LET’S MOVIE 270 propone TI GUARDO e commenta THE REVENANT

LET’S MOVIE 270 propone TI GUARDO e commenta THE REVENANT

TI GUARDO
di Desde Allà
Venezuela, 2016, 93’
Lunedì/Monday 25
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Astra / Dal Mastro

Manifestiamoci Moviers,

per Leonaro Di Caprio o per il DDL Cirinnà, per un amore o qualsiasi grande- o piccolezza che spinge oltre la soglia dell’ardire, le spiagge controllate del pudore.
Palesiamoci, Fellows, muoviamoci.

Sto lavorando ora ora a una mozione. Dizionario di politichese accorato alla mano, sto buttando giù una petizione che spedirò per raccomandata all’Academy of Motion Pictures ―Academy Headquarters, 8949 Wilshire Boulevard, Beverly Hills, California 90211. Oggetto: “Let’s Movie pleads for the Oscar to go to Leonardo Di Caprio”. E in quella lettera saranno elencati tutti i risultati che il ragazzo ha portato a casa, sin dal suo primissimo, bellissimo “Buon compleanno Mister Grape” ― ve l’ho ricordato tante volte, ma continuerò a farlo ― per arrivare al suo Redivivo. L’accanimento dell’Academy ― l’acadimento ― nei confronti del nostro Leo è talmente plateale che ci meravigliamo non si sia ancora mossa l’UNCHR, o una di quelle sigle che ci fanno smuovere sentimenti di compassione al solo vederle ― pronunciarle è peraltro impossibile. Siccome nessun altro si mobilita, e tutti lasciano Di Caprio sul promontorio della paura, ci muoviamo noi, che non a caso abbiamo infilato la nostra missione tra Move e Movie, e sì, scriviamo una bella mozione. E speriamo che questo sia l’anno decisivo, giacché si è messo di mezzo pure Inarritu con un film nel quale la lotta del protagonista diventa metafora della quest di Leonardo verso la sua statuetta. E perdonerete Leo, se nega come il primo dei negazionisti, la sua voglia di afferrarla, quella statuetta, e impreziosire finalmente la mensola sopra il caminetto che è vuota sin da “Genitori in blue jeans”. Naturale che neghi. Cosa volete che ci dica, se non “l’Oscar è solo un bonus, non mi motiva affatto nel mio lavoro”? Cosa volete che ci dica, porastella, dopo 5 nominations seguite da 5 sconfitte? Che ci guardi con gli occhioni da Pongo&Peggie e ci faccia un pianto da telenovela supplicandoci di dirgli se non fosse stato abbastanza bravo in Titanic, o in Django Unchained o in The Wolf of Wall Street? Almeno un pochino in The Wolf of Wall Street?? E noi come potremmo rispondergli, se non prendendolo sottobraccio per l’ennesima volta e accompagnandolo in farmacia a prendergli una confezione di Effexor, ricordandogli che “andrà bene la prossima volta”, con il tono da zia buona dai biscotti sempre vecchi nel vaso dei biscotti e la naftalina nei cassetti?
Quindi Inarritu par architettare il suo film spettacoloso proprio in funzione del nostro Leo, con il suo protagonista a cui ne fa passare di tutti i colori dell’arcobaleno e, non bastandogli l’arcobaleno, s’industria per cercare tutte le nuances possibili e impossibili e trasformare ‘sto povero Cristo in un Cristo senza povero e infilargli, se Dio vuole (!), una statuetta nel copripubenda.

A congelarsi con me, lunedì, c’erano il Respirolibero, l’Andycandycandy, l’Onassis Jr, la Vanilla, e altri 486 pervenuti al Viktor Viktoria ― pervenuti, pensiamo, sia per l’ingresso a 5 Euro e 50, sia per il gran battage che sta accompagnando il film. La presa dei posti ha avuto un che di rocambolesco, e anche, dicevamo, la temperatura, e tutto questo si è allineato perfettamente alle coordinate del film, che prevedono terre gelate, inseguimenti, corse non all’oro ma al primo punto di ristoro dove scaldarsi e contare il numero di dita ruzzolate via per assideramento o per effetto di un toma-wok volante, come usa. Il riscaldamento a singhiozzo e la caccia al posto ci hanno fatto sentire un po’ pionieri, un po’ pirati.
Anche la Honorary Member Mic compartecipava a Lez Muvi e alle sofferenze dell’eroe Di Caprio dalle piane vicentine, come sempre in sync e con fuso. 🙂

Il Revenant, il Redivivo, quello che muore e torna dalla morte, è Hugh Glass, un cacciatore di pelli alla guida di una spedizione nel profondo Missouri. Siamo nelle prime decadi dell’800, il mito della Frontiera sta cominciando a scrivere la Storia americana. Potete immaginare cosa fosse il Missouri in quegli anni? State rabbrividendo? Ecco, quello è l’effetto ricercato da Inarritu.
L’America è appena nata, e la terra è un campo su cui si disputano varie battaglie: quella dell’uomo contro la Natura, quella del bianco contro l’indiano, quella dell’indiano contro il bianco e quella del nato bianco-ma-naturalizzato-indiano alle prese con la Natura, la meschinità umana e la vendetta. Sì perché Glass è un bianco, ma i flash-back travestiti da visioni che lo visitano ci fanno capire che ha sposato un’indiana e che il giovane al suo seguito è l’adorato figlio.
Nemmeno il tempo di acclimatarci, e Glass subisce un attacco da un grizzly talmente realistico che Geo&Geo ha querelato la Produzione del film per plagio di pellicole plantigrade. Io faccio tanto la sciocca, ma Moviers, la scena è davvero spaventosa. Soprattutto perché hanno mantenuto la velocità dell’animale. Molto spesso queste scene sono al rallentì, oppure ridotte al minimo, per ridurre al minimo le possibilità di falso in bilancio… Maggiori sono i minuti, maggiore è il rischio di intravedere difetti e perdere l’effetto verosimiglianza. Qui la scena dura a lungo, sicuro 5 minuti, giocati tra la verticalità dell’orso in tutta la sua svettante possenza, e l’orizzontalità di Glass, one man one carpet ― e decisamente red ― che altro non può fare se non subire la montagna animalA per buona parte dei 5 minuti. Poi, in qualche modo, riesce a trovare un coltello e a puntare alla giugulare dell’animale. A quel punto però il danno è fatto, il corpo di Glass ridotto uno scempio. Ovviamente, in quelle condizioni, un Missouri nelle prime decadi dell’’800 non è attraversabile. Il Capitano della spedizione affida la guardia e le cure dell’eroico moribondo a un esemplare di SOB, un Son Offa Bitch, che non solo gli ammazza l’adorato figlio sotto gli occhi, ma lo abbandona in the middle of nowhere Missouri ― nelle prime decadi dell’800 sì, bravi ― perché lui, il SOB, ovviamente vuole salvare se stesso ― mors tua vita mea, come usava dire ― e quelle zone sono ad alto rischio scalpo. Tutto il film è il calvario attraversato da Hugh Glass non solo per guarire dalle ferite post-attacco plantigrado e in condizioni che l’umano duemiliano ― l’uomo del 2000 ― abituato al riscaldamento termoautonomo persino nelle mutande non può nemmeno immaginare, ma anche per far ritorno alla base e variare la sua dieta a base di crudité, diciamo… E, naturalmente, andare a stanare il Son Offa Bitch e scambiarci due paroline…
Questo per quanto riguarda il plot. E non è un plot originalissimo, se vogliamo essere sinceri. Voglio dire. L’eroe subisce un torto, è ridotto in fin di vita, subisce tutto il subibile possibile dal fato e dalle circostanze, passa attraverso l’inferno e alla fine ottiene quello per cui ha lottato tutto il film: arriva a destinazione e va a prendere il cattivo. Nulla di copernicano. Ma l’esecuzione di The Revenant è grandiosa ― nel senso proprio delle sue proporzioni. E non ha nulla del film western, a mio parere. Il plot sì ― il torto subito e la ricerca della vendetta sono due motori del genere “Impiccalo più in alto”. Ma questo film non lo è. Siamo più vicino a “Fitzacarraldo” oppure a “Platoon”, a film in cui la Natura era come la Natura Padrona-Sovrana-sì-Buana che ho incontrato e venerato in Tasmania. È un “survival movie”. The Revenant esprime infatti benissimo le tribolazioni dell’ometto piccolo piccolo alle prese con un territorio grandioso, massivo, imperante ― nel senso che impera, categorico come un imperativo. La missione di questa squadra di ometti piccoli piccoli non è altro che il viaggio del Pequod (non il nostro Fellow Movier, ma la nave :-)) che cerca disperatamente di domare Moby Dick, e che soccomberà. Lo stesso vale per “The Revenant”, solo che qui abbiamo anche altra carne attorno al fuoco ― quella indiana. Non c’è solo un paesaggio ostile da piegare, c’è anche un popolo a cui sottrarlo. E quale miglior personaggio se non un bianco legato dall’amore e da un figlio al popolo dei Pawnee per raccontare quella lotta e le immane indicibili tragedie a cui diede luogo? L’eroe che ha conosciuto il “nemico” e ha compreso che il vero nemico è il fuocoamico in seno al suo gruppo e non fuori, offre una prospettiva privilegiata e critica nei confronti della decantata brotherhood yankee. Inarritu non è uno sprovveduto: ha scelto un personaggio che vive la terra spinosa del dissidio: il bianco che osserva i bianchi massacrare la propria patria d’elezione ― la terra indiana. A questo punto bisognerebbe svolgere un lavoro filologico e andare a documentarsi su Hugh Glass, l’uomo, quello che è vissuto realmente: il film di Inarritu si basa su un romanzo “liberamente ispirato” a quella storia, quindi dobbiamo mettere in conto una quantità di “licenze poIetiche” che sicuramente scrittore e regista si sono presi. Personalmente, passato lo stupore iniziale per il caso da Guineess dei Primati della sopravvivenza di Glass ― sopravvivere in quelle condizioni è davvero da considerarsi un evento miracoloso ― m’interessa più che altro il personaggio letterario, la metafora che scorgo dietro alle sue generalità anagrafiche. A un livello superficiale la storia di quest’uomo può sembrare come la storia della forza della vita che, lasciando perdere Paolo Vallesi, riesce a spuntarla anche quando sembra tutto perduto ― un po’ come il marinaio Robert Redford in “All is Lost” (recuperatelo). In realtà ci ho riflettuto, e penso che il film non sia sulla vita, e il suo accanimento, quanto piuttosto sulla morte, e la fuga da essa. La morte ci sta con il fiato sul collo tutto il tempo. Ed è per questo che non ci si annoia un minuto ― io non mi sono annoiata nemmeno un minuto, e di minuti, ce ne sono 156 nel film… Provatevi voi, ad annoiarvi quando vi sentite costantemente braccati ― dagli orsi, dal freddo, dagli indiani, dai tuoi compagni, dal tuo passato, dalle tue allucinazioni, da tutto. E non è una “morte” banale, o meglio, non è il livello fisico della morte, quello su cui interessa ragionare Inarritu. E’ la morte emotiva, la perdita. È quando perdi un amore ― tanto più se barbaramente trucidato come nel caso di Glass. È quando il presente finisce per diventare passato e ti manca, ti manca più di una schiena intonsa dopo una schiena su cui un grizzly ha fatto le sue scorribande. Quando Hugh Glass pronuncia la frase-feticcio del film “Io non ho paura di morire ormai. Io sono già morto”. Non si riferisce a tutte le morti scampate ― orso, fame, freddo, indiani e un volo spettacolare da 200 metri d’altezza sopra un pino. Non si riferisce ― o non solamente perlomeno ― alla sopravvivenza spiccia. Si riferisce alla perdita della sua vita affettiva. Quando hai perso quella, non hai più niente di valore da perdere, e non hai motivo per stare in vita ― Hugh Glass sarebbe il candidato number one alla depressione. Inarritu non è nuovo a questo tema, all’hot topic della morte “emotiva”: pensate a “Biutiful”, il cui protagonista navigava tra la vita e la morte ed era dotato della facoltà di sentir parlare le anime dei defunti. Pensate al finale di Birdman ― il protagonista muore, non muore, chissà?

Tante persone che sono andate a vedere The Revenant hanno lamentato stereotipia, il cattivo troppo cattivo, gli indiani troppo buoni, i bianchi troppo trogloditi. Tutto troppo e troppo semplificativo. C’è del vero in questa critica, ma solo se prescindiamo dal contesto. Per come la vedo io, i personaggi sono volutamente sgrossati dalla materia umana, corpi rozzi, senza un lavoro di rifinitura che avrebbe tirato fuori luci e ombre che avrebbero stonato: è una scelta, questa del regista, che si inserisce in quell’ambientazione. La Natura incide sul carattere e i comportamenti: l’uomo che si fa strada “into the wild” è anch’egli “wild” ― questo, sembra dirmi Inarritu. La Natura in quegli ambienti è talmente ostile da andare a oscurare qualsiasi sfumatura del carattere umano… E poi, volete che un regista del suo calibro, non si sia posto il problema? Non avrebbe potuto ― né voluto ― inserire lì dei bohemien che si mettono a filosofeggiare sul perché e il percome della giustizia ― né lui si sarebbe messo a filosofeggiare con la cinepresa e tirato fuori delle sfumature inverosimili, inautentiche. Siamo nel Bronx della jungle, Fellows! Il fisico spadroneggia. E l’unico momento in cui non lo fa è perché si ripropone il ricordo di qualcosa di passato. Oppure la visione. In quei momenti, il fisico tace, ed è l’immaginifico a prendere in mano tela e pennello. Allora abbiamo colori caldi, abbiamo frammenti di giornate di sole, prati verdi e campi gialli. Abbiamo affreschi in chiese diroccate che seppelliscono in una memoria singola una questione collettiva. Abbiamo una montagna di teschi di bisonte con le stesse valenze colpevolizzanti e strazianti di un documentario che ti racconta la storia dello sterminio di quegli animali perpetrato dell’uomo bianco nell’800. Il voto all’autenticità fatto dal regista è talmente centrale da toccare la sceneggiatura e la sua mise-en-place: non una singola scena è stata girata con luce artificiale. Tutta luce naturale del profondo Missouri ― il che ha costretto gli attori a delle levatacce nella bruma profondomissouriana che saranno valse al regista qualche bonario mavvaffa… Ma capirete, non c’era altra scelta. La luce profondomissouriana illumina gli scontri netti messi in scena: eroe contro antieroe, Natura contro Uomo, giustizia fai-da-te contro giustizia divina, ecc…

E parliamo di questo, un attimo. Della realizzazione visiva e della spettacolarità del film. I paesaggi, la luce, e poi sempre loro, i piani sequenza, in cui Inarritu eccelle ― ricorderete “Birdman”. Ed è bravo perché per me, si ferma una frazione di secondo prima di sorrentinare, ovvero di scivolare per la china del bello fine a se stesso che Sorrentino tende a discendere in molte sue pellicole. Inarritu è bravo, ama gli scenari che filma, ma non finisce mai nel virtuosistico ― ci va vicinissimo ma non lo fa. L’insistenza delle lande ghiacciate, dei fiumi gelati, delle riprese aeree che abbracciano uno spazio sconfinato, non sono quadretti da appendere al muro, ma frammenti d’incubo con cui l’ometto piccolo piccolo 800entesco si ritrovava a dover combattere. Il regista ci pervade di quella Natura, così come quella Natura “pervadeva” all’epoca. E la grandiosità del film è data sia da questo spazio grande ― che se avete dimestichezza con Canada e USA avete conosciuto voi stessi ― sia da un ritmo incalzante che non molla e che, come dicevo, non permette mai alla noia di darvi noia. Se vi è capitato di leggere la poesia panica di Ralph Waldo Emerson o di Walt Whitman, oppure la prosa dal respiro libero di Longfellow o Thoreau, troverete nel film una controparte cinematografica alla grandness americana.
Certo, se siete degli animalisti, oppure facilmente impressionabili, sconsigliamo la visione di questo film. E non soltanto perché da un cavallo morto, Glass si ricava un sacco a pelo per la notte, riponendo accuratamente le interiora dell’animale nella zona Compost e ponendo se stesso al suo interno… E non soltanto perché Glass soffre come un cane ed è ridotto a un cadavere strisciante. E non soltanto per tutte le scene di sushi e tartare in cui mancano geometrie giapponesi e servizio à la carte e si rimane con un pesce crudo o parti di bisonti sanguinolenti sotto i morsi della fame di Glass. Ma perché la sofferenza che Leonardo Di Caprio riesce a restituire ha qualcosa di sacrale. Più che un uomo, questo personaggio ha qualcosa del martire, che noi accompagniamo nel martirio che è la sua vita, sia dopo la perdita degli affetti, che dopo l’abbandono da parte della sua “gente”. The Revenant è la storia di una solitudine, o della Solitudine dell’uomo, che è totale e totalizzante, ma a tratti “rischiarabile” dall’esterno. Prendete la splendida sequenza di scene in cui Hugh incontra l’indiano che si prende cura di lui, che gli fabbrica un riparo di rami per ripararlo dal freddo. Prendete la scena in cui i due, che comunicano con gli occhi più che con le parole, si ritrovano a ridere ― a ridere, in quell’inferno! ― sentendosi cadere dei fiocchi di neve sulla lingua, come due bambini quando ridono di una sciocchezza che per loro è magia.

E il film tuttavia non è perfetto. Il finale, per esempio, la vendetta, lasciata nelle mani di Dio all’ultimo fotogramma, oppure l’insistenza ben più che realistica sulle sofferenze del povero Hugh, e anche la raffigurazione un po’ troppo stereotipata dell’indiano da “bon sauvage”, potrebbero infastidire. Sicuramente non ti viene voglia di rivederlo, e questo soprattutto per la crudezza di certe crudité e di certe ferite nella carne di Glass che fan male solo a vederle finte. Ma questo credo sia è l’effetto ricercato da Inarritu: si sarà detto, fra sé e sé, mo’ adesso getto ‘sto pubblico di viziati del terzo millennio in piena wilderness 800esca, vediamo come ne escono. Noi viziati ne usciamo stravolti, sia per la mole di roba che ci viene scaricata addosso, sia per la spettacolarità con cui viene veicolata. Scena di Mister Grizzly a parte, avete presente come sfrecciano le frecce degli indiani?? Io non ho mai visto nulla del genere. E poi, per tornare all’inizio e chiudere il cerchio, questo è il film che immortala Leonardo Di Caprio. Se nel lupo di Wall Street ci aveva conquistato con la sua parlantina da guascone, con la sua irriverenza, la sua irresistibile ironia, qui è il suo corpo a parlare. Le smorfie che il dolore gli scrive sul volto, per via del freddo, della fame, del supplizio. Le parole che pronuncia non superano le dieci battute. Per il resto, si esprime a grugniti ― strazianti ― e a sguardi, eloquenti.
“Quindi, Signore e Signori dell’Academy, non vorrete negare l’Oscar a un attore diventato tutt’uno con il pioniere americano che sconfigge l’avverso, non cede al perverso e lascia che il divino faccia il suo corso?” ― così concluderò la petizione che invierò a Los Angeles, certa di far leva su tre punti cari alla coscienza americana: la volontà, la rettitudine e Dio.
E poi, ruffiana, terminerò su un “God bless America” ― su quello capitolano tutti. 😉

E ora Fellows, l’avevamo lasciato in laguna a prendere le lodi della Giuria dopo aver vinto il Leone d’Oro

TI GUARDO
di Desde Allà

Lo propongo anche perché ha una tematica queer. E sapete, questo mi riporta a ieri. E alla vera manifestazione…Ieri ero in piazza insieme a un migliaio di persone ― e per Trentoville è un numero da far girare la testa.
Come forse sapete si manifestava per il riconoscimento dei diritti civili alle coppie omosessuali e alle loro famiglie. Siamo l’ultimo paese d’Europa che ancora non ha legiferato in tal senso. Cosa vuol dire questo? Ve lo spiego. Prendete un paese ― uno a caso, l’Italia ― che soffoca da millenni sotto lo scacco della burocrazia e il matto della legislazione d’Azzeccagarbugli. Ecco, in questo nostro belpaese in cui facciamo tanto gli eccellenti perché esportiamo la Moda e l’Arte e la signora Bastianich, in questo belpaese di eccellenti che siamo, non abbiamo ANCORA un decreto che preveda il riconoscimento giuridico per le coppie dello stesso sesso. E in questo senso, siamo la vergogna dell’Europa, non mi preoccupo di usare termini forti. Cento piazze in Italia, cento manifestazioni, per far approvare ‘sto benedetto decreto Cirinnà, che non brilla in eguaglianza spinta, ma sempre meglio che niente.
Mi piace poter proporre “Ti guardo” proprio questa settimana. Per ricordarmi sempre SEMPRE che il cinema fa molta più politica della politica. E che la politica fa molto più cinema che politica…

E ora Fellows, scappate pure incontro alla vostra domenica sera, però prima, se siete interessati a quel folle di Steve Jobs –che era un po’ SOB pure lui– date uno sguardo al Maelstrom. 😉
E poi tirate pure dritto, che il riassunto è inguardabile…

Grazie, my Moviers. E se volete che aggiunga qualcosa alla lettera pro-Leo per l’Academy, non esitate a scrivermi 😉
Ed eccovi i saluti, per oggi, platealmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Io e il WG Mat abbiamo visto “Steve Jobs”, il film di Danny Boyle su Mad Master Apple… E per una volta siamo stati in accordo. Niente pugni, niente botte ― allo Smelly volevano chiamare la stampa. 🙂
“Steve Jobs” un prodotto per intenditori ― nulla in paragone a “Jobs” con Ashton Kutcher di due anni fa. Con un guizzo di coraggiosa originalità, la sceneggiatura si concentra sul backstage del lancio di tre prodotti chiave partoriti dal guru: il Macintosh (1984), il Cube della Next (1988) e l’iMac (1998). Se la vostra conoscenza di Steve Jobs si limita a “stay hungry stay foolish” e poco altro, è meglio che giriate al largo. Il film richiede una buona familiarità con il personaggio e con certe vicende che lo hanno riguardato da vicino. Se non le conoscete, correte il rischio di fare la mia fine con “La grande scommessa” e la gabola dei CDS nel 2005 finanziario… Persi dopo 9 minuti…
Detto questo, se siete dei geek e degli amanti del cine ― se siete dei Mat, insomma ― il film vi stuzzicherà. Io l’ho trovato un po’ troppo “coitus interruptus”: vi mostra i tre momenti prima che Jobs salga sul palco per tenere le sue stratosferiche presentazioni, ma poi non vi mostra le stratosferiche presentazioni ― di qui il coitus interruptus effect. Ma dal punto di vista della sceneggiatura, lo stratagemma funziona: il regista può mostrarci quello che non è mai stato mostrato, ovvero il pre-presentazione ― le presentazioni, in fondo, possiamo recuperarle tutti su youtube. Eppure questa sensazione d’interruzione, di costruire il momento per poi inibirlo, possono frustrare un po’. Così come il clima assai artico che viene mantenuto dall’inizio alla fine ― zero coinvolgimento emotivo dello spettatore, che viene chiamato a partecipare con la sola imposizione dei neuroni. Ma approvo tuttavia il tentativo di guardare al personaggio da un’angolazione inaspettata e svelando lati di un carattere folle ― folle è la parola giusta ― attraverso le sue stesse pedisseque parole, più che attraverso le immagini.
Quindi se siete geek, o cinephiles, o semplicemente degli “educated curious”, andate da Danny Boyle, che, ve lo dico in anteprima, sta lavorando al sequel di Trainspotting…

TI GUARDO: Nella caotica e agitata Caracas di oggi, Armando (50 anni), proprietario di un laboratorio di protesi dentali, è alla ricerca di giovani ragazzi alle fermate degli autobus, a cui offre del denaro per andare a casa sua. Contemporaneamente Armando spia un vecchio di cui conosce l’abitazione, per vedere dove va: i due hanno qualcosa del proprio passato che li lega. Un giorno Armando porta Elder, il leader di una gang di strada, a casa sua. Inizia così, dopo questo primo incontro, una relazione che cambierà le loro vite per sempre.

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