LET’S MOVIE 271 – propone LA CORRISPONDENZA e commenta TI GUARDO

LET’S MOVIE 271 – propone LA CORRISPONDENZA e commenta TI GUARDO

LA CORRISPONDENZA
di Giuseppe Tornatore
Italia 2016, ‘116
Martedì / Tuesday 2
Ore 21:15 / 9:15 pm
Multisala Astra / Dal Mastro

 

Foulard Fellows,

Li ho imballati tutti, insieme alle pashmine che non porto, a tende che non oscurano i miei soli e a tovaglie che non frequento. Ho spedito tutto al Governo Italiano, in modo che possa tranquillamente ricoprire tutti i monumenti osceni che rendono questo nostro paese il covo del peccato. Possa quindi il Governo coprire tutti i Canova, i Michelangelo, tutti i Brunelleschi, i Donatello che potrebbero turbare gli occhi di chi nella bellezza vede vizio. E mi scuso con Lui, il Governo, perché io sono sempre stata convinta che tra la spazzatura che questo paese riesce a produrre in quantità pressoché americane, la specialità che ci ha sempre salvato e reso unici era quella di traghettare nel tempo un patrimonio d’ineguagliabile bellezza: se qualcosa abbiamo, mi son sempre ripetuta,quella é. Evidentemente ho preso un granchio da chilo. E la bellezza, così come la intende Lui, il Governo, è sinonimo di pornografia: le Veneri capitoline sono pari a una statua di Cicciolina e, cielo, vanno nascoste, e il cavallo montato da Marc’Aurelio ha senz’altro troppo del Varenne nelle parti basse per essere mostrato. Chiedo scusa per questo mio misunderstanding, e la procedura di occultamento di cadavere che ora stanno attuando per insabbiare la questione è certo comprensibile…

Con immane sforzo soffoco urla e furore… Ma andiamo avanti e facciamo, Fellows, il punto della situazione cinematografica. È passato un mese ormai dall’inizio dell’anno. Siamo giusto entrati nel palazzo pazzo del febbraio bisestile, che ha quella stanza in più, laggiù in fondo, la ventinovesima, che noi fantasiosi consideriamo un ghiribizzo recidivo delle architetture astrali… 🙂
Ho notato un tristo andamento nelle performance cinematografiche d’inizio anno. Me ne sono tornata dall’altra parte del mondo con una gran fame di film, che ho cercato di placare, come vi ho detto, in aereo.
Ricordo benissimo l’aspettativa quando proposi “La grande scommessa”. O la curiosità nei confronti dell’osannato “Carol”. Ma ahimé ho dovuto constatare che in questo primo mese sto vivendo come un criceto, attingendo alle scorte dei film che mi sono pappata in volo, il migliore dei quali ― cercate di non perderlo ― è senz’altro “Il piccolo principe”. Sarà che mi sono persa nell’idillio di pensare a me stessa guardare l’Opera di Fantasia madre di tutte le opere di Fantasia fra le nuvole, nella posizione preferita dell’aviatore-autore Saint-Exupery, beandomi della storia vecchia reinterpretata in maniera originalissima… Volare con l’immaginazione volando dentro un Boing 777 a 40.000 piedi sopra la Malesia, capirete, è un doppio trip che nessuna cocaina potrà mai eguagliare ― di questo, in effetti, non ho la certa certezza, ma cerchiamo di non confondere le piste… E già che ci sono vi butto lì anche altre due scoperte scoperte volando: “Banksy Does New York”, un docu imperdibile per noi Banksyani, e se siete amanti di David Foster Wallace ― o anche se non lo siete ― il film “The End of the Tour”, in cui lui, per una volta, esce dall’ombra.
Insomma, cinematograficamente, in questo mese attingo la Forza da quelle risorse messe da parte a 40.000 piedi d’altezza. Non va bene. I risultati del mese ci deludono. “Carol” è un cup-cake dalla glassa scintillante per quelle bocche bourgeois che, dopo averlo ingollato sperando di trovare un cuore pruriginoso al suo interno, non fanno che sfogare il desiderio negato cinguettando tutta la loro retta lesbo-sciccheria. Guardando “Star Wars 7” ti si materializza davanti Mastro Yoda e ti sussurra, con quella sua vocina inconfondibile, “Patience you must have, young Padawan”…
“The Revenant”, per quanto grandioso e da me apprezzato, non è esattamente piacevole nel senso letterale del termine ― specie se dal vostro futuro escludete una carriera nella macellazione.
“Steve Jobs” è un circolo polare artico e ti fa pensare che nel torace dei geni a volte batta un bit, niente più che un bit, e che tutto il resto sia frutto di calcolo, metodo e paterpellegrina ostinazione.
Dove sono i film come “Dio esiste e vive a Bruxelles”? Dov’è “Rams”? “Timbuktu”? Dove sono quei bei film di fine 2015? Trovo mediocre quello che ho visto finora.
E arriviamo alla Mariadolens di “Ti guardo”, ovvero la platea di 7 spettatori 7 che con me ha assistito al film. Ringraziamo tutto il firmamento celeste e le provvidenziali play-station che si sono messi in mezzo impedendo ai poveri Movier di raggiungere l’Astra, lunedì sera: avrei fatto la fine del topo col gatto, anzi, del Di Caprio con l’orso.
“Ti guardo” ― e mi guardo bene dal consigliarlo ― è stato meno doloroso di “La grande scommessa”. Almeno non ero tagliata fuori: semplicemente sguazzavo nel tiepidume di acque talmente note, talmente famigliari, che avrei potuto ribattezzare il film “Ti garda” ― concedetemi dell’idiozia rivana, please…
Classica pellicola da festival. Da film vincitore di festival. E qui dobbiamo fare un altro punto della situazione, Fellows.
“Sacro Gra”, “Un piccione volato su ramo riflette sull’esistenza” e “Ti guardo”. Questi sono i film vincitori della Mostra del Cine di Venezia negli ultimi tre anni.
Forse c’è un disegno ― a me, a ora, imperscrutabile ― dietro queste vittorie. Forse far trionfare il film di Lorenzo Vigas quest’anno, fa guadagnare punti al Piccione dello scorso anno, rivalutandolo attraverso una modalità contrastiva: solo attraverso il trito ritriturato sotto al tuo naso, riesci a scorgere dei lati positivi in quello che pensavi essere già trito. Il Piccione, se non altro, aveva una sua ironia di fondo, una sua nota folle che, si sa, attrae le Giurie ― le Giurie sono sempre a caccia di ciò che è meno prevedibile e più seducentemente assurdo, in modo da diventare LORO stesse, non prevedibili e seducentemente memorabili. Ma “Ti guardo”, ragazzi miei, è un film telefonato dal primo minuto, che presenta tutti gli ingredienti tipici del cinema autoriale. Ve ne elenco qualcuno, così carta canta

  • 15-16 parole di dialogo totali distillate su Caracas, capitale sudamericana caotica, sciatta e povera, piena di persone che sono esattamente come lei ― caotiche, sciatte e povere. Il SOLITO doppio movimento dell’umano che produce un ambientale a sua immagine e somiglianza, e dell’ambientale che si riverbera nell’umano, nel SOLITO gioco di rispecchiamenti che sarebbe piaciuto senz’altro a Giorgy Lukacs.
  • Isolamento del personaggio al centro dell’inquadratura mentre tutto il mondo che lo circonda sta immerso in uno sfuocato tipico della nostra società contemporanea, in modo da renderlo visivamente SOLO, un autistico in una società di autistici, per amplificare la solitudine esistenziale in una società alienante e dominata dal caos
  • Uso insistito del fuori campo e del traffico urbano, per amplificare la solitudine esistenziale in una società alienante e dominata dal caos;
  • Abolizione totale della musica, quasi totale delle voci in campo, fuori campo, sopra il campo e la capra crepa, per amplificare la solitudine esistenziale in una società alienante e dominata dal caos
  • Azioni inconsulte da parte dei personaggi e/o scene corali tipo una festa di compleanno piena di animali umani cheap & trash per amplificare la solitudine esistenziale in una società alienante e dominata dal caos…

….
Riguardo alla trama, se proprio proprio ci tenete… C’è questo Armando, un uomo di mezza età che gestisce un negozio di protesi dentali ― inciso: ma quant’è maniacale un regista che indulge su dei sorrisi finti fra le mani di un uomo? Bah… A parte la passione per le dentiere, Armando ha anche quella per i giovincelli di strada, ai quali offre del denaro se accettano di seguirlo a casa sua e spogliarsi per lui.
Tra questi, Elder, uno scugnizzo che bazzica Caracas e i suoi peggiori bar e si crede un figo, un macho, uno di quelli, insomma, che in Italia considererebbe la step-child adoption un’eresia. All’inizio Elder reagisce violentemente all’abbordaggio di Armando, ma poi, durante il film, si affeziona a lui, e pensate, arriva ad innamorarsene e a formare con lui una Famiglia Arcobaleno…pazza…
Il film È proprio questo, la “caduta nell’amore” ― il falling in love ― che sarà seguita da una “caduta dell’amore” e del personaggio, per mano dello stesso Armando, che tanto tanto innamorato del giovane Elder forse non era… Il colpo di scena finale non colpisce granché: lo spettatore raggiunge il finale con un senso di sollievo pari a quello del liberitutti a nascondino quando arrivava l’ultimo dei nascosti e, eroico, liberavatutti.
Se posso trovare qualcosa a favore del film, be’, forse la coerenza con cui mantiene il riferimento al cattivo gusto. Tutto è molto di cattivo gusto nella realtà che Vigas ci mostra: gli interni della casa di Armando, il party che citavo prima, persino le persone stesse, colte in mezzo alla strada o negli autobus emanano quello squallore che non ha nulla in comune, per esempio, coi ragazzi di vita di Pasolini ― non ci passi per la testa di paragonare Pasolini a Vigas, per carità. In quel degrado urbano e umano, un amore sembrerebbe riuscire comunque a sbocciare. E invece no, non è amore. È sfruttamento, manipolazione, raggiungimento di uno scopo totalmente prosaico: Armando vuole liberarsi di una figura paterna che, per dei motivi che lo spettatore può solo ipotizzare, lo ossessiona da lontano. Quindi si serve della mano del ragazzo ― e del suo amore ― per realizzare il suo piano.
Ma dov’è qui, mi chiedo, lo sperimentalismo? L’idea del passato non svelato e che torna a braccare il protagonista, l’aveva già raccontata ― ma meglio, molto molto meglio ― Michael Haneke in “Caché – Niente da nascondere”, nel 2005. La trama era diversa, ma le modalità ― camera fissa o, in alternanza, a spalla, impiego massiccio dello sfuocato ― la tematica dell’impossibilità di sbarazzarsi del passato e dei suoi irrisolti, la presenza di uno sguardo che, intrusivo e orwellianamente grandefraterno, perseguita il protagonista, erano già tutti lì.
Allora cosa rende speciale “Ti guardo”? Il fatto che i due personaggi siano omosessuali? Spero vivamente di no, ma ovviamente è sì: il film può giocarsi quella carta e almeno comprarsi l’apprezzamento di chi ha bisogno dell’alterità gay per giustificare il plauso a un film davvero normale. E credetemi, io posso metterci tutta la buona volontà del mondo e vedere i dialoghi non detti e i traumi famigliari non rivelati come tappe in un percorso narrativo scelto razionalmente dal regista che predilige un cinema centripeto ― l’occhio rivolto a se stesso ― piuttosto che centrifugo ― l’oblò spalancato verso il pubblico. Se accetto l’arte concettuale, volete che non accetti un film ripiegato su se stesso come un calzino? Ma elidere così radicalmente una parte così sostanziosa della materia narrativa, cacciare tutto dentro silenzi interminabili e consegnarli allo spettatore, sancisce quella che è la priorità del film: prediligere la ricerca formale e infischiarsi di restituire il palpito vitale in cuore a ogni storia ― e che i grandi registi riescono a restituire.
La questione, a ogni modo, è un’altra. La questione è, in primis, cosa ci dice di nuovo il film e cosa chiediamo a un film. A voi, cosa deve fare un film? A me, ormai lo sapete, un film deve scombinare le ascisse delle viscere e le ordinate del cervello ― così anche Cartesio è contento, e pure Jakobson. E comunque che mi facesse, banalmente, balivamente, provare qualche emozione. Anche una. Anche mezza. “Ti guardo” mi pare un prodotto confezionato in laboratorio a meno venti gradi. Certo ha raggiunto l’obbiettivo. Vincere la Mostra del Cine di Venezia, con un’opera prima mi sembra molto più che “raggiungere l’obbiettivo”. Ma se il mondo dei festival continuerà a basare i propri giudizi su quelle forme e quei linguaggi ormai scolpiti nel marmo e a premiare sempre lo stesso film, allora non stupiamoci se Checco Zalone incassa 50 milioni di Euri ― non fatemi parlare del “fenomeno” Checco Zalone, che non ne ho la Forza. Non sto dicendo che i festival debbano evitare di premiare film di spessore, al contrario: i festival DEVONO battersi per il riconoscimento dell’originalità. Una Giuria che preferisce il ronzinante “Ti guardo” di Vigas a Furiacavallodelwest “Francofonia” di Sokurov ha qualche problema di miopia, e fa un danno al cinema: mette sul carro dei vincitori l’ordinario lasciando a piedi lo straordinario. È come se il Festival di Cannes, lo scorso anno, avesse premiato il mediocrissimo “Due giorni, una notte” dei fratelli Dardenne ― hanno premiato il paccone turco “Winter Sleep”, ma almeno lì c’era l’impresa titanica di riuscire ad arrivare in fondo…
E ora mi prendo una decina di gocce di Serenil, e vedo di calmarmi… Anche perché dobbiamo affrontare

LA CORRISPONDENZA
di Giuseppe Tornatore

“La miglior offerta”, l’ultimo film di Tornatore, non mi era piaciuto, confesso. E avevo guardato con occhi guardinghi alle grandezze di “Baharia”… Ma Tornatore è pur sempre Tornatore, uno dei registi italiani più importanti che ci restano. E siccome ci muoiono tutti ― Calligari, Mazzacurati, Scola ultimi della lista 🙁 ― chiudiamo un occhio sulle pellicole non troppo convincenti e andiamo al cine senza troppi pregiudizi.

Stasera, cheddite, ho gravitato attorno al polo negativo del dire eh?
Allora sapete cosa faccio? Passo a quello positivo e mi do alla musica, nel Maelstrom: devo annunciare a gran voce un grand achievement del Fellow Pugaciov dei Pugaciov sulla Luna… Seguitemi, ed evitate il riassunto dai… 😉

E accettate questi ringraziamenti e questi saluti, stasera, oscurantisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

I Pugaciov sulla Luna, band che si colloca tra la Rivoluzione e l’Universo, e in cui suona Riccardo, Rì, il Fellow Pugaciov, hanno partorito il loro primo CD, “Freestanding”!
Qui potete averne un assaggio, https://soundcloud.com/pugaciovsullaluna/sets/freestanding/s-1Es50
Non sono una critica musicale ― movies are my waters, lo sapete ― ma c’è il basso profondo all’inizio di questa canzone, “En Etat de Marche”, e poi la tromba, dopo che il cantante canta il trittico “tu n’as pas besoin de la haine, la honte, la rage”, che ti portano in un mondo fatto di luce e spleen, in quei colori che percorriamo quando c’è qualcosa di serenamente triste dentro di noi e che non possiamo fare a meno di custodire…
Le canzoni che ho avuto modo di ascoltare sono tutte dei pianeti a se stanti, con delle genìe tutte loro. Cosa aspettate Moviers, perlustrateli, conoscetele!
Help brave artists live on, dream on… 😉

LA CORRISPONDENZA: Una giovane studentessa universitaria impiega il tempo libero facendo la controfigura per la televisione e il cinema. La sua specialità sono le scene d’azione, le acrobazie cariche di suspence, le situazioni di pericolo che nelle storie di finzione si concludono fatalmente con la morte del suo doppio. Le piace riaprire gli occhi dopo ogni morte. La rende invincibile, o forse l’aiuta a esorcizzare un antico senso di colpa. Ma un giorno il professore di astrofisica di cui è profondamente innamorata sembra svanire nel nulla. E’ fuggito? Per quale ragione? E perché lui continua a inviarle messaggi in ogni istante della giornata?
Con queste domande, che conducono la ragazza lungo la strada di un’indagine molto personale, inizia la storia del film.

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