LET’S MOVIE 268 – propone LA GRANDE SCOMMESSA e commenta PERFECT DAY

LET’S MOVIE 268 – propone LA GRANDE SCOMMESSA e commenta PERFECT DAY

Flò Fellows,

Era un cartone animato, sì, e aveva per protagonista questa ragazzina che naufragava su un’isola deserta insieme alla famiglia ― i Robinson, ogni riferimento al Crusoe del Defoe puramente intenzionale. Ho dato una sbirciata in Wikipedia-magistra-vitae, e ho appreso con non poco stupore un dettaglio che non ricordavo. Lei e la famiglia naufragano su un’isola “al largo dell’Australia”… 🙂
E io mi sono vista davvero, per tre settimane come una cittadina della civiltà ― o inciviltà, considerata la fine nera del 2015 ― che naufraga in un continente nuovo, ma cheddico, in un intero EMISFERO nuovo, e si trova ad affrontare elementi che aveva sì e noi scorso nel Sussidiario alle elementari. E ve lo confesso, prima di sbarcare in Tasmania, la Tasmania non era che pura grammatica, “nome proprio di luogo geografico” che si riferiva a una qualche isola al largo di un qualche mare e che al massimo faceva rima con Tanzania. Sì Fellows, lo confesso ― è il primo Let’s Movie dell’anno, devo essere sincera per contratto, se non per fioretto ― non avevo nemmeno idea che fosse Australia! Pensavo fosse uno stato a sé, con una lingua a sé ― presumibilmente il tasmaniano ― e che pullulava di diavoli, ma non con forcone e corna e nemmeno come i marsupiali veri, ma come Taz, il Looney Tunes della Warner Bros. Insomma, ero completamente impreparata.
Dopo un numero davvero comico di ore d’aereo ― come le definisci, 24 ore d’aereo se non “comiche”? ― sbarco su quest’isola e perdo davvero i connotati di Board a voi noti e assumo quelli di Flò, sprovveduta urbana piombata su un’isola deserta, Flinders Island, dominata da una Natura Sovrana Padrona Sì Buana, che scoprirà molto presto essere molto più generosa e al contempo molto più spietata di tutte le Biancaneve e di tutte le Crudelie Demon dell’immaginario disneyano.
Su Flinders impari a rendere grazie alla Sovrana per ogni singolo trallallero sulla spiaggia ― avete presente, no? Quando si salterella con fare scanzonato e gigionesco lungo il mare. Perché è lei che decide di risparmiarti o meno dal vento 80 km/ora, è lei che ti concede la possibilità di bearti dell’Eden ― e quanto a Eden, ce n’è da far impallidire le divinità di tutte le religioni poli- e monoteiste. Allo stesso modo, è solo ed esclusivamente per sua gentil concessione, che ti puoi inoltrare nel bush e uscirne tutto intero, ovvero non attaccato da qualche specie di serpente o scorpione o jack-jumper ― “Oh ma che tesoroni!, esclamò la Fruner, indicando delle simpatiche formicone dalle dimensioni jumbo, per poi apprendere che sono aggressive e mordono e in parecchi sviluppano una reazione allergica al veleno dalle conseguenze molto poco vitali…
È solo grazie a Lei, che puoi arrampicarti su rocce millenarie color fuoco&fiamme che spuntano da un mare turchese senza slittare e cadere. È solo grazie a Lei, che puoi salire in cima alla vetta più alta dell’isola e capire cosa doveva essere stato il pianeta nel mesozoico, quando il panorama erano massi tondeggianti di proporzioni ciclopiche, e foreste così fitte da far da plaid ai dorsi dei rilievi, e il mare un dio dalla pelle blu che quando s’incavolava eran dolori, ma quando era tranquillo, oh man, quando era tranquillo ti veniva voglia di prenderlo per una strada e percorrerlo in lungo e in largo.
È stato come imparare da zero, Fellows. Come acquisire anche un senso del pericolo che credo di non aver mai avuto. In Tasmania, be’ in Australia mi si dice, non puoi permetterti di camminare senza guardare bene dove metti i piedi ― come faccio sempre io, del resto. Devi controllare. Sempre per via dei serpenti, certo, ma anche per via di tanti altri fattori, come un tipo di ortica, per esempio, con la tripla dentatura di tre tagliole lungo i bordi delle foglie, e se solo ti sfiora ― non ho detto se ci salti in mezzo a piè pari ― se ti sfiora anche solo con il pensiero, la parte punta ti pulsa per tre giorni. Il proprietario del Centro in cui stavo mi ha portato nella sua serra. La coltiva per poi farci una tisana, e per ficcarla sotto al naso delle sprovvedute italiane con un “so now you know” molto convincente…
Questo tipo di rischio sempre costante a cui sei sottoposto, e l’oggettiva, poderosa, furente bellezza di landscape & seascape porta a sviluppare dentro l’essere umano che vi è esposto un tipo di rapporto con la Lei, la Natura Sovrana, molto complesso. Ne sei intimorito, ma anche visceralmente attratto. La temi e la cerchi. Questo mi è stato chiaro fin da subito, e fin dai primi isolani che ho approcciato. Gente schietta, sorridente, di assennatissime parole. Tutti devoti all’understatement, alla litote piuttosto che all’iperbole ― ex., “I come from Italy” “Do you? Not a place anywhere close…” (24 comiche ore di aereo, cioè) ― tutti con questo fatalismo dettato dalla consapevolezza dell’assoluta nullità e impotenza e ininfluenza dell’uomo nei confronti degli elementi. È quel tipo di atteggiamento che riscontri anche in altre terre egualmente selvagge, come certe zone del Canada, per esempio ― e l’Islanda, a quanto mi si dice. O certe regioni dell’Africa. Luoghi in cui devi stare sempre con le antenne ben dritte, con un occhio sveglio anche mentre dormi.
Noi, ho notato, siamo molto più presuntuosi, con i nostri calcoli, le nostre brave previsioni meteorologiche. Su Flinders si ascoltano i volatili: se senti il wedgebill cantare, è matematico che fra 48 ore piova. Per il resto, non puoi fare altro che guardare le nuvole correre come matte, il vento ululare, e il sole spadroneggiare con una tale brutalità che ha costretto anche me a riparare dal Fattore di Protezione ― noto contadino delle cime Piz Buin :-)… È stato come imparare un nuovo alfabeto, come leggere per la prima volta delle leggi a cui mi sono sempre rifiutata di guardare.

Quindi sì, come ho avuto modo dire a tanti di voi con cui ero in contatto, la Tasmania è una terra potentissima, ruvida e vera, antica millenni eppure ancora bimba, vergine. Ed è come vivere tutto all’estremo, tutto tanto e forte e contrastante ― sole, vento, mare, monti, tutto. Bollente, e fredda, silenziosa come la notte e rumorosissima quando senti la ridarola del kookaburra, l’uccello più spassoso dell’universo aviario. Vieni sferzato, battuto, scottato, ghiacciato. Devi sapere come gestire la solitudine perché con 700 persone, non vedi anima, eppure hai come la sensazione di non essere mai solo. Ci sono animali ovunque. Wallabies e i pademelons, due specie di canguri piccoli tenerissimi che ti pascolano fuori dalla veranda. E poi volatili di ogni colore e foggia e voce, e poi pesci nel mare –razze, mante, cavallucci marini, pesci pappagallo, stelle marine cattadiotriche… E poi naturalmente gli adorati, wombat, di cui risparmio i dettagli scritti, giacché ho fatto la testa così a tutti quanti ancora da là… Non so quando mai potrà ricapitarmi di cullare un baby wombat tra le braccia, il piccolo Derrick. Grazie Sovrana Buana.
E grazie anche per le spiagge vuote. Km e km di sabbia e mare senza un’anima. Non penso ci siano molti km al mondo ancora così intaccati dal pericolo Francorosso… E i Flinderiani vogliono mantenerlo proprio così: se ne infischiano del turismo, delle strutture ricettive… Al potenziale dell’isola ne preferiscono di gran lunga la potenza ― e chiamali dummies…

Mi riservo qualche riga su di lui, il mare. Su di lui ho scritto che è un’esperienza che meriterebbe un trattato lungo 420 pagine. Be’, dopo gli ultimi tre giorni di mal tempo, posso dire che ne meriterebbe 840. All’esterno può sembrare il classico mare da cartolina maldiviana. Il turchese, declinato in tante sfumature, il blu profondo in lontananza, la tinta piscina greco-sarda a riva… Ma poi ci metti un piede dentro e tutto cambia. L’acqua è fresca al limite della sopportazione e devi nuotare con ogni muscolo per scaldarti. Ma se ce la fai, se resisti, ti trovi dentro un autentico spettacolo. Talmente lindo che puoi contare le ondine di sabbia scritte sul fondo, una per una. Ed è ricco, muscoloso. Anche quando è calmo, lo senti respirare, e tu be’, tu devi adeguarti a lui.
Negli ultimi tre giorni, tutto è cambiato. Fuori la temperatura era scesa ― intorno ai 19 gradi. E l’acqua, magia, sembrava calda…Il cielo cianotico, le nuvole bianche intorno alle montagne ― che da noi portano grandine, e lì solo bianco intorno alle montagne ― e il mare sembra tiepido. TU ti ci butti, guerreggi un po’ se è arrabbiato, oppure ci parli, se ha l’animo tranquillo,  e quando esci dall’acqua, con il vento che ti spazza, capisci che questa terra in tre settimane, ti ha dato una seconda pelle: che se appena arrivata ti serviva tutta la concentrazione del mondo per rimanere in acqua e tutti i watt del sole ― e ringraziavi pure il buco dell’ozono per aver tolto altri filtri― ora riuscivi tranquillamente a nuotare in mezzo alla furia degli elementi, con il cielo cianotico, 19 gradi fuori e una temperatura dentro non di molto superiore… Tasmania terra della Forza!

E mi riservo anche di raccontarvi questa storia, che, again, ho già raccontato a qualcuno, ma che merita di essere condivisa per far capire come sono gli australiani ― non mi sono solo piegata al cospetto di Madre Natura, ma ho anche osservato l’uomo 😉
Se non ce la fate proprio piu’ di TasmanIa con l’accento sulla I, saltate il paragrafo… capiro’… 🙂

Dunque durante una hike a Cape Franklin, la mia mini-truppa di locals mi porta da Arnie, un personaggio svedese con una storia da romanzo. Nel 1985 Arnie è sbarcato a Flinders. Ha occupato abusivamente un grosso pezzo di terreno sulla costa, ci ha aperto una comune post-hippie e non si è più mosso. Piano piano i post-hippies se ne sono andati e lui è rimasto, ed abita lì, in una specie di barracopoli frikkettona dalle dimensioni gigantiche, a metà fra museo open-air e cafarnao pseudo-vintage, che stenti a credere possa esistere oggi.
Ah dimenticavo, fa il minatore ― il minatore d’oro. Ogni anno crede sia quello giusto e per tre o quattro mesi si trasferisce nell’outback australiano, a scavare la “sua” miniera. Ogni anno dice “this is gonna be the right one” ― quello giusto.
Fra qualche mese s’imbarca su una nave cargo, attraversa tutti i mari che dividono Flinders dalla Svezia, e vi rimetterà piede, dopo 31 anni.
Ah, ho chiesto. Ha 73 anni.

Pensate a come vediamo noi la vita di un 73enne italiano ― 3 P: pensione, pigiama, pantofole. E ora paragonatela ad Arnie.
Certo, lui è un caso estremo. Ma vi assicuro che per tre settimane non ho fatto altro che raccogliere storie di ri-nascite, di persone che mollano qualcosa e ne cominciano una assolutamente nuova, a qualsiasi età, anzi soprattutto in –anta avanzati. Le persone là non smettono mai di essere giovani. Di volersi sperimentare nel nuovo. Di scoprirsi, insomma. E senza quell’ansia tutta americana per il profitto o per il “reach the goal, bring it home”, come se la vita fosse una partita di football (americano, ovviamente). Gli australiani ― e ora generalizzo, mi scuserete ― fanno quello che fanno perché sentono di doverlo fare. Poi hanno la loro bella metodica di matrice pragmatica britannica ad aiutarli nella realizzazione dei loro progetti, ma prima c’è come un’intuizione ― mi verrebbe da citare Husserl, ma poi voi vi spazientite se tiro fuori l’intuizione eidetica”… Insomma, prima vi dicono un “I felt I had to do it”, e poi partono in quarta.

Quindi Fellows, bottom line… Se siete delle signorine ― la Tasmania non è spo(r)t per ― se siete da aperitivo, da “tutto a portata di mano”, da baccano-casino e wifi urca-prendo-appena-4-tacche, allora la Tasmania non fa per voi. Se rientrate nell’altra categoria, non vorrete più tornare qui. 🙂

Se riguardassi a tutto quello che ho scritto finora, credo che mi apparirebbe un gran bel barnum ― bella “barnum” eh? ― ma non lo ritocco. Lo lascio lì com’è. Prendete quello che volete… il resto, doggy-bag… 😉

E ora fatemi tornare a Let’s Movie…
Dunque “A Perfect Day”, giusto? Ci eravamo lasciati lì… Non ho dei ricordi molto precisi, lo ammetto. La mia mente è satura di roba portata dall’altra parte del pianeta… Ricordo nitidamente il trittico di Moviers che erano con me, bravi bravi al saluto pre-Christmas Break, il WG Mat, la Chocolate e il Village. Ricordo che la sala 1 dal Mastro era assai sguarnita, il che mi dispiacque ― spero che le vacanze abbiano portato vagonate di gente al cine.
Ma se mi sforzo, sì che lo ricordo, come no, il film di De Aranoa! Per la sua spietatezza travestita da farsa… Che poi è la ricetta della commedia, no? Ridi ridi che intanto rifletti…
La trama è di una semplicità che sfiora le pièces dell’assurdo di Pinter e Stoppard in cui tutto è facile ma, appunto, assurdo, e l’assurdo non è mai facile ― non se ne esce da questo loop, e per questo sono assurda…okay ora cerco di uscirne.
Metà anni ’90, da qualche parte in Bosnia. La guerra è da poco conclusa e quello che resta sono le macerie, la povertà e il caos post-bellico. Quattro volontari stanno cercando di tirare fuori da un pozzo il cadavere gonfio di un ciccione (mooolto ciccione), per evitare che l’acqua venga contaminata. Un’impresa per chi non ha un’autogru o un muletto o anche solo una carrucola, o anche solo una CORDA, assai complessa, peggiorata anche dalla diffidenza della gente del posto e dalle piccole sfortune del caso… Mambrú (sempre bravo Benicio del Toro) è un po’ l’improbabile leader di questa combriccola che include anche B (come Bravissimo Tim Robbins), e due donne Sophie e Damir. Sophie e Mambrù hanno anche avuto un trascorso sentimentale, il che crea un cortocircuito di battibecchi che sono proprio fun per chi guarda ― ah noi spettattori esterni, what a lucky lot! Ed è abbastanza destabilizzante assistere a un film che ruota praticamente tutto, dall’inizio alla fine, intorno alla ricerca di una banalissima corda: un numero imbarazzante di ore e km investiti e percorsi solo per superare gli ostacoli che si frappongono tra loro e il mezzo con cui issare il cadavere dal pozzo. E alla fine, ovviamente, non ci riescono.
Quale miglior modo di esporre la guerra e le sue assurdità se non attraverso una situazione assurda? La ricetta è di una semplicità estrema, l’abbiamo detto, eppure di un’efficacia altrettanto estrema. Quest’armata Brancaleone di personaggi partiti con le migliori intenzioni da manuale ONU ― squadre umanitarie, aiutiamo aiutiamo aiutiamo a ogni costo ― finisce per arenarsi, bloccata da un cadavere di una mucca minata che potrebbe saltare in aria da un istante all’altro, oppure da un posto di blocco che non vuol sentire storie. E questi novelli Brancaloeni di umanitari non fanno che girare a vuoto e fallire sia nel pratico piccolo ― liberare il pozzo dal cadavere ― che nell’idealistico grande ― aiutare donne, vecchi e bambini. E persino i bambini ― gli intoccabili bambini ― non vengono risparmiati dallo sguardo ironico del regista. Nikola, un ragazzino che stringe amicizia con Mambrù, non si farà scrupolo a vendere un pallone ― un tanto sudato pallone, potremmo dire ― per raggiungere il suo scopo… Uno scopo straziante, ovviamente, che ci spegne sulle labbra il nostro contrariato “ma tu guarda il moccioso ingrato…” e complica ulteriormente il facile schierarsi da questa o quella parte. Perché ricordiamolo, in una guerra, nulla è facile.
Ci poniamo domande scomode durante il film, e porsi domande scomode ti mette in una posizione scomoda ― chiamatemi pure Lapalis, ma le cose stanno così. Domande tipo, ma se gli umanitari, che sono in quei territori apposta per aiutare, alla fine, non possono aiutare, cosa ci fanno lì? E ancora, perché imbrigliare le missioni umanitarie all’interno di prassi procedurali pachidermiche che ricalcano le burocrazie statali di ogni paese e impantanarle nell’inazione più totale (come in questo caso), quando si potrebbe, invece, adottare del semplice ed efficace buonsenso??
Domande, queste, a cui un film come “No Man’s Land” di Danis Tanovich si era posto qualche anno fa e aveva risposto con la stessa micidiale ironia, lo stesso piglio sarcastico di De Aranoa. E non scordiamo, prima di loro, il caso “M.A.S.H.”, forse il primo film che portò il demenziale sul campo di battaglia, o meglio, che spinse il campo di battaglia nel demenziale, aprendo una nuova era del cinema bellico.
“Perfect Day” ― e basta anche solo il titolo a cui i personaggi risponderebbero con un bel “Perfect Day ‘sta min…” ― è stato definito una “dark comedy”. Io non concordo, personalmente su questo tipo di definizione. Definiamo “dark” quello su cui non sta bene ridere? Su cui “non conviene” o sulle cui tematiche non è il caso, per tatto o pudore, ridere? Allora sta bene ridere su uno che scivola su una buccia di banana (Buster/Charlie)? Su uno che si ustiona ingoiando un pomodorino da 18.000 gradi Fahrenheit (Rag. Ugo)? La commedia è tutta dark o black. Nel caso di “Perfect Day” o di “No Man’s Land” ― ma anche di “La vita è bella” o “Un train de vie” ― camminiamo in territori minati (!) da questioni che toccano la storia, e la storia dell’umanità. Io lascerei stare i colori per definire opere del genere. Mi rendo conto che la praticità di un aggettivo faccia risparmiare sul numero di caratteri e giochi a favore della sua twittabilità, ma guess what?, è proprio a causa di questo tipo di pressapochismo che ci lamentiamo di vivere in una società pressapochista…
Fatemi dire di Tim Robbins, che interpreta B, un personaggio poliedrico, divertente ma drammatico insieme, un senior del teatro di guerra, uno che ne calca le scene da anni ― troppi ― e che, per questo, pare aver perso ogni filtro, ogni freno inibitore. Se ne esce con delle parlate assurde, che ti lasciano interdetto. Ed è proprio su questi personaggi che la satira intelligente trionfa. Dire le cose che non si possono dire… E Robbins, che lo interpreta ― ma è sempre stato così bravo, Tim Robbins?? ― sembra essere perfettamente a suo agio nei panni di questo mastino di guerra dalla scorza dura e dalla battuta che non conosce censure.

E ora back to theatre, Moviers 🙂

LA GRANDE SCOMMESSA
di Adam McKay
USA, 2016, ‘130
Lunedì 11 / Monday 11
22:10 / 10:10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Dunque, il Lez Muvi di questa settimana sarebbe stato “Carol”, lo ammetto. Ma poi qualche povero sventurato della casa distributrice del film ha giocato un tiro mancino al Mastro, che doveva averlo e che, per qualche motivo che al momento ignoro, non l’ebbe. La sua protesta recita: “Vista l’ottusità della casa distributrice, provocatoriamente “Quo vado?” è la nostra risposta”.
Dato che a noi il Mastro Provocatore piace molto, mi schiero con lui, parteggio per il boicottaggio, e propongo una pellicola alternativa, “La grande scommessa”, che comunque sarei andata a vedere by myself: il cast è di quelli da okay-allora-se-proprio-volete-stendermi-stendetemi (Pitt, Gosling, Bale, Tomei, Linklater, Gosling, Gosling, Gosling, Gosling…)

Ma la mia gioia più grande in questo Let’s Movie, è quella di scoperchiare il DROP BOX, il contenitore che detto così vi sembra l’omonimo servizio di storage dati, ma che invece è lo scrigno in cui sono custodite le DROPS di cine-saggezza, che voi Moviers avete fatto piovere dalle parti del vostro ramingo/remengo Board 🙂
Tanta grazia celeste è stata davvero un bel modo di cominciare il 2016!
Ringrazio di cuore il Woodstock, Ilcandy, l’Onassis Jr, la Vanillla e l’Honorary Member Mic –quest’ultima, di DROPS, me ne ha piovute addirittura tre!
Il DROP BOX è tutto loro 🙂
Nell’attesa che si compia la grazia, celeste o multicolor, e il WG Mat mi fornisca il suo pippone su Star Wars ― lo riscrivo qui, pubblicamente, per rendere pubblico e inevitabile il suo follow-up 🙂 ― io posso contare sulla DROP by Ilcandy 🙂

E ora Fellows, cerco di riprendermi ― riuscirò mai? ― e vi chiedo di portare ulteriore pazienza con me. I ritorni sono infami, e io molto spesso mi ci perdo, quindi sì, abbiatemi pazienza… O come mi piace dire in Plantigrade English, please, bear with me. 🙂

Volevo eliminare il riassunto ― anno nuovo, eccidio nuovo ― ma poi mi sono fatta qualche scrupolo. Uno non comincia un anno nuovo, e pure bisestile, con un eccidio, dai. Quindi be’, teniamoci ‘sto riassunto ― che poi magari é l’unico motive per cui leggete Lez Muvi, quindi meglio non darci la zappa sui piedi… 🙂

E il Maelstrom contiene un evento filo-rapper che io stentavo a credere fosse davvero qui… Frankie Hi-Nrg Mc a Trentoville per presentare un docu sul rap?!? Are you serious, bro?? Leggete un po’… 😉

Sì vi ho estenuato lo so… Ma proprio non avrei saputo esimermi dal. Quindi ci ho messo molto del.
Sperando di vedervi in numero tasmaniacale lunedì, vi lascio con dei saluti, naturalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board


DROP BOX – Pearls to People!

IRRATIONAL MAN by Woodstock
not really bad
un saggio sull’opportunismo yankee: si prende dalla rigorosa filosofia europea quello che serve
ottima interpretazione dell’attore protagonista; non piace molto la nuova musa allenica Emma Stone

PONTE DI SPIE by Onassis Jr
Americanata, ma godibile

MON ROI by Vanilla
Lo consiglio. A me è piaciuto assai.

STAR WARS – IL RISVEGLIO DELLA FORZA by Ilcandy
Proiettato in una sala del periodo antidiluviano, con tanta formica e talmente (s)comodo che dei 600 posti disponibili ne erano occupati circa 15-18 inclusi noi5 Muviers, o meglio 4+1; l’uno ero io come rappresentante ufficiale dei Muviers.
Mi sono intrattenuto un bel po’ sui preliminari perché nelle DROPS sarò particolarmente breve: ‘na cagata pazzesca.
Lucas, o forse i suoi eredi, o forse i suoi creditori, hanno svenduto il format per rimettere sul set 4 cariatidi risalenti al primo e/o secondo episodio e fare un po’ di cassa, infilandoci qualche effetto speciale realizzato in economia. La cosa positiva è che i visi vintage di molti personaggi erano assolutamente a tono con l’arredamento della sala cinematografica, e pure un po’ con l’anagrafe del sottoscritto, così che durante il film potevo dimostrare la mia grande conoscenza del tema al mio vicino di sedile, scevro di conoscenza dell’Impero del Male. Da parte mie ma par tutto [“me pAr tutto”, tipica inflessione veneta, Nota del Board], Star Wars è morto, W Star Wars, W la gente age (pronunciato in francese).

DROPS by Honorary Member Mic

LA ISLA MINIMA – Mi è piaciuto. Essenziale e dal ritmo veloce….tra l’altro essendo un film spagnolo me lo aspettavo ‘chiassoso’ invece mi ha piacevolmente stupito

MON ROI – Film che analizza una storia decisamente disfunzionale….non consigliato in caso di ‘sick relationship’. Interessante ma non da rivedere!

IRRATIONAL MAN – Salvo la prima parte del film (Joaquin è un meraviglioso Grande Lebowski versione intellettuale)….Per fortuna niente nevrosi per una volta.

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ma guardate un po’ cosa ti organizzano quelli dell’Opera Universitaria al Teatro Sambapolis ― poi un giorno ci diranno anche come pronunciarlo, magari…

Giovedì 14 gennaio, ore 21:00, Teatro Sambapolis, Ingresso 5 Euri

Prende il via la nuova rassegna di cinema dedicata alla musica #Volume!
Proiezione di NUMERO ZERO: ALLE ORIGINI DEL RAP ITALIANO, un documentario di Enrico Bisi.
La proiezione sarà preceduta, alle 18.00 presso il “Centro Musica” di Trento, da un incontro con il rapper Frankie hi-nrg mc, uno dei protagonisti di «Numero Zero» e autore di successi come “Quelli che benpensano”, “Fight da faida”, “Pedala” e tanti altri, che al termine del film sarà ai piatti e al mixer per coinvolgere il pubblico del Teatro Sanbàpolis nel suo Dj-set “L’Alto Parlante Gira Dischi

Negli anni ’90, l’onda del rap si propaga da oltre oceano ed arriva in Italia generando un sottobosco di esperienze artistiche e musicali che, sebbene inizialmente fossero conosciute solo dagli estimatori del genere, arrivano ben presto al grande pubblico. Nel 1994 esce “SXM” dei Sangue Misto, l’album che più di tutti segnerà quel periodo. Fino al 1999 è un fiorire di gruppi ed artisti sotto la luce dei riflettori di tutti i media. Poi, progressivamente, la decadenza. Già nel 2002 inizia un’altra fase del rap.
Alcuni protagonisti di spicco del decennio precedente abbandonano la scena, altri resistono fino a diventare, nel presente, artisti di riferimento per due generazioni di pubblico. Numero Zero racconta la golden age dell’Hip Hop italiano attraverso la voce dei suoi protagonisti: una lezione impressa nella storia di questa musica ed una riflessione sul presente, grazie al coinvolgimento di un narratore d’eccezione: Ensi

http://www.centrosantachiara.it/IT/numero-zero/

LA GRANDE SCOMMESSA: Quando quattro investitori visionari – al contrario di quanto mostrato dalle grandi banche, dai media e dal governo stesso – intuiscono che l’andamento dei mercati finanziari avrebbe portato alla crisi mondiale dell’economia, mettono in atto La Grande Scommessa. I loro coraggiosi investimenti li porteranno nei meandri oscuri dei sistemi bancari moderni, facendoli dubitare di tutto e tutti. Basato su una storia vera ed ispirato al libro bestseller di Michael Lewis (The Blind Side, L’arte di Vincere).

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1 Comment

  1. ben tornato board, hallo moviers
    ma allora nessuno ha visto macbeth? se è così correte, non perdetelo
    vi dico solo che dopo il racconto dei racconti v’è subito quello, per me
    e ancora una cosa (sono impreparato su Shake, ma sarà un preciso recupero) è scritto che sia un’opera sull’ambizione e l’assassinio ma prima e più potentemente lo è sulla confusione della mente, sulla nevrosi, sul non aver chiaro se ciò che ci tormenta è reale e appartiene al mondo esteriore, sensibile, o è dentro nel nostro zervel
    mio figlio, studente in filosofia, mi dice che Freud considera Shake il primo ad attribuire al conflitto res extensa / res cogitans l’origine della nevrosi e che non avrebbe potuto aspettarsi un film meglio realizzato
    sono andato a vedere anche little sister: beh, dai, certo che ‘sto universo femminile…a voler tenere tutto sotto controllo (povero parsifal)
    ciao, bascioni

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