci fanno smuovere sentimenti di compassione al solo vederle ― pronunciarle è peraltro impossibile. Siccome nessun altro si mobilita, e tutti lasciano Di Caprio sul promontorio della paura, ci muoviamo noi, che non a caso abbiamo infilato la nostra missione tra Move e Movie, e sì, scriviamo una bella mozione. E speriamo che questo sia l’anno decisivo, giacché si è messo di mezzo pure Inarritu con un film nel quale la lotta del protagonista diventa metafora della quest di Leonardo verso la sua statuetta. E perdonerete Leo, se nega come il primo dei negazionisti, la sua voglia di afferrarla, quella statuetta, e impreziosire finalmente la mensola sopra il caminetto che è vuota sin da “Genitori in blue jeans”. Naturale che neghi. Cosa volete che ci dica, se non “l’Oscar è solo un bonus, non mi motiva affatto nel mio lavoro”? Cosa volete che ci dica, porastella, dopo 5 nominations seguite da 5 sconfitte? Che ci guardi con gli occhioni da Pongo&Peggie e ci faccia un pianto da telenovela supplicandoci di dirgli se non fosse stato abbastanza bravo in Titanic, o in Django Unchained o in The Wolf of Wall Street? Almeno un pochino in The Wolf of Wall Street?? E noi come potremmo rispondergli, se non prendendolo sottobraccio per l’ennesima volta e accompagnandolo in farmacia a prendergli una confezione di Effexor, ricordandogli che “andrà bene la prossima volta”, con il tono da zia buona dai biscotti sempre vecchi nel vaso dei biscotti e la naftalina nei cassetti?
Quindi Inarritu par architettare il suo film spettacoloso proprio in funzione del nostro Leo, con il suo protagonista a cui ne fa passare di tutti i colori dell’arcobaleno e, non bastandogli l’arcobaleno, s’industria per cercare tutte le nuances possibili e impossibili e trasformare ‘sto povero Cristo in un Cristo senza povero e infilargli, se Dio vuole (!), una statuetta nel copripubenda.

A congelarsi con me, lunedì, c’erano il Respirolibero, l’Andycandycandy, l’Onassis Jr, la Vanilla, e altri 486 pervenuti al Viktor Viktoria ― pervenuti, pensiamo, sia per l’ingresso a 5 Euro e 50, sia per il gran battage che sta accompagnando il film. La presa dei posti ha avuto un che di rocambolesco, e anche, dicevamo, la temperatura, e tutto questo si è allineato perfettamente alle coordinate del film, che prevedono terre gelate, inseguimenti, corse non all’oro ma al primo punto di ristoro dove scaldarsi e contare il numero di dita ruzzolate via per assideramento o per effetto di un toma-wok volante, come usa. Il riscaldamento a singhiozzo e la caccia al posto ci hanno fatto sentire un po’ pionieri, un po’ pirati.
Anche la Honorary Member Mic compartecipava a Lez Muvi e alle sofferenze dell’eroe Di Caprio dalle piane vicentine, come sempre in sync e con fuso. 🙂

Il Revenant, il Redivivo, quello che muore e torna dalla morte, è Hugh Glass, un cacciatore di pelli alla guida di una spedizione nel profondo Missouri. Siamo nelle prime decadi dell’800, il mito della Frontiera sta cominciando a scrivere la Storia americana. Potete immaginare cosa fosse il Missouri in quegli anni? State rabbrividendo? Ecco, quello è l’effetto ricercato da Inarritu.
L’America è appena nata, e la terra è un campo su cui si disputano varie battaglie: quella dell’uomo contro la Natura, quella del bianco contro l’indiano, quella dell’indiano contro il bianco e quella del nato bianco-ma-naturalizzato-indiano alle prese con la Natura, la meschinità umana e la vendetta. Sì perché Glass è un bianco, ma i flash-back travestiti da visioni che lo visitano ci fanno capire che ha sposato un’indiana e che il giovane al suo seguito è l’adorato figlio.
Nemmeno il tempo di acclimatarci, e Glass subisce un attacco da un grizzly talmente realistico che Geo&Geo ha querelato la Produzione del film per plagio di pellicole plantigrade. Io faccio tanto la sciocca, ma Moviers, la scena è davvero spaventosa. Soprattutto perché hanno mantenuto la velocità dell’animale. Molto spesso queste scene sono al rallentì, oppure ridotte al minimo, per ridurre al minimo le possibilità di falso in bilancio… Maggiori sono i minuti, maggiore è il rischio di intravedere difetti e perdere l’effetto verosimiglianza. Qui la scena dura a lungo, sicuro 5 minuti, giocati tra la verticalità dell’orso in tutta la sua svettante possenza, e l’orizzontalità di Glass, one man one carpet ― e decisamente red ― che altro non può fare se non subire la montagna animalA per buona parte dei 5 minuti. Poi, in qualche modo, riesce a trovare un coltello e a puntare alla giugulare dell’animale. A quel punto però il danno è fatto, il corpo di Glass ridotto uno scempio. Ovviamente, in quelle condizioni, un Missouri nelle prime decadi dell’’800 non è attraversabile. Il Capitano della spedizione affida la guardia e le cure dell’eroico moribondo a un esemplare di SOB, un Son Offa Bitch, che non solo gli ammazza l’adorato figlio sotto gli occhi, ma lo abbandona in the middle of nowhere Missouri ― nelle prime decadi dell’800 sì, bravi ― perché lui, il SOB, ovviamente vuole salvare se stesso ― mors tua vita mea, come usava dire ― e quelle zone sono ad alto rischio scalpo. Tutto il film è il calvario attraversato da Hugh Glass non solo per guarire dalle ferite post-attacco plantigrado e in condizioni che l’umano duemiliano ― l’uomo del 2000 ― abituato al riscaldamento termoautonomo persino nelle mutande non può nemmeno immaginare, ma anche per far ritorno alla base e variare la sua dieta a base di crudité, diciamo… E, naturalmente, andare a stanare il Son Offa Bitch e scambiarci due paroline…
Questo per quanto riguarda il plot. E non è un plot originalissimo, se vogliamo essere sinceri. Voglio dire. L’eroe subisce un torto, è ridotto in fin di vita, subisce tutto il subibile possibile dal fato e dalle circostanze, passa attraverso l’inferno e alla fine ottiene quello per cui ha lottato tutto il film: arriva a destinazione e va a prendere il cattivo. Nulla di copernicano. Ma l’esecuzione di The Revenant è grandiosa ― nel senso proprio delle sue proporzioni. E non ha nulla del film western, a mio parere. Il plot sì ― il torto subito e la ricerca della vendetta sono due motori del genere “Impiccalo più in alto”. Ma questo film non lo è. Siamo più vicino a “Fitzacarraldo” oppure a “Platoon”, a film in cui la Natura era come la Natura Padrona-Sovrana-sì-Buana che ho incontrato e venerato in Tasmania. È un “survival movie”. The Revenant esprime infatti benissimo le tribolazioni dell’ometto piccolo piccolo alle prese con un territorio grandioso, massivo, imperante ― nel senso che impera, categorico come un imperativo. La missione di questa squadra di ometti piccoli piccoli non è altro che il viaggio del Pequod (non il nostro Fellow Movier, ma la nave :-)) che cerca disperatamente di domare Moby Dick, e che soccomberà. Lo stesso vale per “The Revenant”, solo che qui abbiamo anche altra carne attorno al fuoco ― quella indiana. Non c’è solo un paesaggio ostile da piegare, c’è anche un popolo a cui sottrarlo. E quale miglior personaggio se non un bianco legato dall’amore e da un figlio al popolo dei Pawnee per raccontare quella lotta e le immane indicibili tragedie a cui diede luogo? L’eroe che ha conosciuto il “nemico” e ha compreso che il vero nemico è il fuocoamico in seno al suo gruppo e non fuori, offre una prospettiva privilegiata e critica nei confronti della decantata brotherhood yankee. Inarritu non è uno sprovveduto: ha scelto un personaggio che vive la terra spinosa del dissidio: il bianco che osserva i bianchi massacrare la propria patria d’elezione ― la terra indiana. A questo punto bisognerebbe svolgere un lavoro filologico e andare a documentarsi su Hugh Glass, l’uomo, quello che è vissuto realmente: il film di Inarritu si basa su un romanzo “liberamente ispirato” a quella storia, quindi dobbiamo mettere in conto una quantità di “licenze poIetiche” che sicuramente scrittore e regista si sono presi. Personalmente, passato lo stupore iniziale per il caso da Guineess dei Primati della sopravvivenza di Glass ― sopravvivere in quelle condizioni è davvero da considerarsi un evento miracoloso ― m’interessa più che altro il personaggio letterario, la metafora che scorgo dietro alle sue generalità anagrafiche. A un livello superficiale la storia di quest’uomo può sembrare come la storia della forza della vita che, lasciando perdere Paolo Vallesi, riesce a spuntarla anche quando sembra tutto perduto ― un po’ come il marinaio Robert Redford in “All is Lost” (recuperatelo). In realtà ci ho riflettuto, e penso che il film non sia sulla vita, e il suo accanimento, quanto piuttosto sulla morte, e la fuga da essa. La morte ci sta con il fiato sul collo tutto il tempo. Ed è per questo che non ci si annoia un minuto ― io non mi sono annoiata nemmeno un minuto, e di minuti, ce ne sono 156 nel film… Provatevi voi, ad annoiarvi quando vi sentite costantemente braccati ― dagli orsi, dal freddo, dagli indiani, dai tuoi compagni, dal tuo passato, dalle tue allucinazioni, da tutto. E non è una “morte” banale, o meglio, non è il livello fisico della morte, quello su cui interessa ragionare Inarritu. E’ la morte emotiva, la perdita. È quando perdi un amore ― tanto più se barbaramente trucidato come nel caso di Glass. È quando il presente finisce per diventare passato e ti manca, ti manca più di una schiena intonsa dopo una schiena su cui un grizzly ha fatto le sue scorribande. Quando Hugh Glass pronuncia la frase-feticcio del film “Io non ho paura di morire ormai. Io sono già morto”. Non si riferisce a tutte le morti scampate ― orso, fame, freddo, indiani e un volo spettacolare da 200 metri d’altezza sopra un pino. Non si riferisce ― o non solamente perlomeno ― alla sopravvivenza spiccia. Si riferisce alla perdita della sua vita affettiva. Quando hai perso quella, non hai più niente di valore da perdere, e non hai motivo per stare in vita ― Hugh Glass sarebbe il candidato number one alla depressione. Inarritu non è nuovo a questo tema, all’hot topic della morte “emotiva”: pensate a “Biutiful”, il cui protagonista navigava tra la vita e la morte ed era dotato della facoltà di sentir parlare le anime dei defunti. Pensate al finale di Birdman ― il protagonista muore, non muore, chissà?

Tante persone che sono andate a vedere The Revenant hanno lamentato stereotipia, il cattivo troppo cattivo, gli indiani troppo buoni, i bianchi troppo trogloditi. Tutto troppo e troppo semplificativo. C’è del vero in questa critica, ma solo se prescindiamo dal contesto. Per come la vedo io, i personaggi sono volutamente sgrossati dalla materia umana, corpi rozzi, senza un lavoro di rifinitura che avrebbe tirato fuori luci e ombre che avrebbero stonato: è una scelta, questa del regista, che si inserisce in quell’ambientazione. La Natura incide sul carattere e i comportamenti: l’uomo che si fa strada “into the wild” è anch’egli “wild” ― questo, sembra dirmi Inarritu. La Natura in quegli ambienti è talmente ostile da andare a oscurare qualsiasi sfumatura del carattere umano… E poi, volete che un regista del suo calibro, non si sia posto il problema? Non avrebbe potuto ― né voluto ― inserire lì dei bohemien che si mettono a filosofeggiare sul perché e il percome della giustizia ― né lui si sarebbe messo a filosofeggiare con la cinepresa e tirato fuori delle sfumature inverosimili, inautentiche. Siamo nel Bronx della jungle, Fellows! Il fisico spadroneggia. E l’unico momento in cui non lo fa è perché si ripropone il ricordo di qualcosa di passato. Oppure la visione. In quei momenti, il fisico tace, ed è l’immaginifico a prendere in mano tela e pennello. Allora abbiamo colori caldi, abbiamo frammenti di giornate di sole, prati verdi e campi gialli. Abbiamo affreschi in chiese diroccate che seppelliscono in una memoria singola una questione collettiva. Abbiamo una montagna di teschi di bisonte con le stesse valenze colpevolizzanti e strazianti di un documentario che ti racconta la storia dello sterminio di quegli animali perpetrato dell’uomo bianco nell’800. Il voto all’autenticità fatto dal regista è talmente centrale da toccare la sceneggiatura e la sua mise-en-place: non una singola scena è stata girata con luce artificiale. Tutta luce naturale del profondo Missouri ― il che ha costretto gli attori a delle levatacce nella bruma profondomissouriana che saranno valse al regista qualche bonario mavvaffa… Ma capirete, non c’era altra scelta. La luce profondomissouriana illumina gli scontri netti messi in scena: eroe contro antieroe, Natura contro Uomo, giustizia fai-da-te contro giustizia divina, ecc…

E parliamo di questo, un attimo. Della realizzazione visiva e della spettacolarità del film. I paesaggi, la luce, e poi sempre loro, i piani sequenza, in cui Inarritu eccelle ― ricorderete “Birdman”. Ed è bravo perché per me, si ferma una frazione di secondo prima di sorrentinare, ovvero di scivolare per la china del bello fine a se stesso che Sorrentino tende a discendere in molte sue pellicole. Inarritu è bravo, ama gli scenari che filma, ma non finisce mai nel virtuosistico ― ci va vicinissimo ma non lo fa. L’insistenza delle lande ghiacciate, dei fiumi gelati, delle riprese aeree che abbracciano uno spazio sconfinato, non sono quadretti da appendere al muro, ma frammenti d’incubo con cui l’ometto piccolo piccolo 800entesco si ritrovava a dover combattere. Il regista ci pervade di quella Natura, così come quella Natura “pervadeva” all’epoca. E la grandiosità del film è data sia da questo spazio grande ― che se avete dimestichezza con Canada e USA avete conosciuto voi stessi ― sia da un ritmo incalzante che non molla e che, come dicevo, non permette mai alla noia di darvi noia. Se vi è capitato di leggere la poesia panica di Ralph Waldo Emerson o di Walt Whitman, oppure la prosa dal respiro libero di Longfellow o Thoreau, troverete nel film una controparte cinematografica alla grandness americana.
Certo, se siete degli animalisti, oppure facilmente impressionabili, sconsigliamo la visione di questo film. E non soltanto perché da un cavallo morto, Glass si ricava un sacco a pelo per la notte, riponendo accuratamente le interiora dell’animale nella zona Compost e ponendo se stesso al suo interno… E non soltanto perché Glass soffre come un cane ed è ridotto a un cadavere strisciante. E non soltanto per tutte le scene di sushi e tartare in cui mancano geometrie giapponesi e servizio à la carte e si rimane con un pesce crudo o parti di bisonti sanguinolenti sotto i morsi della fame di Glass. Ma perché la sofferenza che Leonardo Di Caprio riesce a restituire ha qualcosa di sacrale. Più che un uomo, questo personaggio ha qualcosa del martire, che noi accompagniamo nel martirio che è la sua vita, sia dopo la perdita degli affetti, che dopo l’abbandono da parte della sua “gente”. The Revenant è la storia di una solitudine, o della Solitudine dell’uomo, che è totale e totalizzante, ma a tratti “rischiarabile” dall’esterno. Prendete la splendida sequenza di scene in cui Hugh incontra l’indiano che si prende cura di lui, che gli fabbrica un riparo di rami per ripararlo dal freddo. Prendete la scena in cui i due, che comunicano con gli occhi più che con le parole, si ritrovano a ridere ― a ridere, in quell’inferno! ― sentendosi cadere dei fiocchi di neve sulla lingua, come due bambini quando ridono di una sciocchezza che per loro è magia.

E il film tuttavia non è perfetto. Il finale, per esempio, la vendetta, lasciata nelle mani di Dio all’ultimo fotogramma, oppure l’insistenza ben più che realistica sulle sofferenze del povero Hugh, e anche la raffigurazione un po’ troppo stereotipata dell’indiano da “bon sauvage”, potrebbero infastidire. Sicuramente non ti viene voglia di rivederlo, e questo soprattutto per la crudezza di certe crudité e di certe ferite nella carne di Glass che fan male solo a vederle finte. Ma questo credo sia è l’effetto ricercato da Inarritu: si sarà detto, fra sé e sé, mo’ adesso getto ‘sto pubblico di viziati del terzo millennio in piena wilderness 800esca, vediamo come ne escono. Noi viziati ne usciamo stravolti, sia per la mole di roba che ci viene scaricata addosso, sia per la spettacolarità con cui viene veicolata. Scena di Mister Grizzly a parte, avete presente come sfrecciano le frecce degli indiani?? Io non ho mai visto nulla del genere. E poi, per tornare all’inizio e chiudere il cerchio, questo è il film che immortala Leonardo Di Caprio. Se nel lupo di Wall Street ci aveva conquistato con la sua parlantina da guascone, con la sua irriverenza, la sua irresistibile ironia, qui è il suo corpo a parlare. Le smorfie che il dolore gli scrive sul volto, per via del freddo, della fame, del supplizio. Le parole che pronuncia non superano le dieci battute. Per il resto, si esprime a grugniti ― strazianti ― e a sguardi, eloquenti.
“Quindi, Signore e Signori dell’Academy, non vorrete negare l’Oscar a un attore diventato tutt’uno con il pioniere americano che sconfigge l’avverso, non cede al perverso e lascia che il divino faccia il suo corso?” ― così concluderò la petizione che invierò a Los Angeles, certa di far leva su tre punti cari alla coscienza americana: la volontà, la rettitudine e Dio.
E poi, ruffiana, terminerò su un “God bless America” ― su quello capitolano tutti. 😉

E ora Fellows, l’avevamo lasciato in laguna a prendere le lodi della Giuria dopo aver vinto il Leone d’Oro

TI GUARDO
di Desde Allà

Lo propongo anche perché ha una tematica queer. E sapete, questo mi riporta a ieri. E alla vera manifestazione…Ieri ero in piazza insieme a un migliaio di persone ― e per Trentoville è un numero da far girare la testa.
Come forse sapete si manifestava per il riconoscimento dei diritti civili alle coppie omosessuali e alle loro famiglie. Siamo l’ultimo paese d’Europa che ancora non ha legiferato in tal senso. Cosa vuol dire questo? Ve lo spiego. Prendete un paese ― uno a caso, l’Italia ― che soffoca da millenni sotto lo scacco della burocrazia e il matto della legislazione d’Azzeccagarbugli. Ecco, in questo nostro belpaese in cui facciamo tanto gli eccellenti perché esportiamo la Moda e l’Arte e la signora Bastianich, in questo belpaese di eccellenti che siamo, non abbiamo ANCORA un decreto che preveda il riconoscimento giuridico per le coppie dello stesso sesso. E in questo senso, siamo la vergogna dell’Europa, non mi preoccupo di usare termini forti. Cento piazze in Italia, cento manifestazioni, per far approvare ‘sto benedetto decreto Cirinnà, che non brilla in eguaglianza spinta, ma sempre meglio che niente.
Mi piace poter proporre “Ti guardo” proprio questa settimana. Per ricordarmi sempre SEMPRE che il cinema fa molta più politica della politica. E che la politica fa molto più cinema che politica…

E ora Fellows, scappate pure incontro alla vostra domenica sera, però prima, se siete interessati a quel folle di Steve Jobs –che era un po’ SOB pure lui– date uno sguardo al Maelstrom. 😉
E poi tirate pure dritto, che il riassunto è inguardabile…

Grazie, my Moviers. E se volete che aggiunga qualcosa alla lettera pro-Leo per l’Academy, non esitate a scrivermi 😉
Ed eccovi i saluti, per oggi, platealmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Io e il WG Mat abbiamo visto “Steve Jobs”, il film di Danny Boyle su Mad Master Apple… E per una volta siamo stati in accordo. Niente pugni, niente botte ― allo Smelly volevano chiamare la stampa. 🙂
“Steve Jobs” un prodotto per intenditori ― nulla in paragone a “Jobs” con Ashton Kutcher di due anni fa. Con un guizzo di coraggiosa originalità, la sceneggiatura si concentra sul backstage del lancio di tre prodotti chiave partoriti dal guru: il Macintosh (1984), il Cube della Next (1988) e l’iMac (1998). Se la vostra conoscenza di Steve Jobs si limita a “stay hungry stay foolish” e poco altro, è meglio che giriate al largo. Il film richiede una buona familiarità con il personaggio e con certe vicende che lo hanno riguardato da vicino. Se non le conoscete, correte il rischio di fare la mia fine con “La grande scommessa” e la gabola dei CDS nel 2005 finanziario… Persi dopo 9 minuti…
Detto questo, se siete dei geek e degli amanti del cine ― se siete dei Mat, insomma ― il film vi stuzzicherà. Io l’ho trovato un po’ troppo “coitus interruptus”: vi mostra i tre momenti prima che Jobs salga sul palco per tenere le sue stratosferiche presentazioni, ma poi non vi mostra le stratosferiche presentazioni ― di qui il coitus interruptus effect. Ma dal punto di vista della sceneggiatura, lo stratagemma funziona: il regista può mostrarci quello che non è mai stato mostrato, ovvero il pre-presentazione ― le presentazioni, in fondo, possiamo recuperarle tutti su youtube. Eppure questa sensazione d’interruzione, di costruire il momento per poi inibirlo, possono frustrare un po’. Così come il clima assai artico che viene mantenuto dall’inizio alla fine ― zero coinvolgimento emotivo dello spettatore, che viene chiamato a partecipare con la sola imposizione dei neuroni. Ma approvo tuttavia il tentativo di guardare al personaggio da un’angolazione inaspettata e svelando lati di un carattere folle ― folle è la parola giusta ― attraverso le sue stesse pedisseque parole, più che attraverso le immagini.
Quindi se siete geek, o cinephiles, o semplicemente degli “educated curious”, andate da Danny Boyle, che, ve lo dico in anteprima, sta lavorando al sequel di Trainspotting…

TI GUARDO: Nella caotica e agitata Caracas di oggi, Armando (50 anni), proprietario di un laboratorio di protesi dentali, è alla ricerca di giovani ragazzi alle fermate degli autobus, a cui offre del denaro per andare a casa sua. Contemporaneamente Armando spia un vecchio di cui conosce l’abitazione, per vedere dove va: i due hanno qualcosa del proprio passato che li lega. Un giorno Armando porta Elder, il leader di una gang di strada, a casa sua. Inizia così, dopo questo primo incontro, una relazione che cambierà le loro vite per sempre.

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LET’S MOVIE 269 – propone THE REVENANT e commenta LA GRANDE SCOMMESSA

LET’S MOVIE 269 – propone THE REVENANT e commenta LA GRANDE SCOMMESSA

THE REVENANT
di Alejandro González Iñárritu
USA, 2016, ‘153
Lunedì 18 / Monday 18
Ore 21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

 

Martin Moviers,

Ah quanto mi è mancato lui, lo Scorsese, con o senza Morricone, non importa, ma lui, il cantastorie che usa la cinepresa per ore ― guardate un po’ quanto durano i suoi film ― e ti trascina dentro, qualsiasi sia la trama, qualsiasi sia l’attore feticcio del momento, un De Niro che si scatena nei panni di un toro, o di un tassista fuori di testa (“Taxi Driver”) o di un ex-galeotto fuori di testa (“Cape Fear”) o di un egocentrico fuori di testa (“Re per una notte”). Oppure un Di Caprio altrettanto fuori di testa sull’isola di “Shatter Island” o nei bassifondi bostoniani di “The Departed”. Insomma, io pensavo di andare al cine lunedì, dopo un mese di astinenza cinematografica ― i tanti film visti in volo non contano, è la Sala che conta ― di arrivare e trovarmi un “Wolf of Wall Street”, una belva di quel genere, un racconto che avrebbe fatto di me un sol boccone ― anche perché, dopo 3 settimane tasmaniacali, ero ormai abituata a soccombere agli elementi. Una giostra che mi avrebbe tirato a bordo nonostante i miei piedi puntati ― notoria la mia assoluta refrattarietà nei confronti della cosa finanziaria in tutte le sue forme. E io avrei cavalcato quel puledro selvaggio de “La grande scommessa” e finalmente la cosa finanziaria avrebbe acquistato un senso, e io sarei uscita dalla Sala sentendomi a metà strada fra Adam Smith e Ricardo, gli unici due economisti che io conosca, e finalmente avrei capito cosa diamine è successo nel 2008, quando la fine ebbe inizio, e la Crisi, creatura sfuggente ma dalla stazza assai ingombrante, prese a occupare ogni tavola rotonda ― di conferenzieri o semplicemente di ferrotranvieri a casa per cena ― ogni discorso, ogni singola lamentela che lamentava qualcosa che non andasse. Dal 2008 la malora aveva un’unica sgualdrina di madre: la Crisi.
Cantonata non avrebbe potuto essere presa in maniera più eclatante dalla sottoscritta, a riprova che l’apriorismo delle convinzioni non ha eguali, né rimedi. Nessuna illuminazione, nessun “Eureka!”, “urca”, ma nemmeno un “caspita”. Solo due ore di tenebra totale in cui ho vagato tra la voglia quasi fisica di Scorsese e del suo splendidamente debordante “The Wolf of Wall Street”, che mi aveva iniziato al significato di brokeraggio selvaggio e alle malefatte del suo protagonista ― fuori di test of course ― di tirare su milioni in maniera illegale ma anche perversamente geniale, e di foraggiare le pance della fauna wallstreetttiana che condivideva, negli anni ’80, quel sogno di grandeur economica che degli scrupoli aveva fatto coriandoli, e degli eccessi Vangeli.
Le mie uniche àncore di salvataggio in un Titanic(o) scenario, erano l’Onassis Jr, il WG Mat e la Vanilla, con me in sala. E dovrebbe scriverlo la Vanilla, un pippone sul film, perché lei sì che ha le basi e pure le altezze adatte per intendere il film. 🙂 E mentre io arrancavo smarrita dentro la labirintite che mi procurava “La grande scommessa”, lei, la Vanilla, avrebbe pure potuto buttar giù “La ricchezza delle nazioni Parte II” e pure una serie televisiva ad essa ispirata, mentre guardava il film. Forse si sarà accorta che io guardavo lei come Rey guarda Han Solo che sbuca fuori dal Millennium Falcon ― ne parleremo, sotto delle guerre stellari…
Dunque, a quanto ho visto e compreso, ci sono questi quattro spregiudicati investitori che nel 2005 intuiscono l’instabilità del mercato immobiliare statunitense e si dicono, qui l’economia mondiale sta per andare gambe all’aria e iniziano a scommettere sul sistema, giocando con dei gingilli finanziari dai nomi divertenti tipo swap o CDS ― ma non osate chiedermi la struttura e il colore di uno swap, men che meno i CDS. Uno di loro è Michael Burry, il personaggio che forse mi rimarrà impresso per qualche giorno e che poi finirà laddove sta già precipitando “La grande scommessa” ― la Fossa delle Marianne dell’oblio (sì, “Dell’esagerazione” lo scrissi io a 12 anni… ). Michael è uno abbastanza schizzato che suona la batteria in ufficio, o anche solo l’aria intorno a sé con un paio di bacchette, straluna gli occhi peggio del Mago Otelma in trance e riesce a portarsi a casa una quantità di milionate di dollari di cui naturalmente non ricordo il numero. Poi c’è Ryan Gosling che NON è Ryan Gosling ma Carlo Conti un po’ meno abbronzato, che fa più o meno lo stesso, solo che guarda fisso in camera e te lo racconta live. E questo, devo dire, l’ho apprezzato. Cioè, NON ho apprezzato la mutazione di Gossling in Carlo Conti, ho apprettato la scelta di farlo guardare dritto in camera, come se uscisse dalla sua storia e dal suo tempo ― il 2005 ― e l’attore diventasse il personaggio che impersona se stesso, il che, capirete, intriga, non è la solita narrazione diegeticamente lineare (sentitela, diegeticamente). Poi c’è quest’altro manager che lavora per la Morgan Stanley interpretato da Steve Carrell ― che per me rimarrà per sempre il 40enne vergine, e nemmeno un ruolo walstreettiano come questo riuscirà a togliergli quel ruolo di dosso ― ma nel complesso abbastanza insipido, e poi c’è Bradpitt, una sorta di cervellone di Wall Street in pensione che fa da mentore a due pischelli nerd che vogliono approfittare della situazione e spalare anche loro qualche bella milionata nei loro conti correnti presumibilmente svizzeri. Tutti questi personaggi arrivano, nei loro modi diversi, alla stessa conclusione ovvero che i mutui sono sul punto di fallire ― non so bene perché ― e quindi s’inventano una cosa che si chiama CDS che in qualche maniera, da questo fallimento, li fa guadagnare.
Ma usciamo dalla trama, che, come vedete, è tutta crivellata, fingiamo non abbia dei crateri lunari al posto del compreso, e lasciamola da parte un attimo.
Perché il film non funziona? Il film non funziona perché

  1. Inizia a palla, a bomba, fuochi d’artificio, bum bum bum. E tu dici, bene, qui abbiamo il figlio  adrenalinico di “The Wolf of Wall Street”, e sorridi quel sorriso citrullo di quando ti appresti a godertela. Ma poi, dopo circa 9 minuti capisci che no, “The Wolf of Wall Street” non era affatto suo padre ― Darth Vader la smetta di ridere e fare lo scemo laggiù― era solo tantissimo artificio senza il fuoco.
  2. È un ibrido, si lascia sedurre dai tecnicismi ma senza essere un documentario, giacché presenta evidenti velleità fiction. Il regista doveva pensare anche per chi non gioca con gli SWAP dalla mattina alla sera. Così facendo stermina una fila di spettatori ― tra cui, l’avete capito, io.
  3. L’ironia di cui, a quanto ho sentito dire, il film sarebbe imbevuto, non è ironia. È semplicemente il lato buffo della truffa. Ogni truffa è accattivante, ammettiamolo. E fior fior di registi l’hanno intuito e dato alla luce fior fior di pellicole, e mi basta citare “Bonnie&Clyde”, “La stangata”, “Arsenio Lupin”. E il lato drammatico o “dark” evocato ― ancora ‘sti colori ― è semplicemente il dramma che ha investito il mondo e in cui noi, ancora oggi sguazziamo. Parafrasando un vecchio cliché ― pur vero ― mi viene da dire, l’ironia, qui, sta negli occhi di chi guarda, ovvero noi, che vediamo questi quattro/cinque furboni che fanno una montagna di soldi sulle macerie del mondo. Non ci trovo affatto dell’ironia ― né nel contenuto, né nella forma. Non è esattamente come dire, faccio vedere una banda di soliti ignoti che tenta di svaligiare un appartamento per sbarcare il lunario e li faccio miseramente fallire… Oppure un Lupo col capo di Di Caprio che ci porta nel suo mondo di spregiudicatezze finanziarie e morali. Vorrebbe farlo, vorrebbe essere un film così, ma non gli riesce. Vorrebbe riflettere sulla maletica ― conio questo concetto qui e ora ― attraverso la risata, ma facendo lo splendido solo a metà (be’, 9 minuti non è metà, ma sono generosa), manca clamorosamente l’obbiettivo. E accenna solo vagamente a questioni più ampie, ma senza poi sviscerarle. Mi riferisco alla caduta delle certezze dell’uomo moderno, per esempio, o alla fine dell’età dell’oro, o ancora alla sostanziale fuffa attraverso la quale le certezze e l’impero economico occidentale sono crollati ― crollati a seguito di una bolla, il paradosso sarebbe stato ghiotto, indeed. Magari qualche regista più attento di McKay potrebbe riflettere cinematograficamente sull’avvento della Fuffa quale nuova arma di distruzione di massa, altroché antrace e missili terra-area nascosti nella valle degli orti dei contadini iracheni.
  4. Lo spettatore target ideale non è identificato. Così come scrittori ―e traduttori!― hanno un lettore target nella loro mente quando creano, anche il regista dovrebbe avere un suo spettatore ideale. In questo caso chi è? Quello che vive in simbiosi con la Borsa e con il Financial Times incollato alla faccia ― per esserci crollato addormentato sopra, dopo Sole 24 ore di lavoro non-stop a Wall Street naturalmente? No perché quel tipo di spettatore sa già tutto, e il film non è così comico da farli ridere, al massimo strappa qualche smorfia. Allora lo spettatore ideale sono io? Che considero uno Swap come una specie di cubo di Rubick nelle mani di un laureato alla Bocconi e che nelle mie mani è più ingestibile di un cubo di Rubick vero?! No perché la materia e la microlingua utilizzate mi tagliano fuori dalla comprensione, mi relegano nel grembo tiepido dell’ignoranza, e io finisco a pensare all’ascensore rotto, alla multa per eccesso di velocità da pagare (mannaggia) e a questa app che ti dice il motivo per cui il tuo bebé frigna e sulla quale vorresti scrivere un j’accuse che manco Zola con l’affare Dreyfuss…
  5. Bradpitt. No, aspettate, non è che il film NON funzioni per colpa sua, ma per la prima volta da che compare sul grande schermo, Bradpitt risulta assolutamente trasparente. Voi potreste dirmi, he was supposed to be, è il suo personaggio, agisce nell’ombra. Ok. E io sarò una tradizionalista, ma quando tengo un frutto come un Bradpitt per le mani, non lo uso a metà, lo spremo tutto. Non ne faccio un discorso di minuti: anche un cameo può lasciare il segno ― pensate a cosa ne hanno fatto di lui i fratelli Coen con l’indimenticabile personaggio minore/minorato che interpretava in “Burn After Reading”. Non è il “quanto”, è il “come”…. E lì, in “La grande scommessa” tre quarti di Bradpitt ci va a ramengo ― ed è peccato…

Non credo ci sia bisogno che dica oltre. E se magari il tentativo di raccontare la crisi è apprezzabile, dall’altra gli sceneggiatori avrebbero dovuto prevedere che la verbosità e il tripudio del tecnico ammazza il lato che voleva essere comico. Di certo ha ammazzato il mio. Ma può essere che qualcuno sia rimasto sveglio, e che si sia pure risvegliato, chissà…

E a questo proposito… Fatemi dire qualcosa su Star Wars 7 – Il risveglio della Forza. Giusto qualcosa perché ci penserà il WG Mat al “piuchequalcosa”, il nuovo tempo verbale che declinerà a suo piacere nel Maelstrom 🙂 ― del resto gestisce la Jedi Academy da un tempo lontano, quindi chi meglio di lui?
Io, dal canto mio, non entro nella critica spinta e mi fermo a delle considerazioni generali: ho riflettuto più che altro sull’esistenza di Star Wars tout court, più che sulla sua essenza ― gli Esistenzialisti avran da lamentarsi, va be’. Inoltre devo dire di aver visto il film un mese dopo la sua uscita, e questo ha senz’altro inciso sull’emotività. Probabilmente, fossi stata tra la pazza folla di quelli che lo videro il 16 dicembre, avrei vissuto l’evento e il film con maggior compartecipazione. Chissà. Il 16 dicembre io sbarcavo in Tasmania, mentre milioni di nerd e non-nerd rimettevano piede in una galassia lontana lontana ― in comune avevamo il lontano-lontano, ma i contesti erano un po’ diversi.
E comincio da qui. Da quelle parole, che sono diventate ormai come una preghiera, e quella scritta iniziale che obliqua scorre giù e accompagna Star Wars sin dal primissimo episodio. Ecco quando vedi quella scritta e senti quella colonna sonora, tu perdi già un po’ di lucidità: non solo vieni trasportato in un universo in cui le guerre sono stellari e i bigfoot si chiamano Chewbecca, ma anche nel tuo passato personale: allora ricordi come ti sentivi quando, bambino o un po’ più cresciutello (nel mio caso), hai sentito quella musica, e bevuto quelle scritte che scorrevano giù per lo schermo come ci si abbevera alla fonte della Conoscenza. Ma se noi abbandoniamo un istante il fascino che la Forza esercita su di noi ― a cui resistere è, obbiettivamente, missione ardua ― e facciamo invece lo sForzo di mantenerci obbiettivi, o il più obbiettivi possibili, forse il film di JJ Abrams non ci risulterà così batterstargalattico come per esempio la Trilogia storica. Non fraintendetemi, il film è una macchina da guerra dal punto rievocativo. La serie di rimandi agli episodi precedenti e la specularità, e la specularità rovesciata, con personaggi ed eventi precedenti, fa cadere un bel 9 tondo tondo sul compito  del regista ― è sicuramente di formazione strutturalista, il ragazzo, e si è specializzato sicuramente tra Genette e Greimas, non c’è dubbio, prendendosi anche un bel sabbatico in Russia tra i Formalisti, ne siamo pressoché certi. Però sì, questo è Star Wars 7, un compito, che il suo autore ha svolto in maniera diligente, a tratti egregia, a tratti patetica. A volerlo guardar bene bene, sembra una funzione matematica, dimostrata in ogni suo singolo passaggio. Ma matematica, appunto, meccanica. Manca l’estro. Manca la nota folle, il nuovo e l’inaspettato. Manca “Io sono tuo padre”, ruzzolato fuori da una maschera quando MAI ti aspetteresti quella rivelazione, e le implicazioni di quella rivelazione. E qui ritorno al mio punto, per il quale verrò presumibilmente definita un’anacronistica marxista. 🙂 Star Wars oggi mi appare come una grandiosissima operazione economica che viene tenuta in vita per quello. C’è senz’altro il tentativo di inspessire lo spessore epico-letterario della saga ― questo è indubbio. Ma l’operazione finanziaria alla base del film incide prepotentemente sul film stesso minandone l’essenza. La finalità detta la creatività. E quando la finalità detta la creatività assistiamo alla produzione in vitro di un figlio bellissimo, dai riccioli d’oro e i lineamenti perfetti che ammiriamo impressionati, ma che è privo di anima. Questo credo sia Star Wars dopo la prima storica trilogia.
Per come la vedo io, e lo dico con rammarico perché sono legata anch’io alla storica trilogia e alla colonna sonora e alla sintassi da pazzi di Yoda, per come la vedo io Star Wars dovrebbe smettere di aggiungere episodi su episodi: la serializzazione porta allo spegnimento della scintilla epica che “Guerre stellari”, “L’impero colpisce ancora” e “Il ritorno dello Jedi” portavano nel cuore. Omero ha scritto Iliade e Odissea. Ma a nessuno, né tantomeno a lui, è venuto in mente di aggiungere capitoli sopra capitoli e pre-quel e sequel alle due opere. Quelli sono miti, sono dati. Poi possiamo ricavarci tutti gli spin-off che vogliamo e inventarci mille revisioni postpostpostmoderniste, ma quei testi sacri sono lì. È il Verbo. Ulisse ha fatto ritorno a Itaca. Punto. E lo stesso dicasi per i miti nordici. Star Wars, nella mia mente, aveva le potenzialità ―proprio per com’era strutturata ― di finire lì, nell’epica moderna. Cos’ha di particolare, e magico, il mitico? Il fatto che, pur essendo “finito”, ovvero, concluso, tutto apparentemente iegato, mantenga delle zone interstiziali libere, riscrivibili da ogni generazione. È questo che rende il mito sempre giovane ― come l’arte e la poesia. Star Wars poteva essere quello, e ogni generazione avrebbe visto ciò che voleva nella storica trilogia. Ma con la ricerca del profitto ― sotto la quale tutti cadiamo schiavi ― il mito diventa fotoromanzo, diventa puntate. Allora giù a pensare a trame e sottotrame e nuove possibili trame da sviluppare in infiniti episodi cosicché il “Mito” non abbia mai fine, e gli spettatori vadano al cinema, e i gadget vengano sfornati e venduti… Non c’è nulla di male, these are the ways of the world, direbbe Congreve. Ma ciò non toglie che così, assistiamo alla parcellizzazione (!), alla depauperizzazione del Mito. Si snatura, quella scintilla di cui dicevo sopra si affievolisce, e noi ci ritroviamo di fronte a personaggi che sono copie, copie anche composite e curate nella loro delineazione, ma pur sempre copie ― spesso ahimé sbiadite ― di altri personaggi: Kylo Ren e Darth Vader, Han Solo e Rey, Yoda e quella tartarughina arancio che gli somiglia senza davvero somigliargli, taverne stellari che sono repliche di altre amate taverne, battute che ammiccano ad altre battute per farci gongolare e affezionare al film ― come un druggy alla sua droga, come un cliente all’oggetto, e i suoi gadget satelliti che poi comprerà. E ci ritroviamo anche davanti a stiracchiature narrative un po’ imbarazzanti. Ne dico una su tutte. Ma cosa ha fatto, di tanto brutto, Han Solo a Kylo Ren, per fargli sviluppare un’acredine tanto acre e acerrima nei suoi confronti? Che gli ha fatto?? La necessità di ammazzare il padre a priori ― anche quando il padre è un fico come Han Solo ― non è un po’ vecchia? E lo stesso dicasi per JJ Abrams nei confronti di Lucas. Harold Bloom aveva teorizzato l’Anxiety of influence, l’angoscia dell’influenza che gli scrittori provavano nei confronti dei “padri” ― ovvero gli scrittori che gli avevano preceduti ― ancora back in 1973… E Freud c’era arrivato già qualche annetto prima. E basta con ‘sto padre, dico io, let’s move on! Anche perché, siamo onesti, nessuna battuta, nessun colpo di scena, nessun precipitare di Han Solo nel vuoto con una spada in petto potranno mai eguagliare lo shock, il colpo di genio duro e puro dell’ “I am your father” di Darth Vader a Luke. Sicuramente ci proveranno ancora e non mi meraviglierei se Rey, nel prossimo, finisse a dire a un redivivo Han Solo, “Io sono tua figlia”…
A questo punto sarei tentata e spaventata nel pormi una domanda naturalissima… Non sarà che questo nostro tempo è assolutamente incapace di produrre nuovi miti solidi? E che si continui a guardare al passato per superare la terra desolata tutt’intorno?
Mi fa un po’ paura guardare in faccia alla risposta….
Insomma, se da un lato posso congratularmi con JJ Abrams per il lavoro svolto, dall’altro io mi dico che il compito dell’artista (i registi lo sono) dovrebbe essere quello di combattere la mercificazione, tanto più se dell’epica. Personalmente, mi fa male vedere un corpo bellissimo, come quello della trilogia di Lucas, stravolto dalla money-morfina che lo vuole tenere in vita a ogni costo. Combatto l’accanimento terapeutico, e sì, sono per l’eutanasia del Mito. Solo così lo possiamo ricordare in tutta la sua bellezza.
Let Star Wars go.
Mat non me ne voglia… 🙂

E ora, dopo aver scandalosamente perso “La grande scommessa”, non demordiamo e puntiamo su un cavallo di razza

THE REVENANT
di Alejandro González Iñárritu

Ciò che ci piace di Inarritu è vederlo cambiare pelle ogni volta. Dopo Birdman, eccolo in un film completamente diverso, per il quale è candidato a una sfilza di Oscar, premi, targhe, coppe, you name it. E finalmente rivediamo Di Caprio all’azione. Che è sempre un bell’agire. E che, per scaramanzia, non sarà destinatario dei nostri migliori auguri per vincere l’Oscar ― Leo è entrato in analisi ogni singolo febbraio dopo ogni singola cerimonia degli Academy Awards, e dopo ogni singola statuetta retta dalle mani della qualunque hollywoodiana che gliel’ha portata via, poor boy…

Ora c’è il Maelstrom del WG Mat, che ha mantenuto la promessa e ha pure citato, a fine pezzo, una frase di Yoda a me molto cara… E guardate quant’è bello, quando due prospettive su un film si guardano, e vi guardano…
Grazie Mat, e no che non ti mangio! Sono vegetariana 😉
E poi c’è quel diamine di riassunto, il maledetto… Ma la pagherà eh, eccome se la pagherà ― preparatevi all’atmosfera western, Fellows… Ai primi di febbraio esce Tarantino!

Ah, se avete delle DROPS, le vostre perle di saggezza su film che avete visto e volete condividere, mi raccomando, inviatemele! Il Drop Box è sempre pronto ad essere riaperto.
Oppure potete fare come il Woodstock, che le ripone diligentemente nel Baby Blog… 😉 http://www.letsmovie.it/2016/01/lets-movie-268-propone-la-grande-scommessa-e-commenta-perfect-day/#comments

Grazie, my Moviers, sempre, e saluti, stasera, scorsesemente e anche scortesemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dal WG Mat, with love and Force 🙂

Star Wars è epico e mitico. Non solo nel senso che è una saga che piace un sacco (“bella ‘sta roba! epico! mitico!) ma nel senso letterario del termine. Racconta cioè di ciò che è alla base di ogni storia, degli archetipi di ogni mitologia, dell’eterna lotta tra bene e male che scuote tutto dall’universo all’anima di ciascuno, ed è questo che lo rende un classico (cioè un testo/film/opera d’arte che non ha mai finito di dire quel che ha da dire).
Senza entrare nel perchè e nel per come lo è (o la Fru mi mangia), Star Wars 7 ha il compito di continuare la saga vivendo nell’ombra metaforica e non del Padre, la trilogia originale e l’Erore/il Cattivo per definizione Darth Vader.
Diamo per scontata la storia per brevità (o la Fru mi mangia di nuovo): ci ho pensato molto, e sono arrivato a concludere che la figura di Kylo Ren (il “cattivo” di quest nuova generazione di Star Wars) è veramente ciò che questo film è chiamato ad essere agli occhi di tutti: condannato a vivere all’ombra del nonno dell quale saprai non sarai mai all’altezza. Figlio degli eroi della ribellione, allenato dall’ultimo Jedi della galassia, lo zio Luke, uno Skywalker, e nipote del più grande cattivo della storia.
Ben Solo Kylo Ren è tormentato, è un fanboy del nonno che vive nel dolore di non capire cosa è e chi è, e per completare il suo passaggio al lato oscuro (qui un reminder di Yoda che spiega cosa porta al lato oscuro) fa l’unica cosa che gli permette di tranciare col passato: uccide (metaforicamente e non) il padre per chiudere col passato e le ombre.
J.J. Abrams con il risveglio della forza deve allo stesso tempo riprendere, rilanciare e continuare la saga della famiglia Skywalker (questo è Star Wars) e dal punto di vista formale il film riprende lo stile e la narrativa del primo star wars del 77 in una operazione quasi archeologica: paesaggi ampli, spazi vuoti, uno spazio-far west “sporco”, un eroe riluttante chiamato a seguire un destino più grande di lui, degli aiutanti, un mentore, un nemico che è il Nemico – il lato oscuro.
E riprende la stessa struttura narrativa (il pianeta deserto, la fuga, la taverna, la morte nera/base starkiller etc) ma ne fa un calco quasi fosse una foto in negativo: ci sono gli stessi elementi ma sto raccontando una storia diversa.
e la foto in negativo è anche la scena madre di Han Solo che cerca di redimere Ben Solo / Kylo Ren, con un esito differente dalla scena di Luke / Darth Vader però.
Il film mi è piaciuto, ovvio, ma ammetto che Abrams è stato molto “paraculo” nel farcelo piacere: studiato in ogni dettaglio come un ingegnere che controlla ogni pezzo dell’ingranaggio. Funziona tutto, funziona un po’ meno l’effetto wow della saga originale. Ma anche qui il giudizio credo sia da sospendere perchè il film è un pezzo di una saga, dovrà essere rivalutato a posteriori.
Ma penso anche il Risveglio della Forza altro: è l’ultimo libro di un epica collettiva, che, come lo stesso Lucas ha detto, non appartiene più a un singolo individuo, scrittore,  regista. “Always pass on what you have learned” diceva Yoda a Luke Skywalker, è la filosofia degli Jedi. E Il Risveglio della Forza questo è:  una nuova generazione di eroi e autori alle prese con un classico che ormai è qualcosa più grande di loro perchè appartiene a tutti.
Scriverei molto di più ma la Fru forse mi ha già mangiato.
Luminous being are we, not this crude matter,
May the Force be with you!

THE REVENANT: Tratto da una storia vera, Revenant racconta l’epica avventura di un uomo che cerca di sopravvivere grazie alla straordinaria forza del proprio spirito. In una spedizione nelle vergini terre americane, l’esploratore Hugh Glass (Leonardo Di Caprio) viene brutalmente attaccato da un orso e dato per morto dai membri del suo stesso gruppo di cacciatori. Nella sua lotta per la sopravvivenza, Glass sopporta inimmaginabili sofferenze, tra cui anche il tradimento del suo compagno John Fitzgerald (Tom Hardy). Mosso da una profonda determinazione e dall’amore per la sua famiglia, Glass dovrà superare un duro inverno nell’implacabile tentativo di sopravvivere e di trovare la sua redenzione.

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LET’S MOVIE 268 – propone LA GRANDE SCOMMESSA e commenta PERFECT DAY

LET’S MOVIE 268 – propone LA GRANDE SCOMMESSA e commenta PERFECT DAY

Flò Fellows,

Era un cartone animato, sì, e aveva per protagonista questa ragazzina che naufragava su un’isola deserta insieme alla famiglia ― i Robinson, ogni riferimento al Crusoe del Defoe puramente intenzionale. Ho dato una sbirciata in Wikipedia-magistra-vitae, e ho appreso con non poco stupore un dettaglio che non ricordavo. Lei e la famiglia naufragano su un’isola “al largo dell’Australia”… 🙂
E io mi sono vista davvero, per tre settimane come una cittadina della civiltà ― o inciviltà, considerata la fine nera del 2015 ― che naufraga in un continente nuovo, ma cheddico, in un intero EMISFERO nuovo, e si trova ad affrontare elementi che aveva sì e noi scorso nel Sussidiario alle elementari. E ve lo confesso, prima di sbarcare in Tasmania, la Tasmania non era che pura grammatica, “nome proprio di luogo geografico” che si riferiva a una qualche isola al largo di un qualche mare e che al massimo faceva rima con Tanzania. Sì Fellows, lo confesso ― è il primo Let’s Movie dell’anno, devo essere sincera per contratto, se non per fioretto ― non avevo nemmeno idea che fosse Australia! Pensavo fosse uno stato a sé, con una lingua a sé ― presumibilmente il tasmaniano ― e che pullulava di diavoli, ma non con forcone e corna e nemmeno come i marsupiali veri, ma come Taz, il Looney Tunes della Warner Bros. Insomma, ero completamente impreparata.
Dopo un numero davvero comico di ore d’aereo ― come le definisci, 24 ore d’aereo se non “comiche”? ― sbarco su quest’isola e perdo davvero i connotati di Board a voi noti e assumo quelli di Flò, sprovveduta urbana piombata su un’isola deserta, Flinders Island, dominata da una Natura Sovrana Padrona Sì Buana, che scoprirà molto presto essere molto più generosa e al contempo molto più spietata di tutte le Biancaneve e di tutte le Crudelie Demon dell’immaginario disneyano.
Su Flinders impari a rendere grazie alla Sovrana per ogni singolo trallallero sulla spiaggia ― avete presente, no? Quando si salterella con fare scanzonato e gigionesco lungo il mare. Perché è lei che decide di risparmiarti o meno dal vento 80 km/ora, è lei che ti concede la possibilità di bearti dell’Eden ― e quanto a Eden, ce n’è da far impallidire le divinità di tutte le religioni poli- e monoteiste. Allo stesso modo, è solo ed esclusivamente per sua gentil concessione, che ti puoi inoltrare nel bush e uscirne tutto intero, ovvero non attaccato da qualche specie di serpente o scorpione o jack-jumper ― “Oh ma che tesoroni!, esclamò la Fruner, indicando delle simpatiche formicone dalle dimensioni jumbo, per poi apprendere che sono aggressive e mordono e in parecchi sviluppano una reazione allergica al veleno dalle conseguenze molto poco vitali…
È solo grazie a Lei, che puoi arrampicarti su rocce millenarie color fuoco&fiamme che spuntano da un mare turchese senza slittare e cadere. È solo grazie a Lei, che puoi salire in cima alla vetta più alta dell’isola e capire cosa doveva essere stato il pianeta nel mesozoico, quando il panorama erano massi tondeggianti di proporzioni ciclopiche, e foreste così fitte da far da plaid ai dorsi dei rilievi, e il mare un dio dalla pelle blu che quando s’incavolava eran dolori, ma quando era tranquillo, oh man, quando era tranquillo ti veniva voglia di prenderlo per una strada e percorrerlo in lungo e in largo.
È stato come imparare da zero, Fellows. Come acquisire anche un senso del pericolo che credo di non aver mai avuto. In Tasmania, be’ in Australia mi si dice, non puoi permetterti di camminare senza guardare bene dove metti i piedi ― come faccio sempre io, del resto. Devi controllare. Sempre per via dei serpenti, certo, ma anche per via di tanti altri fattori, come un tipo di ortica, per esempio, con la tripla dentatura di tre tagliole lungo i bordi delle foglie, e se solo ti sfiora ― non ho detto se ci salti in mezzo a piè pari ― se ti sfiora anche solo con il pensiero, la parte punta ti pulsa per tre giorni. Il proprietario del Centro in cui stavo mi ha portato nella sua serra. La coltiva per poi farci una tisana, e per ficcarla sotto al naso delle sprovvedute italiane con un “so now you know” molto convincente…
Questo tipo di rischio sempre costante a cui sei sottoposto, e l’oggettiva, poderosa, furente bellezza di landscape & seascape porta a sviluppare dentro l’essere umano che vi è esposto un tipo di rapporto con la Lei, la Natura Sovrana, molto complesso. Ne sei intimorito, ma anche visceralmente attratto. La temi e la cerchi. Questo mi è stato chiaro fin da subito, e fin dai primi isolani che ho approcciato. Gente schietta, sorridente, di assennatissime parole. Tutti devoti all’understatement, alla litote piuttosto che all’iperbole ― ex., “I come from Italy” “Do you? Not a place anywhere close…” (24 comiche ore di aereo, cioè) ― tutti con questo fatalismo dettato dalla consapevolezza dell’assoluta nullità e impotenza e ininfluenza dell’uomo nei confronti degli elementi. È quel tipo di atteggiamento che riscontri anche in altre terre egualmente selvagge, come certe zone del Canada, per esempio ― e l’Islanda, a quanto mi si dice. O certe regioni dell’Africa. Luoghi in cui devi stare sempre con le antenne ben dritte, con un occhio sveglio anche mentre dormi.
Noi, ho notato, siamo molto più presuntuosi, con i nostri calcoli, le nostre brave previsioni meteorologiche. Su Flinders si ascoltano i volatili: se senti il wedgebill cantare, è matematico che fra 48 ore piova. Per il resto, non puoi fare altro che guardare le nuvole correre come matte, il vento ululare, e il sole spadroneggiare con una tale brutalità che ha costretto anche me a riparare dal Fattore di Protezione ― noto contadino delle cime Piz Buin :-)… È stato come imparare un nuovo alfabeto, come leggere per la prima volta delle leggi a cui mi sono sempre rifiutata di guardare.

Quindi sì, come ho avuto modo dire a tanti di voi con cui ero in contatto, la Tasmania è una terra potentissima, ruvida e vera, antica millenni eppure ancora bimba, vergine. Ed è come vivere tutto all’estremo, tutto tanto e forte e contrastante ― sole, vento, mare, monti, tutto. Bollente, e fredda, silenziosa come la notte e rumorosissima quando senti la ridarola del kookaburra, l’uccello più spassoso dell’universo aviario. Vieni sferzato, battuto, scottato, ghiacciato. Devi sapere come gestire la solitudine perché con 700 persone, non vedi anima, eppure hai come la sensazione di non essere mai solo. Ci sono animali ovunque. Wallabies e i pademelons, due specie di canguri piccoli tenerissimi che ti pascolano fuori dalla veranda. E poi volatili di ogni colore e foggia e voce, e poi pesci nel mare –razze, mante, cavallucci marini, pesci pappagallo, stelle marine cattadiotriche… E poi naturalmente gli adorati, wombat, di cui risparmio i dettagli scritti, giacché ho fatto la testa così a tutti quanti ancora da là… Non so quando mai potrà ricapitarmi di cullare un baby wombat tra le braccia, il piccolo Derrick. Grazie Sovrana Buana.
E grazie anche per le spiagge vuote. Km e km di sabbia e mare senza un’anima. Non penso ci siano molti km al mondo ancora così intaccati dal pericolo Francorosso… E i Flinderiani vogliono mantenerlo proprio così: se ne infischiano del turismo, delle strutture ricettive… Al potenziale dell’isola ne preferiscono di gran lunga la potenza ― e chiamali dummies…

Mi riservo qualche riga su di lui, il mare. Su di lui ho scritto che è un’esperienza che meriterebbe un trattato lungo 420 pagine. Be’, dopo gli ultimi tre giorni di mal tempo, posso dire che ne meriterebbe 840. All’esterno può sembrare il classico mare da cartolina maldiviana. Il turchese, declinato in tante sfumature, il blu profondo in lontananza, la tinta piscina greco-sarda a riva… Ma poi ci metti un piede dentro e tutto cambia. L’acqua è fresca al limite della sopportazione e devi nuotare con ogni muscolo per scaldarti. Ma se ce la fai, se resisti, ti trovi dentro un autentico spettacolo. Talmente lindo che puoi contare le ondine di sabbia scritte sul fondo, una per una. Ed è ricco, muscoloso. Anche quando è calmo, lo senti respirare, e tu be’, tu devi adeguarti a lui.
Negli ultimi tre giorni, tutto è cambiato. Fuori la temperatura era scesa ― intorno ai 19 gradi. E l’acqua, magia, sembrava calda…Il cielo cianotico, le nuvole bianche intorno alle montagne ― che da noi portano grandine, e lì solo bianco intorno alle montagne ― e il mare sembra tiepido. TU ti ci butti, guerreggi un po’ se è arrabbiato, oppure ci parli, se ha l’animo tranquillo,  e quando esci dall’acqua, con il vento che ti spazza, capisci che questa terra in tre settimane, ti ha dato una seconda pelle: che se appena arrivata ti serviva tutta la concentrazione del mondo per rimanere in acqua e tutti i watt del sole ― e ringraziavi pure il buco dell’ozono per aver tolto altri filtri― ora riuscivi tranquillamente a nuotare in mezzo alla furia degli elementi, con il cielo cianotico, 19 gradi fuori e una temperatura dentro non di molto superiore… Tasmania terra della Forza!

E mi riservo anche di raccontarvi questa storia, che, again, ho già raccontato a qualcuno, ma che merita di essere condivisa per far capire come sono gli australiani ― non mi sono solo piegata al cospetto di Madre Natura, ma ho anche osservato l’uomo 😉
Se non ce la fate proprio piu’ di TasmanIa con l’accento sulla I, saltate il paragrafo… capiro’… 🙂

Dunque durante una hike a Cape Franklin, la mia mini-truppa di locals mi porta da Arnie, un personaggio svedese con una storia da romanzo. Nel 1985 Arnie è sbarcato a Flinders. Ha occupato abusivamente un grosso pezzo di terreno sulla costa, ci ha aperto una comune post-hippie e non si è più mosso. Piano piano i post-hippies se ne sono andati e lui è rimasto, ed abita lì, in una specie di barracopoli frikkettona dalle dimensioni gigantiche, a metà fra museo open-air e cafarnao pseudo-vintage, che stenti a credere possa esistere oggi.
Ah dimenticavo, fa il minatore ― il minatore d’oro. Ogni anno crede sia quello giusto e per tre o quattro mesi si trasferisce nell’outback australiano, a scavare la “sua” miniera. Ogni anno dice “this is gonna be the right one” ― quello giusto.
Fra qualche mese s’imbarca su una nave cargo, attraversa tutti i mari che dividono Flinders dalla Svezia, e vi rimetterà piede, dopo 31 anni.
Ah, ho chiesto. Ha 73 anni.

Pensate a come vediamo noi la vita di un 73enne italiano ― 3 P: pensione, pigiama, pantofole. E ora paragonatela ad Arnie.
Certo, lui è un caso estremo. Ma vi assicuro che per tre settimane non ho fatto altro che raccogliere storie di ri-nascite, di persone che mollano qualcosa e ne cominciano una assolutamente nuova, a qualsiasi età, anzi soprattutto in –anta avanzati. Le persone là non smettono mai di essere giovani. Di volersi sperimentare nel nuovo. Di scoprirsi, insomma. E senza quell’ansia tutta americana per il profitto o per il “reach the goal, bring it home”, come se la vita fosse una partita di football (americano, ovviamente). Gli australiani ― e ora generalizzo, mi scuserete ― fanno quello che fanno perché sentono di doverlo fare. Poi hanno la loro bella metodica di matrice pragmatica britannica ad aiutarli nella realizzazione dei loro progetti, ma prima c’è come un’intuizione ― mi verrebbe da citare Husserl, ma poi voi vi spazientite se tiro fuori l’intuizione eidetica”… Insomma, prima vi dicono un “I felt I had to do it”, e poi partono in quarta.

Quindi Fellows, bottom line… Se siete delle signorine ― la Tasmania non è spo(r)t per ― se siete da aperitivo, da “tutto a portata di mano”, da baccano-casino e wifi urca-prendo-appena-4-tacche, allora la Tasmania non fa per voi. Se rientrate nell’altra categoria, non vorrete più tornare qui. 🙂

Se riguardassi a tutto quello che ho scritto finora, credo che mi apparirebbe un gran bel barnum ― bella “barnum” eh? ― ma non lo ritocco. Lo lascio lì com’è. Prendete quello che volete… il resto, doggy-bag… 😉

E ora fatemi tornare a Let’s Movie…
Dunque “A Perfect Day”, giusto? Ci eravamo lasciati lì… Non ho dei ricordi molto precisi, lo ammetto. La mia mente è satura di roba portata dall’altra parte del pianeta… Ricordo nitidamente il trittico di Moviers che erano con me, bravi bravi al saluto pre-Christmas Break, il WG Mat, la Chocolate e il Village. Ricordo che la sala 1 dal Mastro era assai sguarnita, il che mi dispiacque ― spero che le vacanze abbiano portato vagonate di gente al cine.
Ma se mi sforzo, sì che lo ricordo, come no, il film di De Aranoa! Per la sua spietatezza travestita da farsa… Che poi è la ricetta della commedia, no? Ridi ridi che intanto rifletti…
La trama è di una semplicità che sfiora le pièces dell’assurdo di Pinter e Stoppard in cui tutto è facile ma, appunto, assurdo, e l’assurdo non è mai facile ― non se ne esce da questo loop, e per questo sono assurda…okay ora cerco di uscirne.
Metà anni ’90, da qualche parte in Bosnia. La guerra è da poco conclusa e quello che resta sono le macerie, la povertà e il caos post-bellico. Quattro volontari stanno cercando di tirare fuori da un pozzo il cadavere gonfio di un ciccione (mooolto ciccione), per evitare che l’acqua venga contaminata. Un’impresa per chi non ha un’autogru o un muletto o anche solo una carrucola, o anche solo una CORDA, assai complessa, peggiorata anche dalla diffidenza della gente del posto e dalle piccole sfortune del caso… Mambrú (sempre bravo Benicio del Toro) è un po’ l’improbabile leader di questa combriccola che include anche B (come Bravissimo Tim Robbins), e due donne Sophie e Damir. Sophie e Mambrù hanno anche avuto un trascorso sentimentale, il che crea un cortocircuito di battibecchi che sono proprio fun per chi guarda ― ah noi spettattori esterni, what a lucky lot! Ed è abbastanza destabilizzante assistere a un film che ruota praticamente tutto, dall’inizio alla fine, intorno alla ricerca di una banalissima corda: un numero imbarazzante di ore e km investiti e percorsi solo per superare gli ostacoli che si frappongono tra loro e il mezzo con cui issare il cadavere dal pozzo. E alla fine, ovviamente, non ci riescono.
Quale miglior modo di esporre la guerra e le sue assurdità se non attraverso una situazione assurda? La ricetta è di una semplicità estrema, l’abbiamo detto, eppure di un’efficacia altrettanto estrema. Quest’armata Brancaleone di personaggi partiti con le migliori intenzioni da manuale ONU ― squadre umanitarie, aiutiamo aiutiamo aiutiamo a ogni costo ― finisce per arenarsi, bloccata da un cadavere di una mucca minata che potrebbe saltare in aria da un istante all’altro, oppure da un posto di blocco che non vuol sentire storie. E questi novelli Brancaloeni di umanitari non fanno che girare a vuoto e fallire sia nel pratico piccolo ― liberare il pozzo dal cadavere ― che nell’idealistico grande ― aiutare donne, vecchi e bambini. E persino i bambini ― gli intoccabili bambini ― non vengono risparmiati dallo sguardo ironico del regista. Nikola, un ragazzino che stringe amicizia con Mambrù, non si farà scrupolo a vendere un pallone ― un tanto sudato pallone, potremmo dire ― per raggiungere il suo scopo… Uno scopo straziante, ovviamente, che ci spegne sulle labbra il nostro contrariato “ma tu guarda il moccioso ingrato…” e complica ulteriormente il facile schierarsi da questa o quella parte. Perché ricordiamolo, in una guerra, nulla è facile.
Ci poniamo domande scomode durante il film, e porsi domande scomode ti mette in una posizione scomoda ― chiamatemi pure Lapalis, ma le cose stanno così. Domande tipo, ma se gli umanitari, che sono in quei territori apposta per aiutare, alla fine, non possono aiutare, cosa ci fanno lì? E ancora, perché imbrigliare le missioni umanitarie all’interno di prassi procedurali pachidermiche che ricalcano le burocrazie statali di ogni paese e impantanarle nell’inazione più totale (come in questo caso), quando si potrebbe, invece, adottare del semplice ed efficace buonsenso??
Domande, queste, a cui un film come “No Man’s Land” di Danis Tanovich si era posto qualche anno fa e aveva risposto con la stessa micidiale ironia, lo stesso piglio sarcastico di De Aranoa. E non scordiamo, prima di loro, il caso “M.A.S.H.”, forse il primo film che portò il demenziale sul campo di battaglia, o meglio, che spinse il campo di battaglia nel demenziale, aprendo una nuova era del cinema bellico.
“Perfect Day” ― e basta anche solo il titolo a cui i personaggi risponderebbero con un bel “Perfect Day ‘sta min…” ― è stato definito una “dark comedy”. Io non concordo, personalmente su questo tipo di definizione. Definiamo “dark” quello su cui non sta bene ridere? Su cui “non conviene” o sulle cui tematiche non è il caso, per tatto o pudore, ridere? Allora sta bene ridere su uno che scivola su una buccia di banana (Buster/Charlie)? Su uno che si ustiona ingoiando un pomodorino da 18.000 gradi Fahrenheit (Rag. Ugo)? La commedia è tutta dark o black. Nel caso di “Perfect Day” o di “No Man’s Land” ― ma anche di “La vita è bella” o “Un train de vie” ― camminiamo in territori minati (!) da questioni che toccano la storia, e la storia dell’umanità. Io lascerei stare i colori per definire opere del genere. Mi rendo conto che la praticità di un aggettivo faccia risparmiare sul numero di caratteri e giochi a favore della sua twittabilità, ma guess what?, è proprio a causa di questo tipo di pressapochismo che ci lamentiamo di vivere in una società pressapochista…
Fatemi dire di Tim Robbins, che interpreta B, un personaggio poliedrico, divertente ma drammatico insieme, un senior del teatro di guerra, uno che ne calca le scene da anni ― troppi ― e che, per questo, pare aver perso ogni filtro, ogni freno inibitore. Se ne esce con delle parlate assurde, che ti lasciano interdetto. Ed è proprio su questi personaggi che la satira intelligente trionfa. Dire le cose che non si possono dire… E Robbins, che lo interpreta ― ma è sempre stato così bravo, Tim Robbins?? ― sembra essere perfettamente a suo agio nei panni di questo mastino di guerra dalla scorza dura e dalla battuta che non conosce censure.

E ora back to theatre, Moviers 🙂

LA GRANDE SCOMMESSA
di Adam McKay
USA, 2016, ‘130
Lunedì 11 / Monday 11
22:10 / 10:10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Dunque, il Lez Muvi di questa settimana sarebbe stato “Carol”, lo ammetto. Ma poi qualche povero sventurato della casa distributrice del film ha giocato un tiro mancino al Mastro, che doveva averlo e che, per qualche motivo che al momento ignoro, non l’ebbe. La sua protesta recita: “Vista l’ottusità della casa distributrice, provocatoriamente “Quo vado?” è la nostra risposta”.
Dato che a noi il Mastro Provocatore piace molto, mi schiero con lui, parteggio per il boicottaggio, e propongo una pellicola alternativa, “La grande scommessa”, che comunque sarei andata a vedere by myself: il cast è di quelli da okay-allora-se-proprio-volete-stendermi-stendetemi (Pitt, Gosling, Bale, Tomei, Linklater, Gosling, Gosling, Gosling, Gosling…)

Ma la mia gioia più grande in questo Let’s Movie, è quella di scoperchiare il DROP BOX, il contenitore che detto così vi sembra l’omonimo servizio di storage dati, ma che invece è lo scrigno in cui sono custodite le DROPS di cine-saggezza, che voi Moviers avete fatto piovere dalle parti del vostro ramingo/remengo Board 🙂
Tanta grazia celeste è stata davvero un bel modo di cominciare il 2016!
Ringrazio di cuore il Woodstock, Ilcandy, l’Onassis Jr, la Vanillla e l’Honorary Member Mic –quest’ultima, di DROPS, me ne ha piovute addirittura tre!
Il DROP BOX è tutto loro 🙂
Nell’attesa che si compia la grazia, celeste o multicolor, e il WG Mat mi fornisca il suo pippone su Star Wars ― lo riscrivo qui, pubblicamente, per rendere pubblico e inevitabile il suo follow-up 🙂 ― io posso contare sulla DROP by Ilcandy 🙂

E ora Fellows, cerco di riprendermi ― riuscirò mai? ― e vi chiedo di portare ulteriore pazienza con me. I ritorni sono infami, e io molto spesso mi ci perdo, quindi sì, abbiatemi pazienza… O come mi piace dire in Plantigrade English, please, bear with me. 🙂

Volevo eliminare il riassunto ― anno nuovo, eccidio nuovo ― ma poi mi sono fatta qualche scrupolo. Uno non comincia un anno nuovo, e pure bisestile, con un eccidio, dai. Quindi be’, teniamoci ‘sto riassunto ― che poi magari é l’unico motive per cui leggete Lez Muvi, quindi meglio non darci la zappa sui piedi… 🙂

E il Maelstrom contiene un evento filo-rapper che io stentavo a credere fosse davvero qui… Frankie Hi-Nrg Mc a Trentoville per presentare un docu sul rap?!? Are you serious, bro?? Leggete un po’… 😉

Sì vi ho estenuato lo so… Ma proprio non avrei saputo esimermi dal. Quindi ci ho messo molto del.
Sperando di vedervi in numero tasmaniacale lunedì, vi lascio con dei saluti, naturalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board


DROP BOX – Pearls to People!

IRRATIONAL MAN by Woodstock
not really bad
un saggio sull’opportunismo yankee: si prende dalla rigorosa filosofia europea quello che serve
ottima interpretazione dell’attore protagonista; non piace molto la nuova musa allenica Emma Stone

PONTE DI SPIE by Onassis Jr
Americanata, ma godibile

MON ROI by Vanilla
Lo consiglio. A me è piaciuto assai.

STAR WARS – IL RISVEGLIO DELLA FORZA by Ilcandy
Proiettato in una sala del periodo antidiluviano, con tanta formica e talmente (s)comodo che dei 600 posti disponibili ne erano occupati circa 15-18 inclusi noi5 Muviers, o meglio 4+1; l’uno ero io come rappresentante ufficiale dei Muviers.
Mi sono intrattenuto un bel po’ sui preliminari perché nelle DROPS sarò particolarmente breve: ‘na cagata pazzesca.
Lucas, o forse i suoi eredi, o forse i suoi creditori, hanno svenduto il format per rimettere sul set 4 cariatidi risalenti al primo e/o secondo episodio e fare un po’ di cassa, infilandoci qualche effetto speciale realizzato in economia. La cosa positiva è che i visi vintage di molti personaggi erano assolutamente a tono con l’arredamento della sala cinematografica, e pure un po’ con l’anagrafe del sottoscritto, così che durante il film potevo dimostrare la mia grande conoscenza del tema al mio vicino di sedile, scevro di conoscenza dell’Impero del Male. Da parte mie ma par tutto [“me pAr tutto”, tipica inflessione veneta, Nota del Board], Star Wars è morto, W Star Wars, W la gente age (pronunciato in francese).

DROPS by Honorary Member Mic

LA ISLA MINIMA – Mi è piaciuto. Essenziale e dal ritmo veloce….tra l’altro essendo un film spagnolo me lo aspettavo ‘chiassoso’ invece mi ha piacevolmente stupito

MON ROI – Film che analizza una storia decisamente disfunzionale….non consigliato in caso di ‘sick relationship’. Interessante ma non da rivedere!

IRRATIONAL MAN – Salvo la prima parte del film (Joaquin è un meraviglioso Grande Lebowski versione intellettuale)….Per fortuna niente nevrosi per una volta.

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ma guardate un po’ cosa ti organizzano quelli dell’Opera Universitaria al Teatro Sambapolis ― poi un giorno ci diranno anche come pronunciarlo, magari…

Giovedì 14 gennaio, ore 21:00, Teatro Sambapolis, Ingresso 5 Euri

Prende il via la nuova rassegna di cinema dedicata alla musica #Volume!
Proiezione di NUMERO ZERO: ALLE ORIGINI DEL RAP ITALIANO, un documentario di Enrico Bisi.
La proiezione sarà preceduta, alle 18.00 presso il “Centro Musica” di Trento, da un incontro con il rapper Frankie hi-nrg mc, uno dei protagonisti di «Numero Zero» e autore di successi come “Quelli che benpensano”, “Fight da faida”, “Pedala” e tanti altri, che al termine del film sarà ai piatti e al mixer per coinvolgere il pubblico del Teatro Sanbàpolis nel suo Dj-set “L’Alto Parlante Gira Dischi

Negli anni ’90, l’onda del rap si propaga da oltre oceano ed arriva in Italia generando un sottobosco di esperienze artistiche e musicali che, sebbene inizialmente fossero conosciute solo dagli estimatori del genere, arrivano ben presto al grande pubblico. Nel 1994 esce “SXM” dei Sangue Misto, l’album che più di tutti segnerà quel periodo. Fino al 1999 è un fiorire di gruppi ed artisti sotto la luce dei riflettori di tutti i media. Poi, progressivamente, la decadenza. Già nel 2002 inizia un’altra fase del rap.
Alcuni protagonisti di spicco del decennio precedente abbandonano la scena, altri resistono fino a diventare, nel presente, artisti di riferimento per due generazioni di pubblico. Numero Zero racconta la golden age dell’Hip Hop italiano attraverso la voce dei suoi protagonisti: una lezione impressa nella storia di questa musica ed una riflessione sul presente, grazie al coinvolgimento di un narratore d’eccezione: Ensi

http://www.centrosantachiara.it/IT/numero-zero/

LA GRANDE SCOMMESSA: Quando quattro investitori visionari – al contrario di quanto mostrato dalle grandi banche, dai media e dal governo stesso – intuiscono che l’andamento dei mercati finanziari avrebbe portato alla crisi mondiale dell’economia, mettono in atto La Grande Scommessa. I loro coraggiosi investimenti li porteranno nei meandri oscuri dei sistemi bancari moderni, facendoli dubitare di tutto e tutti. Basato su una storia vera ed ispirato al libro bestseller di Michael Lewis (The Blind Side, L’arte di Vincere).

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