LET’S MOVIE 269 – propone THE REVENANT e commenta LA GRANDE SCOMMESSA

LET’S MOVIE 269 – propone THE REVENANT e commenta LA GRANDE SCOMMESSA

THE REVENANT
di Alejandro González Iñárritu
USA, 2016, ‘153
Lunedì 18 / Monday 18
Ore 21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

 

Martin Moviers,

Ah quanto mi è mancato lui, lo Scorsese, con o senza Morricone, non importa, ma lui, il cantastorie che usa la cinepresa per ore ― guardate un po’ quanto durano i suoi film ― e ti trascina dentro, qualsiasi sia la trama, qualsiasi sia l’attore feticcio del momento, un De Niro che si scatena nei panni di un toro, o di un tassista fuori di testa (“Taxi Driver”) o di un ex-galeotto fuori di testa (“Cape Fear”) o di un egocentrico fuori di testa (“Re per una notte”). Oppure un Di Caprio altrettanto fuori di testa sull’isola di “Shatter Island” o nei bassifondi bostoniani di “The Departed”. Insomma, io pensavo di andare al cine lunedì, dopo un mese di astinenza cinematografica ― i tanti film visti in volo non contano, è la Sala che conta ― di arrivare e trovarmi un “Wolf of Wall Street”, una belva di quel genere, un racconto che avrebbe fatto di me un sol boccone ― anche perché, dopo 3 settimane tasmaniacali, ero ormai abituata a soccombere agli elementi. Una giostra che mi avrebbe tirato a bordo nonostante i miei piedi puntati ― notoria la mia assoluta refrattarietà nei confronti della cosa finanziaria in tutte le sue forme. E io avrei cavalcato quel puledro selvaggio de “La grande scommessa” e finalmente la cosa finanziaria avrebbe acquistato un senso, e io sarei uscita dalla Sala sentendomi a metà strada fra Adam Smith e Ricardo, gli unici due economisti che io conosca, e finalmente avrei capito cosa diamine è successo nel 2008, quando la fine ebbe inizio, e la Crisi, creatura sfuggente ma dalla stazza assai ingombrante, prese a occupare ogni tavola rotonda ― di conferenzieri o semplicemente di ferrotranvieri a casa per cena ― ogni discorso, ogni singola lamentela che lamentava qualcosa che non andasse. Dal 2008 la malora aveva un’unica sgualdrina di madre: la Crisi.
Cantonata non avrebbe potuto essere presa in maniera più eclatante dalla sottoscritta, a riprova che l’apriorismo delle convinzioni non ha eguali, né rimedi. Nessuna illuminazione, nessun “Eureka!”, “urca”, ma nemmeno un “caspita”. Solo due ore di tenebra totale in cui ho vagato tra la voglia quasi fisica di Scorsese e del suo splendidamente debordante “The Wolf of Wall Street”, che mi aveva iniziato al significato di brokeraggio selvaggio e alle malefatte del suo protagonista ― fuori di test of course ― di tirare su milioni in maniera illegale ma anche perversamente geniale, e di foraggiare le pance della fauna wallstreetttiana che condivideva, negli anni ’80, quel sogno di grandeur economica che degli scrupoli aveva fatto coriandoli, e degli eccessi Vangeli.
Le mie uniche àncore di salvataggio in un Titanic(o) scenario, erano l’Onassis Jr, il WG Mat e la Vanilla, con me in sala. E dovrebbe scriverlo la Vanilla, un pippone sul film, perché lei sì che ha le basi e pure le altezze adatte per intendere il film. 🙂 E mentre io arrancavo smarrita dentro la labirintite che mi procurava “La grande scommessa”, lei, la Vanilla, avrebbe pure potuto buttar giù “La ricchezza delle nazioni Parte II” e pure una serie televisiva ad essa ispirata, mentre guardava il film. Forse si sarà accorta che io guardavo lei come Rey guarda Han Solo che sbuca fuori dal Millennium Falcon ― ne parleremo, sotto delle guerre stellari…
Dunque, a quanto ho visto e compreso, ci sono questi quattro spregiudicati investitori che nel 2005 intuiscono l’instabilità del mercato immobiliare statunitense e si dicono, qui l’economia mondiale sta per andare gambe all’aria e iniziano a scommettere sul sistema, giocando con dei gingilli finanziari dai nomi divertenti tipo swap o CDS ― ma non osate chiedermi la struttura e il colore di uno swap, men che meno i CDS. Uno di loro è Michael Burry, il personaggio che forse mi rimarrà impresso per qualche giorno e che poi finirà laddove sta già precipitando “La grande scommessa” ― la Fossa delle Marianne dell’oblio (sì, “Dell’esagerazione” lo scrissi io a 12 anni… ). Michael è uno abbastanza schizzato che suona la batteria in ufficio, o anche solo l’aria intorno a sé con un paio di bacchette, straluna gli occhi peggio del Mago Otelma in trance e riesce a portarsi a casa una quantità di milionate di dollari di cui naturalmente non ricordo il numero. Poi c’è Ryan Gosling che NON è Ryan Gosling ma Carlo Conti un po’ meno abbronzato, che fa più o meno lo stesso, solo che guarda fisso in camera e te lo racconta live. E questo, devo dire, l’ho apprezzato. Cioè, NON ho apprezzato la mutazione di Gossling in Carlo Conti, ho apprettato la scelta di farlo guardare dritto in camera, come se uscisse dalla sua storia e dal suo tempo ― il 2005 ― e l’attore diventasse il personaggio che impersona se stesso, il che, capirete, intriga, non è la solita narrazione diegeticamente lineare (sentitela, diegeticamente). Poi c’è quest’altro manager che lavora per la Morgan Stanley interpretato da Steve Carrell ― che per me rimarrà per sempre il 40enne vergine, e nemmeno un ruolo walstreettiano come questo riuscirà a togliergli quel ruolo di dosso ― ma nel complesso abbastanza insipido, e poi c’è Bradpitt, una sorta di cervellone di Wall Street in pensione che fa da mentore a due pischelli nerd che vogliono approfittare della situazione e spalare anche loro qualche bella milionata nei loro conti correnti presumibilmente svizzeri. Tutti questi personaggi arrivano, nei loro modi diversi, alla stessa conclusione ovvero che i mutui sono sul punto di fallire ― non so bene perché ― e quindi s’inventano una cosa che si chiama CDS che in qualche maniera, da questo fallimento, li fa guadagnare.
Ma usciamo dalla trama, che, come vedete, è tutta crivellata, fingiamo non abbia dei crateri lunari al posto del compreso, e lasciamola da parte un attimo.
Perché il film non funziona? Il film non funziona perché

  1. Inizia a palla, a bomba, fuochi d’artificio, bum bum bum. E tu dici, bene, qui abbiamo il figlio  adrenalinico di “The Wolf of Wall Street”, e sorridi quel sorriso citrullo di quando ti appresti a godertela. Ma poi, dopo circa 9 minuti capisci che no, “The Wolf of Wall Street” non era affatto suo padre ― Darth Vader la smetta di ridere e fare lo scemo laggiù― era solo tantissimo artificio senza il fuoco.
  2. È un ibrido, si lascia sedurre dai tecnicismi ma senza essere un documentario, giacché presenta evidenti velleità fiction. Il regista doveva pensare anche per chi non gioca con gli SWAP dalla mattina alla sera. Così facendo stermina una fila di spettatori ― tra cui, l’avete capito, io.
  3. L’ironia di cui, a quanto ho sentito dire, il film sarebbe imbevuto, non è ironia. È semplicemente il lato buffo della truffa. Ogni truffa è accattivante, ammettiamolo. E fior fior di registi l’hanno intuito e dato alla luce fior fior di pellicole, e mi basta citare “Bonnie&Clyde”, “La stangata”, “Arsenio Lupin”. E il lato drammatico o “dark” evocato ― ancora ‘sti colori ― è semplicemente il dramma che ha investito il mondo e in cui noi, ancora oggi sguazziamo. Parafrasando un vecchio cliché ― pur vero ― mi viene da dire, l’ironia, qui, sta negli occhi di chi guarda, ovvero noi, che vediamo questi quattro/cinque furboni che fanno una montagna di soldi sulle macerie del mondo. Non ci trovo affatto dell’ironia ― né nel contenuto, né nella forma. Non è esattamente come dire, faccio vedere una banda di soliti ignoti che tenta di svaligiare un appartamento per sbarcare il lunario e li faccio miseramente fallire… Oppure un Lupo col capo di Di Caprio che ci porta nel suo mondo di spregiudicatezze finanziarie e morali. Vorrebbe farlo, vorrebbe essere un film così, ma non gli riesce. Vorrebbe riflettere sulla maletica ― conio questo concetto qui e ora ― attraverso la risata, ma facendo lo splendido solo a metà (be’, 9 minuti non è metà, ma sono generosa), manca clamorosamente l’obbiettivo. E accenna solo vagamente a questioni più ampie, ma senza poi sviscerarle. Mi riferisco alla caduta delle certezze dell’uomo moderno, per esempio, o alla fine dell’età dell’oro, o ancora alla sostanziale fuffa attraverso la quale le certezze e l’impero economico occidentale sono crollati ― crollati a seguito di una bolla, il paradosso sarebbe stato ghiotto, indeed. Magari qualche regista più attento di McKay potrebbe riflettere cinematograficamente sull’avvento della Fuffa quale nuova arma di distruzione di massa, altroché antrace e missili terra-area nascosti nella valle degli orti dei contadini iracheni.
  4. Lo spettatore target ideale non è identificato. Così come scrittori ―e traduttori!― hanno un lettore target nella loro mente quando creano, anche il regista dovrebbe avere un suo spettatore ideale. In questo caso chi è? Quello che vive in simbiosi con la Borsa e con il Financial Times incollato alla faccia ― per esserci crollato addormentato sopra, dopo Sole 24 ore di lavoro non-stop a Wall Street naturalmente? No perché quel tipo di spettatore sa già tutto, e il film non è così comico da farli ridere, al massimo strappa qualche smorfia. Allora lo spettatore ideale sono io? Che considero uno Swap come una specie di cubo di Rubick nelle mani di un laureato alla Bocconi e che nelle mie mani è più ingestibile di un cubo di Rubick vero?! No perché la materia e la microlingua utilizzate mi tagliano fuori dalla comprensione, mi relegano nel grembo tiepido dell’ignoranza, e io finisco a pensare all’ascensore rotto, alla multa per eccesso di velocità da pagare (mannaggia) e a questa app che ti dice il motivo per cui il tuo bebé frigna e sulla quale vorresti scrivere un j’accuse che manco Zola con l’affare Dreyfuss…
  5. Bradpitt. No, aspettate, non è che il film NON funzioni per colpa sua, ma per la prima volta da che compare sul grande schermo, Bradpitt risulta assolutamente trasparente. Voi potreste dirmi, he was supposed to be, è il suo personaggio, agisce nell’ombra. Ok. E io sarò una tradizionalista, ma quando tengo un frutto come un Bradpitt per le mani, non lo uso a metà, lo spremo tutto. Non ne faccio un discorso di minuti: anche un cameo può lasciare il segno ― pensate a cosa ne hanno fatto di lui i fratelli Coen con l’indimenticabile personaggio minore/minorato che interpretava in “Burn After Reading”. Non è il “quanto”, è il “come”…. E lì, in “La grande scommessa” tre quarti di Bradpitt ci va a ramengo ― ed è peccato…

Non credo ci sia bisogno che dica oltre. E se magari il tentativo di raccontare la crisi è apprezzabile, dall’altra gli sceneggiatori avrebbero dovuto prevedere che la verbosità e il tripudio del tecnico ammazza il lato che voleva essere comico. Di certo ha ammazzato il mio. Ma può essere che qualcuno sia rimasto sveglio, e che si sia pure risvegliato, chissà…

E a questo proposito… Fatemi dire qualcosa su Star Wars 7 – Il risveglio della Forza. Giusto qualcosa perché ci penserà il WG Mat al “piuchequalcosa”, il nuovo tempo verbale che declinerà a suo piacere nel Maelstrom 🙂 ― del resto gestisce la Jedi Academy da un tempo lontano, quindi chi meglio di lui?
Io, dal canto mio, non entro nella critica spinta e mi fermo a delle considerazioni generali: ho riflettuto più che altro sull’esistenza di Star Wars tout court, più che sulla sua essenza ― gli Esistenzialisti avran da lamentarsi, va be’. Inoltre devo dire di aver visto il film un mese dopo la sua uscita, e questo ha senz’altro inciso sull’emotività. Probabilmente, fossi stata tra la pazza folla di quelli che lo videro il 16 dicembre, avrei vissuto l’evento e il film con maggior compartecipazione. Chissà. Il 16 dicembre io sbarcavo in Tasmania, mentre milioni di nerd e non-nerd rimettevano piede in una galassia lontana lontana ― in comune avevamo il lontano-lontano, ma i contesti erano un po’ diversi.
E comincio da qui. Da quelle parole, che sono diventate ormai come una preghiera, e quella scritta iniziale che obliqua scorre giù e accompagna Star Wars sin dal primissimo episodio. Ecco quando vedi quella scritta e senti quella colonna sonora, tu perdi già un po’ di lucidità: non solo vieni trasportato in un universo in cui le guerre sono stellari e i bigfoot si chiamano Chewbecca, ma anche nel tuo passato personale: allora ricordi come ti sentivi quando, bambino o un po’ più cresciutello (nel mio caso), hai sentito quella musica, e bevuto quelle scritte che scorrevano giù per lo schermo come ci si abbevera alla fonte della Conoscenza. Ma se noi abbandoniamo un istante il fascino che la Forza esercita su di noi ― a cui resistere è, obbiettivamente, missione ardua ― e facciamo invece lo sForzo di mantenerci obbiettivi, o il più obbiettivi possibili, forse il film di JJ Abrams non ci risulterà così batterstargalattico come per esempio la Trilogia storica. Non fraintendetemi, il film è una macchina da guerra dal punto rievocativo. La serie di rimandi agli episodi precedenti e la specularità, e la specularità rovesciata, con personaggi ed eventi precedenti, fa cadere un bel 9 tondo tondo sul compito  del regista ― è sicuramente di formazione strutturalista, il ragazzo, e si è specializzato sicuramente tra Genette e Greimas, non c’è dubbio, prendendosi anche un bel sabbatico in Russia tra i Formalisti, ne siamo pressoché certi. Però sì, questo è Star Wars 7, un compito, che il suo autore ha svolto in maniera diligente, a tratti egregia, a tratti patetica. A volerlo guardar bene bene, sembra una funzione matematica, dimostrata in ogni suo singolo passaggio. Ma matematica, appunto, meccanica. Manca l’estro. Manca la nota folle, il nuovo e l’inaspettato. Manca “Io sono tuo padre”, ruzzolato fuori da una maschera quando MAI ti aspetteresti quella rivelazione, e le implicazioni di quella rivelazione. E qui ritorno al mio punto, per il quale verrò presumibilmente definita un’anacronistica marxista. 🙂 Star Wars oggi mi appare come una grandiosissima operazione economica che viene tenuta in vita per quello. C’è senz’altro il tentativo di inspessire lo spessore epico-letterario della saga ― questo è indubbio. Ma l’operazione finanziaria alla base del film incide prepotentemente sul film stesso minandone l’essenza. La finalità detta la creatività. E quando la finalità detta la creatività assistiamo alla produzione in vitro di un figlio bellissimo, dai riccioli d’oro e i lineamenti perfetti che ammiriamo impressionati, ma che è privo di anima. Questo credo sia Star Wars dopo la prima storica trilogia.
Per come la vedo io, e lo dico con rammarico perché sono legata anch’io alla storica trilogia e alla colonna sonora e alla sintassi da pazzi di Yoda, per come la vedo io Star Wars dovrebbe smettere di aggiungere episodi su episodi: la serializzazione porta allo spegnimento della scintilla epica che “Guerre stellari”, “L’impero colpisce ancora” e “Il ritorno dello Jedi” portavano nel cuore. Omero ha scritto Iliade e Odissea. Ma a nessuno, né tantomeno a lui, è venuto in mente di aggiungere capitoli sopra capitoli e pre-quel e sequel alle due opere. Quelli sono miti, sono dati. Poi possiamo ricavarci tutti gli spin-off che vogliamo e inventarci mille revisioni postpostpostmoderniste, ma quei testi sacri sono lì. È il Verbo. Ulisse ha fatto ritorno a Itaca. Punto. E lo stesso dicasi per i miti nordici. Star Wars, nella mia mente, aveva le potenzialità ―proprio per com’era strutturata ― di finire lì, nell’epica moderna. Cos’ha di particolare, e magico, il mitico? Il fatto che, pur essendo “finito”, ovvero, concluso, tutto apparentemente iegato, mantenga delle zone interstiziali libere, riscrivibili da ogni generazione. È questo che rende il mito sempre giovane ― come l’arte e la poesia. Star Wars poteva essere quello, e ogni generazione avrebbe visto ciò che voleva nella storica trilogia. Ma con la ricerca del profitto ― sotto la quale tutti cadiamo schiavi ― il mito diventa fotoromanzo, diventa puntate. Allora giù a pensare a trame e sottotrame e nuove possibili trame da sviluppare in infiniti episodi cosicché il “Mito” non abbia mai fine, e gli spettatori vadano al cinema, e i gadget vengano sfornati e venduti… Non c’è nulla di male, these are the ways of the world, direbbe Congreve. Ma ciò non toglie che così, assistiamo alla parcellizzazione (!), alla depauperizzazione del Mito. Si snatura, quella scintilla di cui dicevo sopra si affievolisce, e noi ci ritroviamo di fronte a personaggi che sono copie, copie anche composite e curate nella loro delineazione, ma pur sempre copie ― spesso ahimé sbiadite ― di altri personaggi: Kylo Ren e Darth Vader, Han Solo e Rey, Yoda e quella tartarughina arancio che gli somiglia senza davvero somigliargli, taverne stellari che sono repliche di altre amate taverne, battute che ammiccano ad altre battute per farci gongolare e affezionare al film ― come un druggy alla sua droga, come un cliente all’oggetto, e i suoi gadget satelliti che poi comprerà. E ci ritroviamo anche davanti a stiracchiature narrative un po’ imbarazzanti. Ne dico una su tutte. Ma cosa ha fatto, di tanto brutto, Han Solo a Kylo Ren, per fargli sviluppare un’acredine tanto acre e acerrima nei suoi confronti? Che gli ha fatto?? La necessità di ammazzare il padre a priori ― anche quando il padre è un fico come Han Solo ― non è un po’ vecchia? E lo stesso dicasi per JJ Abrams nei confronti di Lucas. Harold Bloom aveva teorizzato l’Anxiety of influence, l’angoscia dell’influenza che gli scrittori provavano nei confronti dei “padri” ― ovvero gli scrittori che gli avevano preceduti ― ancora back in 1973… E Freud c’era arrivato già qualche annetto prima. E basta con ‘sto padre, dico io, let’s move on! Anche perché, siamo onesti, nessuna battuta, nessun colpo di scena, nessun precipitare di Han Solo nel vuoto con una spada in petto potranno mai eguagliare lo shock, il colpo di genio duro e puro dell’ “I am your father” di Darth Vader a Luke. Sicuramente ci proveranno ancora e non mi meraviglierei se Rey, nel prossimo, finisse a dire a un redivivo Han Solo, “Io sono tua figlia”…
A questo punto sarei tentata e spaventata nel pormi una domanda naturalissima… Non sarà che questo nostro tempo è assolutamente incapace di produrre nuovi miti solidi? E che si continui a guardare al passato per superare la terra desolata tutt’intorno?
Mi fa un po’ paura guardare in faccia alla risposta….
Insomma, se da un lato posso congratularmi con JJ Abrams per il lavoro svolto, dall’altro io mi dico che il compito dell’artista (i registi lo sono) dovrebbe essere quello di combattere la mercificazione, tanto più se dell’epica. Personalmente, mi fa male vedere un corpo bellissimo, come quello della trilogia di Lucas, stravolto dalla money-morfina che lo vuole tenere in vita a ogni costo. Combatto l’accanimento terapeutico, e sì, sono per l’eutanasia del Mito. Solo così lo possiamo ricordare in tutta la sua bellezza.
Let Star Wars go.
Mat non me ne voglia… 🙂

E ora, dopo aver scandalosamente perso “La grande scommessa”, non demordiamo e puntiamo su un cavallo di razza

THE REVENANT
di Alejandro González Iñárritu

Ciò che ci piace di Inarritu è vederlo cambiare pelle ogni volta. Dopo Birdman, eccolo in un film completamente diverso, per il quale è candidato a una sfilza di Oscar, premi, targhe, coppe, you name it. E finalmente rivediamo Di Caprio all’azione. Che è sempre un bell’agire. E che, per scaramanzia, non sarà destinatario dei nostri migliori auguri per vincere l’Oscar ― Leo è entrato in analisi ogni singolo febbraio dopo ogni singola cerimonia degli Academy Awards, e dopo ogni singola statuetta retta dalle mani della qualunque hollywoodiana che gliel’ha portata via, poor boy…

Ora c’è il Maelstrom del WG Mat, che ha mantenuto la promessa e ha pure citato, a fine pezzo, una frase di Yoda a me molto cara… E guardate quant’è bello, quando due prospettive su un film si guardano, e vi guardano…
Grazie Mat, e no che non ti mangio! Sono vegetariana 😉
E poi c’è quel diamine di riassunto, il maledetto… Ma la pagherà eh, eccome se la pagherà ― preparatevi all’atmosfera western, Fellows… Ai primi di febbraio esce Tarantino!

Ah, se avete delle DROPS, le vostre perle di saggezza su film che avete visto e volete condividere, mi raccomando, inviatemele! Il Drop Box è sempre pronto ad essere riaperto.
Oppure potete fare come il Woodstock, che le ripone diligentemente nel Baby Blog… 😉 http://www.letsmovie.it/2016/01/lets-movie-268-propone-la-grande-scommessa-e-commenta-perfect-day/#comments

Grazie, my Moviers, sempre, e saluti, stasera, scorsesemente e anche scortesemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dal WG Mat, with love and Force 🙂

Star Wars è epico e mitico. Non solo nel senso che è una saga che piace un sacco (“bella ‘sta roba! epico! mitico!) ma nel senso letterario del termine. Racconta cioè di ciò che è alla base di ogni storia, degli archetipi di ogni mitologia, dell’eterna lotta tra bene e male che scuote tutto dall’universo all’anima di ciascuno, ed è questo che lo rende un classico (cioè un testo/film/opera d’arte che non ha mai finito di dire quel che ha da dire).
Senza entrare nel perchè e nel per come lo è (o la Fru mi mangia), Star Wars 7 ha il compito di continuare la saga vivendo nell’ombra metaforica e non del Padre, la trilogia originale e l’Erore/il Cattivo per definizione Darth Vader.
Diamo per scontata la storia per brevità (o la Fru mi mangia di nuovo): ci ho pensato molto, e sono arrivato a concludere che la figura di Kylo Ren (il “cattivo” di quest nuova generazione di Star Wars) è veramente ciò che questo film è chiamato ad essere agli occhi di tutti: condannato a vivere all’ombra del nonno dell quale saprai non sarai mai all’altezza. Figlio degli eroi della ribellione, allenato dall’ultimo Jedi della galassia, lo zio Luke, uno Skywalker, e nipote del più grande cattivo della storia.
Ben Solo Kylo Ren è tormentato, è un fanboy del nonno che vive nel dolore di non capire cosa è e chi è, e per completare il suo passaggio al lato oscuro (qui un reminder di Yoda che spiega cosa porta al lato oscuro) fa l’unica cosa che gli permette di tranciare col passato: uccide (metaforicamente e non) il padre per chiudere col passato e le ombre.
J.J. Abrams con il risveglio della forza deve allo stesso tempo riprendere, rilanciare e continuare la saga della famiglia Skywalker (questo è Star Wars) e dal punto di vista formale il film riprende lo stile e la narrativa del primo star wars del 77 in una operazione quasi archeologica: paesaggi ampli, spazi vuoti, uno spazio-far west “sporco”, un eroe riluttante chiamato a seguire un destino più grande di lui, degli aiutanti, un mentore, un nemico che è il Nemico – il lato oscuro.
E riprende la stessa struttura narrativa (il pianeta deserto, la fuga, la taverna, la morte nera/base starkiller etc) ma ne fa un calco quasi fosse una foto in negativo: ci sono gli stessi elementi ma sto raccontando una storia diversa.
e la foto in negativo è anche la scena madre di Han Solo che cerca di redimere Ben Solo / Kylo Ren, con un esito differente dalla scena di Luke / Darth Vader però.
Il film mi è piaciuto, ovvio, ma ammetto che Abrams è stato molto “paraculo” nel farcelo piacere: studiato in ogni dettaglio come un ingegnere che controlla ogni pezzo dell’ingranaggio. Funziona tutto, funziona un po’ meno l’effetto wow della saga originale. Ma anche qui il giudizio credo sia da sospendere perchè il film è un pezzo di una saga, dovrà essere rivalutato a posteriori.
Ma penso anche il Risveglio della Forza altro: è l’ultimo libro di un epica collettiva, che, come lo stesso Lucas ha detto, non appartiene più a un singolo individuo, scrittore,  regista. “Always pass on what you have learned” diceva Yoda a Luke Skywalker, è la filosofia degli Jedi. E Il Risveglio della Forza questo è:  una nuova generazione di eroi e autori alle prese con un classico che ormai è qualcosa più grande di loro perchè appartiene a tutti.
Scriverei molto di più ma la Fru forse mi ha già mangiato.
Luminous being are we, not this crude matter,
May the Force be with you!

THE REVENANT: Tratto da una storia vera, Revenant racconta l’epica avventura di un uomo che cerca di sopravvivere grazie alla straordinaria forza del proprio spirito. In una spedizione nelle vergini terre americane, l’esploratore Hugh Glass (Leonardo Di Caprio) viene brutalmente attaccato da un orso e dato per morto dai membri del suo stesso gruppo di cacciatori. Nella sua lotta per la sopravvivenza, Glass sopporta inimmaginabili sofferenze, tra cui anche il tradimento del suo compagno John Fitzgerald (Tom Hardy). Mosso da una profonda determinazione e dall’amore per la sua famiglia, Glass dovrà superare un duro inverno nell’implacabile tentativo di sopravvivere e di trovare la sua redenzione.

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